Intervista integrale per il Corriere del Mezzogiorno

Le pagine della Cultura di Napoli del Corriere del Mezzogiorno online pubblicarono ad Ottobre un’intervista ad Angelo Forgione a cura di Eleonora Tedesco. Per ragioni di sintesi, alle risposte fornite fu dato taglio giornalistico. La versione integrale è ora disponibile per i lettori di questo blog.

«Napoletano e me ne V.a.n.t.o»

Come e perché nasce il blog?
È una delle conseguenze fisiologiche di ciò che ho iniziato a fare nel 2008 creando il movimento V.A.N.T.O., ossia denunciare con obiettività le cose che non funzionano a Napoli e in Italia rispetto a Napoli. Oltre ad usare la parola, ho usato anche la tecnologia e la scrittura che mi è sempre stata congeniale, conseguendo il tesserino dell’Ordine scrivendo per la testata napoli.com. E allora il blog è diventato necessario come contenitore di tutta la galassia di ciò che scrivo e realizzo, a disposizione di chi vuole seguirmi. Tutto passa attraverso il web: articoli, denunce, interviste televisive e radiofoniche, videoclip di mia creazione, è ogni cosa sul blog, sul canale youtube, sui social network. Così lascio ogni traccia e prima o poi la gente le trova.

Che cosa significa napoletanità autentica, che cosa connota un napoletano Doc?
Parto da un presupposto: tutto ciò che faccio è ispirato dall’intento di valorizzare le luci di una città straordinaria e contraddittoria che però è più brava a vendere le proprie ombre ad un sistema mediatico affamato di sensazionalismo, senza mai perdere di vista il contatto con la realtà. E così nasce la denuncia del degrado urbano e, soprattutto, monumentale. Statue, palazzi e chiese di Napoli sono un tesoro sotto attacco quotidiano e ne perdiamo pezzi lentamente e silenziosamente. E poi c’è la denuncia degli stereotipi e dei luoghi comuni che colpiscono incessantemente l’immagine della città tramite quell’accanimento mediatico che tratta solo le ombre senza mai valorizzare una grande Cultura come quella Napoletana che ha posto le basi della società europea. Nessuno lo dice, neanche i napoletani. Dunque, i veri napoletani sono quelli che conoscono a fondo la loro Storia, sanno cosa significa anche in funzione contemporanea e, proprio per questo, non ci stanno a vedere la città sporca, imbrattata, degradata, cadente nei suoi monumenti unici e quindi nella sua identità. Napoletano DOC è colui che non dice mai “io amo Napoli” ma lo fa capire a chi lo circonda facendo veramente qualcosa. E basterebbe anche solo rispettarla senza sporcarla e rispettando il prossimo.

Quali sono le situazioni più calde che hai denunciato con il tuo blog?
Al di là del servizio del TGR Piemonte firmato da Giampiero Amandola, e sapete tutti come è andata a finire, preferisco ricordare la più silenziosa trattazione dei fatti che riguardano più strettamente la vivibilità della città come l’ecomostro dell’Arenella finalmente abbattuto dopo un ventennio per il quale mi sono battuto coinvolgendo Legambiente ed EcoRadio; il maxi-schermo sotterrato in piazza Plebiscito che sono riuscito a farlo riscoprire e riattivare prima che tornasse di nuovo nascosto tra i due monumenti equestri del Canova; l’impianto di illuminazione monumentale a fibre ottiche di Valerio Maioli che è stato violentato e sabotato; la vigilanza h24 in Galleria Umberto che ho contribuito a far istituire insieme all’ex consigliere comunale Raffaele Ambrosino e ai commercianti e che da poco è stato abolito cancellando due anni di minima serenità nel sito; i lampioni monumentali all’ingresso di palazzo reale ricostruiti dopo anni di figuracce; la pulizia dell’arco di trionfo del Maschio Angioino; gli orologi storici dell’Ente Autonomo Volturno di cui tra l’altro sono ancora alla ricerca dell’esemplare di Piazza VII Settembre scomparso nel nulla… tanto per citare alcune tra le situazioni di decoro in cui ho messo lo zampino. È questo quello che mi gratifica maggiormente, anche se piaccio di più quando bacchetto direttamente personaggi come Paolo Villaggio o Gad Lerner per certi errori che ledono l’orgoglio dei napoletani.

Ti chiamano “assessore aggiunto”, o “indignato speciale”. Come valuti l’operato del sindaco scassa tutto (De Magistris?)
Dopo un decennio di fine bassolinismo e di impalpabile presenza di Iervolino, qualsiasi cosa non poteva essere peggio. Ma Napoli ha bisogno di molto di più. De Magistris prova a fare le nozze coi fichi secchi e il suo obiettivo primario in cui ha impegnato tutte le sue attenzioni è al momento centrato: l’emergenza rifiuti, almeno nel centro cittadino, è solo un triste incubo che si spera non torni più e questo è un fatto oggettivo. Ma nell’ordinario, la città resta sporca e sciatta. Ed è sempre ostaggio di troppi malcostumi, seppure qualche tentativo si metta in pratica. Le sue attenzioni sono concentrate sui grandi eventi per ridestare l’immagine della città, e fa anche bene, ma è un’arma a doppio taglio perchè i turisti attratti in città trovano una città stupenda con monumenti e strade malridotte.
Il sindaco di una città d’arte e cultura come Napoli deve valorizzarne i connotati e stimolare il dibattito anche quando non ci sono soldi per questo o quell’intervento. Quando porta le World Series di Coppa America a Napoli fa benissimo ma poi consente di smontare la Cassa Armonica di Errico Alvino in Villa Comunale per far piacere agli americani. Quando libera il lungomare e lo restituisce alla vivibilità fa bene, ma poi lo rendo uno spot come fece Bassolino per il Plebiscito, che infatti ora crolla a pezzi. Non posso poi non considerare che la democrazia partecipativa sbandierata in campagna elettorale non esiste e che il rapporto tra società civile e macchina comunale non è cambiato affatto. Insomma, mi confronto col suo staff costruttivamente ma mi consento di consigliargli di abbandonare il sentiero cieco di Bassolino e, soprattutto, di dialogare in prima persona con chi veramente ama la città.

Tre interventi che metteresti in campo subito se fossi il sindaco
1 – semplificazione e piena applicazione del regolamento per le sponsorizzazioni, senza costi gonfiati. I privati sono gli unici che possono restaurare i nostri monumenti. Venissero pure, un anno di cantieri brandizzati e poi via. Non è possibile che le statue più preziose della città, quelle equestri del Canova al Plebiscito, siano aggredite e senza neanche un leggio che descriva chi raffigurano.
2 – un serio progetto di educazione civica e ambientale coinvolgendo tutte le scuole elementari e medie della città in cui sia inclusa la divulgazione della storia di Napoli e la conoscenza dei quartieri e dei monumenti cittadini.
3 – riduzione drastica delle spese del Comune e delle aziende partecipate al minimo necessario in modo da ridurre il deficit alla fine del mandato e consegnare una macchina comunale più efficiente al successore, così privato di ogni alibi. Un comune in deficit significa una città ferma.

Esiste una nuova lettura della questione meridionale?
Esistono due letture, una politica e una storica. La prima è la solita solfa di chi se ne riempie la bocca senza analizzarla nelle cause e negli effetti e, quindi, senza alcuna volontà di risolverla, perchè le cose devono restare allo stato in cui sono. La seconda invece è quella che racconta la verità storica e supportata da ricerche moderne del CNR, della Banca d’Italia e dello SVIMEZ concordi nel dimostrare che al momento dell’unità d’Italia il PIL del Sud era identico a quello del Nord e che dopo si è creata e allargata una forbice che taglia in due il paese. Oggi il Sud è colonia di un Nord cui da tanto. È vero che gode dei trasferimenti statali dalle aree ricche ma al Nord tornano cifre maggiori per la vendita di prodotti industriali, come dimostra lo studio di Paolo Savona, Zeno Rotondi e Riccardo De Bonis. Senza contare l’emigrazione culturale e quella sanitaria. Il tranello sta nel mantenere la condizione coloniale mandando soldi al Sud, accusandolo per questo, al fine di trattenere la maggior quota della ricchezza prodotta, tagliando fuori mercato il Meridione e sottraendogli reddito e occupazione. Ovviamente questo sistema è fragilissimo perchè la ricchezza di un paese va distribuita per mantenersi stabile e semmai crescere, e se c’è una parte che vende e un’altra che acquista, in presenza di crisi finanziarie come quella in corso che si somma a quella economica ormai cronica, il potere di acquisto in calo al Sud fa crollare anche il potere commerciale al Nord. Il crollo di chi paga è automaticamente il crollo di chi incassa.

Esiste una questione settentrionale?
No. Una questione è un punto interrogativo da sciogliere. E l’unico che la politica dovrebbe scogliere è il Sud. Se poi la politica leghista che ha spaccato ancora di più il paese negli ultimi vent’anni lo vogliamo considerare un problema quale è, allora si, quella è la questione settentrionale, un problema da risolvere.

Sostieni che chi è napoletano non può che tifare per il Napoli, e ai milanisti e juventini partenopei che messaggio lanci?
Non sostengo affatto questo. Io metto punti di domanda e cerco di dare delle risposte. Ci risiamo, anche nello sport esiste una questione sportiva, punti di domanda da risolvere. Ho supportato il gruppo “L’altroparlante” nella diffusione del brano “Ma perchè sei tifoso della Juve se sei di Napoli?” e il titolo è chiaramente uno spunto di riflessione. Conosco la verità e la divulgo, cercando di far conoscere ai più che il campionato italiano è nato nel nascente triangolo industriale Torino-Genova-Milano a fine Ottocento, ma pur chiamandosi italiano si è disputato per circa 30 anni tra squadre esclusivamente del Nord. Solo la propaganda nazionalista di Mussolini ha voluto che nel 1926 entrassero in competizione le squadre del Centro e del Sud. Ditemi se non è questione meridionale anche questa?! I bambini sono affascinati dal blasone e dal potere. Come l’hanno costruito quelle squadre? E come continuano a detenerlo?
Torino e a Napoli sono città popolate alla stessa maniera ma non alla stessa maniera possono fare calcio. Basti pensare che Torino ha costruito 3 stadi nuovi in 20 anni mentre il San Paolo crolla lentamente. Per non parlare della disponibilità di impiantistica sportiva utile ai vivai e di risorse economiche da investire sul territorio. Uno studio del Prof. Marco Di Domizio, ricercatore di Economia Politica dell’Università di Teramo, ha rapportato la localizzazione geografica e le prestazioni sportive delle squadre italiane evidenziando che, nell’analisi dei parametri comparati del PIL pro-capite e del piazzamento medio relativo dell’ultimo secolo, i risultati della Roma e del Napoli sono a tutti gli effetti da considerarsi a livello di quelli di Inter e Milan, molto più vicini a quelli della Juventus di quanto non dica la differenza di scudetti in bacheca, e superiori a quelli di Torino, Sampdoria e Bologna che non sono riuscite a sfruttare le potenzialità economiche del proprio territorio.
Dunque, essendo il calcio un aspetto della questione meridionale, io lo tratto come argomento utile a capirla. E se la capisci apri la mente e magari ti poni dubbi sulle tue scelte infantili. Fermo restando che ognuno può tifare per chi gli pare.

Ha senso rievocare i tempi di Napoli capitale?
Certo che ha senso! Napoli Capitale è un mito e per stimolare cultura bisogna avere il culto dei miti, ce lo insegnano i greci. Ed è un mito perché quella città, pur non avendo peso politico, dettava cultura in Europa. E quella cultura è la nostra e dobbiamo rispettarla, farla rispettare e valorizzarla. Guardate che Napoli Capitale, in molti aspetti, è ancora viva e sto chiudendo la scrittura di un libro con cui voglio dimostrarlo. E ne è certo anche l’intellettuale francese Jean-Noël Schifano che, dopo aver letto il manoscritto, ne è rimasto ammirato, concedendomi l’onore di supportarmi con una sua preziosa prefazione. È chiaro poi che il presente sia fatto di troppi problemi e, credetemi, pur valorizzando la nostra storia non perdo mai di vista le condizioni sociali in cui siamo piombati, e non me ne sto di certo con le braccia incrociate.

Il razzismo anti napoletano è esclusiva degli stadi o crei che alcuni pregiudizi resistano ancora?
Non scherziamo, lo stadio è cassa di risonanza. Credete che i tifosi che escono dagli stadi vanno al bar e cambino i loro pensieri per incanto? La società è malata, il razzismo esiste come esiste la tolleranza. Il nostro è un paese diversamente razzista, e non solo verso i napoletani. Più fingiamo che non sia così e più lasciamo che il problema vegeti. Se sei napoletano devi sudare il doppio per dimostrare che sei una persona perbene. Vi è mai capitato di andare fuori Napoli e sentirvi dire «ma non sembri napoletano» solo perchè sei una persona a posto?. Io faccio anche il pubblicitario; sapete che alcuni miei clienti mi chiedono di cancellare la provincia NA dall’indirizzo sulle brochure perché altrimenti perdono alcune commesse? Esistono pregiudizi e stereotipi.

Parli di egemonia napoletana culturale del bello, nonostante il degrado che la invade?
L’ho detto prima, la città è degradata e so bene il perché. È colpa di tutti, anche di noi napoletani. Ma il degrado materiale non può cancellare la nostra cultura di cui ci serviamo quotidianamente. Gli altri mangiano napoletano, cantano napoletano, pensano in napoletano, agiscono in napoletano e non se ne rendono conto. Possibile che se ne siano resi conto Lucio Dalla e Marcello Mastroianni e i napoletani no? Credetemi, vorrei farvi leggere ciò che sto scrivendo nel libro ma posso dirvi che la nostra cultura del bello ha costruito anche ciò che stiamo contribuendo a distruggere con una sottocultura del brutto che non ci appartiene. Io soffro a vedere il Plebiscito, Pompei e Carditello che crollano perché vedo il male che sta prendendo il sopravvento sul bene. Pensate che io parli per slogan? No, io la pubblicità la conosco ma Napoli non ha bisogno di headline e pay-off perché ha ancora la sua cultura che non ha bisogno di promozioni. Bisogna che tutti si diano da fare per rinnamorarsene. Io la amo!

Non credi che abbia ragione chi considera quella meridionale una realtà dove tanto si è sprecato e che ora avrebbe bisogno di meno clientele e di più progetti?
Non c’è dubbio, gli sprechi ci sono stati e ci sono. È tutto il sistema che dovrebbe cambiare. Il Sud deve smetterla di sprecare, il Nord di mangiare alla tavola imbandita tenendolo al guinzaglio e rendendo il Mezzogiorno ingordo di fronte alla scodella del “pappone”. È tutto il sistema che va rivoltato resettando la classe politica. Ma in questo nutro poca fiducia perché l’Italia è figlia di una grossa truffa ed è ancora oggi, per logica ininterrotta, un paese di sanguisughe.

Pino Daniele o Gigi D’Alessio?
Nessuno dei due. Direi Pino Daniele fin quando non è diventato Giuseppe Daniele. Quel genio musicale fu protagonista di un rilancio stilistico della Canzone Napoletana negli anni ‘80-’90 con l’innovativo Neapolitan Power, ma poi si è fatto risucchiare dall’aspirazione di maggiore penetrazione sul mercato nazionale. Questa trasformazione è la causa della “distrazione” degli artisti napoletani che ha favorito l’avvento di una sottocultura melodica che non ha nulla a che vedere con la ricca tradizione partenopea che ha insegnato al mondo. Che oggi è incarnata da artisti come Eddy Napoli, Federico Salvatore, Enzo Avitabile, Eugenio Bennato e pochi altri. Sono questi quelli che preferisco. E consiglio a tutti di ascoltare “Vierno Vattenne” di Lino Blandizzi. Le perle da incastonare nella tradizione si sfornano ancora.

Gomorra o Così parlò Bellavista?
Così parlò Bellavista se è il film. Gomorra se è il libro.

Eduardo o Latella?
Ottimo Latella, ma Eduardo è sicuramente lezione di vita, filosofia, realtà nella finzione. Eduardo è Napoli anche nelle sue contraddizioni: “Ha da passà ‘a nuttata” e “fujitevénne” sono l’eterno conflitto tra amore e odio, attesa e rassegnazione.

Il tuo motto?
“L’ignoranza si sconfigge con la cultura”

Una definizione per la tua città?
“Baciata da Dio, stuprata dall’uomo”. Continuo a guardarla, ad apprezzarne gli scorci e i panorami dalle varie prospettive e ad ammirare il miracolo della natura che l’uomo ha delittuosamente profanato.

Premio “Eccellenze del Sud” a Eddy Napoli, Angelo Forgione e Gennaro De Crescenzo

Si è svolta Venerdì 21 Dicembre al Batis di Baia (Bacoli – NA) la prima tappa de “Le Eccellenze dei Sensi”, un’iniziativa nata da un’idea di Sarah Ancarola (in arte Shara) e resa possibile dalla collaborazione dell’Associazione “Terronian” con “Slowtour Campi Flegrei” che ha come intento la valorizzazione delle terre meridionali e delle personalità da esse provenienti insieme ai prodotti tipici e d’eccellenza dei nostri territori.
Durante la serata sono stati assegnati i premi “Eccellenza del Sud” ad alcuni personaggi che, ciascuno nel proprio settore, si sono distinti per l’incessante opera di promozione dei territori meridionali rendendo così lustro alle nostre Terre. Tra questi, Eddy Napoli per la musica (anche al servizio della  questione meridionale), Angelo Forgione (Presidente del Movimento V.A.N.T.O.) per il giornalismo e Gennaro De Crescenzo (Presidente del Movimento Neoborbonico) per la saggistica.

Benigni: «La Costituzione ci protegge» Ma chi protegge la Costituzione?

Angelo Forgione per napoli.com Roberto Benigni è un fuoriclasse dalle capacità orali non comuni e ha regalato ai 12,6 milioni di telespettatori italiani una serata di riflessione sulla storia e sull’insegnamento civico. L’esegesi della nostra carta fondamentale resta però un’ottima ma semplice operazione televisiva che sfocia in un’apologia propagandistica simile a quella ricamata sull’inno nazionale a Sanremo nel Marzo del 2011. Resta l’interrogativo circa il perché la divulgazione dei principi fondamentali che la nostra Carta mette insieme debba essere delegata ad uno show televisivo e non alle istituzioni o all’insegnamento scolastico che già di suo è fortemente carente. Sono trascorsi 65 anni dalla compilazione della Costituzione Italiana che resta un documento ampiamente sconosciuto e, peggio ancora, disatteso. Chiunque può leggerla e rendersene conto, e magari inserire nei motori di ricerca di internet le parole “costituzione violata” e trovare circa un milione di risultati sui più svariati argomenti. Tutto questo svela le colpe di una classe politica sempre uguale a se stessa e di una scuola italiana in cui è venuta meno la coscienza storica, l’educazione civica e anche la condivisione dei valori universali che la Costituzione italiana conserva.
«La Costituzione ci protegge da ogni cosa, è la nostra mamma, è tutto un sì. La costituzione è la legge del desiderio», questo è stato lo slogan del premio Oscar toscano. È vero, la Costituzione dovrebbe proteggere il popolo sovrano ma è anche vero che è proprio il popolo ad essere deputato a far rispettare la Costituzione. La Costituzione è garante del rapporto tra la gente e la politica, un rapporto completamente sfaldato. Le istituzioni disattendono il complesso degli articoli costituzionali, il popolo lascia fare. È questo il vulnus attuale, l’amara realtà che fa da sfondo alle dolci e mirabili parole di Roberto Benigni.
«Nella Costituzione c’è la strada per risolvere tutti i problemi, si proclama la dignità umana». I problemi invece aumentano e la dignità è solo un concetto nobilissimo che sembra appartenerci sempre meno. Tutto sta ad accontentarsi o no dei piacevolissimi ricami di Benigni e della retorica buonista che mai produce risultati. Se c’è bisogno di pagare un grande comico per esaltare bandiera, inno, unità e costituzione vuol dire che qualcosa non ha funzionato e non funziona. Chissà se funzionerà.

Fenestrelle, lager o prigione? Confronto Barbero – De Crescenzo

Il 5 Dicembre si è svolto alla libreria Laterza di Bari il confronto tra il Professor Alessandro Barbero, autore del discusso libro “I prigionieri dei Savoia, la vera storia della congiura di Fenestrelle” e il Professor Gennaro De Crescenzo, archivista e presidente del movimento Neoborbonico. Un duro faccia a faccia utile a sviluppare il dibattito su una delle pagine più oscure del Risorgimento.
Barbero esperto di storia medievale, ha iniziato improvvisamente a indagare qualche tempo fa sulle vicende del forte piemontese, prima parlandone in RAI a Superquark, suscitando le prime forti reazioni, e poi scrivendo un libro col quale ha inteso minimizzare i fatti che la stessa RAI aveva invece approfondito con un documentario dai toni drammatici, col solo risultato di far divampare ancor più le polemiche. Nel video (riprese Mimmo Marazia) è condensato il cuore del confronto, introdotto dall’editore Giuseppe Laterza e moderato dal giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno Lino Patruno di cui è allegata una cronaca del giorno dopo.

Il dibattito su Fenestrelle alla libreria Laterza di Bari.

di Lino Patruno
Che non fosse un dibattito qualsiasi, lo si era capito prima e se ne è avuta conferma dopo. Anzitutto in territorio ostile, in casa di un editore che sul Risorgimento italiano non ha mai pubblicato nulla che non sposasse la storia raccontata dalle università e dall’accademia. E poi con uno storico come il torinese Alessandro Barbero, che appunto per Laterza ha scritto “I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle”: non solo una conferma delle tesi fin qui ascoltate, ma anche un meditato florilegio verso le tesi dei Movimenti meridionali, a cominciare dai Neoborbonici.
Barbero non voleva solo contrapporsi alla mala pianta (a suo parere) del revisionismo storico, ma voleva irriderla e umiliarla. Sul piano scientifico, ovvio, non potendo sospettare in lui rancori personali che invece hanno rischiato di fare subito capolino. Alla partenza, con un risolino verso il pubblico che gli è stato immediatamente rinfacciato e che egli ha dovuto altrettanto immediatamente ritirare. Il risolino verso interlocutori dalle tesi e dall’ardire non meritevoli di un rispetto né scientifico né democratico.
Insieme all’accusa di storia mistificata col “fine immondo” di accendere gli animi del Sud e spaccare l’Italia. Non meraviglia, anzi meraviglia, in uno studioso che è parso aver dimenticato cosa volesse spaccare la Lega Nord (e che da una regione governata dalla Lega Nord proviene). Lega verso la quale ha però usato senza perifrasi un solo aggettivo: “ignoranti”. Eppure Barbero ha voluto il dibattito, in un certo modo legittimando l’interlocutore. Frutto forse di una sapiente scelta di marketing dell’editore. Ma frutto anche dello tsunami di reazioni (alcune, per la verità, abbastanza scomposte) che hanno investito soprattutto in Internet l’uscita del libro. Reazioni in buona parte inevitabili, e non solo per gli argomenti ma perché già da un anno Barbero aveva fatto grancassa televisiva su ciò che stava scrivendo, diciamo una provocazione. Di cosa poteva lamentarsi? Aveva avuto ciò che in fondo voleva.
Chi scrive e ha fatto da moderatore al dibattito, aveva colto le dichiarate preoccupazioni dell’editore perché la serata fosse civile e costruttiva. Quale è stata, in una libreria Laterza mai così colma di pubblico (soprattutto appartenenti a Movimenti meridionali) che non ha mai dato conferma della virulenza che col consueto pregiudizio gli si voleva attribuire, non ha mai sventolato bandiere o urlato come una Curva Sud. Così la serata è stata una vittoria per tutti. Ma anzitutto grazie a chi era sospettato di poter essere brutto, sporco e cattivo.
Quanto a Fenestrelle, inutile ripeterne i dettagli. Secondo Barbero, una caserma nella quale dal 1860 al 1863 furono condotti soldati borbonici resistenti all’arruolamento nell’esercito italiano, e con qualche morto fra loro. Secondo il ferratissimo presidente dei Neoborbonici, il professor Gennaro De Crescenzo, un campo di concentramento nel quale i soldati borbonici furono deportati in massa e fatti morire di fame e di freddo. Una normale operazione militare secondo l’uno, una operazione stile Auschwitz secondo l’altro.
Quale la verità? Ciascuno ha dato fondo ai suoi documenti. Con Barbero che ha rivendicato i suoi. E con De Crescenzo (un Maradona in materia grazie ai suoi studi di archivistica) che gli ha platealmente dimostrato come la documentazione utilizzata per il libro sia una minima parte di quella che comincia a essere finalmente disponibile.
Barbero, ad esempio, non è mai passato da Napoli alla ricerca di fonti. Accusa cui ha reagito dicendo che lo storico scrive quando ritiene che la verità accertata sia sufficiente, altrimenti finora non si sarebbe ancora scritto niente del nazismo e dello sterminio degli ebrei. E con De Crescenzo che gli ha fatto notare come la verità possa essere non solo insufficiente ma del tutto distorta quando a essere trascurati sono addirittura decine di migliaia di documenti, quelli cui i Neoborbonici hanno accesso e continuano ad avere accesso, e non solo su Fenestrelle. Bisogna invece continuare a scavare. Non limitandosi agli archivi ufficiali, ma andando anche nelle parrocchie e negli ospedali.
Barbero ha assicurato che se si accorgerà che c’è altro, ritornerà sull’argomento. De Crescenzo ha obiettato che se c’è un dubbio, non bisogna sparare teorie, specie quando si offende la memoria di un Sud che non ha visto mai citati da nessuna parte i suoi morti, insomma è stato cancellato dalla storia anche con le sue vittime di un’Italia che si aveva da fare. Non importa se a danno del Sud. Inevitabile anche lo scontro sulla lapide apposta dai Movimenti meridionali a Fenestrelle in ricordo delle vittime del Regno delle Due Sicilie. Secondo Barbero, un’autorizzazione concessa indebitamente, vista la sua versione di ciò che lì accadde. Secondo De Crescenzo, un atto che sarebbe stato dovuto anche se ci fosse stato un solo soldato meridionale morto. Morto per quella che, secondo la stessa copertina del libro dello storico torinese, fu una “guerra non dichiarata”.
Conclusione: bisognerà continuare a studiare in onestà per far rimarginare la ferita con la quale l’Italia unita nacque. Come anche Barbero ha ammesso, ancorché la sua verità (o presunta verità) sia già stata scodellata in 362 pagine. E quando dal compostissimo pubblico gli è stato chiesto cosa pensa del Museo Lombroso di Torino, ha risposto che la scientificità e le teorie del criminologo veneto-piemontese abbisognano perlomeno di un supplemento di indagini. Ma intanto le scolaresche continuano a passare davanti a teche coi teschi di meridionali “criminali nati” a detta di Lombroso. E intanto il veleno contro il Sud continua a essere iniettato anche negli italiani di domani.
Chissà perché il risolino iniziale del professor Barbero, peraltro studioso e persona di tutto rispetto, si è poi stemperato nel fitto colloquio finale con molti del pubblico. Forse non sapeva che erano discendenti di briganti, se briganti sono tutti i meridionali a caccia ancora di giustizia e verità 150 anni dopo.

Napoli scaccia i Maya. Quando i sabaudi?

Angelo Forgione – I sacrosanti strali di Jean-Noël Schifano contro il busto di Cialdini alla presentazione del “Corno Show” (guarda il video) sono da benedire perché aprono un prezioso dibattito identitario e non revanscista nelle sedi istituzionali. “Il Mattino” di oggi commenta con un articolo di Enrica Procaccini la sua scritta “Che crepi Cialdini il cialtrone” apposta col pennarello argento sul corno di Lello Esposito. E si legge così: “Ma con Maddaloni, Schifano sfonda una porta aperta. «Fosse per me – spiega Maddaloni – avrei già incappucciato anche chi nel nostro salone sta a fianco di Cialdini» (Cavour, n.d.r.) perché sono figure che con il popolo napoletano hanno ben poco a che fare».
Il presidente della Camera di Commercio sarà pure d’accordo con Schifano e con coloro che la storia la conoscono, ma anche lui dimostra con quel “fosse per me” che la porta è tutt’altro che aperta. Anzi, è sbarrata a 152 mandate perchè se non può rimuovere Cialdini vuol dire che qualcuno quella porta l’ha blindata anni fa e qualcun altro oggi la sorveglia evitando che venga sfondata.
borsa_napoliIl busto di Cialdini all’interno del palazzo della borsa di Napoli (clicca sulla foto per ingrandire) parla da sè con la sua espressione sprezzante e autoritaria. Ma se qualcuno non si spaventa a vederlo forse può trasalire pensando ai circa 9.000 fucilati (anche esponenti del clero), ai circa 10.000 feriti, ai circa 7.000 prigionieri, alle circa 1.000 case incendiate, alle circa 3.000 famiglie violate, ai circa 14.000 deportati in Piemonte, ai 6 paesi interamente messi a ferro e fuoco, ai circa 1.400 comuni assediati, alle circa 160.000 bombe scaricate su Gaeta che fecero circa 5.000 vittime tra napoletani (in grande maggioranza) colpiti anche da tifo e piemontesi, alle chiese e le regge saccheggiate. Tutto sommato basta per descrivere il generale vanaglorioso e spietato che “liberò” Napoli e il Sud per conto di Vittorio Emanuele II. A proposito, il monumento equestre al re è proprio fuori il palazzo camerale, al centro della nuova piazza, e qualcuno ne ha già imbrattato il basamento posteriore con la scritta “Sud libero”.
Vuoi vedere che invece di scacciare la fine del mondo dei Maya è iniziata l’epurazione dei falsi eroi risorgimentali? Chissà cosa è più probabile.

L’8 Dicembre nella storia delle Due Sicilie

Immacolata Concezione patrona delle Due Sicilie

di Angelo Forgione (per napoli.com)

La celebrazione dell’8 Dicembre riporta alla memoria storica della Festa Nazionale dell’antico Regno delle Due Sicilie in cui la devozione mariana era fortissima nel clero, nel popolo e nelle istituzioni. L’Immacolata Concezione era infatti la Patrona speciale della Patria Napolitana, Terra dedicata alla Madre del Signore la cui festività era molto sentita nell’antico stato meridionale pre-unitario fondato su forti valori cattolici. Si può dire che era, ed è ancora oggi, uno dei perni principali sui quali ruotava tutta la religiosità del popolo del Sud.
Fu proprio l’8 Dicembre del 1816 la data in cui, dopo il periodo napoleonico della città, i due regni di Napoli e di Sicilia furono riuniti come Regno unito con quella che fu detta “legge fondamentale del Regno”. Ferdinando non fu più il re di Napoli e di Sicilia ma il Re delle Due Sicilie.
Passarono quaranta anni esatti e l’8 Dicembre del 1856 fu un’altra data storica per le sorti del Regno. Nel giorno della festività nazionale della patrona, il Re Ferdinando II, dopo la messa a cui la famiglia reale si recava comunque quotidianamente, si recò alla festosa sfilata delle truppe nazionali a quello che all’epoca era il Campo di Marte, l’attuale Capodichino. Fu li che subì l’attentato di Agesilao Milano, un soldato che uscì dalle righe e gli si scagliò contro colpendolo due volte con la lama della baionetta. Il Re fu ferito ma rimase stoicamente al suo posto e, dopo essere tornato a Palazzo Reale, fu visitato dai medici con esito tranquillizzante. Per ringraziare la patrona del “miracolo”, fu decisa l’edificazione di un tempio all’Immacolata al Campo di Marte la cui prima pietra fu posta dopo otto mesi di raccolta di offerte volontarie. La chiesa dell’Immacolata Concezione è ancora oggi molto nota e si trova in Piazza Giuseppe Di Vittorio, all’imbocco del Corso Secondigliano.
Nel saggio del professor Gennaro De Crescenzo “Ferdinando II di Borbone – la patria delle Due Sicilie” si fanno ipotesi sull’agonia lenta e oscura del Re morto nella primavera del 1859, qualche anno dopo l’attentato di Agesilao Milano. Secondo il parere del professor Gino Fornaciari, ordinario di Storia della Medicina e Direttore della Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa, l’attentato ebbe la sua importanza postuma poiché il decesso sarebbe sopraggiunto a causa delle ferite trascurate. Un attentato riuscito dunque, anche se differito di un paio d’anni, che ebbe il suo peso nell’attuazione del progetto sabaudo di “piemontesizzare” il sud.
Il regicida venne processato in circostanze sospette, velocemente condannato e giustiziato prima che potesse confessare istigatori e complici del suo atto scellerato. Lo stesso sovrano, il giorno dell’esecuzione, avrebbe ipotizzato una grazia ma sarebbe stato dissuaso dal generale Nunziante che giustificò quell’intransigenza con il rispetto per la corona. Il generale Nunziante, unica persona ammessa a parlare con l’attentatore la notte prima del processo, qualche mese dopo tradì quella corona e passò al servizio di Vittorio Emanuele II dopo aver avuto frequenti contatti con Cavour che, come pare da documenti d’archivio, lo ripagò con quattro milioni di lire dell’epoca.
Il Regno restò scoperto e indebolito, privo di un uomo di forte decisionismo. All’erede Francesco II toccò l’impossibile compito di fronteggiare le cospirazioni e l’accerchiamento degli uomini che si erano già venduti al nemico. La spedizione dei mille garibaldini e l’assedio di Gaeta completarono il piano piemontese, finchè proprio l’8 Dicembre del 1860, sempre nel giorno fatale dell’Immacolata Concezione, il giovane re firmò un toccante e accorato proclama reale ai popoli delle Due Sicilie col quale comunicò ai “Napolitani” la resa all’invasore e la sparizione del più antico regno d’Europa di Ruggiero il Normanno e dell’antica monarchia di Carlo III.
Il lungo documento finiva appellandosi alla fede e all’ora della giustizia. Le ultime righe recitavano così: «Preghiamo il sommo Iddio e la invitta Immacolata protettrice speciale del nostro paese, onde si degnino sostener la nostra causa».

Il rispetto di Parigi per la storia di Napoli

terminata con gran successo di pubblico la mostra sui Borbone delle Due Sicilie

parisNella capitale francese, che ha condiviso nel periodo dell’illuminismo il ruolo di capitale culturale d’Europa con Londra e Napoli, è andata in scena nella seconda metà di Novembre una splendida mostra dedicata alla casa reale dei Borbone delle Due Sicilie. Nella sede dell’8e Arrondissement, dal 16 al 30 Novembre i parigini hanno potuto ammirare l’esposizione “Maison royale de Bourbon des Deux-Siciles” ricca di cultura napoletana fatta di memorie storiche, preziosi, gioielli, sculture, oggetti domestici, porcellane, manoscritti, abiti, ritratti e dipinti prodotti al tempo della Napoli che pensò in grande.
Parigi ha così reso omaggio a un Sud-Italia che “ha segnato la storia d’Europa nei secoli XVIII e XIX”. L’allestimento è stato possibile grazie all’interessamento dell’ambasciatore Antonio Benedetto Spada e alla disponibilità di Carlo e Camilla di Borbone delle Due Sicilie che hanno prestato la maggior parte degli oggetti conservati della Real Casa.
Mostre di questo tipo andrebbero allestite anche a Napoli che ha un forte bisogno di riscoprire la sua storia, rispettata all’estero molto più che nei confini nazionali. Speriamo che accada in futuro.
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“Mai più terroni”, la fine della questione meridionale secondo Pino Aprile

il nuovo libro dello scrittore pugliese analizza il web (e scrive di V.A.N.T.O.)

https://i0.wp.com/www.ondadelsud.it/wp-content/uploads/2012/11/Mai-pi%C3%B9-Terroni.jpgAngelo Forgione – Da “Terroni” a “Mai più terroni” (Piemme ed., pp. 127, € 12,00). Il sottotitolo del primo libro meridionalista di Pino Aprile era «Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali». Quello del terzo è «La fine della questione meridionale». Cosa è successo in così poco tempo? Il giornalista-scrittore pugliese è passato dal racconto rabbioso della sua scoperta per le verità nascoste sul Risorgimento alla convinzione che dopo 150 anni di minorità indotta i meridionali abbiano rialzato la testa. Credo che questa reazione riguardi solo una minoranza di consapevoli, ma Aprile ha adoperato il suo lungo sguardo e, forse, anticipato lo scenario dei prossimi anni, estremamente fiducioso nella capacità del web di neutralizzare lo svantaggio artificioso del Sud, le ferrovie mai fatte e i treni soppressi, la mancanza di autostrade e aeroporti. “Il Sud è, da un momento all’altro, alla pari. E può prendere il largo, su quella pista, perché per la prima volta, dopo 150 anni, è nelle stesse condizioni dei concorrenti”.
Pino Aprile ha diviso l’opinione coi suoi precedenti libri, una sorte comune a tutti coloro che scrivono in chiave meridionalista e controcorrente. L’autore sa benissimo che la questione meridionale è ben lungi dall’essere liquidata, che il Sud è ancora troppo arretrato e che troppi meridionali soffrono ancora di un complesso di inferiorità dettato da ciò che vedono davanti ai loro occhi, senza andare oltre, sia che si trovino nei loro luoghi di origine che in quelli in cui sono eventualmente emigrati. Ma il libro è un valido contributo per la comprensione di un processo in atto che potrà essere giudicato solo negli anni a venire.
Nel libro c’è spazio anche per uno degli aspetti di V.A.N.T.O., quello di denuncia dei guasti dell’informazione e dei media riguardo Napoli e il Sud e attinente alla tematica trattata, con cui Aprile sottolinea come il movimento sia stato capace con tutte le difficoltà del caso di colmare almeno parzialmente l’assenza di voce meridionale, di giornali, televisioni e politica. Un esempio evidentemente da aggiornare alla luce del caso Amandola e di quelli concretizzatisi dalla primavera a qui.

maipiuterroni

È nata “Unione Mediterranea”

“Unione Mediterranea”. È questo il nome del nuovo movimento politico nato alla Stazione Marittima di Napoli, nel corso di un’assemblea con oltre 600 presenti. Dopo una selezione tra oltre cento proposte è stato battuto al fotofinish il nome “Primavera Mediterranea”. L’assemblea ha votato e definito la Carta dei principi basati sul ripudio del razzismo, della difesa dei valori meridionali e della verità storica, e un Coordinamento provvisorio con 44 componenti tra indipendenti e una ventina di gruppi e movimenti organizzati. Alle votazioni hanno partecipato anche 200 persone collegate via web.
Il movimento guarda con attenzione al giornale annunciato da Pino Aprile, intervenuto in assemblea, e vedrà nella difesa degli interessi del Sud il campo d’azione fondamentale. Tra i promotori di Unione Mediterranea lo scrittore Lino Patruno, l’assessore alle Attività produttive del Comune di Napoli Marco Esposito e gli artisti Eugenio Bennato e Mimmo Cavallo con il supporto morale di Fiorella Mannoia. All’assemblea è intervenuto il sindaco di Napoli Luigi de Magistris che ha sottolineato l’importanza che il cambiamento dell’Italia parta da Sud.

 

Il Sud in “movimento” da Napoli?

Il nome, la carta dei principi, i coordinatori: prende vita a Napoli il movimento politico meridionalista partendo da da tre NO: al razzismo, alla mafia e alla violenza. E per il riscatto del Sud. Oltre venti gruppi meridionalisti e centinaia tra imprenditori, intellettuali, cittadini e associazioni, si sono dati appuntamento a Napoli per riprendere il discorso aperto a Bari a Settembre attorno allo scrittore Pino Aprile. Oltre 800 persone provenienti da tutta Italia o collegate a distanza via web voteranno per scegliere denominazione e linee guida del nuovo soggetto politico. L’appuntamento è per sabato 24 novembre alle ore 13 presso la Sala Galatea della Stazione Marittima di Napoli. Tra i sostenitori dell’iniziativa oltre a Pino Aprile, Lino Patruno, l’europarlamentare Gianni Pittella, l’assessore alle attività produttive del Comune di Napoli Marco Esposito e gli artisti Eugenio Bennato, Fiorella Mannoia e Mimmo Cavallo. Interverranno in qualità di ospiti anche i sindaci di Napoli e Bari Luigi de Magistris e Michele Emiliano. Ingresso libero.

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