Angelo Forgione – Il presidente dei Consiglio Enrico Letta, in un incontro sulla semplificazione normativa nel programma del summit dei capi di Stato e di governo dell’Ue, ha affermato che «bisogna lavorare affinché l’Italia non sia guardata più come il Paese più burocratico e borbonico».
Un classico modo di comunicare con quell’aggettivo dall’accezione sbagliata e offensiva della Storia del Sud che ormai non regge più. Traggo dal “passepartout” Made in Naples la già pronta risposta:
Sono stati i Savoia a governare l’Italia piemontesizzata per circa ottantacinque anni, non i Borbone. Dunque, può mai essere borbonico il retaggio governativo della Nazione italiana? La burocrazia italiana non è borbonica ma, semmai, figlia di quella sabauda e piemontese instaurata negli anni del Regno d’Italia, esasperata e finalizzata alla sparizione di soldi pubblici. Un modo d’intendere l’amministrazione statale da cui derivò una sfrenata “creatività” tributaria a Torino e la necessità di unirsi con chi aveva i conti in ordine e poche tasse. Perché, dopo il 1855, il Regno di Sardegna non compilò più il bilancio statale? Forse “per oscurare le informazioni”, come denunciò nel 1862 l’economista Giacomo Savarese. Fu questa l’origine del debito pubblico italiano, prettamente piemontese, come conferma la ricerca Un’Italia unificata? – Il Debito Sovrano e lo scetticismo degli investitori di Stéphanie Collet, pubblicata nel luglio 2012.
Magari l’Italia fosse considerata borbonica all’estero! Avrebbe ancora il rispetto perduto e che è ancora vivo per Napoli nelle corti europee esistenti per le quali la città è vista ancora come una capitale, più capitale delle capitali d’Italia Torino, Firenze e Roma.
Chissà poi cosa pensano di certe affermazioni i colleghi spagnoli di Letta. A giudicare dai radiosi sorrisi dei Borbone-Spagna alla parola “napoletano” pronunciata da Riccardo Muti (clicca qui per vedere) nel corso della consegna del “Premios Príncipe de Asturias” a Oviedo, tutto questo sdegno proprio non si avverte.
Napoli sfila contro i roghi tossici
mobilitazione generale… o quasi
Angelo Forgione – È tutto pronto per la prima grande protesta napoletana contro i velenti tossici che hanno inquinato le campagne tra Napoli e Caserta. Piazza Dante sarà il punto di ritrovo da cui, alle 16, partirà il corteo che attraverserà via Toledo per volgere al Plebiscito.
È la prima manifestazione di piazza in calendario nel capoluogo di regione e precede quella fissata per il 16 novembre con raduno a piazza Bovio. L’accavallamento nasce da differenti vedute dei due nuclei organizzativi, uno facente riferimento ad Angelo Ferrillo di “La Terra dei Fuochi” e l’altro alla coppia Don Patriciello/Marfella. Divergenze sulla questione sono alla base della disarmonia, con Ferrillo che rimprovera a Marfella di aver avallato il cosiddetto “Patto per la Terra dei fuochi”, un accordo tra Ministero degli Interni, Regione Campania, Anci e Amministrazioni Provinciali e Comuni di Napoli e Caserta che prevede lo stanziamento di 5 milioni di euro da parte della Regione Campania per il monitoraggio del territorio e la prevenzione degli incendi tossici dolosi. Per Ferrillo, questa somma sarebbe insufficiente e getterebbe fumo negli occhi nei cittadini che chiedono interventi dall’alto. Il risultato è che Marfella e Don Patriciello saranno alla manifestazione del 16 ma non a quella odierna.
In simili condizioni è impossibile sperare in una manifestazione unica e ai cittadini, quelli che non sono interessati al merito della diatriba ma vogliono solo partecipare ad una protesta sacrosanta, toccherà presenziare ad entrambe le marce. Del resto, nello scenario drammatico in cui si manifesta una rabbia che cresce sempre più, conoscere le due correnti è si importante ma non fondamentale. Ciò che è davvero cruciale è che la gente sappia la verità sul problema, sappia cioè che chi ha deciso questo lento genocidio che si consumerà da qui a cinquant’anni si sta nascondendo dietro la camorra. La gente non deve essere distratta dalle perniciose divisioni delle vittime designate.
Ieri, ad Orta di Atella, in occasione della presentazione del nuovo libro di Pino Aprile Il Sud puzza – Storia di vergogna e d’orgoglio, si è vissuta una serata intensa all’insegna della condivisione delle esperienze dei vari territori del Meridione che soffre: comitati cittadini campani, pugliesi, siciliani, calabresi e lucani, uniti nella lotta all’inquinamento ambientale e all’illegalità, e rabbiosi verso lo Stato troppo distante. Sul palco, tra gli altri, hanno raccontato le loro esperienze i genitori di bambini morti per avvelenamento, del Casertano come del Tarantino. A sostenere i promotori del corteo del 16 novembre anche un energico e carismatico Don Patriciello, testimone della scollatura tra i Palazzi del potere e la strada. Il parroco si è tolto qualche sassolino dalle scarpe rispetto all’intervista radiofonica fattagli da Giovanni Minoli il giorno precedente: «Continuava a dirmi “però voi, però voi… voi dov’eravate, perché non denunciavate? Ma dove potevamo stare noi cittadini nel cuore della notte? Ed è stato scorretto perché mi chiedeva di denunciare i particolari e quando qualcuno l’ha fatto gli ha detto di assumersene le responsabilità. È mai possibile che questa Italia, la migliore, deve chiedere, bussare, implorare ancora, dopo centocinquant’anni?». Purtroppo, in una serata così significativa, quasi perfetta, è ancora una volta mancato il racconto chiaro della verità sul “triangolo della morte” che Patriciello, la stessa persona che fu redarguito dall’ex prefetto di Napoli per aver chiamato “Signora” l’omologa casertana, ha fatto comunque intuire raccontando il suo incontro con il Presidente Giorgio Napolitano, la sua richiesta di cancellare la distanza tra cittadini e istituzioni. In quell’occasione gli rivolse anche il ringraziamento a nome della Campania per la vicinanza alle famiglie orfane di bambini deceduti a causa di varie neoplasie. Il nodo da sciogliere in questa battaglia epocale è proprio questo, e sarà impossibile vincerla se chi ha deciso di farsi leader non farà un salto in avanti nella comunicazione e nella divulgazione della verità, che ancora una volta è proposta in questo spazio informativo. La gente deve guardare in faccia al nemico per poterlo abbattere, senza distrarsi e indebolirsi come lui vuole. I leader sono importanti, ma ciò che fa forza è solo l’unione del popolo, vero detentore della protesta, purché consapevole. A iniziare da oggi.
Beneficenza e Cultura a Napoli con Carlo di Borbone
A Napoli, l’Ordine Costantiniano di San Giorgio inaugura il 25 ottobre, alla presenza del Principe Carlo di Borbone-Due Sicilie, un poliambulatorio specialistico gratuito in alcuni locali messi a disposizione dalla Reale e Pontificia Basilica di San Francesco di Paola in piazza del Plebiscito. La struttura funzionerà due giorni a settimana grazie al volontariato di otto medici, cavalieri o aspiranti cavalieri costantiniani. Cardiologia, Chirurgia, Dermatologia, Epatologia, Medicina interna, Nefrologia, Neurologia, Ortopedia e Pediatria sono i rami accessibili mattine e pomeriggi di tutti i martedì e giovedì.
L’Ordine Costantiniano di San Giorgio mette in campo diverse iniziative di solidarietà e la delegazione di Napoli e Campania, diretta dal marchese Pierluigi Sanfelice di Bagnoli, è impegnata concretamente sul territorio. «I volontari – dice Sanfelice di Bagnoli – hanno contribuito anche alle spese per l’allestimento». Il Gran Maestro dell’Ordine, S.A.R. Carlo di Borbone-Due Sicilie, non ha voluto mancare a questo nuovo appuntamento che fa parte dei solenni festeggiamenti per i diciassette secoli di vita dell’antico Ordine cavalleresco, che lo stesso Carlo ha voluto fossero caratterizzati da sole iniziative umanitarie. Il principe ereditario resterà in città per recarsi nel pomeriggio di Sabato al Comando dei Vigili del Fuoco cui donerà la medaglia d’oro per lo stendardo dei decorati al valor civile del Corpo, e conferirà medaglie di benemerenza ai componenti la Fanfara del Corpo, che non tutti sanno essere nato nel 1810 come “Compagnia de’ pompieri” di Napoli. La “Fanfara dei Civici Pompieri di Napoli” veste l’antica uniforme borbonica del primo nucleo di inizio Ottocento.
Carlo di Borbone-Due Sicilie sarà poi all’ “Archivio Storico” al Vomero per inaugurare la mostra di incisioni sulla verità storica firmata dal maestro Gennaro Pisco, per poi presenziare alla presentazione del nuovo libro di Pino Aprile Il Sud puzza – Storia di vergogna e d’orgoglio. In serata sarà infine ospite d’onore al teatro “Salvo d’Acquisto” presso i Salesiani per l’evento celebrativo del ventennale del Movimento culturale Neoborbonico, fondato da Riccardo Pazzaglia e Gennaro De Crescenzo il 7 Settembre 1993. Per l’occasione sono già esauriti gli ottocento posti del teatro in cui si esibiranno Eddy Napoli, Paolo Caiazzo e Gianni Aversano con Napolincanto. Previsti riconoscimenti per alcune personalità che hanno contribuito alla rivisitazione e rivalutazione della storia di Napoli e dei Borbone.
tratto da Made in Naples (Magenes, 2013), pag. 296:
[…] E resta anche qualcosa di meno evidente: mentre gli eredi Savoia si spendono in scandali e comparsate televisive, i discendenti Borbone, attraverso il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, che è patrimonio di famiglia, si producono silenziosamente in assistenza, beneficenza e solidarietà a livello internazionale, onorando la vera nobiltà europea d’Italia che è anch’essa napoletana […]
Napoli culla del cinema e del doppiaggio italiano
Angelo Forgione – È una storia tutta da raccontare quella del cinema italiano, che parte dal tramonto dell’Ottocento, quando Napoli abbracciò con gioia la nascita della “pellicola”. I primi film muti dei fratelli Lumière furono proiettati a fine secolo nel Salone Margherita e anche Napoli ne fu protagonista dopo che Loius e Auguste filmarono, nel 1898, il lungomare di via Santa Lucia prima della costruzione del nuovo rione umbertino, una pulitissima e ordinata via Toledo e altre immagini di una città animata da carretti trascinati da asini, carrozzelle e autobus a trazione animale.
Sulla scia dell’apertura del primo Cinematografo in Francia, datato 1902, fiorirono a Napoli venti sale cinematografiche; la più significativa fu quella storica del 1905, quando a piazza Municipio fu inaugurato il Cinematografo Parlante, poi Salon Parisien, che anticipò il Radium Cantante di Roma dell’anno seguente, rendendo Napoli la città cinematograficamente più importante del regno d’Italia. Nel 1908, esistevano in Italia sette riviste specializzate di cinema e ben sei erano pubblicate a Napoli. Nel 1911 divennero undici su ventotto nazionali.
Episodi di doppiaggio pionieristico sono descritti nel libro Tradurre per il doppiaggio (Hoepli, 2005), in cui si legge che Il cinema Iride di Napoli ingaggiò Antonio Jovine e Giuseppina Lo Turco per doppiare Il fu Mattia Pascal. I due doppiatori si sistemarono accanto allo schermo con megafono in mano e, seguendo i movimenti delle labbra degli attori, recitarono le didascalie che avevano imparato a memoria. Il pubblico era per lo più analfabeta e la lingua di doppiaggio era il dialetto.
Anche la produzione di pellicole iniziò a proliferare a Napoli, a partire dal lavoro dei fratelli Troncone, pionieri dell’industria cinematografica con la Partenope Film del 1906. Il Vomero fu la Hollywood italiana e vi sorsero tutte le primissime case di produzione cinematografiche d’Italia. Giuseppe Di Luggo fondò nel 1912 la Polifilms, ceduta per difficoltà economiche a Gustavo Lombardo nel 1919, imprenditore napoletano della distribuzione che creò, sempre al Vomero, la Lombardo Film, poi rinominata Titanus, una delle maggiori realtà dell’industria cinematografica italiana. Tra il 1924 ed il 1925 più di un terzo dei film italiani fu prodotto sotto il
Vesuvio, con soventi espressioni dialettali. Lombardo realizzava la sua produzione cinematografica in un capannone oggi scomparso, rilevato da Di Luggo e ubicato all’incrocio tra via Cimarosa e via Aniello Falcone. Oggi una lapide, apposta su un fabbricato del dopoguerra, al n.182 di via Cimarosaì, ricorda la presenza in quel luogo della prima “Cinecittà” italiana. Per le scene in esterna, la Titanus aveva disponibilità del giardino di Villa De Gaudio, ubicata nel luogo dove oggi è la FNAC di via Luca Giordano e di proprietà dell’amico Giovanni De Gaudio, fondatore del glorioso teatro Diana. Le pellicole venivano lavorate nella Eliocinegrafica di via Tito Angelini. Alla fine degli anni Venti, la Titanus si trasferì a Roma, dove i forti incentivi del governo fascista richiamarono il mondo della celluloide. Con l’avvento del Fascismo, la lingua unica doveva essere l’italiano e l’interesse del Regime per lo strumento cinematografico, utile alla propaganda, produsse nel 1931 un legge per accentrare la produzione nazionale nella capitale, marginalizzando la produzione napoletana. Lombardo, a Roma, adottò lo scudo come emblema, facendo crescere lì la mitica Titanus, con cui lanciò Totò sul grande schermo. Tra le due guerre, in un periodo di grande crisi anche per il cinema nazionale, la salernitana Elvira Notari, la prima regista donna del cinema italiano, antesignana del Neorealismo, creò il filone partenopeo girando pellicole basate su famose canzoni, sceneggiate, romanzi e fatti drammatici realmente accaduti in città. Le pellicole della Notari che proponevano ambienti napoletani stereotipati vennero posti sotto censura per offesa della dignità partenopea. Al regime, che intendeva restaurare i fasti della Roma imperiale, non piaceva l’umanità plebea e non tollerò film con posteggiatori, scugnizzi e vicoli con panni stesi in cui si parlava in napoletano. Mentre in Italia si censuravano i dialetti, i film napoletani venivano esportati, spesso clandestinamente, negli Stati Uniti e in Sudamerica, a gran richiesta delle comunità italiane.
Il primo cinema non riuscì a incollare gli spettatori alle grezze immagini proiettate sulla tela. Napoli poteva però offrire la sua creatività per rendere gli spettacoli più godibili. In città, la tradizione napoletana del canto era già stata applicata alla recitazione sul finire dell’Ottocento, dando vita al Varietà, fatto da cantanti, macchiette, ballerine e soubrette. E così, negli anni Trenta, alcuni esercenti pensarono bene di abbinare alle proiezioni dei film degli spettacoli dal vivo. Le compagnie napoletane del Varietà si adattarono e abbreviarono i loro spettacoli che, come si può leggere su Made in Naples (Magenes, 2013), “andarono a precedere i film, inserendovi anche attori comici e caratteristi. Fu partorito il Teatro d’Avanspettacolo, in cui si misero in mostra artisti geniali come Eduardo Scarpetta, Raffaele Viviani, Totò, Eduardo e Peppino De Filippo.”
Crollato il fascismo, il palcoscenico umano di Napoli, ideale per rappresentare drammi e passioni, riprese ad essere tra i più attraenti per il cinema italiano, ospitando decine di commedie all’italiana. La tradizione è proseguita con l’oplontino Dino De Laurentiis, zio dell’attuale presidente del Calcio Napoli, che, per destino, è ripiombato da Roma nei destini dell’intrattenimento partenopeo.
Corteo a Modena contro i veleni in Campania
Pubblichiamo il comunicato stampa a firma “Coordinamento comitati fuochi” di Modena e Bologna inviato dalla “nostra” Valentina Pascariello.
Da oltre vent’anni la Campania è lo sversatoio di pericolosissimi rifiuti tossici provenienti da tutta Italia. I risultati di questa scellerata operazione criminale, che vede alleati criminalità organizzata, istituzioni colluse, massoneria e grande industria settentrionale, stanno emergendo in statistiche sempre più allarmanti che raccontano di un aumento di tumori dell’80% in Campania rispetto alla media nazionale.
Ma parliamo soprattutto di famiglie falcidiate, di bambini che non ci sono più e di tantissimi giovani dalle vite improvvisamente spezzate.
Lontani dalla propria terra, ma non per questo insensibili al grido di dolore che vi si leva, siamo semplicemente un gruppo di campani che ha deciso di fare qualcosa, con l’intento di mostrare solidarietà alle popolazione della Terra dei Fuochi e di sensibilizzare le opinioni pubbliche dove viviamo sul dramma che si sta consumando. Perché il problema della Terra dei Fuochi è un problema nazionale che ci riguarda tutti!
Per questo, domenica 3 novembre, si terrà il primo corteo di questo tipo organizzato nel Nord Italia. Ci riuniremo a Modena, dove alle ore 10 dal parco Novi Sad prenderà il via un corteo funebre che sfilerà silenziosamente per la via Emilia, fino a piazza Grande.
In occasione della commemorazione dei defunti ci sarà il ricordo di chi è andato via troppo presto ma soprattutto il rumoroso silenzio di chi non ci sta a vedere la propria terra morire, nell’indifferenza del resto del paese e delle istituzioni italiane.
Siete quindi tutti invitati ad unirvi a noi, in fraterna amicizia: un invito che è aperto non solo a chi è originario di quelle terre offese ma a chiunque abbia a cuore la Verità, la Giustizia e la VITA, diritti fondamentali di ogni uomo.
L’ombrello di Maradona? Come il ghigno di Bocca.
Fazio nella bufera. Troppo permissivo con Dieguito… come con lo scrittore
Angelo Forgione – Il gestaccio di Maradona a “Che tempo che fa” è deflagrato ben oltre il tonfo generato dall’impatto della sua mano sinistra sull’avambraccio opposto, ed era prevedibile. Sterile entrare nel merito del giudizio della plateale mimica, che si commenta da sé, e di tutte le reazioni politiche che ne sono conseguite. È forse più utile, se possibile, offrire un diverso spunto ad un dibattito di fatto improduttivo e affrontato da tutti alla stessa maniera: Maradona irriverente, Fazio buonista, pubblico vergognoso. Va benissimo, gesti del genere in tivvù non si fanno perché diseducativi, e siamo tutti d’accordo, ma, allo stato delle cose, al mondo politico fa comodo un Maradona fuori dal recinto, spintovi dai continui blitz che lo accolgono nel “Bel Paese”, per spostare l’attenzione su problemi fittizi e proiettare l’immagine di un Paese che lotta efficacemente contro l’evasione fiscale, come se fosse quella l’unica piaga che l’ha ridotto in ginocchio. La stessa tempestività di intervento contro il gesto del fuoriclasse argentino andrebbe usata contro gli evasori fiscali d’Italia, seriamente, e per mettere in campo soluzioni vere alla staticità del Paese, schiacciato da una pressione fiscale senza precedenti. Ma se i politici se la sono presa con Dieguito, anche Fazio non se la sta passando bene in queste ore, reo di non aver censurato verbalmente il gesto maradoniano e aver consentito l’applauso del pubblico. Il conduttore ha capito subito che le cose, per lui, si stavano mettendo male. Era già parso in difficoltà di fronte alla sfrontatezza di Maradona che nella tivvù di Stato si scontrava contro Equitalia. E quando è arrivato pure Gianni Minà a spalleggiare il re del calcio, l’imbarazzo è stato evidente. «Io spero che l’avvocato di Maradona – ha detto Minà – vinca questa battaglia perchè questa storia di Maradona con Equitalia è di quelle che ci lasciano perplessi». Fazio, ormai alle corde nell’angolo dello scomodo ruolo in cui si trovava, lo interrompeva facendo leva sulla volontà di chiarire da parte di Maradona.
Non è la prima volta che episodi controversi si verificano nel suo salotto senza essere da lui stigmatizzati, con conseguenti reazioni di approvazione del pubblico in studio e disapprovazione a casa. Successe anche quando, qualche anno fa, Giorgio Bocca fu verbalmente violento nei confronti di Napoli e Palermo (clicca qui), indicando come soluzione ai problemi del Sud il “forza Etna, forza Vesuvio” di stampo leghista, cui fece seguire un ghigno beffardo. E anche in quell’occasione il pubblico presente si beò di cotanta irriverenza e la sottoscrisse con un sonoro applauso. Le critiche di oggi a Maradona e Fazio sono ben diverse dal silenzio di allora, ma la dinamica è perfettamente la stessa. Basta applicare il commento al gestaccio espresso da Marino Bartoletti (clicca qui) durante il Processo del Lunedì alle parole di Giorgio Bocca per notare che le situazioni sono sostanzialmente analoghe. Stessa irriverenza, seppur in forme diverse, stessa permissività, stessi applausi. Dobbiamo pensare che se un argentino sregolato sfida l’Italia, l’Italia si indigna, mentre se un settentrionale inquadrato offende il Meridione, per l’Italia è normale?
Made in Naples, ecografia della città
Raffaele Bussi per Il Mondo di Suk – È un’ecografia della città di Napoli, ci riferisce Jean-Noël Schifano nella prefazione, l’ultima fatica letteraria di Angelo Forgione Made in Naples che la casa editrice “Magenes” (Milano, pagg. 320, euro 15) ha di recente pubblicato. Città fedele a se stessa da sempre Napoli, a parere di Forgione, l’unica in Europa rimasta a un’epoca premoderna. Una città che conserva e rivendica le tradizioni, la cultura e le radici visibili nelle antiche strade, nei vecchi palazzi, nell’assetto urbanistico dei suoi quartieri che neppure “la cementificazione selvaggia degli anni 60” è riuscita a distruggere.
Angelo Forgione dipinge Napoli capitale del regno delle due Sicilie, capitale di quel meridione abbandonato che la dominazione borbonica aveva saputo riportare al suo antico splendore oscurato, nel secolo successivo, dall’ altra Italia, quella del Nord, che grazie all’accondiscendenza dei Savoia “aveva inaugurato l’esecrabile commistione tra finanza e politica”, atta a incrementare l’Italia del nord a discapito di quella del sud. Era forse questa l’Unità d’Italia? – si chiede l’autore, che scandaglia la Storia attraverso le cinque rivoluzioni borboniche, quella culturale, architettonica, industriale, alimentare edigienica per poi soffermare l’attenzione sulla favolistica, sull’opera e la musica sacra, sulla canzone, sulla tolleranza e le pari opportunità, sulla previdenza sociale, protezione civile e governo del territorio, igiene ambientale e raccolta differenziata, sull’economia civile e bancaria per concludere la ricognizione su aspetti della napoletanità (il caffè, la pasta, la pizza, la mozzarella di bufala, il Presepe, la musica sacra popolare, il lotto e la tombola) per arrivare alla conclusione che Napoli è stata città europea prima di altre, dove l’Europa è passata prima che altrove.
Ma l’anarchia, la maleducazione civica, il disinteresse per gli spazi pubblici, l’abusivismo, la delinquenza spicciola e quella organizzata tutto quel che deprime la società napoletana, disoccupazione a parte, ha segnato negativamente una città prestigiosa quale Napoli, mali addebitabili a grandi e reiterati errori del passato che hanno penalizzato sempre il suo popolo, non per questo sollevabile dalle sue responsabilità. Vi sono due storie, ci ricorda Forgione, quella ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad usum delphini, poi quella segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti , una storia vergognosa dalle illusioni perdute, per dirla con Honoré de Balzac. Angelo Forgione sostiene la tesi di Balzac, la fa propria e comincia la sua ricerca indagando nella storia occulta e confusa di Napoli, troppo interessante e decisiva perché i suoi avvenimenti potessero sfuggire alle manipolazioni narrative.
L’intento è attualizzare ciò che è accaduto nel passato e descriverlo per come si manifesta nel presente, purificandolo dal rancore, decodificando quindi la realtà di ieri per capire quella di oggi. L’autore ripercorre nel suo viaggio nel tempo la storia di Napoli nella sua evoluzione storico-culturale; si sofferma e analizza il periodo che va dalla seconda metà del ’700 alla seconda metà dell’800 anni di grandi e significative trasformazioni di ogni genere che mutarono radicalmente l’aspetto di Napoli sia dal punto di vista urbanistico che da quello sociale. Esamina con cura particolare, da cui emerge una profonda sofferenza, gli anni che vanno dalla seconda metà dell’800 ai giorni nostri, ne analizza la lenta e inesorabile decadenza. Certo Napoli capitale non è più, non primeggia più, offre all’umanità assai meno rispetto al passato, è piegata su di sé, fa fatica enormemente a riprendersi dai suoi affanni e dalla sua sciattezza mentale.
Forgione espone le sue tesi con forza e rigore, frutto di una ricerca accurata e decisamente ricca di documenti autentici che sono regolarmente citati nell’opera. L’argomentazione risulta quindi rigorosa, talvolta polemica, ma non pesante, riuscendo a creare un certo equilibrio tra le parti, sezionando il libro in capitoli. Ciascuno capitolo sviluppa un’area tematica diversa e si snoda secondo una sequenza cronologica ben definita. Le tesi sostenute sono sempre supportate da uno spirito critico lucido e razionale che gli consente di analizzare ed esporre la difficile realtà napoletana.
Il testo storico è contemporaneamente intrigante perché ricco di scoperte, curiosità, eventi, particolari sconosciuti o quasi che hanno caratterizzato e caratterizzano ancora la civiltà partenopea attraverso un linguaggio chiaro, ricco di incisi napoletani, prerogativa che rende il testo di piacevole lettura e adatto a un pubblico motivato e variegato.
La pasta di Gragnano ufficialmente IGP
La pasta di Gragnano, discendente diretta del polo pastaio sorto tra fine Settecento e inizio Ottocento tra Napoli, Portici, Ercolano e Torre Annunziata, regalando al mondo la Pasta di Grano Duro (su Made in Naples), diventa ufficialmente IGP dopo l’attribuzione formale del 2010.
La civilizzazione napoletana continua.
Roma-Napoli, la verità sul gemellaggio interrotto (dai romanisti)
Non fu il gesto di Bagni il pomo della discordia ma l’appartenenza di Giordano.
(articolo scritto prima della morte di Ciro Esposito per gli scontri a Roma del 2014)

Angelo Forgione – Napoli e Roma. I rapporti storici tra le due città vicine sono sempre stati stretti e, talvolta, amichevoli. Basti ricordare che le Due Sicilie e lo Stato Pontificio furono legati da un profondo cattolicesimo e che Papa Pio IX, durante il suo esilio per la Repubblica Romana, fu ospitato per un anno e mezzo da Ferdinando II nei territori di Napoli, prima a Gaeta e poi a Portici.
Anche nel calcio, la partita Roma-Napoli conserva significati particolari. È detto il “derby del Sole”, il Centro-Sud che si oppone all’antico potere del Nord-ovest, il confronto dei due vessilli dell’identità territoriale più radicata, di due popoli per certi versi simili ma che oggi sono in aperta inimicizia calcistica. La storiaccia perdura da più di venticinque anni, ma prima, per più di un decennio, le due tifoserie si erano strette in un bellissimo gemellaggio, il più bello di sempre, e anche la nomenclatura storica dei gruppi delle curve lo sottolineavano: il Commando Ultrà Curva Sud della Roma andava a braccetto col Commando Ultrà Curva B del Napoli. I due nuclei si scambiavano bandiere al centro del campo, sfilavano sulle piste d’atletica degli stadi delle due città, gridavano il nome dell’avversaria durante gli incontri, adottavano cori comuni e si ospitavano a vicenda nelle rispettive curve. Fiumi di romani scendevano festanti a Napoli e la marea napoletana saliva a Roma, tutti ostentando serenamente i propri colori. Roma-Napoli era la più grande festa del calcio italiano!
Nei secondi anni Ottanta, quando si sono invertiti i rapporti di forze e a sfidare le grandi del Nord si et proposto il Napoli di Maradona, l’amicizia si è improvvisamente rotta. Responsabilità addossata, per errore, sulle spalle di Salvatore Bagni, autore di un sgarbo alla fine dell’incontro dell’Olimpico nella stagione 1987-88. Carico di adrenalina il guerriero azzurro dopo che Pruzzo aveva portato in vantaggio i giallorossi. L’arbitro aveva espulso i napoletani Careca e Renica, e il Napoli aveva pareggiato in nove uomini con un’inzuccata di Giovanni Francini su corner di Dieguito. “Tore” si recò sotto la curva Sud e fece il gesto dell’ombrello. Apriti cielo!
Ma perché il numero 4 azzurro si lasciò andare a quel gesto? La tradizione orale, in ogni storia, rende spesso verità qualcosa che non lo è. Quel gestaccio ci fu, e Bagni continua a scusarsene, ma il particolare trascurato è che il gemellaggio era già rotto di fatto quando lo fece.
Il popolo azzurro gioiva per lo scudetto cucito al petto degli Azzurri ma veniva da anni di bocconi amari ingoiati, quando si era mostrato ben contento di sostenere la Roma di Liedholm nella corsa al titolo contro la Juventus nei primi anni Ottanta. Con l’arrivo di Maradona in maglia azzurra, gli equilibri erano mutati e, per puntare allo scudetto, il Napoli aveva ingaggiato nell’estate del 1985 anche il bomber Bruno Giordano, bandiera della Lazio. L’astio per l’ex laziale fu più forte dell’amicizia coi napoletani.
Era il 26 ottobre 1986 (guarda il video): il Napoli, quello che avrebbe vinto il primo storico tricolore, salì a Roma col solito seguito infinito di sostenitori. Previsto il rituale gemellaggio con scambio di vessilli e giro di campo, ma dalla Curva Sud si alzarono cori contro Giordano, già beniamino dei partenopei. Dalla Nord, che accoglieva i tifosi ospiti, partì una timida risposta indirizzata alla bandiera romanista Bruno Conti. Una crepa si aprì nei rapporti tra le due frange. La partita scivolò via serenamente, dentro e fuori dal campo, nonostante l’intera posta portata a casa dal Napoli con un goal di Maradona, imbeccato proprio da Bruno Giordano.
Il 25 ottobre 1987 (guarda il video), 364 giorni dopo l’apertura della prima crepa, il Napoli tornò all’Olimpico fregiato di tricolore. La Roma non era più la forte squadra capace di lottare per lo scudetto. Valori capovolti, anche grazie al contributo di un purosangue laziale. L’armonia tra le tifoserie era ormai guastata, ma si provò comunque a celebrare la recente amicizia. Prima della partita, i due portacolori si incontrano nel cerchio di centrocampo. Da lì, iniziarono a correre in direzione della Curva Nord, occupata dai napoletani, tutti insieme a urlare forte “Roma… Roma…”. Poi verso la Sud romanista, per il rituale dello scambio delle bandiere. Il tifoso napoletano non sentì partire il coro “Napoli… Napoli…”, eppure porse ugualmente lo stendardo al romanista, il quale lo mandò platealmente al diavolo con un gesto inequivocabile, dando il via a inaspettati e sonori fischi della marea giallorossa e al lancio di oggetti verso il malcapitato, evidentemente vittima di un tranello. Il portabandiera azzurro capì e riportò indietro lo stendardo, mentre i napoletani, ignari di cosa fosse realmente accaduto dall’altra parte dello stadio, continuavano a inneggiare alla Roma. Non compresero lo sgarbo finché non fu spiegato dallo sfortunato compagno.
In partita, al goal di Pruzzo, partirono gli insulti napoletani verso gli ex amici. La tensione salì, le espulsioni di Careca e Renica l’acuirono, e l’insperato pareggio di Francini fece esplodere la tifoseria partenopea, cui seguì tutto il più volgare sfogo di Salvatore Bagni sotto la Curva Sud. Maradona e gli altri Azzurri andarono invece verso la Nord per donare le loro sudatissime maglie ai napoletani. Da quel giorno i romanisti si allinearono ai cori razzisti delle tifoserie nordiche; anche per loro, apparentemente d’improvviso, i napoletani puzzavano e meritavo un’a’ardente lavata vesuviana. Il Napoli, non più cenerentola del campionato ma squadra in grado di tenere testa a Milan, Inter e Juventus, pulsava anche col cuore laziale di Bruno Giordano, amato dai tifosi partenopei. Fu di fatto lui il vero pomo della discordia. E poi con il gran cuore quello di Maradona, il fuoriclasse che fece vincere il Napoli e minacciò di farlo vincere ancora. Nell’ottobre del 1989, durante un Roma-Napoli disputato allo stadio Flaminio per l’indisponibilità dell’Olimpico, in rifacimento per i Mondiali italiani, i cori razzisti dei romanisti contro i napoletani piovvero esattamente il giorno dopo una storica marcia antirazzista per le strade della Capitale, la prima grande manifestazione nazionale contro il razzismo in Italia, promossa dopo l’omicidio dell’immigrato Jerry Masslo avvenuto due mesi prima. L’imbarazzo fu enorme, al punto da spingere la FIGC a introdurre la “discriminazione territoriale” nel Codice di Giustizia sportiva. Qualche mese dopo, nel giorno della finale del Mondiale ’90, l’odiato capopopolo di Napoli e carnefice della Nazionale italiana in maglia albiceleste, fu fischiato sonoramente dal pubblico dell’Olimpico durante l’esecuzione dell’inno argentino.
Più recentemente, un romanista doc qual è l’attore Massimo Bonetti ha raccontato il momento della rottura del gemellaggio tra romanisti e napoletani in un intervista concessa a Luca Cirillo per calcionapoli24:
“Io ricordo bene l’episodio che pose fine al bellissimo gemellaggio tra le due tifoserie, ero allo stadio. Andò così: partì il tifoso romanista dalla Curva Sud con la bandiera e si diresse verso la Nord strapiena di tifosi biancoazzurri napoletani. Quando arrivò lì ci furono applausi e cori per la Roma da parte loro, una cosa bellissima. Partito dalla Curva Nord quello napoletano, invece, una volta attraversato il campo e giunto alla Sud, prese fischi e bottigliette. Da romanista vero, doc, oggi chiedo scusa agli amici partenopei. Poi si è scritto del gesto dell’ombrello di Bagni ecc. ecc., ma quello è un episodio successivo e sicuramente, seppur deprecabile, fu la reazione adrenalinica dopo un gol che valeva un pareggio riacciuffato in netta inferiorità numerica, non certo la causa della fine di quell’amicizia. Spero che in futuro si possa ripristinare quel bel clima”.
Ricomporre la frattura, oggi, appare quantomai difficile, a testimonianza dell’ottusità di un mondo del calcio che è perfetta espressione delle pulsioni del Paese.
Polenta tossica e Pizza benefica, ma il cancro è una cosa seria
Studi scientifici del CNR di Napoli allertano sulla cancerogenità della polenta, mentre già in passato gli oncologi avevano certificato le proprietà antiossidanti del ragù e della pizza di Napoli. Il dibattito leggero a “la Radiazza” di Gianni Simioli con Sammy Varin di Radio Padania, Angelo Forgione e Francesco Borrelli è un’occasione per confrontarsi sulla più seria incidenza tumorale nel “triangolo della morte” in Campania e rimandare al mittente le responsabilità nascoste. Il leghista che non sa cosa ci sia nella polenta sa cosa c’è dietro l’avvelenamento campano?