Calcio italiano “game over”

la discriminazione territoriale scoperchia l’infiltrazione della malavita che ricatta le società e la società

Angelo Forgione È andata come peggio non poteva la finale di Coppa Italia. In scena, l’ennesima figuraccia del nostro calcio agli occhi d’Europa, proprio mentre il Portogallo superava l’Italia nel ranking europeo, come è logico che sia quando la prima e la terza lusitane eliminano dall’Europa League la prima e la terza italiane. Le immagini in diretta dallo stadio Olimpico ci hanno descritto di un colloquio tra Hamsik e responsabili del Napoli coi capiultrà (non tifosi, sia chiaro) seduti sulle recinzioni, utile ad allentare la tensione e far svolgere la partita per ordine pubblico, tra petardi lanciati all’indirizzo di addetti alla sicurezza e notizie ufficiali che si rincorrevano all’insegna della modifica ad arte con lo scopo di calmare gli animi. Tutto in una sera è venuto a galla la melma corrosiva sedimentata nel calcio italiano e nel Paese di cui è specchio.
Il presupposto di riflessione è unico: se la Digos segue i flussi delle tifoserie nelle trasferte è perché sa che tra di loro ci sono elementi pericolosi. Accade troppo spesso. I tifosi, quelli veri, sono di fatto schiavi di un passione e ostaggi di personaggi con un’etica e una mentalità tutta propria che non ha nulla a che vedere con la civiltà e che, da protagonisti di un torbido intreccio, assurgono al ruolo di chi comanda e di chi ha il potere di accendere gli animi o sedarli, sospendere o riprendere una partita, interfacciarsi o scontrasi con i rappresentanti e i tutori della pubblica sicurezza. Così accade in ogni aspetto della società in cui in ballo ci sono introiti facili e interessi personali, da sempre; dunque, perché scandalizzarsi solo quando le telecamere puntano gli obiettivi su una partita di calcio?
Potremmo star qui a parlarne all’infinito, e non avremmo nemmeno iniziato a farlo se non fosse successo quello che è successo all’esterno dello stadio. Il battito della farfalla dall’effetto devastante è di un altro capoultrà, della tifoseria estrema della Roma, già noto per le sue nobili gesta. È Daniele De Santis “Gastone”, destinatario di daspo, co-protagonista della sospensione di un Roma-Lazio del 2004 per l’omicidio (falso) di un un bambino da parte della polizia per cui se la cavò con la prescrizione, arrestato nel 1996 per ricatto all’allora presidente della Roma Franco Sensi, obbligato a fornire biglietti: «se non ci dai i biglietti – disse in un’intercettazione telefonica – facciamo lo sciopero del tifo e allo stadio non verrà più nessuno, e sfasciamo tutto, vedi un po’ se ti conviene». Questo è il profilo di un esercente in un chiosco nei pressi dell’Olimpico, sceso di casa per recarsi al lavoro con fumogeni, pistola ed, evidentemente, tanta premeditazione. Sapeva che gli odiati napoletani sarebbero passati nei suoi paraggi e invece di starsene buono pare abbia pensato di provocarli lanciandogli i fumogeni al grido «vi ammazzo tutti». All’inevitabile reazione, avrebbe risposto esplodendo colpi di pistola, colpendo alla colonna vertebrale Ciro Esposito. A terra ci è rimasto anche lui, pestato per vendetta, ma con “solo” una gamba rotta. Entrambi in ospedale, lo stesso, ma solo uno in rischio di vita. È questo il vero atto da condannare, e si è fatto grottesco l’accanimento nei confronti della “carogna” con la sua vergognosa maglietta, che non ha sparato contro un uomo come ha fatto “Gastone”, vero colpevole lontano dalle telecamere e dal clamore mediatico.
Dobbiamo discutere alla stessa maniera del problema delle curve inquinate, delle società ostaggio degli ultras, delle rapine in serie ai calciatori del Napoli per ricattare De Laurentiis che non cedeva e della caccia al tifoso napoletano ormai troppo evidente. C’è un filo logico che unisce questi aspetti, e l’applicazione della discriminazione territoriale l’ha reso più evidente. Ormai il sistema è saltato, ma non da oggi, ed è tempo sprecato la ricerca delle responsabilità e delle attenuanti tra questa o quella tifoserie. Di sane non ce ne sono più. Le responsabilità arrivano da lontano e hanno radicato un modo di pensare e agire deviato che ha contagiato anche gli addetti ai lavori. Un esempio? La scorsa settimana, prima di Inter-Napoli, gli interisti avevano reclamato con un grosso striscione la loro importanza vitale sugli spalti. Due pagine di libro chiuse così: “È la tifoseria che fa diventare il calcio una cosa importante”. Era un ricatto a Lega e FIGC, bello e buono, al quale le istituzioni del calcio pure stanno. I tifosi portano abbonamenti alle tv e allo stadio e alimentano il merchandising, che è voce importantissima nei bilanci moderni dei club italiani, tutti dipendenti da banche o risorse esterne della proprietà (eccetto il Napoli). I conti sono diventati l’unica emergenza delle società italiane, e nel frattempo la qualità e la competitività se ne sono andate a farsi benedire. Il segno della sottomissione di alcuni club ai gruppi organizzati? Se da una parte i cori razzisti contro Napoli durante la stessa partita hanno poi fruttato una sanzione come da regolamento (2 giornate di chiusura della curva nerazzurra), dall’altra si prepara per giugno una revisione non ancora ben chiara delle punizioni. Chissà cosa ne verrà fuori, dopo 40 anni di impunità e uno solo di applicazione. Il problema è diventata la sanzione, non il reato (commesso anche dai tifosi della Fiorentina durante la finale di Coppa), e allora ci si è messo – e non da ora – anche il telecronista Mediaset Sandro Piccinini in telecronaca, subito dopo i cori, a dar ragione ai ricattatori e a chiedere libertà di “sfottere”, invece di condannare certi atteggiamenti. Il condizionamento parte dagli stessi club coinvolti, i quali, dalla loro posizione di ricattati, invece di lavorare al cambio di mentalità, sbertucciano la discriminazione territoriale, la quale viene contestata perché presta il fianco ai ricatti delle curve e le svuota per decisione dei loro capi. Il problema è tutto lì: la norma sulla discriminazione territoriale, fornendo agli ultrà un’ulteriore arma di ricatto, ha scoperchiato indirettamente un problema ben più ampio, o meglio, il vero problema da risolvere, che appresso si porta anche l’amplificazione del razzismo. Prima si saneranno le curve e prima guarirà il calcio. Ma è possibile guarire il calcio prima di aver guarito l’Italia?
Un passo indietro delle istituzioni è impensabile, sarebbe una sconfitta gravissima. Dovrebbero farlo i club, che con le curve hanno da tempo frequentazioni poco raccomandabili e per nulla educative. A costo, se proprio occorre, d’avere stadi semivuoti per un po’. Un mito del calcio italiano come Maldini ha lasciato l’attività tra i fischi dei suoi “tifosi”, coi quali non ha mai legato. I ricatti dei capiultrà del Milan colpivano Galliani, messo sotto scorta, e Paolo non ha mai avuto atteggiamenti accondiscendenti verso i gruppi del tifo organizzato rossonero che pretendevano biglietti e vario merchandising a prezzi più bassi per poi rivenderli all’interno della curva.
Prima della finale tra Napoli e Fiorentina l’inno nazionale è stato sonoramente fischiato, ma lo sarebbe stato anche senza quel che è accaduto. Nascondere il dissenso dietro gli eventi drammatici di ieri significa censurare un malessere che è anche tra i tifosi normali, che vanno allo stadio solo per coltivare la passione per la propria squadra dopo una settimana di malpagato lavoro, quando c’è. Il presidente del Consiglio, il presidente del Coni, il presidente della Lega e il presidente della FIGC erano tutti all’Olimpico, testimoni oculari dell’evidente fallimento di un calcio malato che è immagine riflessa di un Paese senza cultura e con troppa delinquenza. E nulla fa per curarsi seriamente. Gamer over, si fa per dire. La giostra ricomincia fino al prossimo stop.

Finale Coppa Italia, fischi e arena

entrambe le tifoserie pronte a coprire l’inno cantato da Alessandra Amoroso

Angelo Forgione – Discriminazione territoriale, dirigenti che pretendono che i propri tifosi possano continuare a gridare “Napoli colera”, telecronisti con tesserino di giornalista che, anziché condannare la pericolosità di certe manifestazioni, stimolano in diretta le istituzioni del calcio ad accontentare i tifosi che non gradiscono la norma e giornalisti Rai che invitano a riconoscere i napoletani dalla puzza. E poi verità storica, dilagante come il fiume in piena che riempie le strade di Napoli per chiedere le bonifiche nella “Terra dei fuochi”, lavoro al Sud in erosione come una roccia nel mare, grandi città meridionali che continuano a svuotarsi del miglior materiale umano, travasandolo nell’altra parte del Paese. E ancora, politica che ha cancellato completamente dal dibattito nazionale la “questione meridionale”, come se ormai faccia parte del nostro percorso comune – e lo fa, perché l’Italia l’ha creata e non ci pensa proprio a risolverla – e perciò dobbiamo tenercela insieme alle mafie, che di fatto se le tiene la politica per scopi elettorali, mentre al Sud sofferente lascia i picchi tumorali di Caserta e Taranto, e fermiamoci qui che è meglio. Napoli se la passa sempre peggio, il Sud continua a non passarsela meglio di Napoli, il Nord non se la passa più bene come prima.
Hai voglia a dire che mischiare il calcio con la politica è sbagliato. Andateglielo a dire ai napoletani, quelli che non ci stanno a vedere la gente morire di tumore per i rifiuti tossici. Andateglielo a dire a quelli per cui il calcio è una passione e che non hanno nulla a che vedere con coloro che espongono lo striscione “Napoli colera, ora chiudeteci la curva” per rivendicare il diritto ad essere offesi, perché quelli l’offesa la vogliono ricevere, altrimenti che gusto c’è a reagire? Andateglielo a dire a quelli che domani, prima della finale di Coppa Italia, fischieranno l’inno nazionale, come due anni fa e come il 15 ottobre scorso in occasione di Italia-Armenia al San Paolo, quando furono esposti striscioni del tipo “Col sorriso sulla faccia, col veleno nei polmoni, i bambini della terra dei fuochi non vogliono morire”. Andateglielo a dire a quelli che prima non ci pensavano proprio a manifestare dissenso in modo così violento, mentre ora gli riesce spontaneo.
Fischiare un inno è irrispettoso, che sia il proprio o quello altrui. Ed è irrispettoso nei confronti di chi in quell’inno crede e per quello si emoziona. Ma il perbenismo non abita negli stadi, dove razzismo e offese eclissano totalmente ogni valore educativo dello sport. Come si fa a chiedere ai tifosi l’educazione in un Paese maleducato che non rispetta la dignità umana, che segue un corso politico privo di rispetto del voto dei cittadini, che viola in ogni modo la propria Costituzione e spreme il popolo invece di servirlo?
Ormai è chiaro, leggendo qua e la, che i fischietti sono già pronti, e chi non ce li ha si prepara a inumidire pollice e indice tra le labbra. Fischieranno anche i fiorentini, da sempre nemici storici della Nazionale e ancor più ostili dopo il fallimento viola del 2002 imputato alla FIGC. Lega, Federcalcio, Ministero degli Interni e Rai temono, e pensano a misure per evitare la figuraccia in eurovisione come in passato si provò a fare in Spagna per zittire (inutilmente) catalani e baschi. Alessandra Amoroso, la cantante che non sta nella pelle per l’onore e l’onere, sarà costretta a imbroccare le giuste note tra i sibili, ma forse non ci resterà male come Arisa, che fu colta di sorpresa e pensò che i napoletani ce l’avessero con lei. Ne scaturiranno le solite immancabili polemiche, il premier Renzi stigamtizzerà con sdegno insieme a tutte le altre alte cariche dello Stato. I benpensanti non si sforzeranno di comprendere la causa e si eserciteranno a condannare l’effetto. Ma stavolta, rispetto a quanto accadde in occasione della finale 2012, nessuno potrà cadere dalle nuvole. Basta, per restare al mondo del calcio, la sola opposizione dei dirigenti di Juventus, Milan e Inter e di altri addetti ai lavori al tentativo, già tardivo, di punire il vilipendio di Napoli che negli stadi dura dal 1973, con la già ventilata modifica delle norme sulla discriminazione territoriale a fine stagione.
C’era un tempo in cui la Nazionale italiana correva al San Paolo per trovare entusiasmo e  calore. Quel tempo non c’è più. L’Italia trova difficoltà pure a giocare a Napoli e si nasconde, come Napolitano a Capodanno. Nulla accade mai per caso.

Angelo Forgione e Gennaro Iezzo sui fischi del 2012

La dieta mediterranea ha smarrito casa

alimentazione sana nata a Napoli e codificata al Sud, dove ora cresce l’obesità

Angelo Forgione Anche l’Expo di Milano, con uno spot istituzionale, apre una triste riflessione sulla tradizione alimentare meridionale: La dieta mediterranea, che nasce a Napoli e viene codificata nel Mezzogiorno negli anni Cinquanta, non abita più a casa sua (nel video). Nel mio Made in Naples ho espresso una riflessione sull’argomento, che riporto in sintesi di seguito con qualche passaggio del libro.
Ancel Keys, in un convegno mondiale sull’alimentazione svoltosi a Roma nel 1951, apprese dal collega napoletano Gino Bergami della ridottissima incidenza delle patologie cardiache in Campania. E così studiò l’alimentazione dei napoletani, ricca di carboidrati, verdure, olio di oliva, pane, legumi e pesce, convincendosi con le sue ricerche nei laboratori del Vecchio Policlinico di Napoli che la riduzione dei grassi animali era alla base della buona salute della popolazione locale.

“A Napoli la dieta comune era scarsa di carne e prodotti caseari, la pasta generalmente sostituiva la carne a cena. Nei mercati alimentari scoprii montagne di verdura e le buste della spesa delle donne erano cariche di verdura frondosa. Nello stesso tempo, i campioni di sangue degli uomini sotto controllo medico che noi stavamo visitando presentavano un basso livello di colesterolo. I pazienti con disturbi cardiaci alle coronarie erano rari negli ospedali e i medici locali ci dissero che gli attacchi di cuore alle coronarie non erano molto frequenti. I disturbi cardiaci alle coronarie erano ritenuti essere più comuni nelle classi benestanti dove la dieta era più ricca di carne e prodotti caseari. Mi convinsi che la dieta salutare era un motivo dell’assenza di disturbi cardiaci.”

Keys girò per il Meridione, trovando ulteriori spunti di ricerca nella località calabrese di Nicotera e in quella cilentana di Pioppi, e giunse alla codifica delle diete di vari Paesi con culture e stili di vita differenti, codificando il modello nutrizionale della dieta mediterranea quale misura alimentare per prevenire l’infarto, ispirata alle usanze di Italia, Grecia, Spagna e Marocco, riconosciuta patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’UNESCO nel 2010.
Tutto questo, descritto in maniera più chiara e completa in Made in Naples, mi ha condotto ad una riflessione nella trattazione della “denapoletanizzazione” da arginare.

[…] Così Napoli si è fatta, più di ogni altro luogo, cuore di una riflessione che riguarda le metropoli più antiche del mondo che hanno smarrito il loro orientamento. Il suo limite, il più devastante, autentico dramma sociale della miseria, è identico a quello del 1750, quando Antonio Genovesi e Bartolomeo Intieri individuarono nella carente formazione intellettuale il freno di un popolo dalle grandi potenzialità. È l’ignoranza diffusa la vera inibizione della Napoli del Duemila, figlia della dispersione scolastica che tocca percentuali inaccettabili. A questa si associa l’influenza negativa del mondo esterno globalizzato che, inquinando il pensiero individuale, omologa e sconvolge la specificità. Il popolo che nel 1951 stupì Ancel Keys per la sua alimentazione, presa a modello per la formulazione della dieta mediterranea, è oggi il più affetto da obesità d’Italia.

Purtroppo la dieta mediterranea, globalizzata dall’Unesco, è sempre meno seguita in Italia, dove i potentati del cibo spazzatura impongono i propri stili, soprattutto tra i giovani e le fasce con un basso livello socio-economico. Numerose indagini hanno infatti mostrato un aumento di sovrappeso e obesità e il fenomeno è più diffuso al Sud, particolarmente in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Basilicata, ovvero lì dove è nata la dieta mediterranea.

San Leucio, modello sociale anche per Telecom

Angelo Forgione – Sul libro di Aldo Canonici per Telecom Italia dal titolo People caring: un’azienda a misura delle sue risorse umane – nuove forme di benefit adottate dalle aziende più avanzate si legge di  people caring, una struttura creata da Telecom nel 2009 per rispondere alle aspettative delle persone attraverso l’attivazione di numerose iniziative volte al miglioramento della qualità della vita. Qui è fissata la genesi e la crescita della sociologia industriale, che ha alla base la Real Colonia di San Leucio.
La vera frase su cui riflettere è: Il people caring, salvo l’eccezione di San Leucio, nasce parallelamente alla nascita dei primi studi di sociologia industriale. Non mi colpisce, per evidenti motivi, il ruolo assegnato all’incredibile esperimento di “Ferdinandopoli” e allo Statuto leuciano, evidentemente troppo avanti rispetto al suo tempo. Alla faccia dell’arretratezza meridionale, la Real Colonia casertana è preso a modello dichiarato di sviluppo sociale ben prima dello sviluppo industriale del Nord.

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Severgnini sul NY Times: “Perché nessuno va a Napoli”

Angelo Forgione – Beppe Severgnini, editorialista del Corriere della Sera, sulle pagine del The New York Times ha scritto una personale analisi dei motivi per cui il turismo di massa non giunge a Napoli e nel Sud-Italia. Non mi dilungo sulle sue considerazioni (chi vuole può leggere online ciò che ha scritto) che in qualche passaggio non condivido, preferendo riportare numeri per ribadire quanto già detto in altri termini sull’argomento.
Premesso che Napoli deve certamente impegnarsi molto di più a valorizzare e presentare al mondo il suo immenso patrimonio, la situazione non è così drammatica come la dipinge il giornalista lombardo. I turisti hanno spinto quella che fu meta del Grand Tour del Settecento al sesto posto nella classifica delle città italiane più visitate del 2013. Certo, non può essere vera soddisfazione per una città tra le più ricche d’arte e cultura del mondo, ma da qui a dire agli americani che i turisti non vanno a Napoli è francamente troppo. E siccome Napoli, nell’accezione di Severgnini, è da intendersi anche una città-regione, un’indagine dell’Istituto Tedesco Qualità e Finanza realizzata la scorsa estate ha paragonato l’offerta turistica di tutte le regioni italiane, tenendo conto del numero dei turisti, del giudizio sul sistema alberghiero fornito dagli stessi visitatori attraverso il sito Tripadvisor e delle attrazioni del territorio, mettendo sul podio Trentino Alto Adige, Toscana e Campania. Ugualmente non c’è da entusiasmarsi, né in Campania né in tutt’Italia, perché è tutto il nostro Paese a non sapersi sfruttare. Secondo i numeri snocciolati nell’ultimo report annuale della World Tourism Organization, l’Italia, che fino qualche decennio fa era la meta europea più gettonata, continua a cedere il passo rispetto a Francia e Spagna.
È altrettanto inconfutabile che Napoli sia stata penalizzata oltremisura dall’accanimento mediatico e storiografico. Più volte ho evidenziato che a inizio Novecento, come si può ascoltare in un documentario dell’Istituto Luce (clicca qui per guardare), i turisti riempivano Napoli in egual misura di quanto avveniva a Venezia, Firenze e Roma. Le quattro città d’arte più rappresentative d’Italia si contendevano il primato del turismo europeo e quello del mercato artistico. Poi, dopo le guerre, è sopraggiunta la tivù, e la denigrazione è diventata più dilagante. Decisivo è stato, soprattutto, il ricamo mediatico riservato alla questione del colera del 1973, che per un ventennio ha allontanato i turisti dalla città fino al G7 del 1994. In cinquant’anni, proprio la tivù (insieme agli altri media) ha fatto uscire Napoli dalla percezione collettiva del polo culturale italiano di cui fa parte, ma i turisti di oggi si riferiscono maggiormente alle sole Venezia, Firenze e Roma, perché per cinquant’anni così è stato inculcato, parlando di Napoli come di terra di esclusivo degrado. Senza dimenticare che oggi il nuovo turismo arriva dall’est, con tasche strapiene, per fare shopping più che per vedere arte.
Una volta detto questo potremo e dovremo denunciare gli scarsi investimenti, quelli sbagliati e il generale spreco della vocazione turistica di Napoli e dell’intero Sud, senza nasconderci dietro l’altisonante nome di cui pure Severgnini si è servito per il suo articolo americano, lui che ritiene gli italiani bisognosi della Lega.

Beppe Severgnini, a columnist at Corriere Della Sera, expounded on the pages of NY Times a personal analysis of the reasons why tourists don’t come to visit Naples – and neither South Italy.
I’d rather list some statistics which prove what I’ve already said on this argument before. Once assumed that Naples should undertake much more to improve itself in order to offer its huge patrimony to the rest of the world, the real situation is not as dramatic as the one depicted by the lombardo journalist. The city, which used to be the destination of the eightieth century’s Grand Tour, according to tourists settled down to the 6th place in the chart of the most visited cities of 2013. In these days of spring Naples is full of tourists.
Obviously, this cannot be seen as a cheering piece of news for one of the richest cities in the world in terms of art and culture. Nonetheless, to tell American readers that tourists don’t come to visit Naples it’s an overstatement.
Let’s take for granted that Naples, according to Severgnini’s point of view, has to be seen as a city-region: last summer a study of the German Insitute of Quality and Finance compared the touristic offer of all Italian regions. The study took into account the number of tourists, the evaluations about accommodation structures given by the tourists themselves on Tripadvisor.it and touristic attractions. The result was Trentino Alto Adige, Toscana and Campania on the podium. As already said, there’s nothing to be overjoyed about it, neither in Campania, nor in Italy, because it’s our country that can’t find the way to make the most of itself. According to the results of the last annual report by the World Tourism Organization, Italy, which has long been the most attractive European destination until a few decades ago, keeps on losing pace with France and Spain. Nevertheless the fact that Naples has been strongly damaged by aggressive media and historiographic is irrefutable.
As also shown by a documentary of Istituto Luce, I highlighted in many occasions that in the early twentieth century Naples was crowded by tourists just like Venice, Florence and Rome. The four main art cities of Italy competed for the leadership of tourism and art in Europe.  Later, there came television, and so denigration spread increasingly. Above all, the media embroidery upon the epidemic of cholera that spread in 1973 was decisive.
For about twenty years, all the efforts made by press and television to disparage the city have kept tourists away from Naples until G7 of 1994.  For fifty years, tv and all other media cooperated in gradually dismissing the city from the general perception of Italian cultural pole. Today, tourists only relate to Venice, Florence and Rome because that’s what they have been instilled and taught for decades. Press and media succeeded in picturing Naples as a land of absolute decay.  We should also take into account that today modern mass tourism mostly comes from East and Middle East with overflowing pockets, aiming at doing some shopping instead of visiting museums.
Once assumed this, we could point at the poor investments and the wrong ones; denounce the waste of natural vocation to tourism of Naples and South Italy as a whole, without hiding behind the striking and resounding name of Naples.
In conclusion, it is true that Naples and the South-Italy must attract more because they can and do not know how to do it like in the North-Italy, but instructions should solve internal problems and also outside, in a nation that is truly united.

La pastiera di Verona, una vecchia storia

Riesplode oggi un caso vecchio (già trattato nel 2011)

Angelo Forgione – Aprile 2014: tutti a parlare della pastiera industriale di Verona, la “deliziosa torta con grano saraceno” che di vera pastiera non ha nulla. Questo prodotto non solo non è fresco ma non è neanche nuovo. È infatti sul mercato da molti anni, e ne accennai già nel dicembre 2011 nel videoclip “Nord palla al piede” (al minuto 12:37) con cui evidenziai le interdipendenze economiche tra Settentrione e Meridione e smontai la propaganda leghista, e non solo leghista, che ha fulcro nella “fiaba” del Sud-zavorra. Un videoclip che, tra l’altro, ebbe la “benedizione” dell’ex-dirigente RAI Enrico Giardino, scomparso lo scorso ottobre, ricercatore di soluzioni ed alternative rispetto agli schemi dominanti, impegnato nella battaglia per la libertà di informazione, nella demistificazione delle menzogne mediatiche e delle ipocrisie della politica nazionale ed internazionale, che in un suo articolo scrisse: “I nostri governanti lasciano fare e assecondano l’arbitrio padronale. Desertificando e immiserendo il Sud produttivo, ci vengono a dire, mentendo, che il Sud è la “la palla al piede dell’Italia”. E’ una spudorata menzogna, come dimostra con i numeri e con un video illuminante il blog di Angelo Forgione”.
Il prodotto veronese è il simbolo della flessione del mercato dei dolci industriali che invadono piccola e grande distribuzione nelle festività religiose (e non solo). Una flessione che neanche la forte riduzione dei prezzi ha arginato. E le aziende hanno dovuto spingere sull’innovazione e sulla comunicazione. Su queste direttrici anche Melegatti ha premuto l’acceleratore con una serie di investimenti mirati e ha ampliato la sua offerta per supplire ai classici prodotti che non tirano più. E così sono nate le novità, “scippando” anche i nomi delle tradizioni forti e lontane, quelle che rievocano qualità e bontà.
Il dibattito è scoppiato quando il direttore del Corriere del Mezzogiorno Antonio Polito ha scritto un editoriale in cui ha definito questa storia “una semplificazione perfetta dei problemi del Mezzogiorno” e ha puntato il dito sullo scarso senso d’impresa del Meridione. Il suddetto videoclip di approfondimento è già sufficiente per andare più a fondo rispetto al problema (ne consiglio la visione). Polito ha scritto che “nessuno qui da noi, con capitale del Mezzogiorno, con lavoratori napoletani, producendo reddito che resta al Sud, abbia avuto la stessa semplicissima idea della Melegatti o abbia trovato i mezzi per metterla in pratica: trasformando cioè l’artigianato in industria e la tradizione in marketing”. Ed è qui che si sviluppa il nuovo dibattito. Un dolce del genere, per gli ingredienti richiesti, non può diventare un prodotto industriale, e neanche potrebbe mai essere messo sul mercato da un’azienda napoletana e – credo – neanche meridionale. Il rispetto della tradizione è qualcosa che impone delle strategie a chi si propone al pubblico, che deve mettere mano al portafogli solo quando convinto di ciò che acquista. La soluzione della questione, che vale anche per indebolire le convinzioni di Polito, la offre la D’Amico, con sede legale a Napoli e stabilimenti a Pontecagnano Faiano, nel Salernitano, che un prodotto-pastiera industriale l’ha messo sul mercato, ma non ha umiliato nome, preparazione e tradizione, realizzando un kit in scatola in cui sono racchiusi i prodotti essenziali per la facile preparazione di una vera pastiera napoletana: grano già cotto, aroma millefiori, zucchero a velo e, in più, un ricettario tradizionale. Tutta un’altra storia!
Diciamolo serenamente che lo spirito imprenditoriale al Sud ha ampi margini di crescita così come problemi endemici da risolvere, ma è comunque vivo. Il vero problema non è l’innovazione e neanche la minore produzione ma la distribuzione, in gran parte in mano al Nord, autentico ostacolo allo sdoganamento dei prodotti industriali del Sud. Quanti kit pastiera di D’Amico arrivano a Verona?

Nord e Sud tra sesso e autoerotismo

Milano e Roma in testa agli accessi Youporn, Napoli e il Sud praticano più sesso

Angelo Forgione – A “La Radiazza” di Gianni Simioli (video in basso), su Radio Marte, sono state ripescate le statistiche degli accessi al sito youporn.com, divulgate nel 2012, che indicarono l’Italia tra i Paesi con più frequenze e Milano e Roma in testa tra le città che a livello mondiale avevano fatto registrare il maggior numero di traffico sul sito di filmati pornografici gratuiti per eccellenza. Primato per le due città non proprio dei più prestigiosi ma comunque da prendere con le pinze, vista la differenza di informatizzazione e accessi a internet tra Nord e Sud.
Dunque, i meridionali sono davvero meno avvezzi all’autoerotismo? Forse, ma non è questo il dato interessante. Meglio riferirsi alla recente ricerca di mercato realizzata da Doxapharma, promossa dalla Società italiana di urologia (Siu) e dell’Associazione ginecologi ospedalieri italiani (Aogoi), per fotografare le abitudini sessuali di coppia in Italia. Coinvolto un campione di 3 mila uomini e donne, fra i 18 e i 55 anni. Lo studio conferma il proverbiale “ardore” degli uomini del Sud: Sicilia, Campania, Basilicata e Calabria sono infatti le regioni dove i maschi sono più attivi sotto le lenzuola e alzano la media. Più “freddi”, in coda nella classifica, sono invece i friulani, i trentini e i lombardi, che insieme ai toscani sono anche i meno soddisfatti della propria vita sessuale. L’attività sessuale è forse condizionata dell’ansia da prestazione, visto che i più frustrati e timorosi di deludere la compagna sono proprio gli uomini del Friuli, mentre i meno preoccupati di lasciarla insoddisfatta sono i siciliani. I più ossessionati da un possibile tradimeno della partner sono calabresi e lucani, e perciò, pur essendo tra quelli in testa per frequenza dei rapporti, sono anche i più colpiti dal problema dell’eiaculazione precoce maschile, con una frequenza doppia rispetto alla media. Qui vincono Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria ed Emilia Romagna.
In generale, gli italiani fanno l’amore 108 volte all’anno, al di sopra della media del pianeta (103 rapporti). Insomma, il sesso made in Italy prevede 9 rapporti al mese, alla media di 1 ogni 3 giorni. Il problema è che gli italiani lo fanno frettolosamente: una coppia italiana su quattro è insoddisfatta dei tempi dell’amore e non raggiunge il piacere perché il rapporto si consuma entro i 2 minuti. Inoltre, 7 italiani su 10 si sentono insoddisfatti della proprie vita intima, aprendosi a infedeltà e rottura.

Fatturato del caffè napoletano in crescita. Eccellenza da proteggere con un consorzio.

Continuano le polemiche sulle performance di Andrej Godina a Napoli. Da “la Radiazza” (Radio Marte), l’analisi di Angelo Forgione sulla vulnerabilità della grande tradizione del caffè napoletano sul mercato e sull’incapacità napoletana di fare marketing nonché la denuncia di Walter Wurzburger, responsabile commerciale caffè Kenon, sui reali intenti dell’operazione in corso: «il fatturato delle aziende napoletane del caffè è in crescita e sta dando fastidio ai competitors».

Col caffè sospeso Napoli continua a civilizzare il mondo

Angelo Forgione – Il caffè sospeso, che suggerisce il pagamento anticipato di una tazzina a beneficio di ignoti indigenti che arriveranno a consumarla, un atto di solidarietà nato a Napoli in tempi antichi, si diffonde nel mondo di oggi, travolto dalla crisi economica mondiale. Qualche esperto del caffè, leggendo il mio libro, l’ha definita ultimamente una “vetusta e desueta abitudine“, ma forse si sarà già ricreduto dopo aver visto il breve servizio del TG1 del 24 marzo.
È solo una mia convinzione, di Jean-Noël Schifano, o di chi conosce Napoli, che essa continui a civilizzare il pianeta anche dalla sua posizione di città assistita? Eppure lo dimostra da secoli, facendosi modello ad ogni latitudine con suo impareggiabile anticonformismo.

Incontro con gli studenti della “Marconi” di Giugliano

Si è svolto all’Istituto Professionale “G. Marconi” di Giugliano (NA) l’incontro con le classi superiori che, per iniziativa dei docenti, hanno letto il libro Made in Naples. Grande interesse per le tematiche della storia e della cultura di Napoli, del Sud e dell’Italia intera, per le vicende del Risorgimento, per lo squilibrio tra Nord e Sud e per la discussione sull’educazione alla cultura e all’autoresponsabilizzazione civica. Interessante la discussione a 360 gradi sul razzismo, sollecitata da uno studente di colore del plesso scolastico giuglianese.