––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
Ancora Linus: un verso per umiliare la Cultura di Napoli
e Nicola Savino ci mette una pezza
Ora è ufficiale: Linus ha davvero delle lacune culturali. Stavolta non si tratta di ignorare la Metropolitana di Napoli ma di non conoscere la grande cultura Napoletana che ha posto le basi della moderna civiltà europea. Durante la trasmissione “Deejay chiama Italia” dell’8 Febbraio, insieme a Nicola Savino ha commentato spiritosamente la performance del sindaco di Napoli nel suo messaggio ad Al Pacino. Qui non si vuole giudicare né De Magistris né l’analisi spiritosa e divertita dei conduttori radiofonici-televisivi. Ma una piccola-grande cosa va sottolineata ed è l’atteggiamento, chissà quanto leggero o convinto, di Linus che, dopo il passaggio del sindaco “Napoli è una città di una grandissima cultura”, si lasciato andare ad un verso irriverente quanto eloquente verso l’immenso patrimonio dell’umanità che rappresenta la città partenopea, pur nei suoi affanni moderni. Nicola Savino ha quindi fiutato la gaffe e ha subito “tamponato” l’atteggiamento richiamando al rispetto della verità il collega che si è così rimesso in riga. E poi ancora dileggio del rapporto viscerale tra Napoli e il suo teatro Massimo. Inutile commentare la derisione dell’uomo, laureato e quindi capace di avere nel suo bagaglio lessicale la parola “ichnos”; quello fa parte della gag anche divertente e comprensibile per certi versi. Ma quel “oeeeh” di Linus, chiaramente spontaneo, fa male perché offende Napoli ed è per questo inaccetabile. Può sembrare una stupidaggine, ma un semplice verso può plagiare subliminalmente l’opinione di migliaia di radio-telespettatori. Ed è superfluo poi al termine prendere le distanze da eventuali contestazioni, non sono i 4 minuti a meritare il nostro interesse quanto quei due secondi. La Cultura di Napoli è sacra.
Angelo Forgione Ritengo utile sottoporre questo vecchio contributo televisivo del 1989 che vede Red Ronnie protagonista di una singolare denuncia del razzismo contro i meridionali. Dopo più di vent’anni la denuncia è ancora attualissima, forse ancor di più. Ma le parole sono inutili… spazio alle immagini.
Angelo Forgione– Milan-Napoli: un piccolo striscione viene inquadrato dalle telecamere di Mediaset Premium nel prepartita e diventa “grandissimo”; vi si legge “NAPOLI COLERA”. Il giudice sportivo lo sanziona con 10.000 euro di multa a carico del Milan per espressione di discriminazione razziale.
Ma quanta ignoranza! Sono passati quasi 40 anni dall’epidemia di colera a Napoli e ancora negli stadi si leggono certe idiozie, che non sono tali perché applicate al calcio ma perché dipingono una verità manipolata ancora oggi in molti scritti contemporanei che non raccontano la verità. Il colera del 1973 non fu dovuto alle condizioni igieniche di quella Napoli ma a delle cozze importate dalla Tunisia, ove era giunta la “Settima pandemia”, proveniente dalla Turchia via Senegal e partita nel 1961 dall’isola indonesiana di Sulawesi. Cozze che distribuirono il vibrione anche a Palermo, Bari, Cagliari e Barcellona. La città che uscì più velocemente dall’emergenza, in poco più di un mese, fu Napoli grazie ad una imponente profilassi e ad una grande compostezza dei napoletani. Le altre città convissero con la malattia per mesi, e addirittura Barcellona se ne liberò dopo quasi due anni. Non ci risulta che negli stadi si legga e si senta “Cagliari colera”, “Bari colera” o “Palermo colera”, e neanche “Barcelona colera” in Spagna. Furono i media dell’epoca a deformare la realtà consegnandola al pregiudizio italiano, realizzando servizi dai contenuti denigratori e titoloni a sensazione che ruppero le ossa all’immagine della città. Solo quando tutto finì e non c’era più niente da raccontare di Napoli fu reso noto che il vibrione era nelle cozze tunisine. Troppo tardi, e da allora, negli stadi d’Italia, il Napoli di Vinicio veniva accolto al grido di “colera”, e la vergogna continua oggi.
È chiaro che una città come Milano e, in generale, tutte quelle di un Nord non bagnato dal mare siano risultate decisamente meno esposte ad un pericolo del genere, ma l’ignoranza è ancora più profonda se consideriamo che nell’Ottocento diverse pandemie di colera colpirono violentemente Genova, Torino, Verona, Treviso, Venezia, Trieste, Parma, Modena, Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Pavia, Lodi, e proprio Milano, che contò migliaia di decessi. Il contagio in Lombardia partì da Bergamo, dove tornò più volte nel corso del secolo, segnato da svariate carestie ed epidemie con alto tasso di mortalità nella zona. E mentre a Napoli il colera del 1973 fu originato da una causa esterna, nelle città del Nord del secolo precedente fu cagionato dalle cattive condizioni igieniche dei centri e delle campagne insalubri, dove si affacciarono il tifo petecchiale, il vaiolo, il morbillo, la varicella, la scarlattina, la difterite e pure il gozzo, un particolare ingrossamento della ghiandola tiroidea tipico dell’alta montagna, a cui spesso si associava l’idiozia e il cretinismo.
Fosse solo il colera condiviso con la gente partenopea! Come dimenticare le classi popolari lombarde e venete che hanno sofferto la pellagra? Mangiavano sola polenta di mais e sorgo, priva di vitamine e aminoacidi. Alimentazione carente.
Un vera e propria piaga che fu oggetto di studi a livello internazionale. Il primo censimento dei pellagrosi del Regno Lombardo-Veneto del 1830 contò nel solo territorio lombardo 20.282 pellagrosi, così ripartiti per province: Brescia 6939, Bergamo 6071, Milano 3075, Como 1572, Mantova 1228, Pavia 573, Cremona 445, Lodi 377, Sondrio 2. Anche la prima indagine sanitaria dell’Italia unita, nel 1878, evidenziò che da pellagra erano affette 97.855 persone, di cui 40.838 in Lombardia, 29.936 in Veneto (salito a 55mila nel 1881) e 18.728 in Emilia. Nessuna nelle regioni del Mezzogiorno.
I settentrionali, affetti dall’anche detto “mal de la rosa”, erano tra quelli che, con tono sdegnoso, chiamavano “mangiamaccheroni” i napoletani, i quali evitavano tutta una serie di malattie legate alla monoalimentazione con la loro ricchezza alimentare fatta di pasta, verdure in abbondanza, frutti, compreso quello ricco di vita che loro mangiavano già in grfan quantità e che al Nord non era conosciuto: il pomodoro! Lassù lo consideravano uno dei simboli di meridionalità rozza. Il modello alimentare napoletano, studiato sul posto dal fisiologo americano Ancel Keys, alla base della “dieta mediterranea”, li conquistò e li migliorò, e la pellagra sparì.
“Colerosi” e fesserie varie ai napoletani? E se quelli iniziassero ad abbassarsi all’infimo livello? Cadrebbero nel tranello dell’ignoranza. Meglio lasciar fare agli altri.
La forza della musica serve anche a parlare dei problemi dell’attuale società e delle possibilità di sviluppo e di rilancio del capoluogo partenopeo. È stata un’occasione anche per fare questo il miniconcerto live acustico del cantautore partenopeo Lino Blandizzi, svoltosi martedì 31 gennaio alla Mondadori Centro Napoli della storica piazza Trieste e Trento, angolo via Nardones. A ripercorrere, assieme al cantautore, le varie tappe della sua carriera ultraventennale Piero Antonio Toma, giornalista, scrittore, saggista e anche autore insieme a Blandizzi di brani come “Acqua” (diventata la colonna sonora della battaglia, condotta da padre Alex Zanotelli, contro la privatizzazione di un bene così prezioso) e “Vieni donna del Sud”, una denuncia dei diritti negati alle donne in tante parti del mondo. “L’appello che lanciamo con questo brano – sottolinea Toma – per la salvaguardia e l’affermazione dei diritti non è rivolto direttamente alle donne, che pure sono le protagoniste del pezzo, ma alle istituzioni che si occupano dell’accoglienza”. I brani che hanno animato la serata sono riuniti nell’album “Il mondo sul filo”, frutto della collaborazione con l’etichetta Clapo/Edel. A contraddistinguerli un comun denominatore: la denuncia “dell’incomprensibile indifferenza”, come la definisce lo stesso Blandizzi, che attanaglia quest’epoca, dove si è “impassibili di fronte ad un mondo che va in malora” spogliato di ogni valore. Per “scuotere le coscienze”, quindi, arrivano questi undici brani, caratterizzati da toni duri, che non utilizzano metafore e giri di parole. Emblematica, poi, la canzone “Il mondo scoppia”, che appare rappresentativa di tutto l’album quando dice “Scoppia il mondo scoppia… lo stiamo lasciando cadere a pezzi… il rispetto per se stessi non c’è più…”.
Unica canzone in dialetto “Vierno Vattenne”, una poesia di Luigi Compagnone, musicata dal cantautore. Un modo per promuovere la cultura e valorizzare l’autentica napoletanità. Una napoletanità che, per riscoprire la sua anima più vera ed autentica e per declinare il suo futuro secondo la voce sviluppo, deve liberarsi da due mali: “l’individualismo ed il pagnottismo”, come ribadisce, durante la serata, il giornalista Angelo Forgione che “quotidianamente prova a combattere tutte le ingiustizie che Napoli subisce”, come sottolinea Blandizzi. Intenso l’omaggio all’amico Sergio Bruni con “Ma dov’è”, romanza interpretata in duetto con lo stesso Bruni ed ultimo lavoro discografico del maestro.
ore 10:30 – Hotel Serapo,
“Parlamento delle Due Sicilie” riunione commissioni con la presentazione di progetti e proposte.
Ore 11:00 – Teatro Ariston “Terroni”
spettacolo di Roberto D’Alessandro.
Ore 16:00 – Hotel Serapo, Convegno con: PINO APRILE (La “restanza” e i nuovi giovani) LORENZO DEL BOCA (La mancata unità) GENNARO DE CRESCENZO (Movimento Neoborbonico, Dai primati alle questioni)
CLAUDIO ROMANO (Uff. Storico Marina, La Marineria Napoletana)
ALDO PACE (Fondazione Banco Napoli, Banco e sviluppo del Sud); Saluti di Antonio Raimondi (Sincaco di Gaeta), Enzo Zottola (Camera Commercio Latina), Franco Ciufo (Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio), Sevi Scafetta (organizzatore-evento); modera Marina Campanile (Fondazione Vanvitelli); Giuseppe Catenacci (Ass. Ex Allievi Nunziatella).
Dalle ore 16:00 – presso l’Hotel Serapo, Mostra del Maestro Gennaro Pisco “Unità senza verità”.
Ore 21:00 – menù storici e musiche del tempo nel centro antico di Gaeta.
DOMENICA 11 MARZO
Ore 10:00, Santuario Santissima Annunziata
Messa Solenne per i caduti Napolitani durante l’assedio di Gaeta
Ore 12:00 Montagna Spaccata Cerimonia per i caduti durante l’assedio lungo gli spalti della fortezza
a cura del Raggruppamento storico-militare di ALESSANDRO ROMANO
Con il patrocinio di: Regione Lazio Provincia di Latina Comune di Gaeta Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio
Alberghi convenzionati (camere già in esaurimento): Serapo (0771 450037) Flamingo (0771 740438) Gajeta (0771 4508237) Mirasole (0771 464194)
Corteo identitario “Difendi Napoli, difendi il tuo futuro”
Una delegazione di V.A.N.T.O. ha partecipato alla manifestazione “Difendi Napoli, difendi il tuo futuro” del 4 Febbraio insieme ad altri undici movimenti e gruppi identitari non solo napoletani. Il cordone dei manifestanti, circa duecento persone, ha sfilato partendo da Piazza Matteotti per arrivare a Palazzo San Giacomo intonando cori per chiedere la bonifica delle aree inquinate della città, l’abolizione del pedaggio sulla Tangenziale, l’equiparazione delle assicurazioni meridionali a quelle del centro-nord, l’allentamento della pressione di Equitalia e, più in generale, per chiedere più giustizia per il Sud e per i cittadini del Mezzogiorno. V.A.N.T.O. era presente con un grande striscione su cui era scritto “Sud: 150 anni di malaunità” e, pur recandosi sotto il Municipio per richiedere simbolicamente una politica sempre più attenta al popolo meridionale e fattività per il riscatto della città, si è astenuta dall’intonare alcuni cori contro il Sindaco De Magistris lanciati da altri movimenti e dai quali prende le distanze per coerenza ideologica verso la propria “mission” non solo in funzione meridionalista ma anche in chiave di denuncia costruttiva del degrado urbano della città e del vilipendio della sua immensa cultura.
stop alla Social Card nordista sconfitta dall’asse Napoli-Bari
Angelo Forgione – È ormai noto che, con la benedizione di Vendola, i sindaci di Napoli e Bari De Magistris ed Emiliano camminino a braccetto sul sentiero politico che porta alla politica nazionale, sbilanciata a Nord. Qualche giorno fa avevano scritto al premier Monti, sotto suggerimento dell’Assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli Marco Esposito, denunciando l’iniquità della “Social Card” reintrodotta nel DL “Semplificazioni”, contestando il metodo utilizzato per la ripartizione delle risorse che avrebbe favorito il Nord. In particolare, le ricariche sarebbero state differenziate in base alla valutazione tecnicamente errata che il costo della vita fosse più alto al Nord rispetto al Sud. Questo avrebbe assegnato una ricarica bimestrale da 110 a 274 euro ai comuni settentrionali, mentre per quelli meridionali sarebbe stata da 80 a 212 euro. I due sindaci hanno informato Monti che, secondo rilevazioni, a parità di prodotti acquistati, la spesa sia più cara nel Mezzogiorno a causa della diversa struttura distributiva e dei maggiori costi logistici. In sostanza il Sud sconta il fatto di essere una sorta di colonia che importa, pagandone il trasporto, merci dal Nord detentore della maggior quota di ricchezza prodotta. Il trucco sta nelle “gabbie salariali” che prevedono il calcolo sul costo della vita confrontando erroneamente i prodotti più venduti in ogni esercizio commerciale e non i prezzi di prodotti identici, ed è quindi ovvio che nel Mezzogiorno si vendano maggiormente articoli “low cost” a causa del minore reddito disponibile. Il paradosso è che sia lo stesso Ministero dello Sviluppo economico, in una nota nell’Osservatorio prezzi, ad avvertire sull’uso improprio di simili raffronti territoriali. Battaglia vinta! Il Sottosegretario al lavoro Cecilia Guerra ha fatto visita a Marco Esposito informandolo che il Governo ha corretto il provvedimento cancellando qualsiasi differenziazione territoriale. Far passare la “svista” (nordista) sulla “Social Card” avrebbe aperto la strada a nuove speculazioni e magari portato un domani a pensioni e prestazioni sociali differenziate.
Ma non è tutto, perchè De Magistris sta studiando una delibera per consentire il conferimento della cittadinanza ai figli di immigrati nati nel territorio napoletano. «Anche in questo campo dai Comuni può venire una spinta al Governo nazionale – ha detto il Sindaco di Napoli – affinchè provveda in questa direzione». Basta poco per capire che questa è una risposta alla Lega Nord e alle sue politiche razziste di chiusura. Del resto, Napoli e il Sud hanno una tradizione di accoglienza e integrazione storica e già nel 1846 fu introdotto nelle Due Sicilie il “Decreto circa la naturalizzazione degli individui nati nel Regno da genitori stranieri” riprendendo una legge pure in vigore nel 1817. Il Sindaco ha reso noto che entro Marzo sarà pronta una ordinanza che organizzerà tutti i mercatini etnici per immigrati in ogni zona di Napoli. Insomma, sembra proprio che De Magistris stia andando a Sud, così comeconsigliatogli all’indomani dell’elezione a Sindaco. De Magistris ed Emiliano si propongono come un nuovo modello di politica meridionalista di contrapposizione allesperequazioni della politica nordista che finge di non sentirci, in attesa di accogliere Rita Borsellino impegnata nella candidatura a Sindaco di Palermo sponsorizzata, e ci risiamo, da Vendola.Lo ha detto proprio il sindaco di Bari a “la Zanzara” su Radio24, ipotizzando un prossimo nuovo quadrilatero geopolitico che non sarebbe più quello austriaco di Verona, Peschiera del Garda, Mantova e Legnago ma quello meridionale di Napoli, Bari, Palermo e Catania. Ricorda vagamente qualcosa.
Angelo Forgione per napoli.com – Napoli città d’arte di fatto, ma ora il Comune ha sottoscritto un protocollo d’intesa per istituire un coordinamento delle politiche turistiche con Roma, Firenze e Venezia. Si tratta del “circuito delle città d’arte” che ha visto riunirsi a Roma gli assessori al turismo delle quattro città italiane a maggiore vocazione turistica per ratificare l’ingresso della città partenopea. I contenuti del protocollo d’intesa saranno implementati da una serie di iniziative e azioni promozionali del circuito rivolte ai mercati tradizionali e a quelli emergenti. Il coordinamento lavorerà poi per creare un prodotto che leghi la grande offerta artistica e culturale delle città d’arte, affinchè sia capace di concorrere con le destinazioni internazionali. L’assessore al turismo del Comune di Napoli Antonella Di Nocera ha dichiarato che questo è solo il primo passo per un rilancio sistematico di Napoli in ambito turistico nel quale è necessario l’intervento di collaborazioni pubbliche-private. “È fuor di dubbio – ha detto Di Nocera – che Napoli sia una delle città italiane più belle, amate e desiderate al mondo. Compito di questa amministrazione è trasformare tutto ciò in crescita economica e volano di sviluppo”. E tanto ce n’è da fare.
il Sindaco di Bari Emiliano, l’inno di Paisiello e il Nord sordo
L’anima capitolina di Napoli è ancora ben viva e palese. Basterebbe ricordare l’esito del sondaggio per designare il personaggio storico preferito dai napoletani del Corriere del Mezzogiorno nell’autunno 2009 o il continuo spuntare di bandiere delle Due Sicilie allo stadio “San Paolo”; e al Forum dei Comuni per i Beni Comuni di Sabato 28 Gennaio se n’è avuta un’altra piccola conferma quando il sindaco di Bari Emiliano ha fatto una citazione storica sull’inno delle Due Sicilie: «Napoli era l’ispirazione di ogni sentimento di un meridionale. Persino l’inno borbonico era scritto da un tarantino». Dalla platea del teatro “Politeama” applausi di compiacimento che il primo cittadino barese ha frenato istituzionalmente precisando che non si trattava di “nessun concedimento”, parlando però di un “sedimento” che permette di vedere il disinteresse verso il Sud nelle stanze della politica. Chiamiamolo sedimento o come vogliamo, ma è chiaro che si tratti di meridionalismo.
I dati sono chiari: forte aumento delle neoplasie in Campania! 9,2% tra gli uomini, 12,4 tra le donne. Queste le conseguenze del bombardamento ambientale cui è sottoposta quella che gli antichi romani chiamavano “Campania felix” per via della fertilità delle terre. Da qualche decennio, in quelle stesse terre vengono intombati illegalmente gli scarti industriali nocivi delle aziende di un nord che non solo non si accontenta di trattenere a sé la maggior quota della ricchezza prodotta ma lascia al Sud anche la maggior quota del proprio scarto nocivo produttivo. Lo smaltimento illecito di rifiuti tossici riguarda in particolar modo la Campania dove l’area tra Acerra, Nola e Marigliano è stata denominata “triangolo della morte” e dove paradossalmente i cittadini dei grandi centri abitati come Napoli sono più al sicuro da malattie rispetto a quelli delle campagne comprese tra il Napoletano e il Casertano. Si tratta della “rotta tirrenica” dei rifiuti speciali che viaggiano da Nord verso Campania e Calabria, ma esistono anche una “rotta adriatica” che punta alla Puglia e una “rotta siciliana”. È ormai accertato che l’Italia sia crocevia di traffici internazionali di rifiuti, provenienti dai paesi europei e destinati al Corno d’Africa. Ed è proprio a questo affare tra governi dei paesi industrializzati, mafie e massonerie internazionali, che, secondo fondate ipotesi, sono probabilmente legati gli omicidi del 1994 di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia. Un grosso affare scoperchiato che ha dei nessi con la situazione attuale, in Campania soprattutto ma in tutto il Meridione. A decidere sono sempre i poteri occulti che manovrano i fili dall’alto e stabiliscono destini di intere comunità. E così i traffici continuano mentre di bonifica dei territori inquinati neanche l’ombra. Solo la miopia della disinformazione può indurre a pensare che l’emergenza rifiuti di Napoli sia il frutto dell’inciviltà dei cittadini che pure in situazioni di degrado diffuso finiscono per degenerare le proprie abitudini. Quel fenomeno non dipendeva dalla gente ma da qualcosa di più grande stabilito a tavolino decenni fa. Roberto Saviano ha provato a spiegarlo alla nazione ma qualcuno continua a fare orecchie da mercante. Ma se il centro di Napoli è ora libero da quella vergogna, i campani e i meridionali sono purtroppo chiamati a fare i conti con un disastro ambientale di cui non sono responsabili, subendone però umiliazione, frustrazione e accanimento razziale da parte di chi accusa le vittime e non i carnefici, perchè di veri e propri carnefici si tratta. Malformazioni, infertilità, malattie e morti precoci sono già il conto che il Sud sta pagando e che diventerà sempre più salato nel prossimo futuro e in quello più remoto dei nostri figli. Solo che queste morti sono silenziose, non fanno rumore come una nave che affonda o una sparatoria tra pregiudicati. Ma la gente deve sapere cosa è accaduto, cosa sta accadendo e cosa accadrà.