L’autoesclusione dello Stato all’ultimo saluto per Ciro

Angelo Forgione – Dov’era lo Stato al funerale di Ciro? Quale alta carica c’era a simboleggiare un dramma nazionale nato da un errore nazionale? Escluso dalla famiglia o autoesclusosi da sempre? Lo Stato non poteva essere in un sottosegretario, più “amico” di famiglia per stessa ammissione di mamma Antonella – come il presente del CONI – che uomo di politica. E dov’era il Comune di Roma? Il giorno prima addirittura un ministro, in rappresentanza del Governo, era stato alla festa del re delle cravatte a Palazzo Reale, dove si era visto anche un Cardinale della Chiesa, mentre Ciro si è dovuto “accontentare” della visita di un prete di strada. Già, la strada. Quello di Ciro è stato un funerale di strada, non di Stato, e questo indica che non c’è alcuna volontà di mettere un punto. In fondo «sono solo sfottò», si era detto lungo tutto l’anno che si è chiuso con la pistola. E infatti, con tempismo perfetto, la Corte di “Giustizia” federale ha annullato la chiusura “sospesa” della curva interista per cori razzisti. Vincono ancora i dirigenti, i telecronisti e tutti coloro che per un anno intero hanno dato man forte ai capricci delle curve italiane. Ne vedremo delle belle molto presto, a cominciare dalla prossima ridiscussione delle sanzioni per “discriminazione territoriale”.
Il segnale giunto ieri è sempre lo stesso: Napoli è sola e se la sbrighi da sé. E si pianga pure il suo morto, ma senza troppo clamore e vittimismo.

Mezza marcia indietro del San Carlo: il Mondiale non va in Scena

Angelo Forgione – Mezzo passo indietro della direzione del Real Teatro di San Carlo. Come da mia proposta, le partite di Calcio del Mondiale brasiliano saranno proiettate nel foyer e nell’Opera Cafè, preservando la sacralità della Sala. È pur sempre un brutto segnale, ma è il minore dei mali auspicato.
Per la giornata di sabato 28 è indetto un sit-in dinanzi al Teatro per chiedere di cancellare completamente l’iniziativa.

Ciro Esposito vittima dell’odio etnico. Basta nascondersi dietro un dito!

Angelo Forgione – Morire non per una partita di calcio. Morire perché napoletano. Morire per la caccia al napoletano, per tutto quello la società italiana, inesistente, ha incubato dalla nascita della Nazione unita e per quel che il Calcio, dagli anni Settanta almeno, ha vomitato su Napoli, senza che nessuno si sia mai indignato. Nessuno! Finché non si è iniziato a protestare, a sfruttare internet e i media, a colpire i vari Amandola di turno, a sollecitare le radio locali, a creare un nuovo fronte di opposizione sdegnata. E solo allora sono arrivate le regole, le squalifiche, con cinquant’anni di ritardo. Troppo tardi: il malcostume era già “costume”. Vaglielo a togliere il giocattolo al bambino viziato!
Alla cieca, e per ignoranza, dalla denigrazione è nato un odio ingiustificabile e inconcepibile, una caccia al napoletano intollerabile. L’omicidio di Ciro Esposito non è un incidente di percorso ma un evento prevedibile. Già nel dicembre 1973 Alfredo Della Corte, un altro giovane napoletano, diciassettenne, festante per la vittoria dei partenopei all’esterno dello stadio di Roma, fu sparato mentre sventolava una bandiera azzurra. Si salvò per puro miracolo. Ciro non ha avuto la stessa “fortuna”, e ora sta morendo per colpa di un folle squilibrato che in un pomeriggio di sport ha deciso di uscire di casa per fare una strage. Si, proprio una strage. Daniele De Santis ha preso di mira un pullman pieno di famiglie e di bambini, creando il panico, finché non è spuntato un ragazzo normale che ha scavalcato la bandiera “New Jersey” e si è precipitato a fermare quel pazzo, dando l’esempio ad altri compagni. Non sapeva che il fanatico (ma non era solo) era sceso di casa con una pistola caricata con proiettili modificati artigianalmente. Quattro colpi esplosi in rapida successione, al grido di «vi ammazzo tutti», dove per tutti si intendono i napoletani. Tre feriti, Ciro il più grave. Cinquanta giorni di strazio e agonia. E poi il coma irreversibile.
La riflessione non servirà. Altri lutti ha prodotto il mondo del Calcio, ad ogni latitudine italiana, ma stavolta, per la prima volta, la tragedia ha l’acre odore della polvere da sparo. Si continua a morire con la scusa di un fenomeno violento inarginabile attorno al pallone. Le responsabilità sono ben chiare, e appartengono a chi, negli anni, se ne è fregato di arginare l’odio anti-Napoli; e al servizio d’ordine di quel giorno, pianificato da un questore superficiale e in modo assolutamente cervellotico e insufficiente. Chi questa colpa sa di averla non finga di essere innocente, non si nasconda, e inizi a preoccuparsi delle conseguenze che questo dramma potrebbe generare, e pensi ad evitare seriamente che la maledizione di Ciro sia prodromo e scintilla scatenante di qualcosa che non deve assolutamente verificarsi. E non si sentano esclusi tutti quei dirigenti e quei telecronisti ed editorialisti che nell’arco di un anno intero hanno minimizzato l’odio per i napoletani cercando di ridurlo a “sfottò”. Ora basta! Il Calcio, lo spettacolo, la gioia, li hanno ammazzati anche loro, dall’alto dei pulpiti del potere. E non si accorgono neanche che sono rimasti soli, a commentare partite poco spettacolari giocate in impianti indecenti e sempre più orfani dei veri appassionati.
Se ne va un ragazzo normale che ha cercato di fare l’eroe ed è finito sotto i colpi di uno scarto politicizzato della società civile. Sta morendo perché napoletano, ed è giusto gridarlo a gran voce, senza ipocrisia o strumentalizzazioni di parte.

Lunga serie di killer settentrionali, ma il razzismo leghista è garantista

Lega Nord silente sul presunto assassino di Yara Gambirasio, bergamasco doc

Angelo Forgione – Brembate Sopra, provincia di Bergamo, 26 novembre 2010: la tredicenne Yara Gambirasio esce di casa alle 17:30 per recarsi in palestra. Non ha allenamenti, deve solo portare uno stereo alle maestre. Rimarrà con loro per circa un’ora. Poi andrà via, incontro al suo assassino. Sarà ritrovata morta nella zona industriale tra Chignolo d’Isola e Madone.
Sono passati tre anni e sette mesi, e spunta il nome del presunto assassino della ragazzina. Sarebbe Massimo Giuseppe Bossetti, 44enne muratore residente a Mapello, in provincia di Bergamo. Inzialmente, però, i sospetti erano caduti su una pista sbagliata che portava a Mohammed Fikri, immigrato marocchino. Senza alcuna prova, si riaccese la classica campagne politica della Lega Nord sul tema dell’immigrazione. Matteo Salvini, oggi segretario di partito, affermò che «da quando ci sono così tanti irregolari accadono più omicidi». Mario Borghezio chiese di raccogliere le impronte digitali e sollevò la «necessità di introdurre un’aggravante per i reati commessi dai clandestini». Lo stesso era accaduto a Novi Ligure, provincia piemontese di Alessandria, nel 2001, quando l’adolescente Erika De Nardo uccise la madre e il fratello con la collaborazione del fidanzatino Mauro “Omar” Favaro. Due presunti ladri slavi o albanesi finirono nel mirino dei leghisti, che organizzarono immediatamente una fiaccolata contro gli immigrati. E quando nel 2006 a Erba, in provincia di Como, Rosa Bazzi e Olindo Romano, snervati dai continui litigi coi vicini, massacrarono a coltellate e sprangate Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk, la nonna del bambino Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini, Radio Padania difese i colpevoli, orientando gli ascoltatori alla presunta colpevolezza del capofamiglia Azuz Marzouk, il marito di nazionalità tunisina di Raffaella, perché uscito dal carcere grazie ad un indulto in seguito a una condanna per per spaccio di droga. Sempre Borghezio dichiarò: «Quel che è successo a Erba può succedere, in ogni momento, dovunque personaggi non integrati semplicemente perché non integrabili, hanno trovato nel nostro territorio e, purtroppo, anche in Padania facile accoglienza, ottusa tolleranza, favoritismi politico-sociali d’ogni genere. È ora di finirla».
Oggi il presunto assassino di Yara Gambirasio è un bergamasco doc, non un extracomunitario, e il Carroccio non si pronuncia. Ma l’ideologia è chiara. Del resto, se oggi Salvini chiede la riapertura dei manicomi per ospitare Davide Frigatti, responsabile dell’accoltellamento di tre passanti a Cinisello Balsamo (uno deceduto e due ricoverati in gravi condizioni) mentre lo scorso anno augurò di «marcire in galera e mai più rivedere la luce del sole» ad Adam Kobobo, il ghanese che uccise tre passanti a picconate a Milano, vuol dire che per la Lega ci sono assassini di Serie A e altri di Serie B, e solo per i primi, in quanto “padani”, dovrebbe vigere il garantismo.
Loro sono gli stessi che dicono che Napoli e il Sud siano un far-west, ma intanto nel Meridione non è sicuramente più pressante l’ansia da passeggio. I killer, seriali o meno, sono evidentemente un prodotto più tipicamente settentrionale: Erika e Omar, Olindo Romano e Rosa Bazzi, Antonio Boggia, Sonya Caleffi, Ferdinand Gamper, Marco Furlan, Andrea Matteucci, Maurizio Minghella, Alessandro Mariacci, Roberto Succo, Giorgio Orsolano, il mostro di Firenze, il mostro di Foligno, il mostro di Bargagli, il mostro di Udine, il mostro di Terrazzo, il killer di Padova, Michele Profeta, Annamaria Franzoni, Milena Quaglini, le bestie di Satana, Guglielmo Gatti, “Acquabomber”, “Unabomber”, i delitti di Garlasco e di Perugia sono solo una parte del lungo elenco più o meno recente di una follia che pervade i territori del Centro-Nord. Forse si dovrà aggiungervi anche Giuseppe Bossetti. Non è teoria ma un dato effettivo fornito dal Ministero della salute, che indica le regioni settentrionali e centrali in testa per numero di ricoveri dovuti a disturbi mentali organici indotti, nevrosi depressive e dipendenze da alcol e droghe (mentre la Campania e altre regioni del Sud sono invece tra le ultime). Alla faccia delle teorie crimonologhe di Cesare Lombroso.

«Insigne-Immobile, coppia di oriundi». Discriminazione territoriale in diretta Rai

Ironia “territoriale” in diretta a Mattina Mondiale, trasmissione di Rai Sport 1 dedicata alla Coppa del Mondo di calcio. Ospite Matteo Salvini, ma stavolta non c’entra nulla l’onnipresente segretario della Lega Nord. Il telespettatore Raul, da Firenze, è riuscito nell’impresa di oscurare il suo razzismo con una battuta di dubbio gusto. Il toscano, collegato via Skype, ha chiesto al politico separatista come vedesse la coppia Insigne-Immobile in maglia azzurra. Risposta normale di un Salvini che non ha capito immediatamente dove il telespettatore volesse andare a parare: «Non mi dispiacciono, anche se al posto di uno dei due avrei convocato Gilardino. Però la fantasia non manca a questa coppia qua». Insoddisfatto, l’interlocutore ha manifestato l’intento della sua incursione: «Anche se sono oriundi, va bene lo stesso…». Risata di Salvini e della conduttrice Giovanna Carollo, anch’essa sorridente ma per l’evidente imbarazzo di dover gestire un’uscita infelice in diretta nazionale.

Agguato di Roma: tentata strage di bambini?

ad “Attacco a Napoli” il clima d’odio tra napoletani e romanisti

Angelo Forgione – Interessante puntata di “Attacco a Napoli” su Piuenne, approfondimento d’indagine dei fatti tragici di via Tor di Quinto a Roma che hanno preceduto la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina. Il dibattito, condotto da Raffaele Auriemma, ha goduto, tra gli altri, dei preziosi contributi di Sergio Pisani, uno degli avvocati del ferito Ciro Esposito, e della criminologa Angela Tibullo, criminologa nominata dello stesso pool di avvocati, che hanno fornito ulteriori particolari d’indagine dei fatti, di cui i pm hanno già un’idea abbastanza definita. L’ipotesi di incriminazione per tentata strage a carico di Daniele De Santis, da me avanzata nel dibattito, ha trovato fondamento nella ricostruzione degli eventi. La trasmissione, di cui è proposta una sintesi, ha anche tastato il polso all’assurdo clima d’odio che attanaglia le tifoserie di Napoli e Roma.

Brasile ’14: biglietti elettronici made in Naples

Angelo Forgione – C’è un paese nell’hinterland di Napoli, alle spalle dall’aeroporto di Capodichino, dove si producono i passaporti elettronici. È Arzano, dove ha sede la GEP SpA (Global Electronic Passports), un’azienda specializzata nello sviluppo di sistemi operativi anti-contraffazione nata nel 1999, unico centro in Italia capace di realizzarre microprocessori contactless, ovvero chip da inserire nei prodotti: passaporti, appunto, ma anche carte d’identità, smart card e ticket. La GEP è al top anche nel mondo, e sul tetto del pianeta ci è giunta in questi ultimi mesi. La FIFA, infatti, in vista dei Mondiali di calcio in Brasile, si è affidata all’azienda napoletana per evitare la contraffazione dei circa 4 milioni di biglietti per le 64 partite in programma. I ticket realizzati per il torneo hanno due componenti: un chip con antenna Rfid, per l’identificazione a radiofrequenza e un sistema di crittografia che ne impedisce la clonabilità, e una carta di sicurezza che contiene fibrille inserite nella polpa della carta prima della stampa e non dopo come avviene con l’inchiostro. Le fibrille reagiscono alla lampada ultravioletta e i dati non posso essere letti ad occhio nudo ma solo con un particolare lettore.
28 dipendenti tutti meridionali, di cui 7 donne, fatturato in crescita e una competenza che ha sbaragliato la concorrenza di cinesi e non solo. Cesare Paciello, 42 anni, direttore generale di GEP, dichiara con sicurezza e orgoglio al TG1 (guarda il video): «Noi abbiamo la possibilità di farcela contro chiunque a livello mondiale se portiamo avanti sviluppi innovativi. È la nostra burocrazia a pregiudicare la nostra competitività, ma in quanto a risorse umane siamo quasi imbattibili». Innovazione e eccellenza, tutto nel solco della tradizione napoletana che non muore certo all’ombra dei classici stereotipi di sorta.

Renzi e le sue contraddizioni

«La Germania ha unito Est e Ovest. Noi ancora burocraticamente borbonici»
Due settimane fa aveva elogiato il modello delle Due Sicilie.

Angelo Forgione – Ci ha messo dodici giorni il premier Matteo Renzi, trionfatore indiscusso delle votazioni europee, per cadere in contraddizione. Il 14 maggio era stato a Napoli, in prefettura, e si era riferito al modello borbonico delle Due Sicilie per il rilancio del Sud, seppur apparendo già contraddittorio rispetto ad alcune sue dichiarazioni del passato. Storico Matteo! Non lo aveva fatto nessun Primo Ministro o alta carica dello Stato in 153 anni di storia unitaria.
Durante la trasmissione Rai Porta a Porta del 26 maggio, Renzi, da forza emergente al tavolo dell’Unione Europea, ha parlato di rapporti tra Italia e Germania in chiave continentale, anticipando le sue intenzioni rispetto alla cancelliera Angela Merkel. Ed eccolo di nuovo giocare con le parole:
«Siamo in grado di andare dalla Merkel e dire “questa è la semplificazione della pubblica amministrazione italiana, che non può essere borbonica”?».
Certo, si tratta di uso di una parola sbattuta sul dizionario con l’accezione denigratoria della Storia del Sud che ormai non regge più, come da Renzi stesso evidenziato. E pure il suo predecessore Enrico Letta, nel corso del summit dei capi di Stato e di governo dell’Ue dello scorso ottobre, aveva affermato che «bisogna lavorare affinché l’Italia non sia guardata più come il Paese più burocratico e borbonico». Inutile – ma non lo è – ricordare ancora una volta che la burocrazia italiana è sabauda, non borbonica, e che sono stati i piemontesi a imporre e condurre la loro Italia, non i napoletani.
Renzi sia più fedele a quel che dice e non metta maschere diverse in base al palcoscenico che calca. Tanto più se cita l’esempio dell’unione tedesca, vera: «La Germania, negli anni Duemila, che cosa ha fatto? Ha fatto quello che noi non abbiamo fatto: ha fatto delle riforme strutturali per unificare Est e Ovest, investendo fortemente sul mercato del lavoro, e adesso è leader in Europa e fa registrale percentuali di crescita come nessun altro Paese».
Tutto giusto, tutto perfetto, a parole. Dunque, Renzi, ha la ricetta per unire l’Italia – ma non da oggi – e sa come cancellare il divario Nord-Sud, anche quello di stampo sabaudo, non borbonico. Se non lo farà, la colpa non sarà della Merkel.

tratto da Made in Naples (Magenes, 2013):
Sono stati i Savoia a governare l’Italia piemontesizzata per circa ottantacinque anni, non i Borbone. Dunque, può mai essere borbonico il retaggio governativo della Nazione italiana? La burocrazia italiana non è borbonica ma, semmai, figlia di quella sabauda e piemontese instaurata negli anni del Regno d’Italia, esasperata e finalizzata alla sparizione di soldi pubblici. Un modo d’intendere l’amministrazione statale da cui derivò una sfrenata “creatività” tributaria a Torino e la necessità di unirsi con chi aveva i conti in ordine e poche tasse. Perché, dopo il 1855, il Regno di Sardegna non compilò più il bilancio statale? Forse “per oscurare le informazioni”, come denunciò nel 1862 l’economista Giacomo Savarese. Fu questa l’origine del debito pubblico italiano, prettamente piemontese, come conferma la ricerca Un’Italia unificata? – Il Debito Sovrano e lo scetticismo degli investitori di Stéphanie Collet, pubblicata nel luglio 2012.

Al Maschio Angioino la primissima Mostra dell’Arte Tridimensionale

Napoli precede Parigi, dove un allestimento simile è in fase di studio al Louvre

Angelo Forgione – L’ingegner Pietrangelo Gregorio è il protagonista di un capitolo di Made in Naples, libro della Napoli che crea da almeno quattro secoli. Grande genio cui si debbono numerose invenzioni (oltre 300 brevetti), alcune delle quali tradotte in primati napoletani, e già creatore della prima emittente televisiva privata d’Italia via cavo (Telediffusione Italiana – Telenapoli) negli anni Settanta, è oggi, a 86 anni, protagonista della sperimentazione del primo sistema di ripresa e di riproduzione televisiva in 3D per il digitale terrestre, col quale sta cercando di abbattere il monopolio delle costose piattaforme satellitari a pagamento. Dopo il giusto spazio assegnatogli in Made in Naples è ora il Comune di Napoli a tributare all’inventore i giusti meriti e ad annunciare un nuovo primato napoletano, ospitando una mostra d’arte tridimensionale nel museo del Maschio Angioino che si inaugurerà venerdì 23 maggio alle ore 11.00 nella Torre del Beverello.
La mostra sarà visitabile fino al 30 settembre 2014. Orari di accesso al pubblico: ogni giorno dalle ore 10.30 alle 16.30 (escluso la domenica).

Un nuovo primato napoletano: La prima Mostra dell’Arte Tridimensionale nel complesso monumentale di Castel Nuovo

Il 23/05/2014 verrà inaugurata a Napoli nella Torre del Beverello, in Castel Nuovo, la prima mostra dell’arte tridimensionale. Un evento di particolare interesse scientifico, relativo all’applicazione della tecnologia anaglifica ai processi di promozione dell’arte e della valorizzazione dei beni culturali.
Vero è che, per anni, si è sempre discusso sulla possibilità di diffondere la stereoscopia e il tridimensionale, partendo dai musei, col semplice mezzo anaglifico (visione con occhiali bicolori), senza dover ricorrere a sofisticate tecnologie, cinematografiche o televisive. Avvalendosi di esperti stereografi si sono infatti organizzate, in passato, mostre tridimensionali nelle metropoli di Los Angeles, Parigi, Francoforte, Montreaux, dove le immagini presentate, di piccole dimensoni (30×40 cm.) e con un rilievo limitato, non destarono tuttavia alcun interesse da parte dei visitatori. Ragion per cui le mostre tridimensionali furono abbandonate.
In Italia le ricerche continuarono, seguendo le originali teorie ed innovazioni stereoscopiche del sistema “Stereogregor”, ideate dal ricercatore napoletano Pietrangelo Gregorio (noto per essere il pioniere della televisione libera italiana) che consentivano numerose nuove possibilità: basti ricordare lo schermo tridimensionale più grande del mondo (60 metri di lunghezza, primato ancora imbattuto!) realizzato nella sala Plinio a Pompei, nel 1994, sul quale 48 proiettori tridimensionali sincronizzati proiettarono, per oltre un anno, le più suggestive immagini degli scavi di Pompei, come ampiamente riportato dai mass media dell’epoca.
Sempre seguendo questo sistema, Geppino Gregorio, figlio del celebre inventore, e gli ingegneri Zipoli, Di Febbraro e Caputo hanno dato vita al “Centro Ricerche Scientifiche” con lo scopo di rielaborare il sistema
anaglifico, riuscendo ad ottenere immagini tridimensionali di grande formato, riducendo così, notevolmente, i difetti dell’anaglifo e mostrando una notevole profondità di rilievo con un effetto gradevole e stupefacente.
Si è così potuta realizzare la prima Mostra dell’ Arte Tridimensionale, esposta nella Torre del Beverello, in Castel Nuovo. Napoli è dunque la prima città a presentare una mostra di Arte Tridimensionale, mentre al museo del Louvre di Parigi è ancora, da anni, in fase di studio, una “mostra stereoscopica anaglifica”.
Le opere esposte
Questa prima mostra comprende 12 opere su tela pittorica in formato 100 x 140 cm., concernenti opere d’arte del Museo Archeologico di Napoli (Agrippina, Divinità fluviale, i Corridori), fontane monumentali partenopee (fontane del “Nettuno”, degli “Innamorati”, del “Carciofo”), Castel Nuovo con il suo Arco di Trionfo (con un eccezionale percezione del rilievo), Castel dell’Ovo, Chiostro grande di San Martino, Palazzo Reale, Basilica di San Francesco da Paola, ed infine, la nuova Piazza Bovio.
Per ogni opera è stata curata la particolare ripresa 3D, molto diversa da quella abituale, per stabilire le migliori convergenze e le varie parallassi con le relative distanze stereoscopiche. La tecnica “italiana” Stereogregor, utilizzata da Geppino Gregorio, che ha curato le riprese e le configurazioni 3D, offre una gradevole e suggestiva percezione della terza dimensione, al punto da rendere necessaria al visitatore un’ampia sosta davanti ogni opera e, per consentirne la visione contemporanea al vasto pubblico, si è scelto di aumentare il numero dei visori con l’ausilio di uno speciale strumento predisposto per meglio apprezzare tutti i particolari delle riproduzioni.

“Napoli maledetta”… da Genny ‘a carogna a “Gomorra” di Saviano

Nel video, il riassunto della puntata del 12 maggio di Clandestino su Tele Club Italia. “Napoli maledetta” tema del dibattito televisivo, tra accanimento mediatico per i fatti relativi alla finale di Coppa Italia di Roma, le polemiche su Roberto Saviano per la fiction “Gomorra” e umiliazione della cultura napoletana, sostanzialmente ignorata dai media nazionali.