Angelo Forgione – Sì, ha ragione Walter Gargano. Certi napoletani sono davvero invadenti coi calciatori (e non solo), maleducati, nel senso che sono educati al culto del calciatore, cioè molto male. Quell’uomo che si arricchisce con la passione della gente, a Napoli è interprete della passione di un popolo che deborda talvolta in fanatismo cieco, e diventa una divinità. E poco importa se quell’uomo vale o non vale niente.
Gargano, ora in forza ai messicani del Monterrey, è colui che annunciò di aver rassicurato il connazionale Cavani a raggiungerlo a Napoli da Palermo, perché i napoletani erano caldi e unici: «Gli ho detto che un calore così non si trova in nessun posto del Mondo. Gli ho spiegato che io vivo benissimo qui». Gargano era anche quello che alla playstation sceglieva l’Inter, e che vestendo il nerazzurro pensava di aver fatto il salto di qualità. Non aveva capito che era un declassamento. A Milano non era nessuno. A Napoli tornò da perdente, un gambero che faceva però il passo avanti senza rendersene conto.
Non è una verità a far male ma il modo con cui la dici, e il momento. Le volgari risate alla radio messicana, tutte quelle confessioni a mo’ di presa per i fondelli per un club e un ambiente ai quali non imputava nulla finché gli davano “da mangiare” e gli facevano toccare l’apice in carriera, fanno di quest’uomo l’esempio vero dell’insolenza che disprezza l’insolenza.
Se si comprendesse che il calciatore dev’essere sostenuto in campo e ignorato fuori, sarebbe un gran bel passo avanti per tutti. È, appunto, un problema di ignoranza, da qualsiasi punto lo si analizzi.
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Dibattito “Difendo la città, come reagire allo Sputtanapoli”
Sabato 23 aprile dalle 18:00 alle 21:00 si terrà, all’Agorà demA di Napoli, il dibattito pubblico “Difendo la città. Come reagire allo Sputtanapoli”. Tema molto sentito dal popolo napoletano che, come altre comunità nel mondo, è sottoposto ogni giorno a pesanti attacchi mediatici alla propria identità e immagine.
Il clima di risveglio e consapevolezza che si respira nella nostra Città, e che si spinge anche nei comuni della Città Metropolitana, apre nuove scenari ed esigenze di reazione costruttiva verso chi svilisce ogni giorno la dignità dei napoletani.
Un incontro pensato dalla lista civica MO! per suggerire alternative creative e coraggiose che, partendo dall’osservazione critica della colonizzazione mentale subìta attraverso un lungo processo di apprendimento, consentono di attivare un impegno per il cambiamento che sia efficace e libero da agiti violenti.
Moderano l’incontro:
Gianni Simioli (speaker Radio Marte)
Marco Esposito (giornalista de Il Mattino)
Intervengono:
Angelo Forgione, scrittore
Luca Delgado, scrittore
Flavia Sorrentino, portavoce nazionale di Unione Mediterranea
Emilio Coppola, avvocato
Francesco Labruna, avvocato
Antonio Lombardi, mediatore per non violenza nei conflitti
Agorà demA – Napoli via Santa Brigida, 65
Ingresso libero
Referendum fallito. Sud spaccato. Napoli e Caserta non pervenute.
Angelo Forgione – Come da previsione, il referendum sulla cessazione delle estrazioni nelle acque territoriali italiane alla scadenza delle concessioni è fallito per mancato raggiungimento del quorum. Ed è fallito, purtroppo, miseramente. Solo il 32,15% degli aventi diritto al voto si sono recati alle urne, meno di 1 su 3. Hanno vinto gli appelli alle astensioni di Matteo Renzi e Giorgio Napolitano. Hanno vinto gli incerti, i “sostenitori” del ni, quelli senza un’idea precisa e una posizione ferma da affermare, i disinteressati che non hanno esercitato il loro sacro diritto democratico e hanno reso vano l’85,84% dei Sì venuti fuori dello spoglio generale. Hanno perso i promotori della consultazione, i nove Consigli regionali di Basilicata, Puglia, Sardegna, Campania, Calabria, Molise, Marche, Liguria e Veneto.
Basilicata e Puglia le regioni con la maggiore affluenza al voto, ma solo i lucani hanno raggiunto affannosamente il quorum (il governatore pugliese Michele Emiliano, evidentemente, il vero sconfitto). In coda, Sicilia, Calabria, Campania e Trentino Alto Adige. Lo sfruttamento delle risorse marine del Meridione può continuare. La re-azione del Sud si traduce di fatto in un sostanziale disinteresse verso i fatti del Paese e in una concreta disaffezione politica. Forse è inevitabile in un territorio, afflitto da disoccupazione, analfabetizzazione e desertificazione, che difficilmente può essere coinvolto in certi dibattiti.
Significativo il dato complessivo della Campania, penultima per afflusso, con Napoli e Caserta davanti solo a Crotone e Vibo Valentia. Non è un caso che si tratti di una conurbazione afflitta dall’inquinamento delle coste, dove neanche i depuratori riescono a rassicurare i fruitori delle spiagge. I campani sono lo specchio di quella parte di popolo che non ci crede più, né ai referendum né alle consultazioni elettorali. Lo scorso anno, alle regionali campane, la percentuale dei votanti che portarono all’elezione di Vincenzo De Luca fu del 51,93. Nel 2011, il ballottaggio tra Luigi De Magistris e Gianni Lettieri per la poltrona di sindaco coinvolse il 50,58% dei potenziali votanti. Numeri certamente non consoni all’importanza delle consultazioni.
CLASSIFICA PER PERCENTUALE VOTI REGIONALI
Basilicata – 50,16
Puglia – 41,65
Veneto – 37,86
Abruzzo – 35,44
Marche – 34,75
Emilia Romagna – 34,27
Valle d’Aosta – 34,02
Piemonte – 32,74
Friuli V. G. – 32,16
Lazio – 32,01
Liguria – 31,62
Toscana – 30,77
Lombardia – 30,46
Molise – 32,73
Sardegna – 32,34
Umbria – 28,42
Sicilia – 28,40
Calabria – 26,69
Campania – 26,13
Trentino A. A. – 25,19
CLASSIFICA PER PERCENTUALE VOTI PROVINCIALI
Matera – 52,34
Potenza – 49,02
Lecce – 47,55
Bari – 42,23
Taranto – 41,74
Padova – 41,39
Chieti – 40,56
Brindisi – 40,16
Rovigo – 39,32
Venezia – 39,76
(altre)
Piacenza – 26,71
Benevento – 26,58
Arezzo – 26,55
Frosinone – 26,20
Enna – 25,65
Ogliastra – 25,34
Napoli – 25,29
Caserta – 24,51
Crotone – 24,22
Vibo Valentia – 23,07
CLASSIFICA PER PERCENTUALE VOTI 10 MAGGIORI PROVINCE PER POPOLAZIONE
Bari – 42,23
Torino – 35,94
Roma – 33,67
Milano – 31,50
Bergamo – 30,94
Catania – 29,33
Brescia – 29,22
Salerno – 28,17
Palermo – 27,54
Napoli – 25,29
Bartolomucci: «è un piagnisteo napoletano continuo»
Angelo Forgione – A La Radiazza (Radio Marte), Gianni Simioli contatta Antonio Bartolomucci per chiedergli dell’ineffabile chiusura del servizio per il Tg5 sull’omicidio di Ginevra. La telefonata è da prendere come esempio di come certi operatori dell’informazione nazionale non percepiscano minimamente il danno che arrecano all’immagine di Napoli (e certo, non è la loro città; NdR), ma anzi lo facciano talvolta di proposito.
Bartolomucci, chiaramente infastidito, cerca prima di scaricare tutto sulla sudamericana intervistata (“assurda donna”), salvo poi parlare di «piagnisteo napoletano continuo». E conferma che quell’intervista l’ha selezionata apposta, «per far capire che Ginevra ha fatto un passo indietro e che loro usano questo sistema di paragone». E a questo punto mi sento autorizzato a pensare male, e cioè che la frase sia stata dettata alla passante. Almeno mi spiegherei il suo sorriso finale.
► clicca qui per ascoltare la telefonata
Massacro a Ginevra, ma paga Napoli (per colpa del Tg5)
Angelo Forgione – Ci risiamo. Eravamo rimasti al Governatore della Puglia Michele Emiliano, barese, che solo qualche settimana fa affermava in diretta tivù che Bari criminale non è Napoli. E subito dopo, sempre in tivù, negli studi Rai di Napoli, il nutrizionista piemontese Federico Francesco Ferrero diceva che a Napoli qualcuno è mariuolo, parlando di pizza. Ora il microfono si sposta a Ginevra, dove per il massacro di una donna è Napoli a pagare, in termini di immagine. La vittima, una 29enne ricercatrice italiana, della provincia di Torino, che frequentava un dottorato di microbiologia molecolare nella città elvetica, è stata colpita con una spranga da un uomo che l’ha aggredita per strapparle la borsetta mentre rientrava a casa. La polizia cerca un uomo tra i 20 e i 30 anni. Sul posto giungono le telecamere del Tg5, con Antonio Bartolomucci, leccese, che chiede alle colleghe italiane della vittima quanto si sentano al sicuro a Ginevra. Poi è il turno di una donna sudamericana del posto, che si presta a una sentenza all’italiana: «Ormai abbiamo paura anche noi. E questa è Ginevra, non Napoli!». Parole tranquillamente montate nel servizio e diffuse a milioni di persone, in barba alle più elementari regole deontologiche.
Si tratta ancora una volta di stigmatizzare il giornalista e il direttore responsabile di redazione, non la signora piena di pregiudizi, perché una frase diffamatoria talmente gratuita non dovrebbe mai essere sdoganata da un network nazionale. In poche parole, in fase di montaggio, andrebbe censurata e tagliata, esclusa dal contributo video. E invece accade che vada in diretta su tutto il territorio, alimentando i pregiudizi su una città tartassata di prassi da certa stampa. Ed è esattamente questo il motivo per cui anche una donna di Ginevra si lascia andare a un’affermazione totalmente fuori luogo, traendo dal riverbero dei media italiani ma anche svizzeri le parole più inadatte da pronunciare davanti a un microfono di un telegionale italiano. Il problema è che per il telegiornale italiano, spesso e volentieri, non sono parole inadatte.
Vicenda Felicori: Renzi benedice Velardi
Angelo Forgione – Antonello Velardi, il caporedattore de Il Mattino in quota al PD di Renzi che ha reso famosa la figura del direttore della Reggia di Caserta Felicori con l’articolo scritto dieci giorni dopo il comunicato sindacale della discordia e subito dopo la cena di Marcianise, colui che ha fornito al segretario di partito la possibilità di gonfiare il petto per un direttore nominato dall’esecutivo di Governo, ha posto il mattone più importante sulla non facile strada verso le elezioni comunali di Marcianise. Il 6 aprile, in occasione della prima visita settimanale a Napoli di Matteo Renzi per la cabina di regia su Bagnoli, Velardi ha incontrato il leader del PD nella sede de Il Mattino per il forum con i giornalisti del quotidiano, sedendo alla sua destra al tavolo dei relatori. A riflettori spenti, il caporedattore ha ottenuto il supporto alle sue aspirazioni di governo della sua Marcianise. Un mattone pesantissimo sulle speranze della corrente interna al PD casertano a lui avversa che invoca le primarie per la poltrona di sindaco dell’importante cittadina casertana.
Durante il forum, proprio Velardi ha fornito a Renzi un altro assist su Caserta. Mentre il Primo Ministro snocciolava le opere al Sud su cui il suo Esecutivo è teoricamente impegnato, tralasciando proprio la vicenda Reggia, il caporedattore gli ha ricordato ad alta voce «Caserta, la Reggia di Caserta… Felicori». Renzi ha spinto ancora una volta in rete a porta vuota.
Renzi là dove gli italiani spararono sui napoletani: «tornare orgogliosi di far parte dell’Italia»
Angelo Forgione – Certo che è proprio strana l’Italia. Oggi la guida un fiorentino di mezz’età che prima taglia risorse al Sud e poi, con buone parole, predica il riscatto nazionale; che invita gli italiani a «tornare ad essere innamorati di un Paese che nel mondo è stato famoso per la sua storia»; che chiede di essere supportato nella partita del turismo, inteso come «elemento di cultura politica e di orgoglio nazionale». È una strategia condivisibile quella di Matteo Renzi, se di strategia si trattasse e di non sola propaganda. Lo vedremo in futuro, ma intanto è necessario che il leader del Governo nazionale si prepari meglio, ora che esercita una certa presenza sui vari territori. «Il museo, due secoli fa – ha detto Renzi a Portici (nel video al minuto 5:58) – era una delle tappe del Grand Tour. C’era una élite che studiava per mesi e che sapeva che doveva fare Venezia, Firenze e Roma, e che se non si faceva non era un pezzo della formazione […]». Cancellate Napoli, patria del Neoclassicismo, e la Sicilia dalle tappe del viaggio sette-ottocentesco. È così che si parla di turismo alla platea napoletana di Pietrarsa.
Ascolti il premier confermare che Napoli non la conosceva, e ora la conosce perché i suoi viaggi istituzionali lo hanno condotto a scoprire le sue bellezze. Dopo la prima volta agli scavi di Pompei e alla Reggia di Caserta, è stata la volta della prima volta al Museo nazionale e parco di Capodimonte e al Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa. E proprio da lì, chiudendo gli Stati generali del Turismo, il Primo Ministro ha affermato che «Napoli e tutto il Paese devono tornare a sentire orgoglio di far parte dell’Italia». Sì, proprio da lì, luogo simbolo di una Napoli produttiva piegata e della colonizzazione meridionale, lì dove venivano costruite locomotive, rotaie, caldaie per navi e tutto quello che serviva per il primo sviluppo industriale dell’antico Regno del Sud, interrotto a tavolino dalle politiche del Regno d’Italia, che non esitò ad armare bersaglieri, carabinieri e guardia nazionale per sparare sugli operai in rivolta mentre difendevano la propria fabbrica e il proprio lavoro. Se Renzi, nel suo discorso, avesse chiesto scusa ai napoletani, per quella e per altre ferite sempre aperte, forse sarebbe apparsa meno lunga la strada per ricongiungerli al comune sentimento nazionale, ammesso che esista. Già, perché l’orgoglio partenopeo è realtà sempre crescente, e viene prima d’ogni cosa, ma l’orgoglio italiano di cui parla Renzi non esiste e mai è esistito.
«Dev’essere un pezzo dell’orgoglio della mia identità sapere che se sono nato a Firenze, a Napoli o in alti posti del nostro Paese. Questa realtà fa parte del nostro DNA», ha aggiunto Renzi. Giusto, giustissimo, perché proprio questo significa essere culturalmente unitaristi. Riconoscere la cultura dei grandi centri storici dello Stivale è il primo passo per provare a costruire l’identità nazionale mai esistita (altro che “tornare” ad esser orgogliosi; NdR), che non può essere quella proposta ancora oggi con ostinazione, un retaggio della cultura massonica post-risorgimentale, che prevedeva l’affermazione di una romanzata Storia Patria di tutti, riempita di un tronfio spirito dei miti fondanti della Nazione e delle battaglie che avevano condotto all’indipendenza. L’istruzione fu nel 1861 la prima cura della nuova Italia tutt’una, col preciso intento di annientare le culture locali e affermarne una sola, di fatto inventata, che era piemontese e non apparteneva che al Piemonte. Ancora oggi siamo tutti, da Bolzano a Pantelleria, “vigilati” da statue, busti e toponimi dei ladri della Patria. Ogni zona della Penisola ha invece la sua cultura, in modo più eterogeneo che in ogni altro paese del mondo. Bisognerebbe lasciare ad ogni territorio la rivendicazione della propria identità, riconoscendola. Soprattutto in ottica turistica, che è un’ottica settentrionalista, come conferma lo stesso Renzi con la sua riflessione sul Grand Tour di un tempo. E lo confermano persino i souvenir che in certe zone d’Italia si vendono ai viaggiatori, spesso stranieri.
Apri un ombrello con l’Italia turistica vista dai toscani: Firenze, Pisa, Siena, Roma, Venezia e Milano. Il Sud sparisce completamente. Niente Napoli e Palermo, Lecce o Catania, ma due volte raffigurate Firenze e Pisa. Anche così si capisce perché il premier fiorentino Renzi, solo per compiti istituzionali, sia sceso per le sue “prime volte” nei luoghi delle meraviglie di Napoli.
Nagatiello: «felice di restare a Milano perché sono napoletano»
Yūto Nagatomo, calciatore dell’Inter, in conferenza stampa dopo il rinnovo di contratto con i nerazzurri fino al 2019: «Mi trovo bene con i miei compagni di squadra. Lo posso dire, sono diventato quasi napoletano».
Lo scorso mese, così il suo ex CT in nazionale, Zaccheroni: «Nagatomo è molto più aperto di altri giapponesi, lo considero mezzo napoletano da questo punto di vista».
Quando, circa sei anni fa, arrivò in Italia, a Cesena, Nagatomo si mise a “studiare” le canzoni napoletane e si interessò alla cultura vesuviana. Per la sua simpatia e per le sue cantate e ballate partenopee, in Romagna lo chiamarono Ciro Nagatiello. E lui, Ciro Nagatiello, dopo cinque anni di Milano e uno di Cesena, si dice felice di restare in Italia, perché ormai mezzo napoletano.
Ancora una dimostrazione di quanto l’immagine dell’Italia intera all’estero sia pantografia di Napoli, la sua anima più viva ed espressiva, nel bene e nel male. Le positività di Napoli, al netto delle negatività, sono essenza del buon vivere e dell’italianità nel mondo.
Basoli vesuviani scompaiono con l’identità barocca di Napoli
Angelo Forgione – Si è aperta da qualche giorno una polemica tra comitati civici e Comune di Napoli per diversi lavori di riqualifica urbana che hanno imposto basoli di pietra lavica etnea in luogo di quelli vesuviani rimossi. La discussione riguarda anche i timori per i prossimi interventi, soprattutto nel centro storico. Gli assessori competenti assicurano che tutti i basoli di pietra lavica vesuviana rimossi sono stati catalogati e conservati e che verranno utilizzati per completare le pavimentazioni delle strade che rientrano nel Grande progetto Centro storico Unesco.
La sostituzione della pietra lavica vesuviana con quella etnea, già avvenuta in passato in alcune strade importanti di Napoli e più recentemente al Borgo degli Orefici, è responsabile dei grossi problemi in via Toledo e in via Chiaia. La pietra etnea è materiale molto fragile perché contiene un’alta concentrazione di fibra vetrosa, ed è quindi meno resistente della pietra vesuviana, che è pure lavorata in sezioni più doppie e risulta più robusta del marmo. Inoltre la pietra autoctona, derivante dalle eruzioni del Vesuvio, è più pregiata e ha un colore più scuro, caratterizzando i luoghi da secoli. La sua lavorazione si è diffusa tra il XVII e il XVIII secolo, in coincidenza con la fioritura dell’architettura barocca, corrente di cui Napoli è stata una capitale europea. Il cambio del materiale nel centro storico Unesco sarebbe un intervento sbagliato che cambierebbe i connotati storico-urbanistici e colpirebbe l’identità della città. L’intervento, in ogni caso, sarebbe da evitare ovunque, per non doversi trovare con una diversa pavimentazione agli Orefici motivata con lavori in carico alla Metropolitana.

Vicenda Felicori: Velardi chiede candidatura al PD
Angelo Forgione – Grande afflusso alla Reggia di Caserta nel fine settimana pasquale. La pagina facebook del Real Palazzo borbonico ha sfornato le immagini delle lunghe file e i dati sommari, riferendo di circa 8000 visitatori nella sola giornata di Pasquetta. Gongola il direttore Mauro Felicori dalla sua pagina personale, e sembrano ormai archiviate le polemiche sollevate il mese scorso da una parte dei sindacati, o meglio, da quel titolo (“Il direttore lavora troppo…”) de Il Mattino all’articolo del caporedattore centrale Antonello Velardi scritto dieci giorni dopo il comunicato della discordia e subito dopo la cena di Marcianise di cui scrissi in quei giorni per ricostruire la nascita della polemica. A proposito, l’autore di quel pezzo, ha dato la sua disponibilità al cambiamento di Marcianise, cioè ribadendo con vigore la sua volontà di candidarsi a sindaco. Velardi si auspica “che anche il Pd di Marcianise sappia e voglia essere parte rilevante di questo processo di cambiamento”. Il fatto è che non c’è ancora l’unità del partito, che evidentemente è invitato ad accettare la candidatura di chi ha dato l’opportunità a Renzi di gonfiare il petto per l’aumento di visitatori alla Reggia di Caserta, e di attribuire ogni merito a Felicori, nominato dal ministro Franceschini.


