Angelo Forgione – E chi li ammazza questi campani! Perché loro non ci pensano proprio. Nonostante la mancanza di lavoro, l’avvelenamento della terra, la camorra che invade la quotidianità e tutti i problemi che li travolgono, resistono e vanno avanti. L’osservatorio sull’impiego dei medicinali dell’Agenzia italiana del farmaco (A.I.F.A.) ha prodotto un rapporto sull’uso dei farmaci antidepressivi e psicofarmaci, confermando quello che un dato costante: la Campania è la regione che ne fa meno uso, in controtendenza con il costante aumento del dato nazionale. L’A.I.F.A., infatti, evidenzia un aumento del 4,5% dal 2004 al 2012.
Qualcuno potrebbe pensare che meno soldi ci sono e meno farmaci si acquistano, ma il ragionamento è subito smontato dalla classifica dei suicidi e dei tentati suicidi, completamente gratuiti, che vedono la Campania “serenamente” all’ultimo posto in entrambe le graduatorie (Napoli meglio di tutte le altre province campane). Se ci fosse un’esigenza non soddisfatta, l’effetto sarebbe devastante e si concretizzerebbe in un maggior numero di suicidi tentati e riusciti. Le vere motivazioni vanno invece ricercate nelle abitudini e nelle attitudini del popolo campano, che, per evidenti motivi, vive in una società meno competitiva di quella settentrionale (in cui i suicidi abbondano), più allenato a destreggiarsi tra i problemi della vita quotidiana che non diventano esistenziali. Questo è il ragionamento da fare per confrontare i diversi stati d’ansia tra Nord e Sud del nostro Paese, e per averne conferma va inquadrato in una visione più ampia: l’Organizzazione Mondiale della Sanità monitora costantemente i dati dei suicidi nell’area dell’OCSE, dai quali si evince che l’area del Mediterraneo compresa tra Portogallo, Spagna, Italia (più Sud che Nord, evidentemente) e Grecia ha tassi di suicidio nettamente inferiori a paesi come Germania, Austria, Finlandia, Islanda, Irlanda, Estonia, Ungheria e Slovenia. Inferiori persino alle decantatissime Australia e Canada che sono notoriamente i paesi in cui la “qualità della vità” raggiunge i più alti livelli. Per non parlare poi di Stati Uniti e, soprattutto, Giappone.
E allora, alla prossima pubblicazione della classifica del Sole 24 Ore sulla qualità della vita ricordiamoci tutti che è stilata senza tener conto di certi dati che concernono problemi esistenziali e si limitano a scattare una fotografia dei servizi al cittadino. E non contemplano neanche la concentrazione paesaggistica e monumentale, la qualità e la varietà del cibo e il tempo medio speso a contatto con le persone, magari sorridendo.
Il fiume in piena esonda sotto la pioggia
Centomila persone, provenienti da tutto il Sud e per nulla intimorite dalla pioggia incessante, hanno dato vita al cordone umano più lungo che Napoli ricordi, protestando contro lo Stato, l’imprenditoria del Nord, la Camorra e tutti i colpevoli impuniti dell’ecocidio in Campania. In piazza del Plebiscito, fischi per il presidente Napolitano e il cardinale Sepe durante l’intervento di Don Patriciello (nel video).
L’Espresso e le copertine “sputtanapoli”
nuovo schiaffo dopo quello ai tempi del colera e quelli più recenti
Angelo Forgione – La copertina de l’Espresso, dedicata all’inquinamento di Napoli, recita così: “Bevi Napoli e poi muori”. Da un rubinetto nero fuoriesce acqua nera, non caffè napoletano, e parte la psicosi del bicchier d’acqua. L’inchiesta rende noti i risultati di una ricerca del comando americano sul territorio eseguita tra il 2009 e il 2011, dalla quale si evincerebbero tracce di uranio nell’acqua contaminata e gas velenosi che escono dal suolo. I militari USA concludono: “Nessuna zona è sicura, nemmeno nel centro di Napoli”.
Di che acqua si tratta e di quali aree? Quelle tra Napoli e Caserta: tre “zone rosse” intorno a Casal di Principe, Villa Literno, Marcianise, Casoria e Arzano, dove i militari presero in fitto appartamenti abusivi e quindi allacciati a pozzi contaminati, e non dalla rete idrica. Criticità sono segnalate anche per il 57 per cento degli acquedotti esaminati nel centro di Napoli e il 16 per cento nel quartiere Bagnoli, non a causa delle sorgenti ma per via delle cattive condizioni delle tubature, e qui il problema è diverso.
Non è il caso di mettere la testa sotto la sabbia perché un grosso problema ambientale c’è, ma bisogna chiarire che le analisi americane erano riferite ad acqua “illegale” e su queste il quotidiano ha calcato la mano, strumentalizzando dati che con la rete idrica niente c’entrano. L’acqua erogata in città, almeno quella, risulta controllata e potabile, e i dati delle analisi sono consultabili da tutti attraverso il sito dell’azienda ABC, che quindici mesi fa, ben oltre il 2011, quando si chiamava Arin, fu elogiata da SKY che informò gli italiani sul fatto che l’acqua più “trasparente” del Paese fosse quella di Napoli. “Il servizio porta Napoli
tra le eccellenze per quanto riguarda la ‘trasparenza’ e la assiduità della comunicazione pubblica dei dati a proposito delle acque che circolano nella rete idrica cittadina”. Questa fu la notizia che nel dettaglio esaltava i ventotto parametri tenuti in considerazione dalle analisi di laboratorio, i cinquantuno punti di prelievo e gli aggiornamenti pubblici a cadenza mensile, quartiere per quartiere. Meglio della pur esaustiva municipalizzata Smat di Torino e di tutte le altre città italiane. Presi per buoni i valori pubblicati, tutti soddisfacenti, ognuno può verificare, almeno nella città di Napoli, cosa beve.
A fine 2011, un altro studio interuniversitario aveva analizzato la qualità di 157 campioni raccolti in casa o alle fontanelle di oltre un centinaio di località del Nord, del Centro e del Sud della Penisola. Fu realizzato nell’ambito del progetto europeo Eurogeosurvey geochemistry expert group con il lavoro di alcuni ricercatori italiani, grazie ai quali fu possibile valutare l’acqua di 112 comuni. In 5 casi l’acqua analizzata non risultò potabile e tra le dieci città con maggiore concentrazione di nitrati non figurava Napoli ma, ad esempio, città come Milano e Venezia.
Bisogna pretendere chiarezza dall’indagine dei militari
USA e da chi deve sovraintendere alla salute pubblica, ma una cosa è certa: non è la prima volta che il settimanale l’Espresso sbatte il mostro Napoli in prima pagina. Passando per il “Napoli addio” del 2005 e il “Napoli perduta” del 2006, sembra di rivivere i tempi del colera del 1973, quando Napoli fu colpita dall’accanimento mediatico e da titoli a sensazione, salvo poi scoprire che l’epidemia fu portata da mitili del Nordafrica. Anche in quell’occasione, l’Espresso titolò addirittura “Bandiera gialla”. Ne era inviato un giovane Paolo Mieli, che, conoscendo certe dinamiche, riconosce oggi quanti ricami giornalisti si facciano su Napoli.
Un fiume in piena per arginare il biocidio
Appuntamento a Napoli, in piazza Mancini (adiacente piazza Garibaldi), per la grande manifestazione contro l’inquinamento programmato delle campagne tra Napoli e Caserta.
V.A.N.T.O. promuove e partecipa con lo striscione “Sud: 150 anni di malaunità”, invitando amici e simpatizzanti a presenziare al corteo che partirà alle 14:30 per puntare verso piazza del Plebiscito, dove, fine a sera, un palco accoglierà interventi e performance musicali.
Made in Naples al “Vulcano Buono”
Orgoglio mandolino da tutt’Italia
È andata in scena in una piazza Bellini di Napoli affollata da centinaia di mandolinisti giunti da tutta Italia e anche da altre città europee (alla faccia dell’etichetta assegnata allo strumento) il flashmob “Io sto col mandolino” per il suo inserimento nell’istruzione inferiore e contro la durissima e incolta discriminazione da parte della politica e dell’opinione pubblica italiana.
La manifestazione ha scandito la diretta di Caterpillar, la tramissione di Radio 2 che ha promosso la campagna con il coinvolgimento di noti testimonal, tra cui Renzo Arbore, sulla scia dell’interrogazione parlamentare del senatore del PD Vincenzo Cuomo, presente all’evento in compagnia dell’assessore alla cultura del Comune di Napoli Nino Daniele.
Napule è in mandolino per chiudere la diretta con Radio 2
De Laurentiis ride di discriminazione territoriale
In occasione del convegno “Cittadinanza sportiva”, Aurelio De Laurentiis ha detto la sua circa i cori di discriminazione territoriale.
«Quando vedo migliaia di persone negli stadi che insultano un popolo con frasi che non voglio ripetere non lo trovo disgustoso, lo vedo come uno sfottò, ci rido sopra e mi diverto. Li prendo come un incitamento alla città per risvegliarsi».
Dichiarazioni che non condivido affatto perché si allineano ai Galliani, agli Agnelli, alle loro pletore e agli ultras, compresi quelli napoletani che si sono autoinsultati per dimostrare solidarietà ai “colleghi”, anteponendosi all’indignazione di gran parte del popolo. Napoli deve trovare il riscatto e il risveglio nei settori vitali che contano, per rispetto della sua grande e unica Storia e non certo perché qualche migliaia di idioti ignoranti la offendono a prescindere. Quei cori non sono un incitamento alla città ma a qualche catastrofe naturale che la colpisca. Napoli non è né colorosa né bisognosa di sapone incandescente ma deve “solo” travolgere gli impedimenti interni ed esterni per riprendere il cammino interrotto, e ciò dipende da lei ma non solo da lei. Di cultura e risorse ne ha da vendere, ed è tanta roba, di certo non alla portata delle tasche dei denigratori.
Se al presidente De Laurentiis queste cose non fanno freddo o caldo, e ci ride di gusto, allora dovremo considerarlo un forestiero in città. Detto da chi ha sottolineato tante sue riflessioni extracalcistiche (compreso il suo “i napoletani sono i vessati per eccellenza“) e gli ha regalato il proprio libro sulla grande Storia e sulla cultura napoletana.
La Juventus che vince in campo e perde fuori
dopo Amandola, impossibile ignorare la “discriminazione territoriale”
Angelo Forgione – Napoli frustrato quello che da qualche anno va a Torino alla ricerca delle conferme e finisce per essere bastonato dalla Juventus. Bianconeri che stravincono in campo, vero, ma anche bianconeri che straperdono a bardocampo. Dopo decenni di vergogne impunite, l’anno scorso ci pensò Giampiero Amandola, giornalista RAI del TGR Piemonte (fino a quel momento), a fare il più clamoroso degli autogoal all’esterno dello Juventus Stadium, sollecitando i sostenitori locali (ma non troppo locali) a riconoscere i napoletani dalla puzza. Scandalo scoperchiato da questo blog grazie alla segnalazione di Pierluigi R., cui seguì una videodenuncia e la sollecitazione alla redazione di Napoli di pretendere spiegazioni da quella di Torino, che chiese scusa in diretta prima del licenziamento del non unico colpevole. Quell’episodio, per il chiasso e il clamore che ne conseguirono a livello nazionale, è stato decisivo per formulare quelle nuove regole di “discriminazione territoriale” che fanno tanto discutere in quanto, diciamolo serenamente, scritte apposta per contrastare l’accanimento cronico ai danni di Napoli. E così, a un anno di distanza, il ritorno a Torino porta il sequel, con l’ennesimo autogoal juventino: cori marcati e squalifica delle curve voluta, cercata e trovata. Complimenti alla Juventus per la forza della sua squadra e per l’ignoranza della sua tifoseria.
La partita di calcio è persa ma quella per la dignità è vinta, almeno sotto il profilo delle norme. Non che la rappresentanza della tifoseria azzurra sia stata irreprensibile nella reazione (nessuna tifoseria italiana lo è), ma la squalifica delle curve bianconere, anche se inseguita dai colpevoli, segna la vittoria di una battaglia condotta a lungo. Vinta non oggi, ma un anno fa, grazie ad Amandola.

La rivolta del mandolino discriminato
Angelo Forgione – Mandolinisti sul piede di guerra per chiedere che anche il mandolino possa essere studiato nelle scuole medie con indirizzo musicale. Il Decreto Ministeriale n. 201 del 6 agosto 1999, infatti, dispone l’insegnamento di diversi strumenti, tra i quali però non c’è il mandolino. E così, i mandolinisti di tutta Italia si ritrovano impossibilitati a impiegare il proprio titolo di studio, di livello universitario, al pari degli altri colleghi, e vedono preclusa loro un’importante possibilità professionale. E i ragazzi neanche possono avviarsi a questo strumento, ormai ghettizzato e boicottato.
Ma come è possibile che l’Italia voglia cancellare in tutti i modi la sua cultura? In questo caso, quella musicale. Il mandolino non è solo uno strumento della tradizione napoletana, come il decreto vuole intendere, ma più ampiamente italiana. Oltre al napoletano, esiste anche il milanese, il romano, il siciliano, il padovano e il senese. È uno strumento nobilissimo e apprezzatissimo nel mondo, studiato e suonato con passione in Giappone, Germania, Francia, Spagna e altri paesi in cui esistono orchestre di mandolino, valorizzato nelle scuole di ogni ordine e grado. Per mandolino hanno scritto Vivaldi, Beethoven, Mozart, Paisiello, Verdi, Rossini, solo per citare compositori tra i più noti. E invece accade che l’Italia lo consideri uno strumento folkloristico di Serie B, napoletano. Provate ad assistere dal vivo a un concerto per mandolini, e capirete che suono nobile e romantico possono ascoltare le vostre orecchie.
Il mandolino, come la pizza e gli spaghetti, è apprezzato nel mondo. Ma sono tutti elementi folclorizzati, e quindi sottoposti a un indegno vilipendio. Senza il mandolino, la musica napoletana non sarebbe la stessa, e non lo sarebbe quella italiana che da essa deriva. Cancellarlo è da stolti, da ignoranti. Perchè già la discriminazione è ignoranza, e quella anti-Napoli è ancor più grave.
Alla Reggia di Caserta si racconta (finalmente) il primo ascensore
Angelo Forgione – Made in Naples (che oggi è stato recapitato in dono a Rafael Benitez e ai coniugi De Laurentiis-Baudet) continua a ottenere autorevolezza di indagine. Col capitolo “la Protezione Civile e il Governo del Territorio” ho anticipato l’esperimento del CNR sulle tecniche edilizie antisismiche del periodo borbonico e ora apprendo che, in occasione del prossimo Natale, è stato inaugurato alla Reggia di Caserta un inedito percorso tematico guidato da storici dell’arte, dal titolo “I Borbone e la modernità”, che avrà nel suo itinerario la sorprendente “Sedia volante”, il primo vero ascensore con sistema di sicurezza utilizzato dalla Corte borbonica prima che Elisha Otis brevettasse un sistema analogo a New York. Il percorso permetterà di approfondire l’esperienza tecnologica e industriale del regno borbonico, argomento poco noto al grande pubblico ma ben descritto nel mio libro. La “Sedia volante” è nello splendido palazzo vanvitelliano dal 1845, realizzato da Gaetano Genovese, e il suo modello è lì da anni. Ora, finalmente, è stato inserito in un percorso didattico per valorizzarlo e farlo conoscere al mondo.
Anche l’Economia Civile di Antonio Genovesi, ben trattata in Made in Naples e proposta come unico paradigma economico in grado di dare soluzioni concrete per il futuro dell’economia, dello sviluppo e dell’occupazione, dopo il recente convegno di Roma “Ragioni e sentimenti civili per un’economia ed una politica dal volto umano. La lezione di Antonio Genovesi“, sta per essere ridiscussa all’Istituto Lombardo – Accademia di Scienze e Lettere di Milano. Il 14 novembre, infatti, si terrà il convegno internazionale “Antonio Genovesi maestro degli economisti lombardi nell’età dell’Illuminismo“. L’invito informa che “nel 2013 ricorre l’anniversario dei trecento anni dalla nascita di Antonio Genovesi (1713-1769), il fondatore napoletano della scuola italiana di Economia civile, oggi rivalutata molto in ambito culturale e scientifico, e non solo in Italia. (…) Gli economisti dell’Illuminismo lombardo hanno mostrato rara efficacia nel recepire e interpretare prontamente il messaggio di Genovesi.” Non solo i lombardi, aggiungo io.


Venerdì 15 novembre, alle ore 19, appuntamento alla libreria Mondadori del c.c. “Vulcano Buono” di Nola con Made in Naples. Colloquia con l’autore del libro la corrispondente de Il Mattino (redazione Caserta) Nadia Verdile.
