Macron a Napoli ricordando Stendhal

Angelo Forgione Visita ufficiale a Napoli di Emmanuel Macron, dopo le belle parole espresse pubblicamente in una chiacchierata con Fabio Fazio di un anno fa. In quell’occasione, il Presidente della Repubblica francese si incanalò nel solco delle altisonanti parole di Stendhal durante il suo soggiorno partenopeo nel 1817. Stendhal che però mai scrisse ciò che anche Macron ha riverberato, e cioè che Napoli e Parigi erano, a suo parere, le due uniche capitali d’Europa. Scrisse, il letterato francese, qualcosa di assai più lusinghiero per la capitale borbonica, e cioè che era “senza confronti, la più bella città dell’universo”. Napoli anche più bella di Parigi, e napoletani molto più buoni dei piemontesi, stranieri in Italia quanto i francesi.

“Parto. Non dimenticherò né la strada di Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli: è, senza confronto, ai miei occhi, la città più bella dell’universo. […]
Napoli, nonostante le sue trecentoquarantamila anime, è come una casa di campagna posta al centro di uno splendido paesaggio. A Parigi non si sospetta che vi siano boschi o montagne nel mondo; a Napoli, ad ogni curva di strada, sei sorpreso da un aspetto singolare del monte Sant’Elmo, di Posillipo o del Vesuvio. […]
Questa baia così bella, che sembra fatta apposta per il piacere degli occhi, il lungomare delle colline che cingono Napoli, la passeggiata di Posillipo lungo l’aereo viale costruito da Gioacchino (Murat): tutto un mondo che è impossibile rievocare, com’è impossibile dimenticarlo. […]
A Napoli, la grossolanità di questa piccola gente, che ti insegue anche nei caffè, mi ha scioccato un po’. […] Sono mascalzoni, perché sono poveri, ma non sono malvagi. I veri cattivi in ​​Italia sono i Piemontesi. […] il Piemontese non è più italiano del francese e puoi aspettarti di tutto da lui.”

Era la Napoli da poco uscita dalla dominazione napoleonica e dal regno di Murat, che pure si era innamorato della città al punto da abbandonare Napoleone alle sue guerre.
A distanza di due secoli, l’apprezzamento dei francesi per Napoli non si è affatto esaurito e la città vesuviana resta un riferimento culturale tra i principali per i transalpini.
Stendhal fu comunque polemico con i napoletani per una grande pecca che notava dopo la caduta di Napoleone, ovvero quella che i partenopei stessero perdendo consapevolezza di se stessi e iniziassero a coltivare solo uno cieco orgoglio campanilistico. Due secoli fa.

Storia delle Lasagne, da Napoli a Bologna

Angelo Forgione È uno dei piatti-bandiera dell’Italia nel mondo, una squisitezza la cui origine è spesso confusa. Chiedete in giro dove siano nate le Lasagne e probabilmente vi diranno «a Bologna». Ma è davvero così?

Prima di ricostruire la storia della pietanza bisogna che sia chiara la differenza tra Lasagna e Lasagne. La Lasagna è un “foglio sottile” di farina di grano o di farro d’epoca romana, a quel tempo noto come laganum. Le Lasagne, invece, al nostro tempo, vanno intese come più sfoglie sottili sovrapposte e inframezzate da strati farciti. Il linguista Carlo Alberto Mastrelli, emerito cattedratico di Glottologia all’Università di Firenze, decano ed ex-vicepresidente dell’Accademia della Crusca, autore del saggio Le ‘mentite spoglie’ della Lasagna, spiega che il termine “Lasagna” deriva dal vocabolo latino scomparso rasanea, cioè “pasta spianata” o rasaneolum, “cilindro di legno per spianare la pasta”, da cui rasagnolo, versione dialettale locale dell’italiano “matterello”.

La comparsa del termine “Lasagne” si fa risalire ai Memoriali Bolognesi del 1282: Giernosen le comadre trambedue a la festa, de gliocch’e de lasagne se fén sette menestra. Cioè, “Ieri le comari sono andate entrambe alla festa, con gnocchi e lasagne hanno fatto sette minestre”. Per lasagne, a quel tempo, si intendeva una pasta più simile a gnocchi tirati a mano, e del resto le comari citate facevano minestre, non pietanze al forno.

Delle Lasagne ante litteram, cioè sfoglie a strati farciti, erano sicuramente preparate in quegli anni nella Napoli angioina, ed erano farcite con formaggio grattato e, a piacere, spezie in polvere. Se ne poteva leggere nel primo trattato di cultura gastronomica napoletana, scritto da un anonimo napoletano a corte. Il testo si chiamava Liber de coquina e la ricetta era sotto la dicitura De lasanis. Questa la traduzione in italiano:

Per fare le lasagne prendi la pasta fermentata e rendila il più sottile possibile. Quindi dividila in quadrati di tre dita per lato. Prendi poi dell’acqua bollente salata e facci cuocere le lasagne. E quando sono completamente cotte aggiungi formaggio grattugiato. E, se vuoi, puoi anche aggiungere delle buone spezie in polvere e spargerle sopra, quando avrai messo le lasagne nel vassoio. Quindi metti di nuovo uno strato di lasagne e polvere [di spezie]; e sopra un altro strato e polvere, e continua fino a quando il vassoio non sarà pieno. Poi mangiale prendendole con un bastoncino di legno appuntito.

Dunque, alla corte angioina di Napoli, la sfoglia di origine romana si tagliava in forme quadrate da bollire in acqua, sovrapporre a strati alterni e condire appunto con abbondante polvere di formaggio e, volendo, di spezie varie.
Col tempo, i gusti e gli ingredienti cambiarono, soprattutto con la massiccia introduzione del pomodoro nella cucina di Napoli all’inizio dell’Ottocento, mentre altrove, Bologna compresa, neanche si coltivava. Il re Ferdinando II di Borbone, verso la metà del secolo XIX, chiamava affettuosamente il figlio Francesco col soprannome «Lasà» poiché ghiottissimo di Lasagne.
I napoletani, in epoca risorgimentale, facevano delle antiche Lasagne un piatto dell’abbondanza per il martedì grasso di Carnevale, inframezzandole con formaggi più o meno stagionati, salsicce cervellate affettate, polpettine fritte e ricotta a scelta, oltre a zucchero e cannella, poi definitivamente banditi. Vi si aggiunse poi il ragù napoletano.
Le ricette delle Lasagne (napoletane) più o meno corrispondenti a quelle moderne erano scritte in lingua partenopea dai grandi cuochi locali del primo Ottocento. La primissima ricetta in lingua italiana delle Lasagne di Napoli più o meno corrispondenti a quelle moderne fu pubblicata nel 1881 ne Il Principe dei cuochi, o la vera cucina napolitana, scritto dal cuoco Francesco Palma. La ricetta dei Maccheroni detti lasagne. era elencata a pagina 24, nella sezione “in Maniera di fare i maccheroni”, e indicava quanto segue:

Farai la pasta col fior di farina, e nello istesso modo delle laganelle, solamente però la devi tagliare a fette due dita larghe. Cotte che saranno, prenderai il piatto in cui dovrai servirle, il quale dovrà contenere il suo fondo di caciocavallo di regno, e di provola grattugiata, di zucchero polverizzato e cannella pesta, e gliele porrai suolo per suolo, mettendovi al di sopra di ognuno e finché te ne resteranno, li stessi formaggi anzidetti, nonché delle fette di cervellate, delle polpettine, ed un coppino di brodo di ragù. Indi adatterai il piatto sulla cenere calda, ed il fornello con fuoco al disopra, affinché tutto s’incorpori.
Puossi ancora aggiungere per ogni suolo della ricotta, ed allora sono squisitissimi.

Pellegrino Artusi, noto gastronomo del secondo Ottocento originario della romagnola Forlimpopoli, compilò il ricettario La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene del 1891, quando solo da poco dalle parti della vicina Parma Carlo Rognoni aveva iniziato a coltivare il pomodoro, quello tondo, perché quello lungo utile ai sughi e al ragù era tipologia conosciuta solo nei dintorni del Vesuvio, e da almeno un secolo. Nel ricettario dell’Artusi non vi era nessuna traccia di Lasagne, perché egli, in realtà, snobbò grandissima parte della cucina meridionale. Il suo modello di cucina nazionale era di fatto centro-settentrionale, con grande attenzione alla Romagna e alla Toscana, la sua terra natia e quella di adozione. Nessun accenno alle Lasagne originali, quelle napoletane, ignorate dall’autore, e ovviamente neanche a quelle bolognesi, che ancora non esistevano. In quel periodo, le Lasagne (napoletane) ancora non erano state reinterpretate dalle regioni del Nord, e in certe zone settentrionali era diffuso il borioso proverbio Lasagne e maccheroni, cibo da poltroni, dove per poltroni si intendevano i napoletani e i meridionali in genere.

Solo nel 1935, 54 anni dopo la ricetta pubblicata a Napoli da Francesco Palma, spuntò la prima traccia scritta di Lasagne alla maniera dei bolognesi, esattamente nel libro Il ghiottone errante del giornalista Paolo Monelli, che non era neanche un ricettario.
La spinta campana al pomodoro, attraverso i numerosi testi di cucina scritti e pubblicati a Napoli, aveva fatto conoscere il succulento piatto partenopeo agli emiliani, che lo avevano reinterpretato a modo loro e con ottima riuscita, inizialmente con strati di spinaci tra le sfoglie (Lasagne verdi), ma poi arricchite alla maniera partenopea: non pasta di semola di grano duro ma larghe sfoglie di pasta all’uovo, con spinaci nell’impasto anziché nella farcitura; ragù alla bolognese al posto del ragù napoletano; cremosa besciamella al posto dei formaggi/ricotta. Così le Lasagne (napoletane) conobbero il piatto gemello del Nord, le “Lasagne alla bolognese”, appunto, non a caso dette tali. Ogni regione, poi, ci avrebbe messo del suo. Il pesto in luogo del ragù in Liguria, il radicchio rosso di Treviso in Veneto, l’aggiunta di melanzane in Sicilia, la variante dei Vincisgrassi condivisa da marchigiani e umbri e le Lasagne bastarde della Lunigiana, fatte con un impasto misto di farina di grano e farina di castagne. È così sparì opportunisticamente anche il proverbio anti-Lasagne del Nord, oggi in totale disuso.
Lasagne e maccheroni, cibo da terroni piaciuto ai polentoni.


per approfondimenti: Il Re di Napoli – Angelo Forgione (Magenes, 2019)

Il giorno della memoria

Gaeta_fineChi diede il diritto a degli italiani di assediare altri italiani? Di puntargli contro odio, fucili e cannoni?

Quali gli ideali, se non quello di conquista di ricchezza che muove chiunque faccia guerra?

Poteva farla Napoli l’Italia, da Sud a Nord, e senza spargimento di sangue. E sarebbe stato un altro paese.

Il 13 febbraio 1861, dopo aver ferocemente resa al suolo “la fedelissima” Gaeta, a conclusione di una guerra di occupazione che chiamano “unificazione”, l’invasore piemontese conquistava la fu Magna Grecia, e ne faceva colonia.

Oggi, 13 febbraio 2020, l’Eurispes certifica che dal 2000 al 2017 il Centro-Nord ha sottratto 840 miliardi di sola spesa pubblica al Sud. Senza contare tutto quello che il Sud passa al resto del Paese in termini di acquisti di beni e servizi (70 miliardi/anno), di formazione scolastica e universitaria dei propri ragazzi che emigrano (20 miliardi/anno), di emigrazione sanitaria (2 miliardi/anno) e di raccolta dei risparmi negli sportelli bancari (700 miliardi/anno) che finiscono per finanziare le aziende settentrionali. Dal 2000 al 2017. E dal 1861 al 1999?

Napoli e il suo cibo, prima discriminati e poi ricalcati

Angelo ForgioneFu nel Seicento che la pizza napoletana iniziò ad affermarsi, ovviamente a Napoli . A quel tempo, la parola “pizza“, apparsa per la prima volta nel Codex diplomaticus Cajetanus di Gaeta dell’anno 997, era riferita a preparazioni ripiene rustiche e dolci, accezione ancora oggi parallela a quella più comune. I fornai di Napoli cuocevano l’impasto condito in modo più semplice: strutto, pepe, formaggio di pecora e tanta vasinicola, il basilico, che, per storpiatura, dava a quella pizza il nome di “mastunicola”. La vendevano per le strade. Niente stoviglie e posate; niente tavoli e sedie. La pizza napoletana nacque esattamente come cibo di strada per il popolo partenopeo.

Pizze bianche che dai panifici passarono ad essere sfornate da specifiche botteghe dei pizzajuoli, come quella inaugurata nel 1738 nella chiassosa strada di Port’Alba. Per consentire agli avventori di mangiarle in piedi, i pizzaiuoli napoletani presero a stendere l’impasto in modo da ottenere uno strato sottile da tenere in forno giusto il tempo della cottura, senza biscottarlo, così da poter ripiegare la pietanza, una volta pronta, due volte sulla sua larghezza, “a libretto”, e metterla tra le mani degli avventori. Ugualmente ripiegate, le pizze venivano sistemate in caratteristici contenitori in rame, le cosiddette “stufe”, utili a distribuire il prodotto caldo e fragrante nelle strade limitrofe, dove venivano consumate senza alcuna formalità.

Ancora a metà dell’Ottocento, quando il pomodoro stava facendo irruzione su pizza e maccheroni napoletani, il pizzaiuolo che non preferiva stendere l’impasto a mano usava… il matterello! Non era un’eresia a quell’epoca, come testimonia lo scritto del filologo napoletano Emmanuele Rocco nel 1858:

Prendete un pezzo di pasta, allargatelo o distendendolo col matterello o percotendolo colle palme delle mani, metteteci sopra quel che viene in testa, conditelo di olio o di strutto, cocetelo al forno, mangiatelo, e saprete che cosa è una pizza.

pizzaiuoloSe non si era ancora dotato di una pizzeria secondo l’accezione moderna, ovvero di tavoli in marmo e sedie per consumare al chiuso, il pizzaiuolo si organizzava alla meglio con un banchetto di legno per la vendita, su cui adagiava le pizze appena sfornate e trasferitevi proprio nelle stufe. Impugnava un tipico coltello appuntito, ben affilato, pronto a tagliare spicchi di pizza per chi non voleva acquistarla intera.
Restarono per diversi anni questi i connotati di un tipico mestiere di strada della Napoli preunitaria, poco comprensibile per il resto degli italiani a Italia fatta. Il fiorentino Carlo Collodi, ne Il viaggio per l’Italia di Giannettino del 1886 dedicato agli scolari italiani, descrisse i pizzaiuoli di Napoli con disprezzo, scrivendo che la pizza ha “un’aria di sudiciume complicato che sta benissimo in armonia con quello del venditore”. E per venditore si intendeva il pizzaiuolo, come quello ritratto in foto, su una banchina del porto di Napoli.
Lo scritto di Collodi non era assai diverso nei toni da quello, per esempio, di Matilde Serao, ma testimoniava di come la neonata unità nazionale discriminasse il Sud nelle scuole, anche attraverso le sue abitudini alimentari. I pizzaiuoli di Napoli, complice il colera del 1884, furono a lungo infamati come pure la pizza napoletana, i maccheroni e pure le lasagne e il pomodoro, per anni considerati simboli di una meridionalità rozza e popolana. La pizza, in particolar modo, era erroneamente vista come un potenziale veicolo di contagio. La storia romanzata dell’invenzione della ‘margherita’, nel 1889, servì anche a ricostruire l’immagine del cibo napoletano. Se l’aveva mangiato la Regina d’Italia potevano mangiarlo tutti.

Pizze, pizzaiuoli e pizzerie restarono una tipicità napoletana fino all’inizio del Novecento, quando l’emigrazione portò con sé anche quella specialità. A conoscerla furono prima gli americani, accogliendo i bastimenti degli emigranti meridionali “pe’ terre assaje luntane”. Solo nel dopoguerra la adottarono anche gli altri italiani. L’americano Ancel Keys assaggiò quella originale, a Napoli, soggiornandovi a lungo nei primi anni Cinquanta per osservare e studiare sul posto la virtuosa alimentazione locale, così da iniziare la comparazione delle diete di vari popoli nel mondo e condurre l’elaborazione del modello nutrizionale della Dieta Mediterranea, ma in un ristorante della vicina Roma gli rifiutarono una comanda particolare: «Spiacenti, niente pizza qui, quella è roba da napoletani».
E infatti era ancora una tipicità esclusiva dei cittadini partenopei, ma da lì in poi iniziò a conquistare la Penisola con velocità eccezionale. Gli italiani, per secoli diffidenti nei confronti della pizza, così come dei maccheroni, delle lasagne e del pomodoro, ancora non lo sapevano che avrebbero adottato quel modello alimentare, e che sarebbe diventato manifesto della cibo italiano nel mondo. E non potevano neanche lontanamente immaginare che chi preparava la pizza, i miseri pizzaiuoli napoletani, definitivamente affrancatisi dal matterello e assolutamente votati all’inderogabile “tecnica dello schiaffo” per stendere l’impasto, avrebbero conquistato il prestigio dell’inclusione della loro arte nella lista dei patrimoni immateriali dell’Umanità. Perché il pizzaiuolo di Napoli, da secoli, staglia, ammacca, schiaffeggia e poi sforna un capolavoro mai biscottato. Ecco perché c’è differenza tra pizzaiuolo, come giustamente recita l’Unesco, e pizzaiolo. Non sbagliate!

per approfondimenti su questa e altre storie:
Il Re di Napoli (Angelo Forgione – Magenes, 2019)
Made in Naples (Angelo Forgione – Magenes, 2013)

Il vino campano in lutto

Angelo ForgioneSe n’è andato all’età di 91 anni Michele Moio, napoletano di Marano e mondragonese di adozione, figura di spicco del vino campano.
Quante volte ho sorriso e chiacchierato davanti a un bicchiere di Falerno Moio 57? È uno dei rossi preferiti dalle nuove generazioni della Campania, prodotto di punta dell’azienda da lui fondata in provincia di Caserta. Un vino primitivo prodotto tra il fiume Volturno e il monte del Massico, battezzato così in ricordo della straordinaria vendemmia del 1957.
Michele Moio è stato tra coloro che nel dopoguerra recuperarono il particolare vitigno del Falerno, salvandolo dalla sparizione seguita alla grande crisi della vitivinicoltura in tutta l’Europa per i grandi flagelli parassitari. Era “il vino degli imperatori”, il preferito dagli antichi Romani, che, facendo tesoro dei vini greci prodotti in Campania, svilupparono enormemente la vitivinicoltura in Campania Felix, i più pregiati dell’Italia antica. Su tutti proprio il Falernum, un vero e proprio status symbol destinato alle tavole dei ricchi che identificava il rango di appartenenza e, se vogliamo, la prima Doc del pianeta. Nonostante il riconoscimento della Doc sia arrivato ovviamente nel 1989, i ritrovamenti delle anfore usate per il commercio e l’esportazione del Falernum, provviste di etichette, recano inciso l’anno, la tipologia e la zona di origine, con timbro e ceralacca sui tappi.
L’area di produzione era l’Ager Falernus, corrispondente agli attuali comuni di Mondragone, Falciano del Massico, Carinola, Sessa Aurunca e Cellole, dove si produce tutt’ora il Falerno del Massico DOC. Anche nell’azienda Moio, da oggi orfana del suo benemerito fondatore.

michele_moio

MiBACT: bene i musei campani (e manca il napoletano più visitato)

Angelo ForgioneLa Top 30 degli afflussi ai musei e ai parchi archeologici statali del 2019 conferma ovviamente il podio del Colosseo, con oltre 7,5 milioni di visitatori, delle Gallerie degli Uffizi, con quasi 4,4 milioni di ingressi, e di Pompei, con circa 4 milioni di presenze. In calo, ma stabili in classifica, sesta e settima, Venaria Reale e la Reggia di Caserta (-14%).

I dati evidenziano una crescita sensibile della Galleria Nazionale delle Marche (+36,8%) e dei musei napoletani. Il Museo di Capodimonte aumenta del 34,2% pur restando ancora ampiamente sotto le sue potenzialità. Significativo incremento anche per Castel Sant’Elmo (+18,7%) e per Palazzo Reale (+11%).

Manca all’appello, perché non statale, quello che è il museo napoletano più visitato, che non è l’Archeologico (al decimo posto) ma, di fatto, la Cappella Sansevero. Lo scrigno del Cristo Velato, in continua crescita, ha totalizzato nel 2019 ben 758.453 accessi, senza domeniche gratuite. Confrontando i numeri con la classifica ufficiale stilata dal ministero dei Beni culturali, si piazzerebbe all’ottavo posto, proprio tra Venaria Reale e la Reggia di Caserta. Una posizione eccelsa, considerando che i numeri dei musei statali contemplano la gratuità degli accessi, che dovrebbe aggirarsi tra il 40 e il 50% del totale.

Insomma, bene il trend per la Campania della cultura e dei tanti tesori e delle potenzialità ancora ampiamente inespresse.

mibact_musei_2019

Festival Internazionale del ‘700 Musicale Napoletano

La Scuola Musicale Napoletana del Settecento fu una vera e propria rivoluzione dell’Opera compiuta da tutta una serie di maestri che mandarono in soffitta la tradizione ingessata della musica francese del secolo precedente e influenzarono l’Europa intera, Mozart compreso, che vi attinse giovanissimo sul posto. Migliaia di manoscritti sono conservati nella biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella e nel Convento dei Girolamini, e in oltre centocinquanta biblioteche sparse nel mondo che detengono almeno un manoscritto di autori napoletani. Si tratta di un patrimonio capitale per la storia della musica e per l’umanità che per qualcuno sembra non essere mai esistito. A picconarla fu inizialmente l’epoca rivoluzionaria di fine secolo.
In epoca risorgimentale subì il boicottaggio da parte da certi settori occulti tedeschi, decisi a canonizzare la Musica classica di radice germanofona e l’opera di Händel, Bach, Haydn, Mozart e Beethoven, a scapito di quella italiana. La Scala di Milano, geograficamente più vicina alla Germania, iniziò a guadagnare priorità a scapito del San Carlo di Napoli. A unità d’Italia fatta, la grande Scuola Musicale Napoletana del Settecento, con le sue opere, fu totalmente eclissata dal repertorio e tramandata come fenomeno del tutto casuale dalla nuova critica italiana, che la considerò un’astrazione storiografica, cioè un’invenzione di chi cercava di affermarne l’importanza. La verità è che i manoscritti dei compositori Napolitani sono custoditi ovunque nel mondo, non solo a Napoli, dove è concentrata una ricchezza enorme. Ecco perché abbiamo il dovere di raccontare, suonare e ascoltare quella Musica.
Da qualche anno si tiene a Napoli il Festival Internazionale del ‘700 Musicale Napoletano, per encomiabile iniziativa del maestro Enzo Amato. Venerdì 24 gennaio, alle 19.30, in occasione del concerto di chiusura della XX edizione, darò il mio contributo storico per la restituzione a Napoli della sua primaria importanza culturale nel mondo della Musica. Lo farò in una chiesa bellissima del centro cittadino, la Chiesa di Santa Maria dell’Aiuto (nei pressi di Santa Maria la Nova), dove poi sarà eseguita la “Sonata a tre” (violini, violoncello e clavicembalo) con le strumentazioni di Hasse, Jommelli e Porpora, tre dei grandi maestri della “Scuola Musicale Napoletana” del Settecento.

pit_rdn

Il 25 gennaio il PIT e l’Associazione Culturale Pink Cadillac Music sono lieti di ospitare Angelo Forgione e la presentazione del suo ultimo volume Il Re di Napoli – la grande storia del pomodoro da Napoli alla conquista del mondo.
La serata, a cui parteciperà l’autore, sarà presentata da Giuseppe Libertino, giornalista e conduttore di Minformo TV, e accompagnata dal set musicale con canzoni classiche napoletane proposto da Shila Capezzuto e Biagio Capasso della StarMusic.
Chi acquisterà il volume avrà in omaggio un barattolo di pomodorini prodotti artigianalmente dall’azienda dei F.lli Aiezza, sponsor dell’evento.
Mini-buffet a fine serata.

Sabato 25 gennaio, ore 20:30
Centro Culturale PIT
via Marco Aurelio Severino 11A – Napoli (nei pressi di piazza Carlo III)
info: 081.341.48.94

Napoli, Campania, Sud: la culla del vino

vino_vesuvio

Angelo ForgioneI vini del Nord, nel secolo scorso, hanno beneficiato di un vantaggio enorme su quelli del Sud nelle preferenze degli appassionati. Eppure i vini italiani sono nati nel Meridione, in quella Magna Grecia dove, tra il VII-VI secolo a.C., furono introdotte la vitis vinifere madri di quelle che ancora oggi danno i vini che beviamo. L’Aglianico, per esempio, è greco già nel nome: “ellenikon”, latinizzato “ellenico” e poi divenuto “allianico” in epoca aragonese, da cui “aglianico” per effetto della pronuncia spagnola della doppia elle. La Falanghina è vite vinifera che sempre i Greci introdussero sulle colline degli oggi detti Campi Flegrei, legandole a dei pali piantati nel terreno su più file e schierati come fossero una falange d’assalto, la tipica “falangae” del mondo ellenistico, da cui il nome dell’uva bianca Falanghina.
Aglianico è anche il Taurasi, greco come il Greco di Tufo e il Fiano di Avellino, i DOCG irpini ai quali si affianca quello beneventano, l’Aglianico del Taburno, a fare della Campania una delle regioni del Vino d’eccellenza.

La prima zona di produzione del vino in Italia è con tutta probabilità proprio la Campania, dove i Greci si spinsero per trovare la fertilità vulcanica. Gli Etruschi, che pure coltivavano la vite di tipo selvatico nelle zone centrali d’Italia, a contatto con i Greci conobbero i nuovi vitigni di origine orientale e li incrociarono con le varietà locali.
Strabone, nel suo Rerum Geographicarum del 18 dopo Cristo, descrisse un Vesuvio cinto tutt’intorno da campi coltivati. Qualche anno dopo la tragica eruzione del 79, un epigramma di Marco Valerio Marziale chiarì che i fecondi terreni vesuviani, prima della tragedia, erano in gran parte coltivati a vite, e descrisse un Vesuvio un tempo verdeggiante di vigneti ombrosi le cui pregiate uve avevano fatto traboccare le tinozze, sostenendo romanticamente che Bacco aveva amato il vulcano più dei nativi colli di Nisa prima che tutto giacesse sommerso da fiamme e lapilli.
Anfore e affreschi di Pompei ed Ercolano ci dicono proprio che i Romani, facendo tesoro dei vini greci, svilupparono enormemente la vitivinicoltura in Campania Felix, producendo vini flegrei, vesuviani, sorrentini e più ampiamente campani, i più pregiati dell’Italia antica. Su tutti il Falernum (Falerno), “il vino degli imperatori”. Tra i tanti, bevevano anche il Trifolinum, un vino prodotto probabilmente sul colle che sovrastava Neapolis, ovvero l’attuale Vomero. Lo si evince leggendo Marziale e, più avanti, lo storico Scipione Mazzella nella Descrittione del Regno di Napoli scritta nel 1586, in cui si apprende che Trifolino (da trifoglio) era chiamato il monte dove nel Trecento fu costruita la Certosa di San Martino, volgarmente detto monte di Sant’Hermo (cioè di Sant’Erasmo), da cui San’Elmo.

Proprio osservando l’attuale Vomero, o monte Trifolino/Sant’Hermo, si può notare che una porzione di parete collinare è rimasta intatta. Si tratta dell’antica Vigna dei monaci di San Martino, immediatamente ai piedi della Certosa, nata insieme alla Certosa stessa nel Trecento, salvata dall’aggressione edilizia nei secoli a seguire e dichiarata Monumento nazionale italiano nel dicembre del 2010. Un vero e proprio territorio agricolo urbano coltivato a vite con una vista mozzafiato sul Golfo e sul Vesuvio. Da quel pezzo incontaminato di Napoli vengono fuori litri di vini autoctoni, tra cui la Falanghina, l’Aglianico, il Piedirosso e il Catalanesca, un bianco molto gradito nella Napoli aragonese, originariamente fatto con le uve catalane, portate dalla Catalogna a Napoli alla metà del Quattrocento e piantate sulle vulcaniche pendici vesuviane del Monte Somma per volontà di Alfonso V d’Aragona, il sovrano che nel 1442 trasferì la capitale mediterranea dell’impero catalano-aragonese da Barcellona a Napoli.

vigna_san_martino

Pezzi che parlano dell’antichissimo rapporto di Napoli con il vino a chi è più attento. Già, perché sono davvero in pochissimi, napoletani compresi, a sapere che la città di Napoli, dopo Vienna, è quella con più terreni coltivati a vite in Europa. Un primato a cui non ci si crederebbe, eppure la Napoli di oggi, un milione di persone accalcate, conserva ancora parte dei suoi antichi vigneti e li protegge nei suoi quartieri. La collina del Vomero e il declivio di Posillipo che degradano dolcemente verso il mare e sui Campi Flegrei, il cratere spento degli Astroni ad Agnano, il Maioriello di Capodimonte, i Camaldoli, Chiaiano e altri fazzoletti di città nascondono piccoli vigneti metropolitani, preziosi appezzamenti verdi, macchie più o meno grandi di eroici filari tra le costruzioni che colorano il paesaggio e ne diventano parte integrante. Un patrimonio salvato dall’estinzione di cui si parla poco e niente, ma che esiste in silenzio e resiste al trascorrere dei secoli. Una particolarità che conserva a sua volta un unicum napoletano molto apprezzato da enologi ed amanti del vino. Napoli, ma anche la sua provincia, presidiate dal Vesuvio e dai vulcani dei Campi Flegrei, costituiscono infatti uno dei pochi territori al mondo a preservare il tipo di coltivazione “a piede franco”, patrimonio genetico originario della vite europea, ossia la coltura senza l’impiego della vite americana come portainnesto. I filari napoletani di oggi sono davvero eredi diretti delle prime piante portate dai Greci in Campania, una rarità dovuta alla conformazione vulcanica del terreno sabbioso, caratteristica che da una parte rende il lavoro più difficile ma dall’altra ha consentito ai vigneti partenopei di tenere lontana l’aggressione parassitaria, quindi di preservare la biodiversità vegetale, la purezza dei vitigni e una maggiore concentrazione di profumi nelle uve, con sentori di mineralità e sapidità che rendono i vini di Napoli tipici e differenti, impossibili da produrre in altre zone del mondo.

Non solo a beneficio degli amanti del vino, è utile evidenziare che a Napoli, nella prima metà dell’Ottocento, fu istituita la Compagnia Enologica Industriale per il miglioramento della vinificazione del Regno delle Due Sicilie, il primo esempio di associazionismo applicato al perfezionamento dei vini attraverso l’approfondimento dell’enologia. I giornali italiani ne riportarono i successi ottenuti in pochi anni attraverso le sperimentazioni compiute nella fornitissima cantina nella zona di Piedigrotta, diffondendo in Toscana, in Lombardia, in Veneto e un po’ ovunque il desiderio di creare altre aggregazioni simili. La Società Enologica Lombardo-Veneta, costituita a Milano nel 1838, fu iniziativa di alcuni impresari locali decisi a fondare – si leggeva nell’atto costitutivo“una Ditta enologica sulle basi della Compagnia delle Due Sicilie creata in Napoli, ove l’industria vinaria ha fatto tali progressi, di aver potuto emancipare quel regno dalla passività estera, e metterlo in grado di far concorrenza colla Francia nella esportazione”.

Con la regressione postunitaria causata dalle politiche filosettentrionali del Regno d’Italia i vini del Sud persero appeal. La decadenza sociale e politica di fine Ottocento, l’abbandono delle campagne meridionali, il contemporaneo sviluppo industriale dell’enologia piemontese e toscana, nonché l’aggressione della fillossera, causarono enorme danno alla produzione enologica del Sud, destinata ad essere terra di vini sfusi da taglio per equilibrare e irrobustire i vini settentrionali ma anche francesi. Mentre il vino dei Borbone, il Piedimonte, spariva, il vino dei Savoia, il Barolo, diventava “il Re dei vini”.

Oggi il Piedimonte è tornato in auge, riscoperto da un ventennio e ben rilanciato fino a rendere la sua versione contemporanea, il Pallagrello, un vino di buona tendenza. È uno dei tanti segnali della riscossa dei vini meridionali, che guadagnano sempre più posizioni nel gradimento del pubblico e nell’esportazioni. La Campania contribuisce alla crescita con l’eccellenza DOCG dei grandi vini irpini e beneventani, ai quali si aggiungono i vini DOC della provincia di Napoli, dell’area vesuviana, di Capri e Ischia, del Litorale Domizio, dell’Alto Casertano, dell’Aversano, della Costiera Amalfitana e del Cilento. Una regione culla del vino che, insieme alla Sicilia, alla Puglia, alla Basilicata e alla Calabria, ha rialzato la testa e la qualità delle sue bottiglie, con tutti il carico di storia che si portano dentro.