Angelo Forgione – Periodo di forte crisi editoriale e culturale, ma da Napoli parte una nuova sfida e una forte risposta alle ripetute chiusure delle librerie. Il 21 luglio, alle 21, in cima a via Cimarosa 20, nel cuore del Vomero, di fronte alla Funicolare Centrale di piazza Fuga, apre “IoCiSto”, la prima libreria ad azionariato popolare d’Italia. Si tratta di un esempio, nato dalla volontà di arginare la desertificazione culturale del Vomero.
Nessun grande imprenditore, nessun marchio storico, nessun franchising. In soli due mesi il progetto ha messo insieme più di trecento persone e le loro risorse economiche per dar vita a “la libreria di tutti”: 250 metri quadri di esposizione libraria, luoghi di lettura e spazi per eventi. Una conferenza stampa di presentazione è indetta per venerdì 18 luglio alle ore 12, e farà da preludio all’adunata pubblica di lunedì sera, quando si accoglieranno tutti coloro che spontaneamente vorranno presentarsi (anche senza invito) per dare il loro pur piccolo contributo e aderire all’associazione. Cui va un grosso “in bocca al lupo”.
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L’inghilterra calunniava, il Borbone si difendeva
Angelo Forgione – Su Il Mattino di domenica 13 luglio Ugo Cundari ha commentato il Cenno storico delle opere pubbliche eseguite nel Regno di Napoli sotto l’augusta dinastia dei Borbone, rarità editoriale – col contributo di una mia postfazione – che illustra un lungo elenco di realizzazioni compiute dai sovrani borbonici e da Ferdinando II in particolare. Cundari scrive (giustamente) che il testo vide (probabilmente) la luce per volontà dello stesso Ferdinando II, citando l’editore, il quale, a sua volta, nella premessa scrive che si tratta (probabilmente) di “un’operazione di restyling dell’immagine pubblica voluta dalla dinastia, la quale doveva essere seriamente preoccupata di ristabilire un consenso che appariva corroso e minato”. La frase, così limitata, induce a pensare a una propaganda spontanea, mentre in realtà si trattò di autodifesa da quella che lo stesso editore chiama “propaganda contraria – prevalentemente di stampo anglosassone (vedi l’operato di Lord Gladstone) – che condusse una battaglia interna allo stesso Regno delle due Sicilie […], preparando uno schieramento favorevole a quelli che sarebbero dovuti apparire, quindi, liberatori del popolo da una secolare oppressione”. L’elenco del Cenno storico fu pubblicato con tanto di spese effettuate per dimostrare che l’immobilismo del governo borbonico non corrispondeva alla realtà dei fatti, e per contrastare la propaganda contraria di delegittimazione.
Cundari scrive inoltre che delle opere pubbliche di cui si parla nessuna fu progettata in certi territori, lasciati apposta fuori da ogni nuovo investimento. Non è specificato di quali territori si tratta. Erano quelli siciliani. In effetti, gran parte degli interventi riguardano il territorio continentale “al di qua del Faro”, e decisamente più rari – ma non inesistenti – furono i lavori compiuti in Sicilia. L’Isola, su cui insistevano gli interessi degli Inglesi, era il luogo da cui provenivano maggiori malcontenti e moti di rivolta, sobillati dai britannici, veri e propri destabilizzatori del Regno, ed è più o meno noto che la politica di governo attuata in quella zona fu, per così dire, mirata a un certo isolamento. Non a caso è lì che sarebbero sbarcati i Mille garibaldini.
Erano tempi di sotterfugi e grandi mire internazionali. Era l’epoca in cui si iniziava a scavare il Canale di Suez. Era il principio delle politiche economiche dei governi consegnate all’indebitamento bancario. Eppure le opere elencate furono effettivamente realizzate, senza particolare indebitamento. Il mio contributo alla pubblicazione vuole proprio dimostrare che quanto fatto, e fu fatto, non si avvalse dei prestiti bancari e non arrecò particolare aggravio per il popolo.
Una strada per Ferdinando II
Angelo Forgione – Nel 2009, battendo Eduardo De Filippo e Federico II, Ferdinando II di Borbone fu “eletto” superpersonaggio storico di Napoli in un lungo divertissement online del Corriere del Mezzogiorno. Ora la Fondazione “Il Giglio” e il Movimento Culturale Neooborbonico chiedono al Comune di Napoli di intitolargli una strada, dopo la delibera di intitolazione toponomastica di uno slargo ad Enrico Berlinguer (intersezione pedonale tra Via Toledo e via Diaz) e la proposta del sindaco De Magistris di intitolare una strada, una piazza o un giardino di Napoli a John Lennon.
I promotori dell’iniziativa chedono di inviare una email al Sindaco, all’indirizzo sindaco@comune.napoli.it, chiedendo “che sia intitolata una piazza importante o una strada principale della città a Ferdinando II di Borbone, il Re che fece grandi Napoli capitale e il Regno delle Due Sicilie”. Lo stesso Corriere del Mezzogiorno sta proponendo un sondaggio (clicca qui) per verificare l’eventuale gradimento della proposta.
L’operato politico di Ferdinando II, di cui ho parlato in Made in Naples e che ho focalizzato sotto il profilo economico nel Cenno Storico sulle opere pubbliche eseguite nel Regno di Napoli, è riassunto nell’intervento di Gennaro De Crescenzo, tra i promotori dell’iniziativa, nell’intervento alla trasmissione Baobab di Radio Rai (minuto 8:00).
Violenza sulle donne: al Sud è più sicuro essere donna
Angelo Forgione – Emmanuele Jannini, docente di Endocrinologia all’Università di Roma Tor Vergata, nel corso del puntata di Superquark del 3/7/14 ha commentato i dati sulla violenza sulle donne in Italia relativi all’ultimo decennio.
«Ci siamo resi conto che, contrariamente a quello che pensavamo, il Nord è il posto dove è più pericoloso essere donna, mentre il Sud è il fanalino di coda. I dati sono motivati probabilmente dalle diverse influenze culturali nella società settentrionale».
Se è relativamente semplice comprendere cosa ci sia dietro il “contrariamente a quel che pensavamo” del professor Jannini, ovvero la correlazione tra violenza sulle donne e povertà, più criptica è la sua spiegazione del fenomeno. Tra il 7% del Sud e il 58% del Nord c’è una bella differenza, non certo uno scarto minimo. Cosa vuole intendere il professor Jannini quando parla di diverse influenze culturali? Forse che gli stupri e le violenze sulle donne nei territori settentrionali sono da attribuire solo agli extracomunitari e ai meridionali che lì vivono?
I dati europei riportati in un’indagine condotta dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali dicono che gli abusi di genere sono più diffusi nell’Europa del Nord: al vertice della classifica infatti troviamo la Danimarca (con il 52% di donne che raccontano di avere subìto violenza fisica o sessuale dall’età dei 15 anni), la Finlandia (47%) e la Svezia (46%). A seguire i Paesi Bassi (45%), Francia e Gran Bretagna (44%), mentre l’Italia si piazza al diciottesimo posto (27%). Un po’ come per suicidi e uso di psicofarmaci, più ci si approssima alle aree nordiche ricche e più l’incidenza del fenomeno aumenta. La verità è che la violenza sulle donne, come tutti i drammi sociali, è frutto di un intreccio di altri problemi sociali (povertà, alcolismo, droga, sofferenza psichiatrica, bassa scolarità), di commistioni culturali certamente, ma anche di un diverso rispetto del gentil sesso. Rispetto che nelle aree povere è ancora forte perché non pregiudicato dalla mercificazione. Del resto, la cultura maschilista italiana è oggi incarnata dall’offensiva visione della donna codificata dall’avvento delle tivù di Berlusconi e dalle sue lussuose avventure sessuali che devono indignare e non divertire. E se vogliamo andare agli albori della Nazione, i primi stupri d’Italia li commisero Bersaglieri e Carabinieri piemontesi, ai danni delle donne del Sud, in nome del disprezzo etnico e della diversità culturale… contrariamente a quanto si possa pensare.
A Pompei si gustava il “cosciotto di giraffa”
Angelo Forgione – Non solo pesce, legumi e frutta secca. Nell’antica Pompei, città di ricchi commerci, si gustavano anche cibi esotici come ricci, cosce di giraffa e fenicotteri, col condimento di spezie giunte dall’Indonesia.
La scoperta si deve ad un gruppo dell’Università di Cincinnati guidati da Steven Ellis, che hanno scavato per un decennio nei pressi di una ventina di edifici vicini alla Porta Stabia, in buona parte ristoranti. Era quella una zona della città da classe operaia: abitazioni modeste, botteghe e officine, locande. E lì, frugando tra i rifiuti del 79 dopo Cristo, nelle latrine e negli scarichi, gli studiosi hanno ritrovato resti di cibo mineralizzati o carbonizzati dalle cucine, alcuni datati al quarto secolo avanti Cristo, quando la città era ai suoi primi stadi di sviluppo. Così si sono potuti scoprire preziosi dettagli sullo stile di vita, comprese le abitudini a tavola, delle classi medie o medio basse dell’antica Pompei. Cibi comuni di una sana dieta mediterranea come cereali, frutta, nocciole, olive, lenticchie, uova, e poi carne e pesce sotto sale provenienti dalla Spagna. E ancora, frutti di mare, ricci, e… cosciotti di giraffe.
I risultati sono stati presentati all’ultimo convegno dell’Archeological Institute of America a Chicago dello scorso gennaio. «L’immagine tradizionale di una massa di poveracci che girava per le strade alla ricerca di qualsiasi scarto di cibo – ha spiegato Steven Ellis – non corrisponde alla realtà, quanto meno alla realtà di Pompei. Il fatto che una parte di quell’animale, già macellato, sia arrivato nella cucina di quello che sembra un ordinario ristorante di Pompei ci racconta non solo che esisteva un commercio su grandi distanze di animali esotici e selvatici, ma anche la ricchezza, varietà e scelta delle diete popolari».
Non è una novità che i più ricchi Pompeiani mangiassero animali esotici e cibi prelibati, ma gli archeologi avevano sempre pensato che alle classi popolari toccassero solo zuppe e pietanze povere. E invece il cibo esotico era servito e apprezzato in tutti i quartieri.
La chiesa anglicana di Napoli e quella riconoscenza tra massoni
Angelo Forgione per napoli.com – La cappella anglicana di Napoli, in via San Pasquale a Chiaja, è il simbolo imperituro del contributo della triplice alleanza britannica (Stato, Chiesa e Massoneria) all’Unità d’Italia e alla cancellazione di Napoli capitale. Fu Garibaldi in persona, nel suo dittatoriale autunno partenopeo del 1860, a concedere suolo napoletano e autorizzazione per la costruzione di una cappella per il culto anglicano. Era lui che comandava a Napoli e gli amici inglesi andavano ringraziati per il fondamentale sostegno ricevuto nella spedizione delle camicie rosse. Sino a quel momento, i culti diversi nella cattolicissima capitale borbonica e in tutto il Regno erano stati vietati, e le funzioni erano state celebrate nelle legazioni extraterritoriali. Quelle anglicane si svolgevano nella legazione britannica di Palazzo Calabritto in piazza della Pace, l’attuale piazza dei Martiri, dove si ergeva una colonna dedicata alla Madonna della Pace voluta da Ferdinando II per la pace riconquistata dopo i moti del 1848. Pace impossibile da conservare a lungo. Già nel 1844 Garibaldi era entrato a far parte della Massoneria a Montevideo, in Uruguay, e nel 1846 aveva incontrato Lord Palmerston per ottenere appoggio per la sua battaglia per l’indipendenza del Paese sudamericano e per quelle future in Italia. Tra Massoneria inglese, nata in seno al Protestantesimo, e Anglicanesimo il legame era già forte, in nome dell’anti-Cattolicesimo e dell’avversione al Papa di Roma, e lo è ancora oggi (nel settembre 2013, nella Cattedrale di Canterbury in Inghilterra, si sono radunati un migliaio di massoni per la celebrazione del bicentenario della Gran Massoneria dell’Arco Reale). Fin dalla sua nascita, la Massoneria inglese era stretta in un’alleanza con lo Stato e la Chiesa anglicana. Proprio la Chiesa d’Inghilterra aveva dichiarato l’indipendenza dall’autorità papale nel 1534, e nel 1563 il Parlamento aveva approvato i 39 articoli della fede anglicana, i cui scopi contemplavano anche la centralità dell’Evangelo. Tre secoli dopo, il “gran nemico” era Pio IX, di fatto un alleato politico di Ferdinando II delle Due Sicilie, il quale, nonostante le insistenti richieste della diplomazia londinese, per nessun motivo concesse mai il suo suolo cattolico napolitano per una chiesa del culto anglo-massonico. La morte del sovrano rappresentò l’occasione giusta per invadere il Regno meridionale, poco sicuro nelle mani del giovane erede Francesco II.
Il massone Garibaldi sbarcò a Marsala, dove fu accolto dai piroscafi bellici dritannici “Argus” e “Intrepid” e da una vastissima comunità inglese coinvolta nei grandi affari dei vini di Ingham e Whoodhouse; attraversò la Sicilia e risalì la Penisola sempre scortato, finanziato e armato dagli inglesi. Fiumi di piastre turche gli giunsero per corrompere gli ufficiali borbonici, e la scottante contabilità del suo esercito, affidata a Ippolito Nievo, sparì nel misterioso naufragio del piroscafo Ercole a largo di Capri. Quel rendiconto, che non sarebbe stato opportuno rivelare perché avrebbe acclarato la pesante ingerenza del Governo di Londra nella caduta del Regno delle Due Sicilie. non arrivò mai a Napoli, da dove doveva proseguire per Torino. A Napoli, il 6 settembre, Garibaldi entrò col treno borbonico, “accompagnato” via mare dal legno britannico “Intrepid”, che si piazzò davanti al litorale di Santa Lucia fino al 18 ottobre, quando gli fu dato il cambio da altre imbarcazioni inglesi, proprio mentre il dittatore Garibaldi donava ai sudditi di Sua Maestà la Regina il suolo scelto in via San Pasquale a Chiaja per edificare la cappella protestante, lì dove era un maneggio per cavalli di proprietà dell’esercito borbonico. Era solo un piccolo atto di riconoscenza per il fondamentale appoggio ricevuto (un’altra cappella anglicana sarebbe stata costruita a Palermo nel 1872). Il nuovo governo italiano-piemontese cedette ufficialmente la proprietà del terreno il 10 agosto 1861. La comunità dei residenti inglesi, con sottoscrizioni private e pubbliche sia a Napoli che in Gran Bretagna, riuscì a raccogliere l’ingente somma necessaria per la realizzazione della costruzione. Dopo un concorso, fu dato incarico per l’opera all’inglese Thomas Smith, che aveva appena ultimato la chiesa della comunità inglese a Nizza, città natale di Garibaldi. La prima pietra fu posata il 15 dicembre 1862 e l’edificio ultimato fu consacrato dal primo vescovo anglicano di Gibilterra il 3 marzo 1865.
Dopo il Congresso di Vienna del 1815 la Massoneria era stata messa al bando dai governi di tutti gli Stati preunitari. Non è un caso che la rifondazione manifesta della Massoneria italiana sia datata 1859, anno di costituzione della prima loggia italiana chiamata “Ausonia”. Dove? A Torino, ovviamente. Quando la capitale sabauda “unì” (parzialmente) l’Italia, Stato vaticano ancora escluso, il massone Garibaldi fu nominato Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia proprio a Torino. Era il 17 marzo 1862, primo compleanno dell’incoronazione di Vittorio Emanuele II quale Re d’Italia. Compiuta l’invasione del Mezzogiorno e ben saldi i suoi propositi di violare la Roma papalina, il Generale si recò a Londra per far visita al governo inglese e alla frammassoneria con l’intento di rimediare altri fondi per le sue imprese rivoluzionarie. Fu accolto dal tripudio di una folla oceanica, riconoscente per il lavoro compiuto nelle Due Sicilie e per la sua battaglia contro il Papa, quindi per il rafforzamento dell’egemonia imperiale anglosassone. Riconoscenza attestata di persona, nel corso di quel viaggio nell’aprile del 1864: «Senza l’aiuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora borbonica, e senza l’ammiraglio Mundy non avrei giammai potuto passare lo stretto di Messina». Gli obiettivi, ovviamente, non erano solo religiosi ma anche e soprattutto politici, economici e commerciali, ma chiaro fu il contributo che la fede britannica diede al processo politico e sociale che attraversò l’Italia risorgimentale. Garibaldi, prima della caduta di Roma, preconizzò: «Non sarà il cannone a liberare Roma dal Papa, ma l’Evangelo». Il 20 settembre 1870, giorno della Breccia di Porta Pia, i Bersaglieri del Generale Cadorna entrarono a Roma preceduti dai venditori di libri al grido di «il libro.. il libro» (la Parola di Dio). Il Potere Temporale del Papa era alla fine e la libertà religiosa in Italia era conquistata.
Nel 1965 fu scoperta sulla facciata della chiesa anglicana di Napoli una lapide bilingue a ricordo del regalo di Garibaldi. Vi era scritto “a grata memoria di Giuseppe Garibaldi”, l’uomo che aveva consegnato non un semplice suolo agli inglesi ma, di fatto, l’intero Regno. Era passato un secolo esatto da quando il primo vescovo anglicano di Gibilterra aveva consacrato l’edificio a Gesù Cristo. Con buona pace dei tanti massacri, delle profanazioni, dei furti sacrileghi, degli incendi, delle torture, delle collusioni con la malavita e dei privilegi elargiti ad assassini e prostitute per compiere il piano internazionale per la cancellazione del fastidio vaticano-borbonico dal territorio europeo.
Mezza marcia indietro del San Carlo: il Mondiale non va in Scena
Angelo Forgione – Mezzo passo indietro della direzione del Real Teatro di San Carlo. Come da mia proposta, le partite di Calcio del Mondiale brasiliano saranno proiettate nel foyer e nell’Opera Cafè, preservando la sacralità della Sala. È pur sempre un brutto segnale, ma è il minore dei mali auspicato.
Per la giornata di sabato 28 è indetto un sit-in dinanzi al Teatro per chiedere di cancellare completamente l’iniziativa.
Presentazione “Made in Naples” a Mugnano di Napoli
Il Comitato per la Pace “Vittorio Arrigoni”, in collaborazione con Associazione Culturale “NOS Revolution”, presentano il libro Made in Naples di Angelo Forgione – Come Napoli ha civilizzato l’Europa e come continua a farlo.
Venerdì 27 giugno, ore 19.00
Via Salvatore Di Giacomo, 24 – Mugnano di Napoli
Ciro Esposito vittima dell’odio etnico. Basta nascondersi dietro un dito!
Angelo Forgione – Morire non per una partita di calcio. Morire perché napoletano. Morire per la caccia al napoletano, per tutto quello la società italiana, inesistente, ha incubato dalla nascita della Nazione unita e per quel che il Calcio, dagli anni Settanta almeno, ha vomitato su Napoli, senza che nessuno si sia mai indignato. Nessuno! Finché non si è iniziato a protestare, a sfruttare internet e i media, a colpire i vari Amandola di turno, a sollecitare le radio locali, a creare un nuovo fronte di opposizione sdegnata. E solo allora sono arrivate le regole, le squalifiche, con cinquant’anni di ritardo. Troppo tardi: il malcostume era già “costume”. Vaglielo a togliere il giocattolo al bambino viziato!
Alla cieca, e per ignoranza, dalla denigrazione è nato un odio ingiustificabile e inconcepibile, una caccia al napoletano intollerabile. L’omicidio di Ciro Esposito non è un incidente di percorso ma un evento prevedibile. Già nel dicembre 1973 Alfredo Della Corte, un altro giovane napoletano, diciassettenne, festante per la vittoria dei partenopei all’esterno dello stadio di Roma, fu sparato mentre sventolava una bandiera azzurra. Si salvò per puro miracolo. Ciro non ha avuto la stessa “fortuna”, e ora sta morendo per colpa di un folle squilibrato che in un pomeriggio di sport ha deciso di uscire di casa per fare una strage. Si, proprio una strage. Daniele De Santis ha preso di mira un pullman pieno di famiglie e di bambini, creando il panico, finché non è spuntato un ragazzo normale che ha scavalcato la bandiera “New Jersey” e si è precipitato a fermare quel pazzo, dando l’esempio ad altri compagni. Non sapeva che il fanatico (ma non era solo) era sceso di casa con una pistola caricata con proiettili modificati artigianalmente. Quattro colpi esplosi in rapida successione, al grido di «vi ammazzo tutti», dove per tutti si intendono i napoletani. Tre feriti, Ciro il più grave. Cinquanta giorni di strazio e agonia. E poi il coma irreversibile.
La riflessione non servirà. Altri lutti ha prodotto il mondo del Calcio, ad ogni latitudine italiana, ma stavolta, per la prima volta, la tragedia ha l’acre odore della polvere da sparo. Si continua a morire con la scusa di un fenomeno violento inarginabile attorno al pallone. Le responsabilità sono ben chiare, e appartengono a chi, negli anni, se ne è fregato di arginare l’odio anti-Napoli; e al servizio d’ordine di quel giorno, pianificato da un questore superficiale e in modo assolutamente cervellotico e insufficiente. Chi questa colpa sa di averla non finga di essere innocente, non si nasconda, e inizi a preoccuparsi delle conseguenze che questo dramma potrebbe generare, e pensi ad evitare seriamente che la maledizione di Ciro sia prodromo e scintilla scatenante di qualcosa che non deve assolutamente verificarsi. E non si sentano esclusi tutti quei dirigenti e quei telecronisti ed editorialisti che nell’arco di un anno intero hanno minimizzato l’odio per i napoletani cercando di ridurlo a “sfottò”. Ora basta! Il Calcio, lo spettacolo, la gioia, li hanno ammazzati anche loro, dall’alto dei pulpiti del potere. E non si accorgono neanche che sono rimasti soli, a commentare partite poco spettacolari giocate in impianti indecenti e sempre più orfani dei veri appassionati.
Se ne va un ragazzo normale che ha cercato di fare l’eroe ed è finito sotto i colpi di uno scarto politicizzato della società civile. Sta morendo perché napoletano, ed è giusto gridarlo a gran voce, senza ipocrisia o strumentalizzazioni di parte.
Al San Carlo va in scena il Calcio. È sconfitta.
Angelo Forgione – Da appassionato di sport e studioso di Cultura, in tutte le loro mille forme, quando ho saputo che al Real Teatro di San Carlo, in occasione dei Mondiali brasiliani, a partire dagli ottavi di finale sarà calato un maxischermo sul palco per consentire agli amanti dell’Opera di non perdere neanche un secondo dei match mondiali ho avvertito un brivido lungo la schiena. Ma come? Un teatro storico, un tempio sacro della Musica internazionale, adibito ad arena sportiva?
Non è snobbismo. È che il “San Carlo” è il “San Carlo”, è il più antico Lirico esistente, è la casa dell’ineguagliabile Settecento Musicale Napoletano che Muti fa riscoprire al mondo, è il sogno del giovane Mozart. Il “San Carlo” è una cattedrale della Cultura non solo musicale, e non può essere profanata con la stessa facilità con cui, ad esempio, fu violato in passato il “Petruzzelli” di Bari, dove ci finì la manifestazione canora “Azzurro” di Vittorio Salvetti, tanto per rifarsi al Festival di Sanremo. Intendiamoci, coi tempi che corrono va benissimo consentire agli affezionati del Massimo napoletano di non dover optare tra Opera e Calcio, ma lo schermo, se proprio vogliamo accenderlo, andrebbe tuttalpiù preparato nel foyer (e già sarebbe un lusso) o in un altro spazio del teatro (visto che già vi sono passati sposi e prodotti alimentari), non nella sacra sala. È una questione di rispetto per la Storia di Napoli. Il “San Carlo” è una cosa, il “San Paolo” un’altra. La luce è già fioca. Forse si vuole il buio.

