Quel SILENZIO sui campi italiani che non c’è

Angelo Forgione – Mi sarebbe piaciuto che il minuto di SILENZIO chiesto dalla SSC Napoli per onorare la memoria di Pasquale Romano, il trentenne di Cardito vittima innocente della guerra tra clan prima di Napoli-Chievo, oltre a quella del Caporale Tiziano Chierotti, fosse durato un minuto e non 30 secondi. Mi sarebbe piaciuto che il minuto di SILENZIO fosse di raccoglimento, cioè SILENZIO assoluto, introspezione, concentrazione spirituale, e non di applausi che vanno benissimo se alla fine del SILENZIO. Mi sarebbe piaciuto che l’arbitro Celi avesse atteso che l’annuncio del minuto di SILENZIO fosse diffuso, invece di decretarne frettolosamente l’inizio (e la fine) e costringere lo speaker a parlaci su. Mi sarebbe piaciuto che, almeno per una volta, i telecronisti l’avessero chiamato minuto di ovazione e non di SILENZIO. Perchè il minuto di SILENZIO, in Italia, dovrebbe chiamarsi per come viene interpretato. È una questione di cultura, quella che ci manca in tante, troppe occasioni.
Ieri c’è cascata anche Napoli che avrebbe potuto dare migliore dimostrazione di coscienza e dolore rispetto ad una delle tante tristi vicende che colpiscono nel profondo la sua parte sana e vitale. Occasione sprecata. Ma chiariamoci, è un malcostume diffuso; in Italia non siamo capaci di onorare le vittime come in altri paesi dove il rispetto del tempo e del SILENZIO è vero raccoglimento (video).

Il “San Paolo” che si sbriciola

processo di carbonatazione in corso da anni, lo stadio muore lentamente

Angelo Forgione – L’UEFA ha inviato procedimento monitorio alla SSC Napoli intimandogli di eseguire alcuni lavori urgenti ed indifferibili allo stadio “San Paolo”. La prossima partita casalinga di Europa League contro gli ucraini del Dnipro, in programma l’8 Novembre, potrebbe non giocarsi a Fuorigrotta.
Il problema è vecchio, non è certo un fulmine a ciel sereno. Il fatto è che il “San Paolo”, già rovinato dalla cascata di ferro nella speculazione di Italia ’90, senza manutenzione straordinaria sta anche crollando lentamente. La struttura è interamente interessata dal fenomeno della “carbonatazione”, ossia la reazione tra l’idrossido presente nel calcestruzzo e l’anidride carbonica che produce carbonato di calcio. La conseguenza è che gli intonaci si distaccano (rischiando di cadere sugli spettatori sottostanti) e i ferri di armatura finiscono per restare scoperti e soggetti agli agenti atmosferici che li corrodono.
Basta buttare l’occhio sia all’interno che all’esterno per vedere in che condizioni sia lo stadio napoletano. E non c’è bisogno di essere sul posto perchè troppo spesso le inquadrature televisive umiliano l’immagine della città.

Plebiscito, Cassa Armonica e Guglia dell’Immacolata. Restauri in vista?

Angelo Forgione – L’iniziativa di massa supportata da Radio Marte volta alla sensibilizzazione verso le condizioni di Piazza del Plebiscito inizia a dare incoraggianti segnali. La Sovrintendenza di Palazzo Reale, nella quale da poco si è insediato Giorgio Cozzolino, sta rispondendo a tutti con il seguente messaggio:
“il Provveditorato alle OO.PP per la Campania compulsato da Questa Soprintendenza ha finanziato i lavori di restauro e di consolidamento del Complesso Monumentale di San Francesco di Paola. I lavori inizieranno tra breve dopo aver espletato le formalità amministrative. Il progetto è stato approvato da Questa Soprintendenza che eserciterà l’alta sorveglianza di competenza”.
Buona notizia certamente, in attesa di poter conoscere i dettagli dell’operazione e capire che valorizzazione sarà data ai monumenti equestri del Canova e che ne sarà del Palazzo Salerno che cade a pezzi, mentre anche per il Palazzo Reale sono già stati annunciati corposi interventi di restauro grazie allo stanziamento del CIPE. Resta ovviamente il problema dell’illuminazione e quello della conservazione del colonnato una volta ripristinato che, senza opportune misure di sicurezza, sarebbe comunque oggetto di aggressione umana.
Buone notizie anche sul fronte della Cassa Armonica in Villa Comunale, privata della pensilina policroma in vista delle “world-series” della Coppa America di vela (i cui pezzi sono riversi in un cantiere all’aperto nelle immediate prossimità). Lo staff del sindaco De Magistris ci informa che, stante la mancanza di fondi comunali e le lungaggini relative alla soluzione di eventuali contenziosi con l’azienda che non ha completato gli interventi pattuiti, si è deciso di risolvere la questione utilizzando il contratto di sponsorizzazione, nuovo strumento di cui si è dotato il Comune di Napoli. Già alcune aziende avrebbero manifestato la volontà di eseguire i lavori apponendo pubblicità sui ponteggi; a giorni dovrebbe arrivare in Giunta una delibera ad hoc per la sponsorizzazione della Cassa Armonica, che avverrebbe con manifestazione pubblica.
Tutto questo sperando che i lavori di restauro della pericolante Guglia dell’Immacolata di Piazza del Gesù, previsti in partenza dal prossimo Dicembre e per due anni di durata come si evince dal “Programma Triennale dei Lavori Pubblici” del Comune di Napoli approvato lo scorso Giugno. Il dubbio c’è perchè, sul documento online, cinque righi dopo l’intervento approvato per la guglia è segnalato quello per il restauro della Cassa Armonica previsto per Settembre ’13, ossia tra un anno.
È evidente che la certezza dei tempi e degli interventi è un optional, così come la volatilità di alcune promesse del passato non rispettate. Vigiliamo!

“SI GONFIA LA RETE XG1 REMIX” versione 2012-13

Mancava a qualcuno e ora non mancherà più. Torna il “Si Gonfia la Rete XG1 remix” nella versione ’12-13, in una chiave musicale più godibile e più “aderente” alle atmosfere del “San Paolo”.
“Un sogno azzurro”, cantato da Eddy Napoli, portò fortuna nella settimana che condusse alla finalissima di Coppa Italia. Che il nuovo remix scandisca con buona sorte l’attesa della grande sfida di Torino e tutta l’ambiziosa avventura azzurra raccontata da Raffaele Auriemma.

Crollo al colonnato del Plebiscito, ancora infiltrazioni d’acqua. È questa la nuova Napoli?

Un anno fa avevamo lanciato l’allarme: infiltrazioni d’acqua nel colonnato di Piazza del Plebiscito e pericolo incombente. Non ci voleva molto per prevedere danni perchè, si sa, l’acqua non risparmia di certo l’architettura monumentale. Allarme lanciato nel vuoto, ancora una volta in quattro anni di richieste di attenzioni per l’intera piazza formulate nel deserto. Con noi, per la TGR, anche Rino De Martino della libreria Treves, ma gli enti competenti per il sito non hanno fatto nulla in questi ultimi dodici mesi, così come il Comune che non stimola alcun dibattito sulle condizioni della piazza.
Nessuno ha posto rimedio ad un’emergenza che travolge un monumento massimo dell’architettura neoclassica e i danni si sono acuiti con le piogge di Venerdì scorso che hanno lasciato segni dolorosi (vedi foto). E così continua a crollare il patrimonio architettonico e culturale di Napoli per colpa dell’incuria e del disinteresse di persone senz’anima e sensibilità.
Grida d’allarme inascoltate, conseguenze preannunciate e colonnato transennato, si fa per dire, con nastro di plastica e protezione civile che starebbe per far rimuovere quei pochi tavolini al servizio dei pochi turisti e cittadini che hanno il coraggio di avventurarsi sul posto. E stiamo parlando di un luogo storico, di un monumento di rilevanza internazionale, non certo di una piazzetta qualunque. Ma stavolta diciamo “per fortuna”, perchè non sarebbe bello ritrovarsi sotto una pioggia di intonaco. I detriti sono tutti li.
La piazza è ormai abbandonata al suo destino e il nuovo spot del rinascimento napoletano, che in realtà non c’è, si chiama “lungomare liberato” dove peraltro la Cassa Armonica di Errico Alvino resta smontata. Del foro che trasuda storia, oltre che acqua piovana, nessuno se ne cura ed è da troppo tempo uno scenario triste oltre che spettrale. I monumenti equestri del Canova (e dell’allievo Calì), mica uno scultore qualunque, restano prive di qualsiasi tabella informativa ed è più facile leggere i nomi di chi vi scrive sopra con le bombolette spray piuttosto che quelli dei personaggi raffigurati. Anche la proposta di valorizzarle è caduta nel vuoto, e potremmo elencarne altre.
Al momento delle foto, nonostante il bel tempo della giornata di Domenica, la volta del colonnato continuava a gocciolare e le evidenti tracce di umidità non promettono nulla di buono. Grazie, grazie e ancora grazie a tutti coloro che stanno cancellando la nostra identità nel silenzio compiacente di gran parte dei cittadini incapaci di indignarsi.

Si prega di inviare una email di protesta ai seguenti indirizzi di posta elettronica:
lucia.dimaro@interno.itfondoedificiculto@interno.it 

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Criscitiello e quelle frasi sibilline. E la finanza arrivò!

il giornalista di Sportitalia non riesce più ad uscire dallo smarrimento

Michele Criscitiello, giornalista-anchorman di Sportitalia, durante la trasmissione “Calcio€Mercato” di Venerdì scorso, ha annunciato di non aver ricevuto l’accredito al match Napoli-Udinese: “Il Napoli mi ha negato l’accredito per Napoli-Udinese affermando prima di aver chiuso la lista, poi di non accettare determinate presenze allo stadio perchè sgradite alla piazza”.
Detto che la richiesta è arrivata fuori tempo massimo, va ricordato che Criscitiello, sul suo profilo Twitter, ha in bella vista la descrizione “Nato ad Avellino! 29 anni fa. Vive a Milano da 7 anni! Squadra del cuore: Avellino. In A solo Ùdin”. La dichiarazione di appartenenza all’ambiente friulano non farebbe comunque scattare l’esclusione dalla lista degli accrediti, ma è un dato di fatto che certe esplicitazioni seguite da manifestazioni poco eleganti come quella durante la festa dell’accesso ai preliminari di Champions League, allorchè Criscitiello accompagnò il coro “odio Napoli” cantato da tutta la piazza della Libertà (ma il loro idolo è il napoletano Di Natale, n.d.r.) dicendo che anche lui, anni prima, l’aveva cantato tante volte. Il ruolo di giornalista in una rete nazionale, peraltro delicata perchè dedicata allo sport e al calcio, quindi un argomento che per anni ha contribuito e continua a contribuire a diffondere malcostume, divisione e razzismo, implica cautela. Le simpatie possono essere chiarite ma le cadute di stile andrebbero evitate accuratamente e necessiterebbero di quelle scuse che Criscitiello ha sempre detto di non dovere a nessuno.
Ma forse c’è dell’altro, molto di più, ad infastidire il Napoli più che i napoletani. Certe allusioni sibilline in riferimento al sodalizio azzurro (?) e a certe operazioni di mercato che assumerebbero un certo peso alla luce dei controlli della Guardia di Finanza nelle sede azzurra della settimana scorsa. Rispondendo ad un telespettatore napoletano, a suo dire comandato, Criscitiello dichiarò così: “Bisognerebbe spiegare cosa hanno fatto in passato di nascosto alcuni amici di alcuni presidenti, quelle plusvalenze e quelle operazioni fantasma per questo o quell’attaccante. Perchè i soldi non sono rimasti in Italia? Quando paghi le tasse, tutte quante…” (guarda il video al minuto 2:19). Non è certo possibile stabilire se siano state quelle frasi ad attivare la curiosità della Finanza che dopo un mese è arrivata a Castelvolturno, ma di certo non possono aver fatto piacere alla dirigenza napoletana che già in passato aveva incassato con classe alcune dichiarazioni sui suoi rappresentanti e sull’intero ambiente napoletano.
Ma a prescindere dalla tempistica della richiesta di accredito e da incidenti diplomatici, Criscitiello al “San Paolo” rappresenta di fatto un problema di ordine pubblico e di conseguenza un rischio per la stessa società nell’ottica di eventuali ammende e diffide in caso di disordini.
Il giornalista avellinese, da conoscitore della realtà, ha in passato difeso i tifosi napoletani dal razzismo continuo negli stadi. Così come ha preso le distanze dalle discutibili frasi di Silvio Baldini circa gli appassionati di calcio napoletani. La sua emittente aveva buoni rapporti col Napoli se è vero che nell’estate 2011 trasmise la presentazione della squadra da Dimaro, presentata peraltro dalla napoletanissima Marica Giannini e da Silver Mele, con De Laurentiis in esclusiva. Ma a Sportitialia, che offre supporto alla piattaforma “Udinese Channel”, ha dato per questo un colpo al cerchio e un altro alla botte negli ultimi tempi. E dalla festa a Udine è deragliato non sapendo più riprendersi dall’uscita infelice, finendo con l’andare allo scontro frontale con Napoli, il Napoli e i napoletani. Per sua stessa ammissione, ha simpatie a Udine e non a Napoli, e ha preferito compiacere quelle. Criscitiello è un giovane e valido professionista che ha iniziato la sua avventura nazionale con obiettività ed equilibrio. La vasta utenza meridionale e napoletana di Sportitalia meriterebbero che riprendesse quelle prerogative. Purtroppo, per via della sua scaltrezza e “riconoscenza” verso l’ambiente settentrionale che l’ha stanato dall’oblio (su Twitter scrisse “Nato ad Avellino, rinato a Milano”), ha perso la bussola e si sta smarrendo. Peccato.

Caruso e quei fischi al “San Carlo” mai ricevuti

Angelo Forgione – Portò la musica napoletana in giro per il mondo, decretandone il successo. Fu un pioniere dell’industria discografica, superando per primo al mondo la soglia del milione di dischi venduti. Si tratta di Enrico Caruso, il più grande tenore del Novecento, figlio illustre di Napoli. Eppur si narra che proprio la sua Napoli sia stata inclemente con lui, riservandogli fischi al San Carlo quando aveva soli 28 anni e spingendolo a non tornarvi più a cantare. Andò davvero così?

All’Emeroteca Tucci di Napoli sono conservate le cronache del 31 Dicembre 1901 e del 5 Gennaio 1902 tratte da Il Pungolo, il quotidiano che monitorava attentamente la vita teatrale della città, in cui si legge dell’emozione che irretì il tenore al principio della sua performance al San Carlo, rotta dagli applausi sempre crescenti.
Il giovane ed evidentemente ancora ingenuo Enrico non aveva reso omaggio ai loggionisti in prima fila che decretavano promozione e bocciatura degli artisti, i quali silenziarono i fragorosi applausi in piccionaia quando il sipario si aprì. Il tenore s’innervosì e la sua voce restò inizialmente ingabbiata. Dalle cronache non risulta però che qualcuno si sia permesso di fischiare, quella sera, e anzi gli applausi montarono fino alla richiesta del bis.

Il giorno seguente, Caruso non gradì quanto scritto su Il Pungolo dal barone Saverio Procida, rispettato e temuto critico dell’epoca che lo giudicò con competenza, rimproverandogli la scelta di un repertorio al di sotto delle sue possibilità e l’incertezza con cui aveva affrontato “L’elisir d’amore” di Donizetti, opera adatta a un tenore di grazia:

“1 gennaio 1902: Diciamo la verità serena se non vogliamo togliere serietà al successo finale d’iersera. Tanto più che questa verità ridonda a beneficio dello stesso Caruso. Il giovane e fortunato Divo mi parve ieri sera, nel primo atto, atterrito dalla sua stessa fama, se ne risentì persino il buon metallo della sua voce; (…). Più tardi, gli applausi amabili rinfrancarono l’artista e noi potemmo, dopo che venne richiesto il bis del duetto finale del primo atto, e dopo che il cordiale saluto al proscenio rassicurò il tenore sulle intenzioni favorevolissime del pubblico, giudicarlo equamente. Ecco la mia impressione schiettissima: il Caruso ha una voce di valido timbro baritonale, di bel volume eguale, abbastanza estesa, gagliarda in certi suoni che costituiscono il segreto del suo successo teatrale, con note di una potenza rara. Ma pari alle qualità naturali di un organo privilegiato, a me non risulta il possesso di una sapienza tecnica che disciplini codesti spontanei doni e renda più pastosa la voce, più eguale la successione dei suoni, più elastiche le agilità d’un canto leggero e fiorito come quello dell’Elisir, più impeccabili i passaggi, più precisa l’intonazione, che ieri, e mi auguro per la commozione del debutto, fu talvolta incerta: insomma, io non scorgo ancora nel Caruso l’artista che stia all’altezza cui lo colloca la fama e lo destinerebbe un organo singolarmente dotato. E c’è di più. lo non so perché il Caruso si ostini a cantare la musica di mezzo carattere come l’Elisir. So bene: alla Scala di Milano ebbe un successo strepitoso proprio in quest’opera frivola e leggiadra del sommo bergamasco. E che conta? Un artista deve studiare le proprie facoltà e non esaltarsi a un giudizio, mettiamo errato, di pubblico. Ora il Caruso dà colore e fiamma alla sua voce, non ancora levigata e domata, con un accento profondo, impetuoso di una stupenda passionalità. Accento che ieri sera gli valse un gran successo soltanto in fondo all’opera, dopo cioè la celeberrima “Furtiva lagrima” bissata da Caruso a furor di popolo. E con qualità così passionali, elementi di un temperamento drammatico così esplicito, egli s’illude di poter coltivare anche un tipo di musica che richiede una disciplina paziente, quasi glaciale, inesorabile della sua voce? (…) Occorrerebbe possedere la magistralità di uno Stagno, avere avvezzata la propria gola a tale elasticità, averla resa così duttile da non temere le insidie del doppio repertorio. Ma il Caruso, non si dolga della mia franchezza affettuosa, è ben lontano da quest’arte prodigiosa che ci dette i Duprez e i Tiberini e i Gayarre e gli Stagno e, per ora, deve optare per uno dei due generi. lo non gli consiglio certo il virtuosismo. Mi pare che lo stile adatto gli manchi, che non senta più quel modo di fraseggiare, tanto che a volte Nemorino ha il gesto, il fragore vocale e l’accento eroico di Raul o di Enzo Grimaldo. lo credo che il Caruso debba fissarsi in un genere drammatico che, senza levarsi all’eroico, spazi fra l’ardore della passione moderna. Accento caldo, vibrazione intensa, suono poderoso, costituiscono il bel patrimonio della sua voce, e ieri, nella romanza, l’accento di dolore fu così caldo, così schietto e l’innestò in certi ardui passaggi così bene, che non fece più dubitare della meta cui deve tendere il Caruso”.
Meglio ancora pare sia andata alle repliche: «Ieri sera Caruso cantò meravigliosamente quella patetica melodia. La progressione di voce onde compie il passaggio dalla prima alla seconda parte della romanza è davvero degna di un grande cantante, di un grande artista. Il pubblico ne restò entusiasta».

Fu questa competente critica, prodotta del severo ma non prevenuto Procida, a infastidire fortemente un Caruso fiero dei suoi recenti successi alla Scala di Milano, cui il critico napoletano rimproverò la scelta di un repertorio al di sotto delle sue possibilità. Il tenore, risentito anche per la spocchia dei nobiluomini in teatro, giurò in seguito che sarebbe tornato a Napoli soltanto per mangiare spaghetti. Fu di parola e non cantò più al San Carlo, ma in realtà non più in Italia perché andò incontro al suo straordinario successo negli Stati Uniti, dove la sua incredibile carriera si concretizzò proprio abbracciando il genere che il Procida gli aveva suggerito.

Vent’anni più tardi fu sempre il Procida a scrivere un’epigrafe per l’appena defunto Caruso su Il Mattino, sottolineando il ruolo avuto nella più spinosa vicenda artistica del tenore:

Dotato di una voce di stupenda robustezza (e per averne tecnicamente fissato il carattere, vent’anni fa, il grande artista mi votò un inestinguibile rancore, fino a non voler più cantare in Napoli e a non voler comprendere che nel mio rilievo c’era il maggiore elogio alla intensità della sua espressione drammatica), guidato da un sentimento che amplificava sempre il contenuto lirico del personaggio, sicuro dell’elasticità incomparabile dei suoni, che vibravano nella gola, perché erano temprati sulla sensibilità quasi morbosa del suo temperamento artistico, scevro di pregiudizi stilistici, che non arrestavano mai la fiamma di cui il napoletano autentico a dispetto della vernice transatlantica aspersa più sulle sue scarpe che sulla sua fantasia bruciava, tutto istinto e intuito, tutto estemporaneità di senzazione, il tenore che non ebbe emuli nel suo tempo e potè per antonomasia accettare per lui soltanto la lettera maiuscola della chiave in cui cantò, fu il prototipo del tenore moderno. Egli incarnò il realismo musicale, fu il vocabolario della nuova lingua».

Caruso tornò a Napoli per l’ultima volta nell’estate del 1921, non per mangiare spaghetti ma per morire e per esservi seppellito, portando con sé il suo mito e quello dei fischi al San Carlo mai davvero ricevuti.

Il prodigio del sangue di San Gennaro a Madrid

Archbishop of Naples Cardinal CrescenzioAngelo Forgione – Che si creda o no al prodigio dello scioglimento del sangue di San Gennaro, devoti, atei e agnostici, saranno tutti d’accordo sul fatto che la figura del patrono di Napoli sia legata indissolubilmente alla storia della città. E attorno al mistero della liquefazione del sangue c’è n’è un altro più piccolo, poiché oltre alle due ampolle nella teca custodita nella Cappella del Tesoro nel Duomo di Napoli ce ne sarebbe anche una terza, e pure preziosa perché contenuta in una teca d’oro, ma scomparsa. È stata portata via secoli fa, e se ne sono perse le tracce. Del resto, il sangue di San Gennaro è segnalato un po’ dovunque tra il Sud-Italia e la Spagna. In un convento di Monforte de Lemos, un piccolo comune nel sud della provincia galiziana di Lugo, tra presepi napoletani e reliquiari vari, è conservata una teca indicata con una targhetta su cui vi è scritto “Sangue di San Gennaro”. Una monaca dà per certo che di questo si tratti, e ogni 19 settembre vi si piazza davanti pregando, sperando forse che prima o poi possa assistere alla liquefazione. Mai successo! Eppure un legame tra Napoli e Monforte de Lemos c’è, perché nel paese spagnolo nacque Pedro Fernandez de Castro, conte di Lemos, Viceré di Napoli a inizio Seicento, epoca in cui ancora era abitudine di nobili e sovrani prelevare reliquie. Per impedirlo, proprio nello scorrere di quel secolo furono apposti dei sigilli alle ampolle, fatto che rende misterioso anche l’atto di Carlo di Borbone, Re di Napoli nel cuore del Settecento, devotissimo al Santo Patrono, che pare abbia sottratto del sangue dall’ampolla più grande, oggi piena al 60 per cento, per portarlo a Madrid nel 1759, allorché ereditò il trono di Spagna.
Da quanto si evince da uno scritto del primo ministro del Regno di Napoli Bernardo Tanucci indirizzato all’erede napoletano Ferdinando IV, papà Carlo fece custodire l’ampolla nella cappella dell’Escorial e ogni 19 settembre faceva celebrare una messa per San Gennaro a Madrid. Il sangue si scioglieva anche lì? In ogni caso, San Gennaro deve aver comunque ceduto alle lusinghe borboniche visto che il prodigio non si é mai verificato in presenza dei sovrani di Casa Savoia (nel 1861, 1870 e 1931).
Carlo di Borbone portò con sé il sangue di San Gennaro o inconsapevolmente quello di qualche altro santo napoletano? Del resto, pare che il prodigio necessiti della presenza del busto-reliquiario del Santo che contiene i resti del suo cranio. Fu voluto nel Trecento da Carlo II d’Angiò ed è ornato da una mitra aggiunta nel Settecento, considerata uno degli oggetti più preziosi del mondo.
I responsabili del Museo del Tesoro di San Gennaro hanno attivato da qualche tempo le ricerche della terza teca per via diplomatica. Per il momento si sa solo che a Madrid il Monasterio de la Encarnación custodisce ufficialmente il sangue di san Pantaleone e quello di San Gennaro. Il primo si scioglie il 27 luglio, il secondo no. Per una semplice coincidenza (?), la data del 27 luglio del 1892 è legata alla benedizione della prima pietra della chiesa di San Gennaro al Vomero. Da dove è arrivato il sangue del patrono di Napoli? È quello portato via da Carlo di Borbone? E quel sangue era nell’ampolla parzialmente svuotata o in un’altra? Mistero, appunto.

Un presidente un po’ governatore e un po’ questore

De Laurentiis assicura i trasporti e rafforza l’antiscippo

Accordo in Prefettura a Napoli tra il prefetto De Martino, il sindaco Luigi de Magistris e un rappresentante del Calcio Napoli: la SSC Napoli pagherà gli straordinari per assicurare il servizio di metropolitana oltre il termine delle partite di calcio al “San Paolo” in notturna. Il servizio della Linea 2 “Piazza Garibaldi-Gianturco” dovrebbe essere garantito dalla Regione ma l’ente non ha i soldi e allora è De Laurentiis a risolvere il problema mascherandosi da amministratore pubblico e garantendo cinquemila euro per ogni partita serale. Non si tratta di stabilire se sia giusto o meno; lo è perchè una città che vuole riprendersi il suo posto tra le capitali d’Europa non può prescindere dall’assicurare certi servizi essenziali. Ha fatto il passo chi ha potuto in nome del buonsenso e il vero problema sta nel constatare che Napoli non può consentirsi al momento la fruibilità delle proprie linee metropolitane nelle ore tarde del week-end o in occasione di eventi particolari come accade nelle città di respiro internazionale.
Grazie a De Laurentiis dunque, per questo e per le sue specifiche competenze che hanno portato il Napoli ai vertici. Dove sarebbero oggi gli azzurri senza di lui è difficile dirlo, soprattutto in assenza di imprenditori locali, di altri interessati al Napoli che non siano i cardini dell’industria del Nord che mai investirebbero al Sud o degli sceicchi disinteressati al derelitto calcio italiano fatto di stadi fatiscenti. Un presidente-imprenditore prezioso che però, per troppa attenzione alla vivibilità di Napoli per i suoi tifosi e per i suoi calciatori, finisce scivolando sulla buccia di banana durante la firma-show del nuovo contratto di Cavani che assicura alla squadra le prestazioni dell’unico vero “top-player” offensivo del calcio italiano: «Napoletani, non scippate la signora Cavani, non rubatele niente, fatele capire che è una città dove si vive bene». Il presidentissimo fa un’innocente battuta ma sbaglia a definire i ladri dei “napoletani” (quelli non sanno neanche cosa sia l’appartenenza alla città) e sbaglia a rivolgersi a loro comunicando all’intera nazione l’associazione mentale tanto difficile da sradicare Napoli-ladri. A loro devono rivolgersi le forze dell’ordine in funzione di garanzia della sicurezza non dei soli calciatori ma di tutti i cittadini napoletani (questi si) e i politici nazionali e locali al momento incapaci di arginare la povertà dilagante e assicurare leggi ferree contro la micro e macrodelinquenza. Poi Aurelio cambia il tiro e si rivolge agli stessi calciatori e alla stampa: «Sono cose che capitano ovunque ed è chiaro che se vuoi portare un Rolex e guidi con il braccio fuori è possibile che ti segano il braccio. A me qui non è mai successo nulla».
Si è mai visto Agnelli cercare di arginare scippi del rolex a Vucinic o lo sceicco Al Thani quelli a Lady Ibrahimovic? De Laurentiis cade nella trappola mediatica e la alimenta inutilmente. E del resto è lo stesso Cavani a dire che «la scelta di rimanere a Napoli non è stata dettata solo dai soldi che sono importanti come l’ambiente affettuoso di una delle città più belle del mondo che non ha prezzo». Ma Aurelio è così, istrionico e spettacolare, un presidente un po’ sindaco, anzi governatore, un po’ questore, un po’ sociologo. Capace di uscire dagli schemi, a volte strappando sorrisi e altre lasciando interdetti, ma comunque senza mai cattiveria e con la consapevolezza delle potenzialità della realtà napoletana da sfruttare anche a costo di arrivare dove non arrivano le istituzioni. Prendere o lasciare, e chi scrive prende.

Lesa maestà alla Reggia malata

monumento emblema dell’oscurantismo moderno

di Angelo Forgione – Era il Giugno del 2009 quando la piazza Carlo III di Caserta, l’immenso slargo ellittico ai piedi della reggia che si rifà a Piazza San Pietro a Roma, si avviava a compimento di un imponente e costosissimo restyling. Scattai delle fotografie ai nuovi lampioni d’illuminazione (clicca sulle immagini per ingrandire) perchè alla loro vista un senso di disgusto mi prese il ventre. Elementi di arredo urbano futuristici di forma essenziale e fin troppo moderna per essere contestualizzati nella piazza simbolo del neoclassicismo vanvitelliano, troppo forte il contrasto per restarne indifferente. Mancanza di sensibilità da parte di chi è chiamato a decidere nel presente di una testimonianza del passato e della nostra storia, ma anche della gente comune che devasta il patrimonio. Inutile dire che la piazza, la più grande d’Italia, è oggi un luogo deserto occupato e reso impraticabile da clochard e vandali.
Cosa dire per esempio dei furti d’acqua alle cascate della reggia di Caserta? Succede ogni maledetto Agosto! Allarme siccità? E allora via coi prelievi abusivi da parte dei soliti ignoti che si agganciano alla condotta del mirabile Acquedotto Carolino vanvitelliano, patrimonio dell’umanità, per attingere acqua a uso personale. Un reato che minaccia anche i pesci delle vasche e favorisce lo sviluppo incontrollato delle dannose alghe di eutrofizzazione. L’Acquedotto Carolino, nei 38 chilometri di percorso, perde così pressione e l’acqua non riesce ad arrivare dalla fonte alla destinazione ultima. Fontane asciutte e delusione dei turisti che arrivano per ammirare anche quelle meraviglie dell’ignegneria idraulica vanvitelliana e si ritrovano di fronte solo liquami. Niente acqua, niente tuffi. Si, perchè altro malcostume estivo dei giovani senza sensibilità è il lancio nelle vasche della cascata immortalato in passato, manco si trattasse di un acquapark, col rischio di danneggiare le sculture e le proprie ossa sulle rocce.
Spegnere la scenografica cascata che dai monti tifatini riversa acqua verso i giardini della Reggia equivale a deturparne l’architettura, ma questa deduzione è troppo lontana dalla comprensione degli insensibili. Vaglielo a spiegare che la navata centrale dell’edificio è detta “il cannocchiale” per la visione che attraverso di essa si ha dell’asse centrale del parco culminate nella cascata e nel torrione senza interruzione della prospettiva. Vanvitelli pensò anche a questo quando disegnò la Reggia come elemento architettonico lineare che non precludesse la vista della natura, simboleggiando l’osmosi tra potere e territorio, natura e conoscenza, divino e terreno.
E se le cascate languono “il cannocchiale” non sta meglio. Bancarelle e ambulanti di ogni tipo, persino distributrici di numeri del lotto, umiliano la maestosità del tempio, ma questo è problema cronico e non stagionale. E poi lampioni rotti (quelli storici), degrado sparso, automobili del personale che sfrecciano tra i turisti, cortili adibiti a parcheggi. Tutto documentato da Marco Bariletti per l’edizione serale del Tg1 del 25 Agosto (in basso) che ha posto la lente di ingrandimento anche sulle richieste dell’UNESCO disattese dal governo italiano. Il World Heritage per i patrimoni dell’umanità chiede da anni che dal monumento sia sfrattata l’Aeronautica Militare affinché eviti di essere un potenziale obiettivo militare e mostri invece tutto il suo splendore, a cominciare dal teatrino di corte inaccessibile e altri appartamenti oltre il solo piano nobile aperto al pubblico.
Responsabilità del governo centrale ma anche dell’amministrazione locale per arrivare agli strati sociali travolti dalla povertà e dall’ignoranza. Nessuno sembra avere la minima sensibilità per rispettare il sito e la sua storia. I soldi mancano, la sorveglianza non può essere garantita e il degrado avanza indisturbato. Il sindaco di Caserta Pio Del Gaudio ha commentato il servizio del Tg1 sulla sua pagina Facebook ma le parole non bastano più. La reggia è un complesso unico al mondo che ha nella sola Versailles un opera di pari livello, ma perde progressivamente pezzi e visitatori. E poco più in la, il dramma della reggia di Carditello che stiamo contribuendo dalla primissima ora a tenere alta in classifica nel censimento de “I luoghi del cuore” FAI (magari bisogna portare in alta classifica anche la più maestosa reggia?). Il delegato dell’ufficio del curatore fallimentare della più riservata tenuta borbonica di San Tammaro Tommaso Cestrone, una sorta di angelo custode della piccola reggia, ha riferito che sul posto si sarebbero recati nel mese di Agosto centinaia di visitatori, principalmente settentrionali e spagnoli, accontentandosi di sbirciare dai cancelli sbarrati.
Meglio fermarsi qui perchè la lista è infinita e sottolineare l’oscurantismo moderno quando si parla di luoghi simbolo dell’illuminismo napoletano, cioè europeo, è per chi scrive un autentico supplizio.