Striscione contro De Laurentiis. Ma il vero fondatore del Napoli non è Ascarelli.

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Angelo Forgione La Curva B dello stadio San Paolo risponde al presidente Aurelio De Laurentiis sulla fondazione del Napoli. Nella partita di Europa League contro il Midtylland, esposto un vistoso striscione: «1 agosto 1926 Onore al vero fondatore Giorgio Ascarelli».
Il primo presidente, però, è Emilio Reale, che cedette la carica ad Giorgio Ascarelli nel 1925. Il fatto è che, come ho più volte evidenziato e pure scritto in Dov’è la Vittoria, il Napoli non è nato nell’estate del 1926 ma in quella del 1922, quando si realizzò la fusione tra Naples Foot-Ball Club e l’U.S. Internazionale Napoli e si costituì l’Internaples Foot-Ball Club, che scelse il colore azzurro. Nel 1925, Emilio Reale cedette la presidenza al facoltoso commerciante Giorgio Ascarelli, capace di garantire sicurezza al club. Quella squadra, in cui già giocava l’idolo Attila Sallustro, militava nella Lega Sud della Prima Divisione Nazionale, divisa appunto in due competizioni distinte del Nord e del Sud.
Nell’estate del 1926, il regime fascista, impegnato nel processo di “nazionalizzazione”, sancì l’unificazione delle leghe Nord e Sud in un’unica ‘Divisione Nazionale’, non potendo consentire che il Calcio italiano restasse spaccato e mostrasse disgregazione sociale. Fu quindi deciso che città come Napoli e Roma dovessero confrontarsi con Milano, Torino e Genova. Ma Mussolini non gradiva gli inglesismi, e il termine “Internazionale” ricordava l’Internazionale comunista, avversaria politica del Fascismo. Il presidente Ascarelli, di origine ebraica, suggerì la più opportuna adozione del nome italiano della città:

«Pur grati a coloro che sono stati la nostra matrice, l’importanza del momento e la maggiore dignità cui il nostro sodalizio è chiamato mi suggeriscono un nome nuovo, nuovo e antico come la terra che ci tiene, un nome che racchiude in sé tutto il cuore della città alla quale siamo riconoscenti per averci dato natali, lavoro e ricchezza. Io propongo che l’Internaples Foot-Ball Club da oggi in poi, e per sempre, si chiami Associazione Calcio Napoli».

In agosto, l’assemblea dei soci formalizzò semplicemente un cambio di nome di una società che esisteva dal 1922: da Internaples Foot-Ball Club ad Associazione Calcio Napoli. Il 2 agosto, la Commissione di Riforma dell’ordinamento della Federazione emanò ufficialmente la ‘Carta di Viareggio’, con cui nacque il campionato unito, e il 3 agosto l’A.C. Napoli ottenne l’affiliazione alla Lega Nazionale, presentandosi con un nuovo simbolo: il Corsiero del Sole, un cavallo rampante e sfrenato, emblema della città capitale dal XIII secolo. Esisteva già il sodalizio, esisteva già la maglia azzurra, esisteva già la rosa con Attila Sallustro, esisteva già un nome inglese, che fu semplicemente cambiato e italianizzato, accostato al simbolo del Corsiero del Sole. Non nacque nulla di nuovo. L’Internaples era nato nell’agosto del 1922. Il Napoli italianizzato nel nome aveva già 4 anni.
I risultati fallimentari della stagione (solo 1 punto in classifica) avrebbero trasformato il cavallo rampante in ciuccio malandato. Nel 1964, l’Associazione Calcio Napoli cambiò ancora denominazione, divenendo la Società Sportiva Calcio Napoli.

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articoli digitalizzati dell’agosto 1926

La mentalità perdente di Napoli secondo il fortunato Profeta di Fusignano

Angelo Forgione«Napoli perdente!». Ipse dixit Arrigo Sacchi, la cui carriera è in qualche modo legata al Napoli più vincente che vi sia mai stato. L’ex tecnico romagnolo ha sparato a zero sulla piazza partenopea nel giustificare, in un’intervista al quotidiano spagnolo AS, il fallimento (o presunto tale) di Benitez, suo pupillo, all’ombra del Vesuvio. Ed è bufera.
«A Napoli – ha detto l’ex allenatore – Benitez ha trovato una situazione non facile perché è una città che non ha mentalità vincente. Quella squadra non ha mai vinto niente di veramente importante. Maradona, il migliore giocatore che ho visto in campo, non ha alzato là neanche la Coppa dei Campioni. Neanche è arrivato ai quarti. Lavorare in un ambiente così è difficile».
C’è poco da risentirsi. Sacchi ha detto una sacrosanta verità. La mentalità vincente manca al Napoli, e manca a tutto il calcio centro-meridionale. È un problema radicale, nativo, che coinvolge tutto il movimento calcistico della parte del Paese non industrializzata. Più ci si allontana dalla produttività settentrionale e più il Calcio diventa poesia, sentimento. Roma, ad esempio: è una delle capitali europee meno vincenti nel Football, disciplina in cui la mentalità vincente è fiorita nei centri industriali del Vecchio Continente. È proprio l’applicazione dello spietato metodo imprenditoriale nel Calcio ad aver prodotto successi, lavorati come in catena di montaggio, da “accantonare” appena fabbricati, e fabbricati ad ogni costo, possibilmente il più basso. Se per l’icona bianconera Boniperti «alla Juventus vincere non è importante ma è la sola cosa che conti», anche a costo di festeggiare un Coppa dei Campioni con dei cadaveri all’esterno di uno stadio, un motivo ci sarà. Se per Berlusconi è prioritario ostentare sulle maglie del Milan una patch con le sette Coppe dei Campioni vinte, un motivo ci sarà. Se Massimo Moratti si è svenato di oltre un miliardo di euro nell’arco della sua quasi ventennale presidenza dell’Inter, pur di cancellare la fama di perdente che si era costruito, un motivo ci sarà. Le varie proprietà di Juventus, Milan e Inter coincidono nel tempo con la maggiore nomenclatura imprenditoriale italiana, quei Rizzoli, Agnelli (intere generazioni), Moratti (padre e figlio) e Berlusconi che hanno compreso il ruolo veicolante del Calcio per la creazione di identità moderne e produttive.
Napoli, che piaccia o no, è un’altra piazza, un’altra Italia. Solo 15 podi in 72 stagioni in Massima Serie (2 volte primo, 5 volte secondo, 8 volte terzo), e la sua tifoseria di oggi non tiene conto del dato storico, migliorato dall’azzurro di Maradona con 5 podi (5 trofei) e da quello del contestato De Laurentiis con altri 3 (3 trofei), i due più vincenti della storia. Roma non ha fatto meglio, coi 21 podi giallorossi (in 85 campionati) e i 13 biancocelesti (in 75 campionati). Risparmio al lettore la quantità di podi, non di scudetti, delle squadre di Milano e Torino.
Napoli, come Roma, è piazza che non sa vincere, perché ogni importante battaglia vinta non l’archivia immediatamente, come in catena di montaggio, ma si abbandona a lunghe euforie che abbassano la soglia di concentrazione rispetto ai successivi impegni in guerra. Napoli, come Roma, è piazza che non sa neanche più perdere, perché se ci lascia le penne è colpa di chi non fa qualcosina per appagare la convinzione di meritare di più, dimenticando tout court le svantaggiose condizioni economico-sociali del territorio.
Sacchi, dunque, ha ragione, e c’è poco da risentirsi. Ma quel poco ha il suo perché proprio nella figura di Sacchi, uno baciato in fronte dalla fortuna. Arrivato al Milan dalla provincia senza aver fatto nulla di straordinario oltre a rifilare due sconfitte al ricco e rampante Berlusconi. Uno che ha vinto tanto in rossonero, dando spettacolo, ritrovandosi addosso la fama di miglior allenatore italiano di tutti i tempi. Lo fece in soli tre anni, complice il tasso tecnico messogli a disposizione dall’allora Cavaliere e il temporaneo sfarinamento del Napoli più vincente della storia, che gli regalò uno scudetto e lo lanciò nell’olimpo della Coppa Campioni. È lì, nel torneo continentale più importante (e molto più facile di quello di oggi), che costruì il suo mito, visto che nei successivi 3 campionati italiani si piegò a Trapattoni, Bigon e Boskov. Sacchi introdusse l’esasperazione del ritmo e del movimento senza palla, ma soprattutto la figura del preparatore atletico, vero segreto che gli consentì di far correre i suoi più di tutti, prima di tutti. Quando quella figura fu adottata dall’intero scibile calcistico, Sacchi finì di veder sfrecciare i suoi in campo con una marcia in più. Se ne andò a guidare la Nazionale, e per poco non vinse un mondiale senza nulla fare e con un Baggio in più, macchiando la fama che si era costruito con quella nuova e meno lusinghiera del “cul de Sac”. Risultati assai modesti a seguire, anche in Spagna e poi ancora in Italia. Il troppo stress lo portò al ritiro. Magari frustrazione da insuccessi per un uomo che aveva vinto tanto in poco tempo, il signor nessuno divenuto “il profeta di Fusignano” e chiamato a dover dimostrare di essere un vincente. Chi lo aveva sostituito al Milan [Fabio Capello] vinse più di lui, senza prendersi alcuna benemerita etichetta.
Non che si intenda sminuire chi ha saputo dettare un cambiamento del Calcio, ci mancherebbe. Ma quel cambiamento fu attuato senza applicare la cultura della sconfitta. Il Milan di Sacchi sapeva vincere ma non perdere, e toccò livelli di fair-play molto bassi. Come non ricordare il pareggio-qualificazione della vergogna nei quarti di finale della Coppa Italia 1989/90 contro l’Atalanta grazie a un rigore guadagnato (e trasformato) con una rimessa in campo non restituita agli orobici, mentre Sacchi se ne lavava le mani e si prendeva le invettive del collega Mondonico. Come non ricordare quel Verona-Milan dell’Aprile 1990 che consegnò lo scudetto al Napoli, quando, dalla panchina, Arrigo urlò di tutto all’arbitro Lo Bello, costretto ad espellere lui e tre furibondi rossoneri. Il suo Milan chiuse nella vergogna il meraviglioso ciclo europeo la sera del 20 Marzo 1991 quando, sotto di un goal a Marsiglia, abbandonò il campo per lo spegnimento di un riflettore, presto riattivato. Eppure, Sacchi e il suo Milan, il fair-play e la cultura della sconfitta li avevano conosciuti proprio nel Maggio del 1988, espugnando il “San Paolo” e soffiando lo scudetto al Napoli. 80.000 napoletani si alzarono in piedi e tributarono uno scrosciante applauso ai vincitori (quello sì che era un pubblico che sapeva perdere). Due anni dopo, a parti invertite, da casa Milan piovvero solo veleni sul Napoli per la monetina di Bergamo, nonostante i 2 punti finali di vantaggio degli azzurri.
Cosa c’entra la mentalità vincente con la lealtà sportiva? C’entra, quando vittoria ad ogni costo significa calpestare l’etica. Sacchi frequenta oggi i salotti televisivi in qualità di opinionista, trasformandosi spesso a sproposito in educatore. Ha ragione a dire che a Napoli non c’è mentalità vincente ma è bene che non dimentichi che lo stimato Benitez ha fallito anche a Milano, con l’Inter, perché Moratti chiuse il portafogli dopo essersi svenato per vincere la Champions League. La crisi della raffinazione a livello europeo aveva avviato la spirale negativa dei bilanci in rosso della sua Saras. Sine pecunia ne cantantur missae. Se ne sta accorgendo anche l’ultimo Berlusconi, falciato dal lodo Mondadori. E se questo a Napoli è normale, a Milano lo è un po’ meno. A proposito di mentalità vincente.

C’è dell’azzurro nei cattivi pensieri bianconeri

Angelo Forgione – Sul profilo Facebook di Marco Storari, secondo portiere della Juventus, è spuntato un video dei festeggiamenti della Juventus nello spogliatoio dopo la partita contro il Real Madrid. All’improvviso (a 11 secondi) qualcuno pare gridare: “Napoli m…!”. Il video sta facendo discutere a tal punto che è stato cancellato dal profilo originale e ricaricato in formato ridotto, col taglio dell’urlo della discordia. La traccia audio è veramente poco chiara, ed è difficile commentare qualcosa di incerto, nonché inutile. Del resto, il video era privato, anche se Storari l’ha reso pubblico, probabilmente senza rendersi conto di ciò che aveva catturato. Il vero problema è semmai ciò che si sente ogni domenica in pubblico, e anche durante la settimana. Perché stupirsi se nello spogliatoio chiuso di una squadra italiana qualcuno esprime odio per Napoli o semplicemente il Napoli? È “normale” in un paese in cui la cultura sportiva è all’età della pietra. In un clima del genere, di cui è colpevole la Federazione (che sa punire Benitez per ciò che nessuno ha ascoltato e non sa punire i tifosi per ciò che tutti ascoltano), i napoletani si sentano fieri di essere nei pensieri della squadra più forte e vincente d’Italia, che le uniche finali perse in questi anni di rinascita post-Calciopoli le ha dovute cedere al Napoli. Solo due volte i bianconeri hanno dovuto guardare gli avversari alzare la coppa. Non c’è dubbio che la Coppa Italia 2012 e la Supercoppa 2014 brucino ancora nello spogliatotoi juventino, a prescindere dal presunto urlo nel ventre del Santiago Bernabeu. Ora, per i bianconeri, la finale di Coppa Italia contro la Lazio e quella ben più ardua di Champions, contro il Barcellona, l’altra squadra-nazione sullo scenario europeo… oltre al Napoli, ovviamente.

Il Napoli ritorna tra i 20 club più ricchi d’Europa

Il Napoli torna tra i primi 20 club d’Europa per fatturato. Nell’ultimo report di Deloitte Football Money League, realtivo ai venti club europei che nella stagione 2013-2014 hanno incassato di più, il club azzurro figura al sedicesimo posto, con quasi 167 milioni di ricavi. Ovvio che il risultato sia ottenuto grazie ai proventi della scorsa Champions League e che sia difficile restare tra le prime venti dopo l’eliminazione ai preliminari della massima competizione europea della stagione corrente. In ogni caso si tratta di un gran risultato per una società del Mezzogiorno d’Italia (con uno stadio vecchio) che continua ad affacciarsi tra le più ricche d’Europa e che disputa le competizioni europee da cinque anni ininterrottamente (miglior performance italiana).

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HAKA NAPOLI

haka_napoliEddy Napoli e Angelo Forgione sono gli autori del video-clip “Haka Napoli” che, in parole e musica, inneggia ed esorta alla vittoria la squadra del cuore del popolo partenopeo: il Napoli.
Ispirandosi alla danza urlata dei Maori, tramite le frasi più sincere e appropriate del tifo napoletano, il canto dei tifosi azzurri si veste con tamburi dal ritmo di venti di “guerra” e una melodia che, sposata a quel ritmo, per nulla invidia le più belle colonne sonore dei colossal americani del cinema. Il tutto strutturato su una suggestiva e tradizionale tammurriata vesuviana. Non solo un’esortazione alla “battaglia” ma anche manifestazione di gioia e orgoglio.
Si tratta di un omaggio che i tifosi/autori Eddy Napoli e Angelo Forgione, due napoletani appassionati, donano ai tifosi partenopei sparsi in tutto il mondo, con l’augurio a tutti di gioire presto per il raggiungimento di vette più prestigiose.
Haka Napoli!

Il sapone? Napoli lo usa da secoli.

i tifosi italiani si preoccupano inutilmente delle scorte di sapone dei napoletani

Angelo Forgione – Riprendendo uno striscione dal sapore razzista contro Napoli, non intendo rispondere agli ignoranti (non servirebbe) ma cogliere l’occasione per diffondere un po’ di sana e buona napoletanità. In questo caso, l’assist lo fornisce il “simpatico” striscione “che l’avete preso il sapone a Marsiglia?” dei tifosi della Fiorentina, che ringrazio per l’assist. Non prima di aver ricordato che i primissimi denigratori dei napoletani furono i toscani nel XV secolo, quando il Piovano Arlotto e Bernardino Daniello diffusero i primi pregiudizi.
Già nel Quattrocento napoletano, i monaci Olivetani, operanti nella zona che da loro ha preso il nome di Monteoliveto, producevano sapone pregiato e lo offrivano ai cenciai in cambio di arredi di modesto valore per il monastero attiguo alla chiesa di Sant’Anna dei Lombardi, chiamata così dall’Ottocento perché ospitò l’Arciconfraternita dei Nazionali Lombardi, riferimento dal 1492 per gli emigranti lombardi, veneti e, più in generale, padani, attratti dalle opportunità di lavoro ben remunerato della città. Differentemente dalla Torino dell’automobile che nel Novecento non fittava ai meridionali, Napoli, fino all’Ottocento, accolse con piacere e civiltà, offrendo ai “padani” la possibilità di intraprendere lucrose attività mercantili.
Nasce dallo scambio tra gli olivetani e i cenciai l’antico mestiere napoletano del saponaro, il venditore ambulante che si riforniva di mercanzia vecchia ricercando le più impensabili cianfrusaglie in disuso. ‘O sapunaro girava nei quartieri poveri di Napoli e proponeva stracci, coperte, abiti smessi, scarpe vecchie, sedie sghembe, ferri vecchi e ogni oggetto da ripristinare alla meglio per essere rivenduto. Per il baratto, offriva a sua volta l’ottimo sapone giallo di piazza ricevuto dai monaci, comunemente noto come “di Marsiglia”, utile alle massaie per fare il bucato, raccolto nella scafaréa, un contenitore di terracotta a forma di cono tronco. Nell’Ottocento, i saponari portavano gli abiti usati rimediati alle donne del Lavinaio, dove scorreva un ruscello, che provvedevano al lavaggio dei cenci col loro sapone.
Del pregiato e profumato sapone di Napoli, “una rotonda palla”, scrisse a inizio Seicento Miguel de Cervantes, il letterato spagnolo che definì Napoli “gloria d’Italia e ancor del mondo lustro”. Ne parlò nel “Don Chisciotte della Mancha”, facendoci capire che in quell’epoca era usato anche per la barba e lo shampoo.
La produzione artigianale si ridusse nell’Ottocento, quando nel Regno delle Due Sicilie le fabbriche di saponi eccelsero, e chiaramente nelle prime vasche per bagnoterapia e sui primi bidet d’Italia, napoletani, si adoperavano con l’acqua corrente, di cui Napoli fu la prima città del mondo a dotarsene nelle proprie case. Nella città del Vesuvio, il sapone fa da secoli parte della cultura popolare, a tal punto da ispirare il proverbiale modo di dire “Ccà ‘e pezze e ccà ‘o ssapone” (qua le pezze e qua il sapone), nato proprio coi saponari, per imporre lealtà nell’immediatezza di un baratto.

sapone

l’exploit del Napoli, società solida in un territorio povero

Cresce la forza del Napoli… non solo in campo. Già l’edizione 2012 dello studio Football Money League 2012, pubblicato da Deloitte, aveva sancito l’ingresso del sodalizio azzurro nella classifica delle prime venti società d’Europa per fatturato. A distanza di un anno, l’edizione 2013, frutto dei ricavi totalizzati nella stagione 2011/12, vede il Napoli salire dal 20^ al 15^ posto, insieme al Borussia Dortmund e al Manchester City tra le tre squadre con la crescita maggiore dal 1997/98. Calano un po’ tutte le big, comprese le nostrane Milan, Inter e Roma.
Anche la prestigiosa rivista statunitense Forbes, specializzata in economia e finanza, ha decretato l’ingresso del Napoli tra i 20 club più ricchi al mondo. La mancata partecipazione alla Champion’s League corrente causerà certamente un indietreggiamento, anche perché le società inglesi godranno di maggiori intoriti televisivi e domineranno le classifiche del 2014. In ogni caso, non va sottovalutato che la forza acquisita dalla società di De Laurentiis giunge senza uno stadio di proprietà e con competitors di aree ricche d’Europa. Mentre il Napoli è realtà di in una delle più povere: il Sud-Italia. Mica male!

Napoli azienda sana e vincente del Sud

Napoli azienda sana e vincente del Sud

vietato sbagliare, è  la resa dei conti che tornano

Angelo Forgione – Ci siamo, tre partite per il sorriso o la delusione. Sullo sfondo un sipario bianco-nero, tra friulani e piemontesi ai quali contendere e strappare a tutti i costi i due obiettivi all’orizzonte: la qualificazione al preliminare di Champions League e la Coppa Italia.
Ma la partita più importante delle tre restanti, di cui due in campionato, è quella di Bologna, il vero crocevia della stagione. Il match da non sbagliare come i tanti nel corso dell’annata. Gli alibi sono finiti, l’unico è la stanchezza ma quello vale per tutte le squadre e ora, più di tutto, contano le motivazioni. Non potrebbe esserci delitto maggiore che quello di un passo falso nel capoluogo felsineo, laddove il Napoli può ipotecare seriamente il terzo posto da vidimare contro il Siena nella “passerella” finale al “San Paolo”.
De Laurentiis tace ma gongola. Non è un benefattore ma un ottimo imprenditore, quel che ci vuole in una città difficile di un Sud difficile anche per il calcio, e il suo progetto sta procedendo come lui comanda. Napoli dal bilancio sano da sbattere in faccia a Platini alla fine del 2012 quando dovrebbe andare in vigore il “Fair Play Finanziario” che potrebbe sconvolgere le competizioni europee dal 2013/14. Sul sito ufficiale dell’UEFA si legge che “il pareggio di bilancio diverrà pienamente operativo per le dichiarazioni finanziare legate al periodo che finirà nel 2012 e che verranno valutate durante la stagione di competizioni per club UEFA 2013/14. Da quella stagione in avanti, i club che non soddisferanno i requisiti necessari, sulla base dei bilanci delle due annate precedenti, potranno essere sanzionati. Il pareggio di bilancio prevede che un club non possa spendere più denaro di quanto ne guadagna”. In poche parole, chi ricapitalizzerà con risorse esterne come sono soliti fare Berlusconi, Moratti e Agnelli, andrà incontro a sanzioni. De Laurentiis, che non è un magnate, ha previsto dei tetti da alzare gradualmente, a costo di andare allo scontro con calciatori e procuratori. Tutto questo per trovarsi pronti quando le risorse private dei magnati del calcio dovranno essere limitate.
Il bilancio 2010/11 della “S.S.C. Napoli S.p.A.” presentava lo scorso Giugno un patrimonio netto pari a circa 29 milioni di euro (29.305.052), in aumento di € 4.197.829 (+16,7%) rispetto al 30 Giugno 2010, ed era già conforme al Regolamento UEFA perchè chiuso con cinque esercizi utili consecutivi di cui solo gli ultimi tre pari a 15,5 milioni di euro.
C’è da attendersi nel prossimo bilancio un utile ben lievitato dopo l’ottima Champions League disputata che ha fruttato circa 30 milioni di euro. Ma De Laurentiis mira alla continuità nell’elite del calcio internazionale più che a degli exploit in campo nazionale che per una società del depresso Mezzogiorno potranno venire fisiologicamente come conseguenza alla stabilità in campo europeo. Il presidente sa benissimo che quel passante è fondamentale perchè assicura fortissime entrate per diritti televisivi e premi di gran lunga superiori all’Europa League, e per una società che non è titolare di proprietà immobiliari, prima fra tutte lo stadio, la massima competizione europea è fondamentale per mantenersi ad alti livelli.
Mors tua vita mea, il solo accesso ai gironi di Champions League, senza contare il resto, vale oltre 7 milioni di euro e se se li accaparrasse il Napoli li perderebbero l’Inter con un patrimonio tecnico un po’ troppo ingombrante, la Roma degli americani che devono garantire il debito a Unicredit e la Lazio che vedrebbe brutte nubi all’orizzonte. Quest’ultima, quotata in borsa, con un bilancio quasi in pari ma con due spade di Damocle sul collo: l’ammortamento dei tanti giocatori acquistati con la formula del pagamento dilazionato difficilmente riposizionabili e, soprattutto, l’a dir poco “discutibile” debito col fisco di 140 milioni spalmati in 23 anni siglato nel 2005. Lotito voleva questa Champions League e quella fallita lo scorso anno fortemente proprio perchè erano (e sarebbe) vitale per trovare nuove risorse e questo spiega le dimissioni folli di Reja in piena bagarre, poi rientrate, e la crisi di nervi della folle notte di Udine che già era stata fatale un anno fa.
Bene è andata alla Juventus, anch’essa quotata a Piazza Affari, che ha puntato tutto su questa stagione dopo uno spaventoso bilancio in rosso ricapitalizzato da mamma Fiat. Doveva guadagnarsi la Champions a tutti i costi dopo due anni di assenza, altro che fame del pur bravo Antonio Conte. Ha rischiato capitali esterni e ha ottenuto il risultato.
Conseguenze di questa gestione? Il Napoli cresce nel ranking UEFA, nella classifica delle squadre di calcio nel mondo e nel numero di tifosi. Ma quel che conta davvero è che il Napoli è squadra sempre più ricca, tra le prime 20 d’Europa, in un territorio povero; e questo vuol pur dire qualcosa. Fondamentale cartina di tornasole della salute del club azzurro, perchè è coi soldi che avanzano i progetti, e i soldi portano soldi per realizzarli. Al Napoli non manca nulla, stadio di proprietà a parte, per stabilizzarsi tra le big d’Italia e le prime d’Europa. È questo che vuole il presidente, la continuità senza cedimenti. Certo, il Napoli non ha lottato per lo scudetto e avrebbe potuto, ma la Champions League ha indubbiamente pesato sulla concentrazione più che sulle gambe. La seconda “Champions” consecutiva lancerebbe proprio un segnale di continuità al mondo calcisitico che ha il Napoli come modello. Se a questo si aggiungesse anche la Coppa Italia, ovvero il primo segno tangibile di un ciclo vincente che manca da ventidue anni, allora si che la stagione sarebbe molto più che positiva.
Ecco perchè a Bologna non bisogna fallire e squadra, allenatore e dirigenti lo sanno. Non l’hanno mai dimenticato, neanche a Febbraio allorché la classifica diceva -10 dall’Udinese, -8 dalla Lazio, -5 dall’Inter e -3 dalla Roma con una partita in meno, e la semifinale d’andata di Coppa Italia andava al Siena. In quel momento davvero in pochissimi si sottraevano al gioco a distruggere dei più che attaccavano De Laurentiis, Mazzarri, dirigenti e giocatori, e sembrava già tempo di bilanci negativi.  Non era così perchè la stagione era ancora lunga e ci voleva poco per leggere le insicurezze di Guidolin, le carenze della Lazio che, già ricca di lacune, si indeboliva sul mercato anziché rafforzarsi, e le tribolazioni di Inter e Roma. Abbastanza per crederci. Mentre quelle viaggiavano come potevano dopo essere andate oltre le proprie possibilità, il Napoli andava a due cilindri perchè Aurelio aveva imposto la modalità a quattro per fare strada in Champions League. Dopo ne sono bastati tre per risalire in campionato pur con un vuoto di pressione dopo l’eliminazione di Londra che solo tre settimane fa mandava di nuovo tutti nello sconforto e faceva dire ad Hamsik «l’anno prossimo non saremo in Champions». Mentre le maglie dell’Atalanta sverniciavano quelle azzurre, le telecamere indugiavano su un De Laurentiis impietrito. E lui intervenne personalmente come uno psicologo aziendale. Facile intuire cosa abbia detto alla squadra e quel proclama di resa di Hamsik è divenuto ora «lotteremo fino alla fine per andare in Champions». Perchè è il presidente a dettare gli obiettivi e indirizzare le forze nelle varie fasi della stagione.
Tre finali di fatto, di cui una di nome. Bologna è il crocevia del futuro prossimo del Napoli. Vincere per poi chiudere in bellezza e andare a Roma a levarsi uno sfizio, un grande sfizio. Poi comincerà un’altra estate calda nelle aule giudiziarie e tutto sarà tristemente rimescolato. Tra calciatori che vendono partite e allenatori che li picchiano, parlare di bilanci a posto in un calcio che rischia il crack non solo finanziario non è poi così sacrilego. Anzi, è motivo di vanto per tutto il Sud.

«Napoli fuori, era l’unico modo per stare in Europa»

«Napoli fuori, era l’unico modo per stare in Europa»

il leghista Buonanno infila un’altra “perla”

Il cattivo gusto dei leghisti non ha confini. In aula alla Camera dei Deputati Gianluca Buonanno ha sputato veleno su Napoli strumentalizzando l’eliminazione della sua squadra di calcio dalla Champions League in occasione della discussione del decreto rifiuti.
«Allora, capisco che oggi i napoletani siano tristi perché ieri sono usciti dalla Champions league  ha detto Buonanno – e quindi sono anche un po’ più arrabbiati per quanto riguarda il tema della raccolta dei rifiuti visto che non hanno più modo di divertirsi dato che non sono capaci di stare in Europa neanche nel calcio. Era l’unico modo che avevavano per stare in Europa, ora neanche quello…».
Chi è il parlamentare Gianluca Buonanno? Colui che, di nonno pugliese,  porta il “Grana Padano” come prova inconfutabile d’esistenza della Padania indipendenteBuonanno è sicuramente attento ai “veri” problemi del paese e convinto assertore della superiorità virile dei settentrionali rispetto ai meridionali: «l’uomo che risiede al nord è più concreto, ama meno le chiacchiere e girare attorno alle cose. Insomma, va prima al sodo, per questo seduce di più. Noi del nord ce l’abbiamo più duro, come dice da sempre Bossi», disse alla trasmissione radiofonica di Klaus Davi. Forse è per ottenere il risultato che ha concesso nel 2003 uno sconto del 50% sul prezzo del Viagra ai cittadini di Varallo e gratuito ai prostatici ancora vogliosi.
Su Buonanno, che è juventino e l’Europa quest’anno l’ha vista solo alla tv, se ne potrebbero dire tantissime, continuando con le sagome di vigili cartonati per le strade, ma meglio fermarsi ai complimenti per essere meritevolmente tra i più presenti in aula: solo l’1,80% di tasso di assenza. Peccato però che nella classifica degli indici di produttività parlamentare è solo 483mo su 630 deputati. Va da sé che lui al parlamento ci vada eccome, ma a sprecare fiato. E si vede.

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Grazie Napoli… con la gioia negli occhi

Grazie Napoli… con la gioia negli occhi

Niente rimpianti, la piazza ha vinto!

Angelo Forgione – Finisce l’avventura europea. Bella e avvincente finchè è durata, ma il viaggio del Napoli continua pur senza uscire dai confini nazionali per poi ripresentarsi alla dogana l’anno venturo. Grande compostezza accompagna il saluto alla massima competizione continentale, ed è vittoria già questa pur senza alzare trofei. Il popolo napoletano conosce storicamente il sapore amaro della sconfitta e sa smaltirlo meglio di chiunque; un popolo fortunato, senza rendersene conto appieno, di “avere” Napoli ma che paga dazio per contrappasso e pertanto al di qua del fronte dei vincitori ma sovente capace di guadagnarsi la sua vittoria: la dignità. Il napoletano sa vivere e ogni battaglia persa l’ha visto abdicare con onore, uscire tra due ali di folla plaudente, ricevere il saluto e l’onore delle armi. È stato così anche a Londra, dove una comunità intera si era riversata anche col pensiero per sostenere la squadra della città, la sua Nazionale. La squadra ci ha messo del suo nel bene e nel male, lottando con le armi a disposizione ma pagando d’inesperienza che invece non è mancata all’avversario. E alla fine a fare la differenza è stata proprio l’esperienza, checché ne dica Aurelio, senza però dimenticare il provvidenziale salvataggio di Ashley Cole sulla linea di porta nella gara d’andata, quando l’incolpevole (per carità!) Cristian Maggio ebbe la sfortuna di tirare in direzione dell’unica zolla occupata nei sette metri e trentadue che separavano i due pali. Il Chelsea rimase in vita, intubato e portato d’urgenza in sala rianimazione da Roman Abramovic per essere ossigenato da Roberto Di Matteo. E i “blues” sono tornati a nuova vita proprio quando ad un passo dal baratro. Sinistri i segnali, a cominciare dai tre palloni spediti in rete dalla fronte di Larrivey alla vigilia per finire con lo stesso Di Matteo che al primo goal stava per ruzzolare col sedere per terra, come il suo Chelsea, ritrovando però miracolosamente l’equilibrio necessario per restare in piedi, come il suo Chelsea.
Finisce l’avventura europea e restano nei nostri occhi le splendide serate europee al “San Paolo” e in giro per il continente, dove gli azzurri hanno portato il nome di Napoli alla ribalta. E alla ribalta c’è andato anche il Sud perchè la Champions League moderna non aveva mai ospitato una squadra del Mezzogiorno d’Italia, l’area più depressa e meno competitiva d’Europa. Eppure una squadra di calcio del territorio senza ricchezza prodotta sta dimostrando che anche nel deserto industriale si può fare impresa e marketing senza spese folli e tenendo d’occhio i bilanci. Restano le posizioni scalate nei vari ranking, primi fra tutti quello UEFA e quello dei club più ricchi. Restano i fiumi di parole scritte e dette da mezzo mondo per elogiare una squadra che ha dato spettacolo dando il suo contributo per rendere più affascinante la competizione. Resta soprattutto l’immagine di Napoli che esce rafforzata dal primo urlo collettivo sulle note dell’inno della Champions League dall’ideazione della competizione, un “made in Naples esportato anche a Londra come nella tradizione storica della Napoli globalizzatrice e non globalizzata. Rafforzata anche dagli scorci gioiosi del “San Paolo”, dalle coreografie delle curve, dai bambini che abbracciano e baciano Gargano e Lavezzi, essi stessi sorridenti e stupiti dall’incredibile “ruggito”, dalle passeggiate dei calciatori avversarsari in riva al golfo più bello del mondo… altro che Europa!
Finisce l’avventura europea ma non il percorso. La stagione è ancora nel pieno nonostante le cassandre di un mese fa ormai afone. Un terzo posto con domanda di rinnovo passaporto per la grande Europa è nel mirino, per tornare a stupire l’Europa ben lieta di riaccogliere lo spettacolo Napoli. Una finale di Coppa Italia è li ad un passo, magari da vincere per ribaltare il concetto dei dignitosi ma sconfitti. Un progetto sportivo è vivo e in piena salute, respirando senza affanni anche negli intoppi e nei momenti di pessimismo di una piazza mai equilibrata.
Un grosso grazie al Napoli, e che il viaggio continui sospinto da tutti. Nella consapevolezza che l’Europa ha riscoperto il Napoli ormai graditissimo ospite, non più unicamente la squadra di Maradona ma la squadra di un intero popolo. Applausi!