––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
Mare di Napoli sempre più cristallino in tempo di quarantena da coronavirus e di lungomare desolato. Meno scarichi, meno fondali agitati, meno pressione e, in aggiunta, anche assenza di fertilizzazione per le anomale temperature calde dell’inverno passato.
Le acque della spiaggia dello Monache, quelle nella testimonianza video, sono sempre limpide in questo periodo, vero, ma non così cristalline. Si tratta comunque della zona cerniera con Mergellina e il suo porto “turistico” e non la Posillipo più “selvaggia” che si estende a ovest del centro abitato, verso Villa Rosebery, Marechiaro e poi Gaiola, dove anche in tempi di vita normale le acque sono sempre limpide.
Angelo Forgione– Il Covid-19 ha colpito il mondo, eppure l’OMS aveva avvertito due anni fa, nel febbraio del 2018, che ci avrebbe potuto travolgere una pandemia internazionale causata da un virus sconosciuto originato da una infezione zoonotica. La classificò come “malattia X”, cioè incognita, nell’elenco di quelle prioritarie su cui l’OMS aveva già iniziato a lavorare nel dicembre del 2015; e nel gennaio del 2019 preavvisò che era imminente. Con quel preallarme, l’OMS sollecitava risposte adeguate da parte dei governi, volte a gestire il problema delle pandemie con la prevenzione. Un consiglio rimasto ampiamente inascoltato dagli esperti ai quali i governi si affidano, e così il mondo si è fatto trovare impreparato di fronte a un pericolo preannunciato.
A Covid-19 già entrato in Italia, i nostri luminari hanno persino escluso che ne saremmo rimasti colpiti e che sarebbe potuta scoppiare una pandemia mondiale. I primi provvedimenti seri sono stati presi l’11 marzo, con notevole ritardo, quando l’Italia era già il focolaio d’Europa, mentre l’OMS dichiarava la pandemia. I nostri morti sono a migliaia anche a causa di una gestione troppo sufficiente e mal indirizzata da qualche infettivologo di casa nostra. Uno su tutti, il professor Massimo Galli del “Sacco” di Milano, imperversa nelle tivù, nonostante il fallimento. Le sole speranze valide di cura, al momento, arrivano paradossalmente da un’altra branca della ricerca biomedica, quella oncologica, che ha nel “Pascale” di Napoli il centro capofila dell’unica seria sperimentazione in corso. L’oncologia che propone soluzioni nel campo dell’infettivologia, il Sud che sfida il Nord in quanto a intuito. Un’invasione di campo che ha generato insofferenza in chi, in 50 giorni, ha fallito previsioni e terapie. .
Angelo Forgione– Nel contrasto alle complicanze da covid-19, è partita oggi la sperimentazione nazionale del Tocilizumab protocollata dall’AIFA su redazione della task force Cotugno-Pascale di Napoli. E oggi, proprio a Napoli, dove il farmaco anti-artrite reumatoide è stato già da tempo somministrato nelle terapie intensive, sono stati estubati due pazienti gravi: un 63enne, al quale il Tocilizumab era stato somministrato il 7 marzo, e un 48enne, la cui cura era iniziata il 10 marzo. Erano entrambi in rianimazione, intubati con una polmonite avanzata da coronavirus e con prognosi riservata. Ora in ventilazione assistita; se i livelli di respirazione non peggioreranno, lasceranno liberi i loro posti preziosi in Rianimazione.
Cauto ottimismo, dunque, ma segnali incoraggianti alla terapia in cui i medici napoletani credono fortemente, e per la quale stanno procedendo speditamente, rompendo gli schemi e le regole della ricerca biomedica.
Tutt’altra situazione è quella lombarda, dove i medici sembrano incagliati in una preocccupante impasse. Lì non c’è convinzione sull’efficacia del Tocilizumab, anzi. Il professor Massimo Galli, in una delle sue apparizioni televisive, dice che «se n’è parlato troppo» e sulla sua somministrazione «bisogna aggiustare il tiro». E allora, in attesa di essere preciso, studia anche altre soluzioni, verificando gli effetti della Corochina e del Kaletra, mentre sta per partire la sperimentazione del Redemdesivir, un farmaco antivirale efficace contro l’ebola. Così, mentre studiano e analizzano i dati, i ricercatori lombardi si arrendono all’inutilità del medicinale fin qui somministrato, il Lopinavir/Ritonavir, un anti-retrovirale assai potente contro i virus comuni. Galli alza bandiera bianca ai microfoni del Tg3: «Temo che ci si dovrà rassegnare a dichiarare che non serve a molto». .
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Intanto è scattata la macchina del fango su Paolo Ascierto dopo l’attacco rivoltogli da Massimo Galli a Cartabianca. Striscia la Notiziaha deriso volgarmente l’oncologo ricercatore napoletano, come se fosse un fessacchiotto allo sbaraglio e forse non sapendo che si tratta di un oncologo al top nel mondo secondo la comunità scientifica, come testimonia il sito specializzato Expertscape.com. Fa tutto parte di una dinamica sociale ben consolidata in Italia, quella che vuole il Nord sempre avanti e il Sud sempre dietro. Indecenti questi meridionali che lasciano il Nord per andare a infettare i parenti al Sud, come se i settentrionali non fossero andati via, magari a sciare o a riempire le case al mare; ignominiosi i medici napoletani che si danno alla macchia, salvo poi scoprire che non è proprio così; ridicolo il provinciale ricercatore napoletano che ha scippato una scoperta alla ricerca milanese, che dice di essere arrivata prima. Ma se è arrivata prima, perché non ha comunicato e redatto un protocollo per l’AIFA affinché tutti potessero beneficiarne, a partire proprio dalla Lombardia che è in stato di crisi sanitaria?
Da questa domanda essenziale, ascoltando gli interventi dei due luminari nelle varie rubriche televisive e consultando alcuni ricercatori, qualcosa l’ho messa a fuoco. Partiamo da un’evidenza che può tradursi in assunto:
Galli e la comunità scientifica di Milano non credono fortemente al Tocilizumab.
Ascierto e la comunità scientifica di Napoli credono fortemente al Tocilizumab.
Da ciò nascono due atteggiamenti rispetto alla sperimentazione:
Galli e la comunità scientifica di Milano stanno lavorando su diverse strade, il che comporta lentezza di risoluzione delle complicazioni causate dal Coronavirus.
Ascierto e la comunità scientifica di Napoli stanno puntando (e rischiando) sul Tocilizumab, accelerando per la risoluzione delle complicazioni causate dal Coronavirus.
E questo è il motivo per cui, pur essendo entrambi a conoscenza dell’esperienza cinese circa il medicinale su 21 pazienti, Galli si è opposto ferocemente ad Ascierto.
La polemica tra Galli e Ascierto nasce da una diversa concezione del rapporto scienza-collettività: lo scienziato si isola da ciò che avviene fuori il suo laboratorio, sperimenta e divulga solo dati certi, partendo dalle pubblicazioni scientifiche, alle quali si devono rifare i giornalisti. Questo è il percorso.
Ascierto e il suo team hanno invece rotto questo protocollo scientifico. Hanno intuito l’utilità del Tocilizumab, si sono consultati con il cinese Ming con cui hanno una collaborazione e hanno avuto conforto. Quindi hanno immediatamente somministrato il farmaco a Napoli e comunicato ai giornalisti i primi esiti della somministrazione. Niente pubblicazioni scientifiche, niente razionalità ma informazione di massa immediata e velocità di produzione di un protocollo per L’AIFA in un momento di crisi sanitaria globale, con tutti i rischi del caso in termini di speranze e illusioni. È questo che ha fatto irritare Galli e i suoi. È questo il motivo per cui Ascierto non ha risposto a Galli, limitandosi a vantare la redazione del protocollo approvato dall’AIFA. Il luminare napoletano sa di aver aggirato l’etica scientifica per abbracciare un’etica umanistica. Potremmo metterla sul piano dello stereotipo, del Nord obbediente e del Sud anarchico, che in un contesto tragico come quello che viviamo può rendere uno scienziato meridionale più umano di uno scienziato settentrionale. Siamo di fronte a due concezioni diverse influenzate da due convinzioni diverse:
Ascierto, che crede fortemente nel Tocilizumab, mette al centro le vite umane, e accelera.
Galli, che non crede fortemente nel Tocilizumab, mette al centro le regole rigide della comunità scientifica, e frena.
Rischiano entrambi, uno sulla propria carriera e l’altro sulla pelle delle cittadini, perché mentre il medico studia il malato muore. Alla fine vedremo chi avrà avuto ragione. Si tratta di scegliere con chi stare. Io, da profano, scelgo Ascierto, e non perché napoletano di cittadinanza come lui ma perché non c’è regola alcuna che valga la vita umana, e di fronte alla morte mi sento anch’io profondamente anarchico.
Al momento, l’azione decisa di Napoli inizia a dare i primi incoraggianti frutti, mentre le ricerche macchinose di Milano risultano sterili. Studia e pensa, il professor Massimo Galli, tra una comparsata televisiva e l’altra. Vuole capire meglio come poter “aggiustare il tiro” delle sue improbabili cure, per sua stessa ammissione inutili, mentre i morti nella sola Lombardia hanno superato abbondantemente quota 2mila su 20mila contagiati. Tutt’altro scenario aveva prospettato il 10 febbraio, due settimane prima dell’esplosione del Covid-19 al Nord, quando azzardò che la malattia difficilmente avrebbe potuto diffondersi alle nostre latitudini, e ora avanza inesorabile anche su Milano, dove i contagi vanno verso quota 2mila. Striscia la Notizia ne avrebbe di materiale per fare satira sull’assoluto protagonista dei palinsesti televisivi di questi giorni, invece di deridere volgarmente chi sta provando con decisione a salvare vite umane (e pare ci stia pure riuscendo), e su cui, allo stato delle cose, sono riposte le uniche speranze.
Usa cautela nelle cure ma non nel prospettare gli scenari epidemiologici il notissimo infettivologo, che ora dovrà “aggiustare il tiro” anche delle sue incaute e sbagliate previsioni della vigilia. Che quel tiro sia aggiustato presto, e che da Milano o da Napoli arrivi la soluzione tampone. Bisogna fare presto, soprattutto in Lombardia, perché i decessi stanno decimando drammaticamente alcune comunità, e non c’è più tempo per aggiustare il tiro.
Angelo Forgione– «Non facciamoci sempre riconoscere. La sperimentazione del Tocilizumab era già in atto da tempo in Cina e il primo ad usarlo qui è stato il dottor Rizzi a Bergamo. Prendetevi pure i meriti ma non fate quelli che tolgono a Cesare quel che è di Cesare e ai cinesi quel che è dei cinesi. Hanno cominciato loro e li abbiamo seguiti noi, stop! Il protocollo approvato dall’Aifa è vostro, peccato però che lo stesso protocollo era già applicato da tempo in almeno dodici ospedali. Non esageriamo a fare provincialismo perché è intollerabile».
L’accusa mossa alla trasmissione Cartabianca (Rai 3) dal Professor Massimo Galli, direttore e responsabile Malattie infettive dell’ospedale Luigi Sacco di Milano, al collega Paolo Ascierto, oncologo e ricercatore dell’ospedale Pascale di Napoli che porta la firma del protocollo ufficiale di sperimentazione del Tocilizumab, è di quelle pesanti: provincialismo!
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Il medico napoletano è rimasto sostanzialmente in silenzio di fronte all’attacco ricevuto, rivendicando esclusivamente la paternità del protocollo nazionale. E a questo punto, sorgono dei perché.
Perché Ascierto ha incassato l’accusa di provincialismo senza difendersi?
Perché Galli è stato così aggressivo nei concetti e anche nel linguaggio del corpo?
Perché Galli ha rivendicato l’intuizione solo ora, proprio nel giorno dell’avvio ufficiale della sperimentazione AIFA, nonostante sia da giorni ospite in numerose trasmissioni nazionali?
Perché Galli parla di sperimentazione del Tocilizumab avviata dai cinesi se Ascierto ha informato che i pazienti cinesi cui è stato somministrato sono solo 21 (il che significa che è stato utilizzato in forma del tutto sporadica)?
Perché l’Agenzia Italiana del Farmaco ha approvato ufficialmente un protocollo redatto a Napoli e non è stato mai redatto un protocollo ufficiale a Milano o Bergamo affinché si somministrasse quanto prima il Tocilizumab a tutti e non solo in qualche struttura del Nord?
Perché, se l’efficacia del Tocilizumab contro le gravi complicanze da Covid-19 era nota al Nord, i malati lombardi hanno affollato a migliaia i reparti di terapia intensiva e, purtroppo nei casi più sfortunati, i cimiteri?
La sensazione data dalla gestualità e dalle parole del luminare milanese è che anche i medici lombardi fossero al corrente dei presunti benefici del medicinale anti-artrite reumatoide utilizzato contro la polmonite interstiziale da covid-19, ma che siano stati battuti sul tempo dai napoletani, più celeri nel divulgare, informare e scrivere un protocollo, così da eludere i canonici tempi della ricerca biomedica e della comunicazione, nutrendo speranze per i malati gravi di coronavirus che magari a Milano non si è voluto alimentare. La tempistica accelerata del team del dottor Ascierto, forse dettata dall’emergenza e dalla situazione drammatica in corso, potrebbe essere stato il motivo di fondo dello scomposto e smodato risentimento del professor Galli.
Certo, sarebbe davvero provinciale mettere il cappello a un’intuizione terapeutica non propria, ma sarebbe grave, gravissimo, non averla condivisa a livello nazionale e, peggio ancora, non aver fatto uso del farmaco per evitare numerosi decessi in Lombardia e regioni limitrofe.
Sia chiaro: chiunque sia stato ad aver avuto l’intuizione, l’importante è che si riveli efficace e che si giunga a un’importante soluzione tampone per evitare le più serie complicanze da Coronavirus per tutti. Le polemiche aspre, ora, in un momento delicato per la salute dei cittadini italiani e non solo, sono indigeste e fuori luogo se fatte davanti alle telecamere, e questa sensibilità sembra appartenere al dottor Ascierto, a giudicare dalla sua replica affidata ad un post su facebook:
“In un momento di emergenza come questo, tengo a precisare che il lavoro di brain storming fatto con il dr Franco Buonaguro e le giovani oncologhe Claudia Trojaniello e Maria Grazia Vitale, la discussione “cruciale” fatta con il dr Ming, la professionalità dei dr Montesarchio, Punzi, Parrella, Fraganza e Atripaldi dell’Ospedale dei Colli, il supporto dei nostri Direttori Generali Bianchi e Di Mauro e del nostro Direttore Scientifico Dr Botti, sono tutti elementi che ci hanno portato sabato 7 marzo ad incominciare a trattare i primi pazienti al Cotugno di Napoli. Non ci risulta che qualcuno lo stesse facendo in contemporanea e saperlo ci avrebbe peraltro aiutato. In questa fase, non è importante il primato. Quello che abbiamo fatto è comunicarlo a tutti affinche TUTTI fossero in grado di poterlo utilizzare, in un momento di grande difficoltà. Non solo. Grazie alla grande professionalità del dr Franco Perrone del Pascale, in pochi giorni siamo stati in grado di scrivere una bozza di protocollo per AIFA che ha avuto un riscontro positivo. Il nostro deve essere un gioco di squadra e la salute dei pazienti è la cosa che ci sta più a cuore. Andiamo avanti con cauto ottimismo … nel frattempo parte la sperimentazione di AIFA. Ce la faremo di sicuro !!!”
Angelo Forgione– A La Radiazza di Gianni Simioli (Radio Marte), il Dottor Paolo Ascierto, oncologo e ricercatore dell’Istituto Tumori Pascale di Napoli, che insieme a un pool di colleghi dello stesso Pascale e dell’ospedale per le malattie infettive Cotugno ha suggerito la somministrazione in modalità “off label” del Tocilizumab ai malati di coronavirus con polmonite interstiziale, ci dà notizie incoraggianti sulla sperimentazione del farmaco anti-artrite e invita tutti a donare per attivare un laboratorio di ricerca che consenta alla sua equipe del Pascale e all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno di studiare la genetica del covid-19.
Proprio l’eccellente Istituto Pascale, lo scorso anno, era stato escluso dai fondi per la ricerca sullo sviluppo dell’Immunoterapia sperimentale contro i tumori, ma lo stesso Dott. Ascierto rassicura che nel frattempo la vicenda è stata sistemata positivamente.
Ora è il momento di dare un aiuto a dei ricercatori che rappresentano la speranza per la decongestione dei reparti di terapia intensiva di tutta Italia nelle prossime critiche settimane.
Le donazioni per la ricerca sul coronavirus possono essere fatte sul sito Gofundme (clicca qui) oppure con bonifico bancario intestato a:
FONDAZIONE MELANOMA ONLUS
Iban: IT02 T083 4215 2000 0801 0083 080
Angelo Forgione– La prima cosa da fare quando un’emergenza sanitaria già esplosa altrove colpisce una comunità è consultare i medici che la stessa emergenza l’hanno già affrontata, perché la collaborazione internazionale è fondamentale per mettere a punto armi mediche efficaci. È quello che non è avvenuto in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, dove il focolaio dei contagi da Coronavirus ha messo in ginocchio i reparti di terapia intensiva. È quello che, una volta cresciuta l’emergenza anche in Campania, hanno fatto opportunamente e immediatamente i medici napoletani della task force Cotugno-Pascale, che hanno intuito il potenziale dei farmaci anti-interleuchina 6 nella lotta alle complicanze respiratorie nei malati di Covid-19. Quella categoria di farmaci hanno infatti la funzione di neutralizzazione dell’interleuchina 6, la proteina che è il principale vettore dell’infiammazione polmonare prodotta dal virus di origine cinese. E allora i ricercatori partenopei hanno contattato i colleghi del First Affiliated Hospital of University of Science and Technology of China, stabilendo un vero e proprio ponte della ricerca tra Napoli e la Cina, grazie al quale si è potuto comprendere quali medicinali i medici cinesi avevano somministrato ai loro malati. In particolare, 20 pazienti su 21 trattati con il Tocilizumab, un farmaco anti-artrite appartenente proprio agli anti-interleuchina 6, avevano mostrato un miglioramento veloce delle condizioni.
Gli studi dei ricercatori napoletani si sono concentrati su quel preparato e hanno evidenziato che, curando l’infezione polmonare, ha la capacità di scongiurare la morte nei pazienti affetti da Coronavirus. Così lo hanno fatto somministrare ad alcuni pazienti campani con grave insufficienza respiratoria. Gli esiti sono stati soddisfacenti in 24 ore, e uno dei malati che presentava un quadro clinico più severo dovrebbe essere estubato domattina, liberando così un preziosissimo posto in terapia intensiva. In assenza di vaccino, facile comprendere cosa significherebbe tutto questo.
Il direttore scientifico del Pascale, Paolo Ascierto, ha chiesto un veloce protocollo nazionale per la cura sperimentata a Napoli, che è intanto iniziata anche allo Spallanzani di Roma, al Sacco di Milano e al Giovanni XXIII di Bergamo.
Attendiamo speranzosi la conferma definitiva della validità della cura, che varrebbe anche quale conferma dell’eccellenza della ricerca medica napoletana e meridionale, operante in regime di sperequazione tra Nord e Sud del paese.
Angelo Forgione – Incidente diplomatico tra Francia e Italia dopo il vertice della settimana scorsa a Napoli. A causarlo, una gag della storica trasmissione satirica francese di Canal Plus in cui si è scherzato con dubbio gusto sulla diffusione del Coronavirus in Italia: un pizzaiolo tossisce e sputa mentre prepara una pizza, che diventava una ‘Pizza Corona’. L’Ambasciata di Francia in Italia si è dissociata dal video informando che non corrisponde in alcun modo al sentimento delle autorità e del popolo francesi, ed esprimendo la propria solidarietà all’Italia di fronte all’emergenza sanitaria.
Poi ci si è messo anche il solito Libero, che nell’edizione del 4 marzo ha esultato volgarmente in prima pagina per la diffusione del Coronavirus anche al Sud: “Ora sì che siamo tutti fratelli”. E così scopriamo che finalmente l’Italia è fatta, dopo 159 anni.
Tanto per distribuire psicosi e ammazzare il turismo. Roba che fa più nauseare della satira francese.
Angelo Forgione– Vedo fare distinzione tra bene e male dopo la rapina finita in tragedia a Napoli, dove si sono incontrati tre ragazzi, e non per la ricreazione. Due rapinatori in erba e un giovane carabiniere rapinato, il microcrimine e lo Stato, incrociatisi a Santa Lucia, a due passi dalla vista delle meraviglie del Golfo, nell’assenza pressoché totale di forze dell’ordine per garantire la serenità di tutti nella Napoli del piacere. Non a un posto di blocco ma nel luogo fatale di una tragedia in cui un ventitreenne ha tolto la serenità a se stesso e la vita a un quindicenne.
Già, un quindicenne, che il sabato sera dovrebbe andare a mangiare un panino con gli amici, ronzare intorno alle ragazzine, e rincasare per tempo, piuttosto che montare su uno scooter con targa contraffatta e andarsene a rapinare qua e là come un pistolero impavido.
Un quindicenne dovrebbe andare a scuola, non svolgere lavoretti in nero e fare il perdigiorno in strada; dovrebbe essere seguito nel percorso di crescita dai genitori, non sguinzagliato allo sbando. Essere genitori non è un dovere ma un impegno che va assunto con coscienza, e mantenuto finché i figli non spiccano il volo. La prolificazione, nella città più giovane d’Italia, è in parte fenomeno derivante dall’ignoranza diffusa. Ugo era figlio dell’ignoranza di chi crede di risolvere le proprie problematiche esistenziali con la gioia della prole, senza avere i mezzi per sostenerla; figlio di chi mette al mondo e viene immediatamente meno alla responsabilità genitoriale; figlio di chi non sa assumersi le responsabilità di un fallimento e devasta un presidio sanitario cittadino in un momento critico per la salute di tutti, tra le percosse al personale medico e ai congiunti di altri infermi.
Genitori e figli, nell’habitat di una certa sottocultura, sono terminali di una spirale che non si arresta, entrambi frutto della dispersione scolastica, che in certi quartieri tocca picchi inaccettabili, crea malerba e inibisce la fioritura sociale.
Manca la famiglia nella cura dei figli come manca lo Stato nella cura del popolo. Quando tutto manca, ognuno sceglie arbitrariamente il suo destino, proprio come il carabiniere, che ha scelto la divisa, e la sua vittima, che ha scelto la delinquenza. Due giovani della stessa città con strade opposte che si sono incrociati per caso, l’uno con una pistola vera e l’altro con una replica. Solo così, nelle zone difficili, lo Stato e il disagio sociale vengono a contatto, e le conseguenze non sono mai piacevoli.
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“Lo Stato è una gran famiglia. Di qui seguita, che come nelle ben governate famiglie non si pensa solamente ad avere numerosa prole, ma a’ mezzi altresì di bene educarla, istruirla, e mantenerla con comodità: a quel modo medesimo è necessario, che nello Stato col promuovervi la popolazione, si studj di bene educar la gente per la parte dell’animo e del corpo, e procacciarle proporzionevolmente i mezzi di sostenersi.”
Angelo Forgione– Visita ufficiale a Napoli di Emmanuel Macron, dopo le belle parole espresse pubblicamente in una chiacchierata con Fabio Fazio di un anno fa. In quell’occasione, il Presidente della Repubblica francese si incanalò nel solco delle altisonanti parole di Stendhal durante il suo soggiorno partenopeo nel 1817. Stendhal che però mai scrisse ciò che anche Macron ha riverberato, e cioè che Napoli e Parigi erano, a suo parere, le due uniche capitali d’Europa. Scrisse, il letterato francese, qualcosa di assai più lusinghiero per la capitale borbonica, e cioè che era “senza confronti, la più bella città dell’universo”. Napoli anche più bella di Parigi, e napoletani molto più buoni dei piemontesi, stranieri in Italia quanto i francesi.
“Parto. Non dimenticherò né la strada di Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli: è, senza confronto, ai miei occhi, la città più bella dell’universo. […] Napoli, nonostante le sue trecentoquarantamila anime, è come una casa di campagna posta al centro di uno splendido paesaggio. A Parigi non si sospetta che vi siano boschi o montagne nel mondo; a Napoli, ad ogni curva di strada, sei sorpreso da un aspetto singolare del monte Sant’Elmo, di Posillipo o del Vesuvio. […] Questa baia così bella, che sembra fatta apposta per il piacere degli occhi, il lungomare delle colline che cingono Napoli, la passeggiata di Posillipo lungo l’aereo viale costruito da Gioacchino (Murat): tutto un mondo che è impossibile rievocare, com’è impossibile dimenticarlo. […] A Napoli, la grossolanità di questa piccola gente, che ti insegue anche nei caffè, mi ha scioccato un po’. […] Sono mascalzoni, perché sono poveri, ma non sono malvagi. I veri cattivi in Italia sono i Piemontesi. […] il Piemontese non è più italiano del francese e puoi aspettarti di tutto da lui.”
Era la Napoli da poco uscita dalla dominazione napoleonica e dal regno di Murat, che pure si era innamorato della città al punto da abbandonare Napoleone alle sue guerre.
A distanza di due secoli, l’apprezzamento dei francesi per Napoli non si è affatto esaurito e la città vesuviana resta un riferimento culturale tra i principali per i transalpini.
Stendhal fu comunque polemico con i napoletani per una grande pecca che notava dopo la caduta di Napoleone, ovvero quella che i partenopei stessero perdendo consapevolezza di se stessi e iniziassero a coltivare solo uno cieco orgoglio campanilistico. Due secoli fa.
Angelo Forgione–È uno dei piatti-bandiera dell’Italia nel mondo, una squisitezza la cui origine è spesso confusa. Chiedete in giro dove siano nate le Lasagne e probabilmente vi diranno «a Bologna». Ma è davvero così?
Prima di ricostruire la storia della pietanza bisogna che sia chiara la differenza tra Lasagna e Lasagne. La Lasagna è un “foglio sottile” di farina di grano o di farro d’epoca romana, a quel tempo noto come laganum. Le Lasagne, invece, al nostro tempo, vanno intese come più sfoglie sottili sovrapposte e inframezzate da strati farciti. Il linguista Carlo Alberto Mastrelli, emerito cattedratico di Glottologia all’Università di Firenze, decano ed ex-vicepresidente dell’Accademia della Crusca, autore del saggio Le ‘mentite spoglie’ della Lasagna, spiega che il termine “Lasagna” deriva dal vocabolo latino scomparso rasanea, cioè “pasta spianata” o rasaneolum, “cilindro di legno per spianare la pasta”, da cui rasagnolo, versione dialettale locale dell’italiano “matterello”.
La comparsa del termine “Lasagne” si fa risalire ai Memoriali Bolognesi del 1282:Giernosen le comadre trambedue a la festa, de gliocch’e de lasagne se fén sette menestra. Cioè, “Ieri le comari sono andate entrambe alla festa, con gnocchi e lasagne hanno fatto sette minestre”. Per lasagne, a quel tempo, si intendeva una pasta più simile a gnocchi tirati a mano, e del resto le comari citate facevano minestre, non pietanze al forno.
Delle Lasagne ante litteram, cioè sfoglie a strati farciti, erano sicuramente preparate in quegli anni nella Napoli angioina, ed erano farcite con formaggio grattato e, a piacere, spezie in polvere. Se ne poteva leggere nel primo trattato di cultura gastronomica napoletana, scritto da un anonimo napoletano a corte. Il testo si chiamava Liber de coquina e la ricetta era sotto la dicitura “De lasanis“. Questa la traduzione in italiano:
“Per fare le lasagne prendi la pasta fermentata e rendila il più sottile possibile. Quindi dividila in quadrati di tre dita per lato. Prendi poi dell’acqua bollente salata e facci cuocere le lasagne. E quando sono completamente cotte aggiungi formaggio grattugiato. E, se vuoi, puoi anche aggiungere delle buone spezie in polvere e spargerle sopra, quando avrai messo le lasagne nel vassoio. Quindi metti di nuovo uno strato di lasagne e polvere [di spezie]; e sopra un altro strato e polvere, e continua fino a quando il vassoio non sarà pieno. Poi mangiale prendendole con un bastoncino di legno appuntito.“
Dunque, alla corte angioina di Napoli, la sfoglia di origine romana si tagliava in forme quadrate da bollire in acqua, sovrapporre a strati alterni e condire appunto con abbondante polvere di formaggio e, volendo, di spezie varie. Col tempo, i gusti e gli ingredienti cambiarono, soprattutto con la massiccia introduzione del pomodoro nella cucina di Napoli all’inizio dell’Ottocento, mentre altrove, Bologna compresa, neanche si coltivava. Il re Ferdinando II di Borbone, verso la metà del secolo XIX, chiamava affettuosamente il figlio Francesco col soprannome «Lasà» poiché ghiottissimo di Lasagne. I napoletani, in epoca risorgimentale, facevano delle antiche Lasagne un piatto dell’abbondanza per il martedì grasso di Carnevale, inframezzandole con formaggi più o meno stagionati, salsicce cervellate affettate, polpettine fritte e ricotta a scelta, oltre a zucchero e cannella, poi definitivamente banditi. Vi si aggiunse poi il ragù napoletano. Le ricette delle Lasagne (napoletane) più o meno corrispondenti a quelle moderne erano scritte in lingua partenopea dai grandi cuochi locali del primo Ottocento. La primissima ricetta in lingua italiana delle Lasagne di Napoli più o meno corrispondenti a quelle moderne fu pubblicata nel 1881 ne Il Principe dei cuochi, o la vera cucina napolitana, scritto dal cuoco Francesco Palma. La ricetta dei “Maccheroni detti lasagne“. era elencata a pagina 24, nella sezione “in Maniera di fare i maccheroni”, e indicava quanto segue:
“Farai la pasta col fior di farina, e nello istesso modo delle laganelle, solamente però la devi tagliare a fette due dita larghe. Cotte che saranno, prenderai il piatto in cui dovrai servirle, il quale dovrà contenere il suo fondo di caciocavallo di regno, e di provola grattugiata, di zucchero polverizzato e cannella pesta, e gliele porrai suolo per suolo, mettendovi al di sopra di ognuno e finché te ne resteranno, li stessi formaggi anzidetti, nonché delle fette di cervellate, delle polpettine, ed un coppino di brodo di ragù. Indi adatterai il piatto sulla cenere calda, ed il fornello con fuoco al disopra, affinché tutto s’incorpori. Puossi ancora aggiungere per ogni suolo della ricotta, ed allora sono squisitissimi.“
Pellegrino Artusi, noto gastronomo del secondo Ottocento originario della romagnola Forlimpopoli, compilò il ricettario La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene del 1891, quando solo da poco dalle parti della vicina Parma Carlo Rognoni aveva iniziato a coltivare il pomodoro, quello tondo, perché quello lungo utile ai sughi e al ragù era tipologia conosciuta solo nei dintorni del Vesuvio, e da almeno un secolo. Nel ricettario dell’Artusi non vi era nessuna traccia di Lasagne, perché egli, in realtà, snobbò grandissima parte della cucina meridionale. Il suo modello di cucina nazionale era di fatto centro-settentrionale, con grande attenzione alla Romagna e alla Toscana, la sua terra natia e quella di adozione. Nessun accenno alle Lasagne originali, quelle napoletane, ignorate dall’autore, e ovviamente neanche a quelle bolognesi, che ancora non esistevano. In quel periodo, le Lasagne (napoletane) ancora non erano state reinterpretate dalle regioni del Nord, e in certe zone settentrionali era diffuso il borioso proverbio “Lasagne e maccheroni, cibo da poltroni”, dove per poltroni si intendevano i napoletani e i meridionali in genere.
Solo nel 1935, 54 anni dopo la ricetta pubblicata a Napoli da Francesco Palma, spuntò la prima traccia scritta di Lasagne alla maniera dei bolognesi, esattamente nel libro Il ghiottone errante del giornalista Paolo Monelli, che non era neanche un ricettario. La spinta campana al pomodoro, attraverso i numerosi testi di cucina scritti e pubblicati a Napoli, aveva fatto conoscere il succulento piatto partenopeo agli emiliani, che lo avevano reinterpretato a modo loro e con ottima riuscita, inizialmente con strati di spinaci tra le sfoglie (Lasagne verdi), ma poi arricchite alla maniera partenopea: non pasta di semola di grano duro ma larghe sfoglie di pasta all’uovo, con spinaci nell’impasto anziché nella farcitura; ragù alla bolognese al posto del ragù napoletano; cremosa besciamella al posto dei formaggi/ricotta. Così le Lasagne (napoletane) conobbero il piatto gemello del Nord, le “Lasagne alla bolognese”, appunto, non a caso dette tali. Ogni regione, poi, ci avrebbe messo del suo. Il pesto in luogo del ragù in Liguria, il radicchio rosso di Treviso in Veneto, l’aggiunta di melanzane in Sicilia, la variante dei Vincisgrassi condivisa da marchigiani e umbri e le Lasagne bastarde della Lunigiana, fatte con un impasto misto di farina di grano e farina di castagne. È così sparì opportunisticamente anche il proverbio anti-Lasagne del Nord, oggi in totale disuso. Lasagne e maccheroni, cibo da terroni piaciuto ai polentoni.
per approfondimenti:Il Re di Napoli – Angelo Forgione (Magenes, 2019)