
Angelo Forgione – La storiografia ufficiale descrive come un ignorante quel Ferdinando I di Borbone che paga nella reputazione le teste tagliate dopo la repressione della Repubblica partenopea del 1799, l’eccessiva propensione al diletto e il prolungarsi di un trono perso e riconquistato più volte tra il 1759 e il 1825: tredici lustri a cavallo della Rivoluzione francese e degli sconvolgimenti napoleonici in cui, tra mille insidie, governò riconoscendo i suoi limiti e fidandosi della consorte Maria Carolina e delle idee degli uomini di pensiero accolti a corte. Ma era davvero un sovrano incapace? Non proprio, a giudicare dal profilo che ne tracciò il Goethe nella sua biografia del pittore di corte Jacob Philipp Hackert, grazie al quale possiamo conoscerlo meglio.
“Fin dalla gioventù il Re era un cacciatore appassionato. Lo avevano educato alla caccia. Nei suoi verdi anni era stato delicato di salute. Fu l’esercizio della caccia a renderlo forte, sano e scattante. L’Hackert ebbe un giorno l’onore di essere invitato a caccia insieme con lui e con sorpresa vide che su cento colpi, ne mancava solo uno. Non era solo la caccia, ma anche la vita all’aria aperta che lo manteneva in buona salute. Ciò che il Re ha imparato lo fa bene e con esattezza. Hackert è andato spesso con lui a Capri e a Ischia. Il Comandante governava la corvetta solo di notte, mentre di giorno lo faceva il Re, con la capacità di un provetto ufficiale di marina. Conosceva bene anche la tecnica della pesca e lo dimostrava nel lago di Fusaro, il quale dai tempi antichi è collegato col mare mediante un canale, il che rende salate le sue acque. Il Re aveva fatto venire le ostriche da Taranto e le aveva messe qui in vivaio. In pochi anni ebbe un successo strepitoso. […] Il Re sapeva remare come il più bravo dei marinai e si arrabbiava molto se i suoi compagni di remo non andavano al giusto ritmo. Tutto quello che sa, lo fa esattamente e se vuole apprendere qualcosa, non si dà pace fino a quando non l’ha imparato. Scrive abbastanza bene, velocemente; si fa capire, con buone espressioni. Hackert ha visto le leggi per S. Leucio, prima che fossero stampate. Il Re le aveva date ad un amico per farle correggere se ci fossero stati degli errori di ortografia. C’erano da cambiare pochissime cose e di scarsa importanza. Se lo avessero fatto studiare seriamente, invece di fargli perdere tempo con la caccia, sarebbe diventato uno dei migliori regnanti d’Europa.”
Da questa descrizione, firmata da un osservatore autorevole, ne viene fuori un Re molto napoletano, amante sin da piccolo dell’aria aperta, fatto che, evidentemente, lo salvò da una salute non ottimale (morì alla soglia dei 74 anni, nonostante una vita molto faticosa, un’eta molto tarda per quel tempo). Un Re comunque molto intelligente, pratico e capace di comprendere l’importanza della cultura, affidandosi a Maria Carolina che sapeva essere ben più dotta. Del resto, fu proprio sua la memorabile e storica decisione di cancellare nel 1777 la proprietà privata delle collezioni di famiglia per renderle pubbliche e donarle alla città, dando vita al Real Museo di Napoli, la prima esposizione classica al mondo ma anche il primo museo dell’Europa continentale, un ventennio prima della realizzazione del museo del Louvre voluto da Napoleone. E riuscì proprio lui, nonostante l’opposizione di papa Pio VI, a togliere dai vincoli romani la preziosissima parte romana della Collezione Farnesiana, ereditata dalla nonna Elisabetta Farnese (come quella Parmigiana comprendente dipinti e oggetti vari trasferita nella reggia di Capodimonte) e custodita nell’omonimo palazzo romano di famiglia, ricca di sculture della Roma antica rinvenute nel Cinquecento da papa Paolo III Farnese nelle terme di Caracalla. Le fece trasferire a Napoli, via Tevere e mare, per arricchire la sua Capitale. Chissà oggi dove sarebbero tutte quelle preziosità se Ferdinando non fosse stato così lungimirante.
Inoltre, il cosiddetto “Re lazzarone” esentò la ricca committenza privata napolitana dai dazi doganali affinché facesse lavorare gli artisti residenti oltreconfine e arricchisse i nobili palazzi della Capitale con opere d’arte, a partire da quelle di Canova, che lui stesso interpellò per abbellire e impreziosire Napoli, e al quale diede la soddisfazione di lavorare per l’unico sovrano italiano protettore delle arti, così come simbolicamente, nelle vesti di Minerva, lo scolpì per il Real Museo.
Fu inoltre vero stimolatore di una rivoluzione agricola di cui beneficiamo tutti noi oggi, tra pasta, pomodoro, mozzarella di bufala e tanto altro ancora. Sviluppò l’artigianato, a partire da quello serico di San Leucio.
Superò le superstizioni del tempo circa i primissimi vaccini contro il terribile vaiolo e fece avviare la prima vaccinazione di massa infischiandosene degli anatemi della Chiesa e dello stesso cattolicissimo padre Carlo, partendo da se stesso e dalla sua intera famiglia, rendendo obbligatoria l’inoculazione per i bambini. Fece non troppo meno del celebratissimo genitore, del quale nessuno si azzarda a ricordare quanto fosse non troppo più istruito di lui.
Certamente paga i fatti del 1799 e le turbolenze di quel tempo. Con quel centinaio di esecuzioni al patibolo, per reprime il tradimento subito, strozzò traumaticamente l’intellighenzia locale (accolta a corte) che aveva costituito la linfa del grande Settecento napoletano cui attinse il mondo intero, ma bisogna conoscere a fondo le vicende del ’99 e sapere delle migliaia di civili massacrati in battaglia dai francesi e dagli stessi repubblicani locali, che riversarono sul popolo napoletano colpi di cannone alle spalle da Castel Sant’Elmo. Stime ufficiali ne indicano circa tremila, ma il generale francese Paul-Charles Thiébault, tra i protagonisti di quelle vicende, trascrisse nelle sue memorie la stima di sessantamila vittime napolitane, limitata ai primi mesi del ‘99.



Angelo Forgione – Non può che farmi piacere che Maurizio Crozza metta anch’egli in evidenza il degrado della Reggia di Caserta, tra scarsa manutenzione e vandalismi di ogni genere. Non può che rallegrarmi che sottolinei come l’Italia abbia completamente trascurato la sua ricchezza a differenza dei Paesi civili («Francesi, prendete in gestione la Reggia vanvitelliana, fatela diventare il sito più visitato in Europa come avete fatto con il Louvre, salvatela dal degrado»). Non può che appagarmi che da quando ho parlato di sua maestà il bidet di Caserta (anche prima di trattare il 

Angelo Forgione – L’economista di origine pugliese Vito Tanzi, una carriera ai vertici del Fondo monetario internazionale e già sottosegretario all’Economia e alle Finanze dal 2001 al 2003, non vive in Italia e non si occupa di storia. Dal 1956 è un cittadino americano e qualche anno fa fu invitato a scrivere un articolo sugli aspetti economici dell’Unificazione italiana, da allegare ad un libro sul 150mo anniversario della nascita del Regno d’Italia. Accettò senza troppo entusiasmo, perchè aveva altri impegni, ma accettò, e iniziò a leggere libri, articoli, scritti di esperti. Come sempre accade a chi si imbatte negli avvenimenti risorgimentali, ricchi di sorprese, l’appetito venne mangiando. Tanzi iniziò a comparare i testi italiani con le fonti straniere. Si recò pure a Napoli per studiare, acquisendo libri antichi sulla storia della città; e poi a Londra, al “Library and Museum of Freemasonry” per indagare sul ruolo della massoneria inglese nel processo di Unità. L’articolo non bastava più ad un economista che aveva ormai troppa curiosità e interesse per l’argomento, e poi opinioni. Nacque quindi l’idea di scrivere un libro che racchiudesse la conclusione maturata su base economico-scientifica: le cose sarebbero andate in tutt’altro modo se i padri risorgimentali avessero fatto gli Stati Uniti d’Italia, anziché l’Italia unita.
Il 27 gennaio ricorre giustamente il “Giorno della Memoria“, istituito dal Parlamento italiano con la legge n.211 del 20 luglio 2000. La data è stata scelta, come ricorda la legge stessa, quale anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, in ricordo della Shoah, lo sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico, per “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”. E così, mentre “Der Spiegel” per mano di Jan Fleischhauer ci definisce “
Il 5 Dicembre si è svolto alla libreria Laterza di Bari il confronto tra il Professor Alessandro Barbero, autore del discusso libro “I prigionieri dei Savoia, la vera storia della congiura di Fenestrelle” e il Professor Gennaro De Crescenzo, archivista e presidente del movimento Neoborbonico. Un duro faccia a faccia utile a sviluppare il dibattito su una delle pagine più oscure del Risorgimento.
Angelo Forgione – Nel Dicembre 2009 iniziai a parlare del bidet della reggia di Caserta con un