20€ per sostenere una mostra sui siti borbonici

L’associazione “ORANGE reEVOLution” ha messo in piedi un progetto didattico-culturale per la valorizzazione dei 22 siti reali borbonici della Campania, finalizzato all’allestimento di una mostra-evento denominata “22 Double Two Siti Reali Borbonici in Campania – la storia dimenticata”, prevista per i mesi di Aprile e Maggio 2013 nelle sale del Palazzo Reale di Napoli. Il progetto chiama in causa tutti i cittadini, turisti ed amanti della Campania felix, che possono partecipare con una quota di 20,00 euro, fino al raggiungimento di minimo 300 quote. V.A.N.T.O. ha già aderito all’iniziativa e chiede a tutti i simpatizzanti di unirsi.
Il sostegno può essere prenotato on-line. (clicca qui per accedere ed aderire al progetto)

Pienone a Gaeta. Pino Aprile: «Bisogna essere capaci di far vergognare»

Al Valenti (foto Freddy Adams)

Al XXII Convegno tradizionalista di Gaeta del 16 Febbraio, circa cinquecento persone hanno gremito la sala-convegni dell’hotel Serapo. Attenzione alta per tutti gli interventi sul tema “Napoli capitale”, coordinati da Marina Campanile e introdotti da Sevi Scafetta, regista della manifestazione. Messaggi di saluto, tra gli altri, del sindaco di Gaeta Cosmo Mitrano e dell’assessore al commercio e alle attività produttive del Comune di Napoli Marco Esposito. Grande pathos per la performance grafico-musicale in omaggio alla verità storica di Al Valenti ed Eliana Esposito da Siena, già apprezzati nei teatri e sul palcoscenico di Zelig. Applausi per gli sconcertanti dati del prof. Giuseppe Fioravanti sulla Scuola delle Due Sicilie che sconfessano i luoghi comuni della storiografia ufficiale. Per Gennaro De Crescenzo e i suoi collegamenti tra passato, presente e futuro, sempre ricchi di ritmo avvincente. Per Pino Aprile e le sue prospettive future. L’autore di Terroni è tornato a parlare del suo proposito, in corso di realizzazione, di dirigere un giornale del Sud, motivandolo con la necessità di vigilare. A tal proposito, Aprile ha ancora una volta riconosciuto l’esempio di V.A.N.T.O., primo vero strumento di controllo e vigilanza rispetto agli atteggiamenti di un certo Nord, capace di generare senso di vergogna.
«Bisogna fare la politica – ha detto lo scrittore – e per fare la politica serve un giornale. E per fare un giornale servono delle domande. Un giornale serve ad evitare che i fatti passino sotto silenzio. La civiltà nasce dalla vergogna che è il controllore dei popoli, ed è fondamentale la capacità di far vergognare. Viviamo in tempi in cui, per l’affermazione dell’egocentrismo, il giudice delle nostre vergogne coincide con noi stessi, e questo sfascia la società. Per far vergognare qualcuno devi pubblicamente sottolineare quello che sta facendo, ma servono degli strumenti. Qualcuno esiste già…».
Commozione e folla anche sugli spalti di Gaeta, dove l’annuale cerimonia del lancio della corona di fiori a mare in memoria dei caduti dell’assedio ha rinnovato l’impegno della ricostruzione della verità storica e dell’identità meridionale (guarda il Brigantiggì di Gino Giammarino e Mary D’Onofrio)

il saluto del sindaco Cosmo Mitrano
il saluto dell’assessore Marco Esposito
la performance di Al Valenti ed Eliana Esposito
intervento integrale di Giuseppe Fioravanti
intervento di Marina Campanile
intervento integrale di Gennaro De Crescenzo
Intervento integrale di Pino Aprile
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(si ringrazia Antonio Ciano per le riprese video)

La strada delle acque che partiva da Marcianise

ponti_maddaloniAngelo Forgione per napoli.com L’acquedotto Carolino è parte del patrimonio Unesco della provincia di Caserta, un’opera di somma ingegneria idraulica, completata nel 1770, con cui l’architetto Luigi Vanvitelli dimostrò grandissime competenze nel ramo. Oltre a porsi come nuova meta del Grand Tour, la sua realizzazione servì ad approvvigionare d’acqua il parco della reggia di Caserta, i torcitoi delle seterie di San Leucio e la Tenuta di Carditello. Poi, con una modifica voluta da Ferdinando IV di Borbone, anche la città di Napoli fu servita dalle acque sorgive del Monte Fizzo che andarono ad implementare il già esistente acquedotto del Carmignano, in un’epoca in cui nel resto d’Italia la fornitura idrica era scarsa o nulla. La capitale potè godere di una rete idrica sufficiente al fabbisogno urbano, contando anche sull’antico acquedotto della Bolla. Con il vanvitelliano nacque anche la strada “dei Ponti della Valle”, ancora esistente (Strada Statale 265), anche se modificata nel percorso. Il tracciato storico partiva ben oltre il territorio di Maddaloni, in prossimità del centro abitato di Marcianise (località Torrino), attraversando il centro abitato di San Marco Evangelista. E proprio a Marcianise, al centro di una rotatoria di confluenza delle vie Evangelista, Gemma, Misericordia, Gandhi e della Pace, è presente una stele gigliata d’epoca borbonica, recuperata e restituita alla cittadinanza nel 2000, con cui era marcato l’originale principio dell’arteria stradale.
Anche Marcianise fu allacciata all’acquedotto carolino nel 1791 da Ferdinando e Carolina che ordinarono, a qualunque costo, di rimediare alla penuria di acqua salubre dei sofferenti cittadini marcianisani. La fornitura derivante da Caserta fu allacciata al villaggio di Recale e, da qui, attraverso cunicoli, a Marcianise. In ringraziamento, fu eretta nel 1794 la monumentale fontana coi delfini di piazza Umberto I, allora piazza del Mercato, di cui fu autore Gaetano Barba, allievo proprio del Vanvitelli.

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L’ammuina elettorale

Cosa non si fa in campagna elettorale!? Cosa si è inventato il Partito Democratico, per screditare i propri avversari politici? Ha rispolverato uno dei più abusati luoghi comuni antistorici e antinapoletani: il presunto articolo 27 della Real Marina delle Due Sicilie “Facite ammuina”.
Tocca ripetersi nuovamente e ricordare che l’articolo non è mai esistito e che fu creato ad arte (leggi la vera storia) per infangare la memoria storica napoletana e meridionale. Lo stesso accade oggi, per diversi fini. Stavolta, per sconfiggere Berlusconi l’illusionista… borbonico. Votate gente, votate!

d.gentile@partitodemocratico.it

L’illuminismo napoletano radice della Costituzione degli Stati Uniti

Angelo Forgione – La settimana scorsa, intervenendo in Piazza del Plebiscito al dibattito sulla questione Treves/degrado, ho parlato della necessità di una nuova formazione culturale per una città che nel suo passato ha indicato la via al mondo intero, citando l’esempio di Gaetano Filangieri. È dunque il caso di approfondire quella mia dichiarazione.
Nel 1787, a Filadelfia, fu completata la stesura della Costituzione degli Stati Uniti d’America, nati formalmente il 4 Luglio del 1776. Vi partecipò lo statista statunitense Benjamin Franklin che, proprio tra il 1781 e il 1787, aveva intrattenuto una fitta corrispondenza con il nostro Gaetano Filangieri di cui aveva letto la Scienza della Legislazione, pubblicata nel 1780 e divenuta il testo di riferimento delle colonie nordamericane durante la prima rivoluzione d’indipendenza dei coloni d’America contro la Gran Bretagna. Appena conclusa la stesura, Franklin inviò una copia della carta costituzionale americana al giurista napoletano per testimoniargli l’importanza della sua opera e la sua partecipazione indiretta alla scrittura di Filadelfia. L’illuminismo napoletano, cui tutto il mondo guardava, aveva dato il suo contributo alla creazione della democrazia americana.
Solo nove anni dopo, nel 1796, gli USA crearono una missione diplomatica nel Regno delle Due Sicilie con un Consolato che divenne Ambasciata nel 1832, poi chiusa nel 1861, quando Garibaldi marciò per “liberare” il Sud. Rigorosamente tra virgolette, proprio come scrive il Dipartimento di Stato degli States nella breve storia ufficiale del rapporto diplomatico fra USA e Due Sicilie.
Il rispetto della storia, almeno quello, è ancora oggi ben vivo tra i diplomatici americani. L’ambasciatore David Thorne, nel Dicembre del 2011, sottolineò che l’amicizia tra gli Stati Uniti d’America e il Regno delle Due Sicilie aveva compiuto 215 anni, più antica di quella con l’Italia che aveva 150 anni, e che la missione a Napoli era stata la settima nel mondo, cioè tra le primissime.

Sostegno alla Treves, sostegno alla cultura che muore

Angelo Forgione – Si è svolto a Piazza del Plebiscito l’incontro sul caso Treves e abbandono della piazza, per richiamare con forza l’attenzione delle istituzioni sulle gravi difficoltà in cui versa la maggior parte delle realtà culturali napoletane. Il dibattito si è svolto in una piazza abbandonata, dove regna il degrado su tutti i versanti. Presenti i soliti noti, e NapoliUrbanBlog tra le pochissime fonti informative che hanno raccolto le varie voci inascoltate.
Nel mio intervento, ho sottolineato ai presenti che la chiusura della Treves sarebbe un’ulteriore operazione di negazione della cultura, avviata da anni in questa città. Chiudere una libreria è come lasciare vuoti (come sono) i leggii dei monumenti equestri in modo che i napoletani non sappiano chi raffigurino e chi li abbia scolpiti. Chiudere una libreria è come rubare libri antichi dalla libreria dei Girolamini.

il giorno della memoria… corta

Il 27 gennaio ricorre giustamente il “Giorno della Memoria“, istituito dal Parlamento italiano con la legge n.211 del 20 luglio 2000. La data è stata scelta, come ricorda la legge stessa, quale anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, in ricordo della Shoah, lo sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico, per “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”. E così, mentre “Der Spiegel” per mano di Jan Fleischhauer ci definisce “razza di codardi” dimenticandosi delle vergogne del popolo tedesco, il Meridione non dimentica che i primi campi di concentramento furono adibiti dai piemontesi per deportare i soldati napolitani. Un po’ tutti i popoli invasori chiedono scusa ai loro colonizzati ma l’Italia nasconde la sua vergogna. Per fortuna in tanti iniziano a non aver paura di vedere il nostro “mostro”. La parola “olocausto” significa sacrificio, non sterminio, ed è giusto rivendicare l’olocausto dei meridionali. Olos-kaustos… cioè completamente bruciato; si trattava del massimo sacrificio religioso dell’animale, bruciato nel fuoco.

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Banco Napoli, la grande manovra politico-finanziaria d’Italia

Acquistato per 60 miliardi di lire, rivenduto per 6000. Così si salvò la BNL.

Angelo Forgione per napoli.com Mentre divampa la polemica sull’utilizzo del gettito IMU per salvare il Monte dei Paschi, strumentale o giustificata che sia, è indubbio che sia importante il ruolo dello Stato nella vicenda di una banca trascinata in operazioni suicide che l’hanno messa praticamente in ginocchio, come l’acquisizione di Antonveneta a prezzo folle. Il Montepaschi sarà salvato in qualche modo e non accadrà quello che è toccato all’antichissimo Banco di Napoli, ciò che una volta era un colosso e che poi, dopo continui colpi subiti lungo tutto l’arco della storia dell’Italia unita, ha finito per essere ghigliottinato per salvare un altro istituto: la Banca Nazionale del Lavoro. Vale la pena ricordare questa triste vicenda che ha dato un’ulteriore mazzata all’economia meridionale.
I problemi iniziarono con la crisi scoppiata nel 1992, che bloccò tutti i meccanismi che regolavano l’economia del Mezzogiorno, facendo saltare tutte le banche meridionali. Non si salvò neanche l’istituto più prestigioso, nonostante fosse stato in quegli anni il primo a trasformarsi in Società per Azioni.
Tra il 1994 e il ’96, migliaia di miliardi di finanziamenti erogati agli imprenditori del Sud, non più solvibili, rimasero scoperti. Le consistenti perdite emerse nei bilanci resero indispensabili interventi straordinari. Entrò in scena il Governo con uno stanziamento di 2.000 miliardi e un piano di salvataggio. Tramite la legge Dini, fu decretato l’ingresso del Ministero del Tesoro in qualità di azionista di maggioranza fino alla privatizzazione. Il Tesoro formalizzò prima una ricapitalizzazione pari a 2283 miliardi e poi azzerò il Capitale Sociale, rendendo l’istituto una banca senza valore da mettere all’asta. Se l’aggiudicò la cordata INA-BNL con circa 60 miliardi per il 60% del pacchetto azionario. Una cifra molto bassa, inadeguata al reale valore di un istituto che vantava 750 sportelli circa lungo la Penisola. Cifra per di più sborsata, particolare da non tralasciare, da una cordata di cui faceva parte un’altra banca in crisi, la BNL, di cui in quel momento si auspicava la privatizzazione e la fusione, in seguito alla scoperta, fatta nell’agosto 1989, di operazioni irregolari compiute dalla filiale statunitense di Atlanta che aveva prestato a clienti iracheni più di 2 miliardi di dollari senza autorizzazioni della sede centrale e violando le leggi statunitensi.
Seguirono proteste dei dipendenti del Banco di Napoli, e da più parti, anche nella stessa finanza, si gridò alla svendita ingiustificata. Carlo Azeglio Ciampi, l’allora ministero del Tesoro, gettò acqua sul fuoco, avvertendo che l’offerta era stata giudicata congrua da Rothschild, l’advisor incaricato di valutare le proposte di acquisto. Ma il colpo di scena doveva ancora venire: dopo soli due anni di una strana paralisi gestionale, ancor più penalizzante, la cordata INA-BNL rivendette il Banco di Napoli per 6.000 miliardi al SanPaolo IMI. Proprio così, comprato per 60 miliardi e rivenduto per 6000!
L’operazione Banco di Napoli fu la più grande manovra politico-finanziaria del Novecento, costruita a tavolino. Il gruppo realizzò una delle plusvalenze più grosse della storia. Plusvalenza che consentì il salvataggio della BNL sulla pelle del Banco di Napoli, da quel momento una banca pluriregionale e nulla più, una semplice “banca retail” con limitazione della sua operatività alla raccolta ed al credito alle famiglie ed ai piccoli operatori economici. Il Banco di Napoli morì, la BNL di Roma sopravvisse e il SanPaolo di Torino, su sollecitazione della Banca d’Italia, proseguì la creazione di un grande gruppo bancario nazionale con forte presenza e radicamento sull’intero territorio.
Una banca è volano di sviluppo del territorio nel quale opera e se la piattaforma viene meno è tutto il territorio a risentirne. Cancellando il Banco di Napoli si è cancellata la funzione di guida e supporto per la già provata economia del Mezzogiorno. Il prestigio che dava l’appartenenza all’azienda ne aveva fatto luogo di formazione della classe dirigente meridionale. Il personale fu drasticamente ridimensionato, con ripetute operazioni di “pulizia etnica” operate con esodi incentivati. L’istituto napoletano fu completamente colonizzato nel silenzio generale.
La crisi del Banco di Napoli, non irreversibile, fu causata da una fallimentare politica creditizia nel Sud. Gli alti tassi d’interesse pagati dagli imprenditori meridionali, che contribuirono in larga misura alla crisi del sistema industriale del Mezzogiorno, furono anche la conseguenza di un dissennato indebitamento pubblico.
A compimento dell’operazione, i finanziamenti erogati dal Banco di Napoli agli imprenditori napoletani insolventi, quelli che fecero scattare l’intervento del Ministero del Tesoro, furono recuperati quasi per intero da una società di recupero crediti.

Balvano, la strage dei napoletani occultata

Angelo Forgione – La “Galleria delle armi”. Un nome che a pochi dice qualcosa. Eppure c’è tutta una storia italiana in quel tunnel sulla vecchia linea ferroviaria statale Sicignano – Potenza. Lì, tra le rocce di Balvano, nell’antica Lucania ancora non violentata, nascondevano le armi i “briganti” meridionali imboscati sulle montagne del Sud Italia per combattere contro i poteri del neonato stato Italiano-piemontese. Lì, il 3 marzo 1944, sei mesi dopo le “Quattro Giornate”, circa 650 tra uomini, donne e bambini in fuga dalla fame di una Napoli piegata dalle vicende dell’occupazione nazista, già violentata dallo Stato italiano, persero la vita nel silenzio.
Cadaveri allineati lungo le rotaie appena fuori quella galleria al confine tra la Campania e la Basilicata. E poi gettati in una fossa comune. Il più grande incidente della storia delle ferrovie d’Europa, ma anche il meno noto, coperto dal silenzio per ragion di stato. Napoli si era liberata con le sue mani dai tedeschi e badava a sé stessa arrangiandosi, sotto il controllo degli Alleati, nell’assenza di Roma e del Nord ancora sotto scacco. In città regnava inevitabilmente la fame e la risorsa era il mercato nero. Qualcosa si trovava nelle campagne nell’entroterra, dove era più facile il baratto. Ogni giorno, fiumi di persone pellegrinavano su carri e treni da e verso il capoluogo per sfamarsi comprando merce in cambio di denaro ma anche oggetti di valore.
Pomeriggio del 2 marzo 1944: il treno merci 8017 con vagoni scoperti gestito dagli Alleati partì in direzione della Basilicata dalla stazione di Napoli. Durante il viaggio si ingrossò a dismisura, fermata dopo fermata. Pochi minuti dopo la mezzanotte il treno della morte entrò nella stazione di Balvano ma, come spesso accadeva in quel periodo, la linea elettrica a Salerno fu sospesa. Dopo cinquanta minuti di stazionamento, il treno ripartì sbuffando, spinto a vapore, dal carbone che alimentava le caldaie. A bordo, circa seicentocinquanta “passeggeri”. Entrò nella “Galleria delle armi”  e perse velocità fino ad arrestarsi completamente nel cuore dei due chilometri del traforo. Il fumo del carbone continuò ad uscire, creando una camera a gas che strinse tutti i poveri intrappolati che videro la luce fuori dal tunnel solo da morti. Tirati fuori dai primi soccorsi ben quattro ore dopo l’arresto del convoglio.
Ne seguì un’inchiesta sommaria, veloce e senza copertura mediatica, tra l’insabbiatura di Americani e Italiani. Sentenza: nessun responsabile!
Una strage senza colpevoli e senza memoria. Napoletani avvolti dall’oblio, bollati come “viaggiatori di frodo”, dei miseri truffatori contrabbandieri. Non lo erano, e non erano neanche clandestini perché avevano pagato un regolare biglietto… per un treno merci, quindi un biglietto illegalmente emesso. Erano invece quegli uomini che ricostruivano l’Italia del dopoguerra.
A distanza di circa 70 anni, un romanzo-verità, “la Galleria delle armi” scritto dallo psicologo psicoterapeuta napoletano Salvio Esposito (Marotta&Cafiero), fa luce su quell’evento, basandosi su storie vere con l’aiuto di atti che fino a poco tempo fa erano segretissimi.

Intervista integrale per il Corriere del Mezzogiorno

Le pagine della Cultura di Napoli del Corriere del Mezzogiorno online pubblicarono ad Ottobre un’intervista ad Angelo Forgione a cura di Eleonora Tedesco. Per ragioni di sintesi, alle risposte fornite fu dato taglio giornalistico. La versione integrale è ora disponibile per i lettori di questo blog.

«Napoletano e me ne V.a.n.t.o»

Come e perché nasce il blog?
È una delle conseguenze fisiologiche di ciò che ho iniziato a fare nel 2008 creando il movimento V.A.N.T.O., ossia denunciare con obiettività le cose che non funzionano a Napoli e in Italia rispetto a Napoli. Oltre ad usare la parola, ho usato anche la tecnologia e la scrittura che mi è sempre stata congeniale, conseguendo il tesserino dell’Ordine scrivendo per la testata napoli.com. E allora il blog è diventato necessario come contenitore di tutta la galassia di ciò che scrivo e realizzo, a disposizione di chi vuole seguirmi. Tutto passa attraverso il web: articoli, denunce, interviste televisive e radiofoniche, videoclip di mia creazione, è ogni cosa sul blog, sul canale youtube, sui social network. Così lascio ogni traccia e prima o poi la gente le trova.

Che cosa significa napoletanità autentica, che cosa connota un napoletano Doc?
Parto da un presupposto: tutto ciò che faccio è ispirato dall’intento di valorizzare le luci di una città straordinaria e contraddittoria che però è più brava a vendere le proprie ombre ad un sistema mediatico affamato di sensazionalismo, senza mai perdere di vista il contatto con la realtà. E così nasce la denuncia del degrado urbano e, soprattutto, monumentale. Statue, palazzi e chiese di Napoli sono un tesoro sotto attacco quotidiano e ne perdiamo pezzi lentamente e silenziosamente. E poi c’è la denuncia degli stereotipi e dei luoghi comuni che colpiscono incessantemente l’immagine della città tramite quell’accanimento mediatico che tratta solo le ombre senza mai valorizzare una grande Cultura come quella Napoletana che ha posto le basi della società europea. Nessuno lo dice, neanche i napoletani. Dunque, i veri napoletani sono quelli che conoscono a fondo la loro Storia, sanno cosa significa anche in funzione contemporanea e, proprio per questo, non ci stanno a vedere la città sporca, imbrattata, degradata, cadente nei suoi monumenti unici e quindi nella sua identità. Napoletano DOC è colui che non dice mai “io amo Napoli” ma lo fa capire a chi lo circonda facendo veramente qualcosa. E basterebbe anche solo rispettarla senza sporcarla e rispettando il prossimo.

Quali sono le situazioni più calde che hai denunciato con il tuo blog?
Al di là del servizio del TGR Piemonte firmato da Giampiero Amandola, e sapete tutti come è andata a finire, preferisco ricordare la più silenziosa trattazione dei fatti che riguardano più strettamente la vivibilità della città come l’ecomostro dell’Arenella finalmente abbattuto dopo un ventennio per il quale mi sono battuto coinvolgendo Legambiente ed EcoRadio; il maxi-schermo sotterrato in piazza Plebiscito che sono riuscito a farlo riscoprire e riattivare prima che tornasse di nuovo nascosto tra i due monumenti equestri del Canova; l’impianto di illuminazione monumentale a fibre ottiche di Valerio Maioli che è stato violentato e sabotato; la vigilanza h24 in Galleria Umberto che ho contribuito a far istituire insieme all’ex consigliere comunale Raffaele Ambrosino e ai commercianti e che da poco è stato abolito cancellando due anni di minima serenità nel sito; i lampioni monumentali all’ingresso di palazzo reale ricostruiti dopo anni di figuracce; la pulizia dell’arco di trionfo del Maschio Angioino; gli orologi storici dell’Ente Autonomo Volturno di cui tra l’altro sono ancora alla ricerca dell’esemplare di Piazza VII Settembre scomparso nel nulla… tanto per citare alcune tra le situazioni di decoro in cui ho messo lo zampino. È questo quello che mi gratifica maggiormente, anche se piaccio di più quando bacchetto direttamente personaggi come Paolo Villaggio o Gad Lerner per certi errori che ledono l’orgoglio dei napoletani.

Ti chiamano “assessore aggiunto”, o “indignato speciale”. Come valuti l’operato del sindaco scassa tutto (De Magistris?)
Dopo un decennio di fine bassolinismo e di impalpabile presenza di Iervolino, qualsiasi cosa non poteva essere peggio. Ma Napoli ha bisogno di molto di più. De Magistris prova a fare le nozze coi fichi secchi e il suo obiettivo primario in cui ha impegnato tutte le sue attenzioni è al momento centrato: l’emergenza rifiuti, almeno nel centro cittadino, è solo un triste incubo che si spera non torni più e questo è un fatto oggettivo. Ma nell’ordinario, la città resta sporca e sciatta. Ed è sempre ostaggio di troppi malcostumi, seppure qualche tentativo si metta in pratica. Le sue attenzioni sono concentrate sui grandi eventi per ridestare l’immagine della città, e fa anche bene, ma è un’arma a doppio taglio perchè i turisti attratti in città trovano una città stupenda con monumenti e strade malridotte.
Il sindaco di una città d’arte e cultura come Napoli deve valorizzarne i connotati e stimolare il dibattito anche quando non ci sono soldi per questo o quell’intervento. Quando porta le World Series di Coppa America a Napoli fa benissimo ma poi consente di smontare la Cassa Armonica di Errico Alvino in Villa Comunale per far piacere agli americani. Quando libera il lungomare e lo restituisce alla vivibilità fa bene, ma poi lo rendo uno spot come fece Bassolino per il Plebiscito, che infatti ora crolla a pezzi. Non posso poi non considerare che la democrazia partecipativa sbandierata in campagna elettorale non esiste e che il rapporto tra società civile e macchina comunale non è cambiato affatto. Insomma, mi confronto col suo staff costruttivamente ma mi consento di consigliargli di abbandonare il sentiero cieco di Bassolino e, soprattutto, di dialogare in prima persona con chi veramente ama la città.

Tre interventi che metteresti in campo subito se fossi il sindaco
1 – semplificazione e piena applicazione del regolamento per le sponsorizzazioni, senza costi gonfiati. I privati sono gli unici che possono restaurare i nostri monumenti. Venissero pure, un anno di cantieri brandizzati e poi via. Non è possibile che le statue più preziose della città, quelle equestri del Canova al Plebiscito, siano aggredite e senza neanche un leggio che descriva chi raffigurano.
2 – un serio progetto di educazione civica e ambientale coinvolgendo tutte le scuole elementari e medie della città in cui sia inclusa la divulgazione della storia di Napoli e la conoscenza dei quartieri e dei monumenti cittadini.
3 – riduzione drastica delle spese del Comune e delle aziende partecipate al minimo necessario in modo da ridurre il deficit alla fine del mandato e consegnare una macchina comunale più efficiente al successore, così privato di ogni alibi. Un comune in deficit significa una città ferma.

Esiste una nuova lettura della questione meridionale?
Esistono due letture, una politica e una storica. La prima è la solita solfa di chi se ne riempie la bocca senza analizzarla nelle cause e negli effetti e, quindi, senza alcuna volontà di risolverla, perchè le cose devono restare allo stato in cui sono. La seconda invece è quella che racconta la verità storica e supportata da ricerche moderne del CNR, della Banca d’Italia e dello SVIMEZ concordi nel dimostrare che al momento dell’unità d’Italia il PIL del Sud era identico a quello del Nord e che dopo si è creata e allargata una forbice che taglia in due il paese. Oggi il Sud è colonia di un Nord cui da tanto. È vero che gode dei trasferimenti statali dalle aree ricche ma al Nord tornano cifre maggiori per la vendita di prodotti industriali, come dimostra lo studio di Paolo Savona, Zeno Rotondi e Riccardo De Bonis. Senza contare l’emigrazione culturale e quella sanitaria. Il tranello sta nel mantenere la condizione coloniale mandando soldi al Sud, accusandolo per questo, al fine di trattenere la maggior quota della ricchezza prodotta, tagliando fuori mercato il Meridione e sottraendogli reddito e occupazione. Ovviamente questo sistema è fragilissimo perchè la ricchezza di un paese va distribuita per mantenersi stabile e semmai crescere, e se c’è una parte che vende e un’altra che acquista, in presenza di crisi finanziarie come quella in corso che si somma a quella economica ormai cronica, il potere di acquisto in calo al Sud fa crollare anche il potere commerciale al Nord. Il crollo di chi paga è automaticamente il crollo di chi incassa.

Esiste una questione settentrionale?
No. Una questione è un punto interrogativo da sciogliere. E l’unico che la politica dovrebbe scogliere è il Sud. Se poi la politica leghista che ha spaccato ancora di più il paese negli ultimi vent’anni lo vogliamo considerare un problema quale è, allora si, quella è la questione settentrionale, un problema da risolvere.

Sostieni che chi è napoletano non può che tifare per il Napoli, e ai milanisti e juventini partenopei che messaggio lanci?
Non sostengo affatto questo. Io metto punti di domanda e cerco di dare delle risposte. Ci risiamo, anche nello sport esiste una questione sportiva, punti di domanda da risolvere. Ho supportato il gruppo “L’altroparlante” nella diffusione del brano “Ma perchè sei tifoso della Juve se sei di Napoli?” e il titolo è chiaramente uno spunto di riflessione. Conosco la verità e la divulgo, cercando di far conoscere ai più che il campionato italiano è nato nel nascente triangolo industriale Torino-Genova-Milano a fine Ottocento, ma pur chiamandosi italiano si è disputato per circa 30 anni tra squadre esclusivamente del Nord. Solo la propaganda nazionalista di Mussolini ha voluto che nel 1926 entrassero in competizione le squadre del Centro e del Sud. Ditemi se non è questione meridionale anche questa?! I bambini sono affascinati dal blasone e dal potere. Come l’hanno costruito quelle squadre? E come continuano a detenerlo?
Torino e a Napoli sono città popolate alla stessa maniera ma non alla stessa maniera possono fare calcio. Basti pensare che Torino ha costruito 3 stadi nuovi in 20 anni mentre il San Paolo crolla lentamente. Per non parlare della disponibilità di impiantistica sportiva utile ai vivai e di risorse economiche da investire sul territorio. Uno studio del Prof. Marco Di Domizio, ricercatore di Economia Politica dell’Università di Teramo, ha rapportato la localizzazione geografica e le prestazioni sportive delle squadre italiane evidenziando che, nell’analisi dei parametri comparati del PIL pro-capite e del piazzamento medio relativo dell’ultimo secolo, i risultati della Roma e del Napoli sono a tutti gli effetti da considerarsi a livello di quelli di Inter e Milan, molto più vicini a quelli della Juventus di quanto non dica la differenza di scudetti in bacheca, e superiori a quelli di Torino, Sampdoria e Bologna che non sono riuscite a sfruttare le potenzialità economiche del proprio territorio.
Dunque, essendo il calcio un aspetto della questione meridionale, io lo tratto come argomento utile a capirla. E se la capisci apri la mente e magari ti poni dubbi sulle tue scelte infantili. Fermo restando che ognuno può tifare per chi gli pare.

Ha senso rievocare i tempi di Napoli capitale?
Certo che ha senso! Napoli Capitale è un mito e per stimolare cultura bisogna avere il culto dei miti, ce lo insegnano i greci. Ed è un mito perché quella città, pur non avendo peso politico, dettava cultura in Europa. E quella cultura è la nostra e dobbiamo rispettarla, farla rispettare e valorizzarla. Guardate che Napoli Capitale, in molti aspetti, è ancora viva e sto chiudendo la scrittura di un libro con cui voglio dimostrarlo. E ne è certo anche l’intellettuale francese Jean-Noël Schifano che, dopo aver letto il manoscritto, ne è rimasto ammirato, concedendomi l’onore di supportarmi con una sua preziosa prefazione. È chiaro poi che il presente sia fatto di troppi problemi e, credetemi, pur valorizzando la nostra storia non perdo mai di vista le condizioni sociali in cui siamo piombati, e non me ne sto di certo con le braccia incrociate.

Il razzismo anti napoletano è esclusiva degli stadi o crei che alcuni pregiudizi resistano ancora?
Non scherziamo, lo stadio è cassa di risonanza. Credete che i tifosi che escono dagli stadi vanno al bar e cambino i loro pensieri per incanto? La società è malata, il razzismo esiste come esiste la tolleranza. Il nostro è un paese diversamente razzista, e non solo verso i napoletani. Più fingiamo che non sia così e più lasciamo che il problema vegeti. Se sei napoletano devi sudare il doppio per dimostrare che sei una persona perbene. Vi è mai capitato di andare fuori Napoli e sentirvi dire «ma non sembri napoletano» solo perchè sei una persona a posto?. Io faccio anche il pubblicitario; sapete che alcuni miei clienti mi chiedono di cancellare la provincia NA dall’indirizzo sulle brochure perché altrimenti perdono alcune commesse? Esistono pregiudizi e stereotipi.

Parli di egemonia napoletana culturale del bello, nonostante il degrado che la invade?
L’ho detto prima, la città è degradata e so bene il perché. È colpa di tutti, anche di noi napoletani. Ma il degrado materiale non può cancellare la nostra cultura di cui ci serviamo quotidianamente. Gli altri mangiano napoletano, cantano napoletano, pensano in napoletano, agiscono in napoletano e non se ne rendono conto. Possibile che se ne siano resi conto Lucio Dalla e Marcello Mastroianni e i napoletani no? Credetemi, vorrei farvi leggere ciò che sto scrivendo nel libro ma posso dirvi che la nostra cultura del bello ha costruito anche ciò che stiamo contribuendo a distruggere con una sottocultura del brutto che non ci appartiene. Io soffro a vedere il Plebiscito, Pompei e Carditello che crollano perché vedo il male che sta prendendo il sopravvento sul bene. Pensate che io parli per slogan? No, io la pubblicità la conosco ma Napoli non ha bisogno di headline e pay-off perché ha ancora la sua cultura che non ha bisogno di promozioni. Bisogna che tutti si diano da fare per rinnamorarsene. Io la amo!

Non credi che abbia ragione chi considera quella meridionale una realtà dove tanto si è sprecato e che ora avrebbe bisogno di meno clientele e di più progetti?
Non c’è dubbio, gli sprechi ci sono stati e ci sono. È tutto il sistema che dovrebbe cambiare. Il Sud deve smetterla di sprecare, il Nord di mangiare alla tavola imbandita tenendolo al guinzaglio e rendendo il Mezzogiorno ingordo di fronte alla scodella del “pappone”. È tutto il sistema che va rivoltato resettando la classe politica. Ma in questo nutro poca fiducia perché l’Italia è figlia di una grossa truffa ed è ancora oggi, per logica ininterrotta, un paese di sanguisughe.

Pino Daniele o Gigi D’Alessio?
Nessuno dei due. Direi Pino Daniele fin quando non è diventato Giuseppe Daniele. Quel genio musicale fu protagonista di un rilancio stilistico della Canzone Napoletana negli anni ‘80-’90 con l’innovativo Neapolitan Power, ma poi si è fatto risucchiare dall’aspirazione di maggiore penetrazione sul mercato nazionale. Questa trasformazione è la causa della “distrazione” degli artisti napoletani che ha favorito l’avvento di una sottocultura melodica che non ha nulla a che vedere con la ricca tradizione partenopea che ha insegnato al mondo. Che oggi è incarnata da artisti come Eddy Napoli, Federico Salvatore, Enzo Avitabile, Eugenio Bennato e pochi altri. Sono questi quelli che preferisco. E consiglio a tutti di ascoltare “Vierno Vattenne” di Lino Blandizzi. Le perle da incastonare nella tradizione si sfornano ancora.

Gomorra o Così parlò Bellavista?
Così parlò Bellavista se è il film. Gomorra se è il libro.

Eduardo o Latella?
Ottimo Latella, ma Eduardo è sicuramente lezione di vita, filosofia, realtà nella finzione. Eduardo è Napoli anche nelle sue contraddizioni: “Ha da passà ‘a nuttata” e “fujitevénne” sono l’eterno conflitto tra amore e odio, attesa e rassegnazione.

Il tuo motto?
“L’ignoranza si sconfigge con la cultura”

Una definizione per la tua città?
“Baciata da Dio, stuprata dall’uomo”. Continuo a guardarla, ad apprezzarne gli scorci e i panorami dalle varie prospettive e ad ammirare il miracolo della natura che l’uomo ha delittuosamente profanato.