Angelo Forgione – Altra asta deserta a Carditello, l’undicesima in tre anni. Ma la situazione è diversa da qualche mese fa. Salvo imprevisti, il Ministero dei Beni Culturali dovrebbe acquisire la Real Tenuta per poi pensare di realizzare i già esistenti progetti di recupero e valorizzazione del bene. Il problema è che non si conoscono i tempi e, intanto, la reggia continua ad essere in balia delle intemperie e dei vandali. Il Governatore della Campania Stefano Caldoro ha sollecitato proprio il Governo, tramite il Ministero dei beni culturali, a esercitare il suo diritto di prelazione, assicurando supporto e attenzione ai progetti di ripristino dei luoghi. Il ministro Bray, che proprio nei giorni scorsi da Fazio ha detto che ha molto a cuore le dimore borboniche, lo scorso ottobre, in una visita alla piccola reggia di San Tammaro in compagnia di alcuni esponenti del tenace forum di “Agenda 21” e Tommaso Cestrone, il volontario che si sta prendendo materialmente cura del sito borbonico, aveva promesso: “Riapriremo Carditello”.
Intervistato da Nadia Verdile per Il Mattino, Philippe Daverio ha invocato che i nuovi rappresentanti al Parlamento di Strasburgo sappiano fare propria la causa del sito borbonico in quanto “patria della mozzarella e della rivoluzione fisiocratica”. Il noto critico d’arte ci vedrebbe bene un bureau delle politche agricole della Comunità Europea ma anche un museo dello spaghetto e della mozzarella.
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Una passeggiata con re Nasone
di Francesco Canessa – “La Repubblica” Napoli, pag I e VIII, 18 dicembre 2013
“Sarà stata l’imprevista rilettura del poemetto digiacomiano Lassammo fa’ Dio capitatomi la sera prima tra le mani mentre cercavo altro nello scaffale, ma la storia di Nostro Signore che decide di trascorrere una giornata a Napoli con San Pietro che gli fa da guida, l’ho rivissuta assai simile in sogno.” (clicca sull’immagine per ingrandire il seguito dell’articolo)
Il maquillage del Plebiscito? Una prassi umiliante!
le riprese di Martone come il Giro d’Italia, da anni Napoli deve nascondersi.
Colpa di chi non sa cosa significhi quella piazza per la storia dell’umanità.
Angelo Forgione – Rido. Rido amaramente. Rido amaramente perché ciclicamente (e giustamente) tutti si indignano dei maquillage attuati al Plebiscito. L’ultimo è quello per le riprese del film su Giacomo Leopardi “Il giovane favoloso” diretto da Mario Martone. Le fotografie scattate dall’encomiabile Ilaria Iodice, corredate da una scrittura ricca di sdegno e stupore sul suo blog, hanno fatto il giro del web. Giustamente direi, almeno per lo sdegno, e un po’ meno per lo stupore. La piazza sta così da una decina di anni, abbandonata a se stessa, in agonizzante attesa di essere rimessa a nuovo (?) per poi essere magari di nuovo abbandonata. Martone poteva mai girare scene della Napoli dell’Ottocento, capitale dignitosa e ammirata, con futuristici spruzzi di vernice spray nel suo foro reale? Poteva mai riprendere le sculture equestri del Canova sostenute dalla sporcizia dell’incultura di una Napoli moderna che dimentica la sua cultura universale? Sicuramente la vernice coprente era ad acqua, e il DC Fix decorativo autoadesivo con venature marmoree non ha creato alcun danno ai veri marmi. Il vero danno l’ha creato chi si è disinteressato di quella piazza che significa per il mondo la scoperta borbonica dell’antica Pompei e l’origine (napoletana) del neoclassicismo, non solo architettonico, che mandò in soffitta le pomposità visive-ideologiche del barocco e aprì all’Illuminismo. Storia che gli amministratori napoletani, campani e italiani probabilmente ignorano o fingono di ignorare, lasciando quella piazza all’oblio complessivo e ingarbugliandola tra perniciose competenze di ogni genere che significano rimbalzi di responsabilità.
A Napoli, prima o poi, si torna sempre se si vuole raccontare la Storia d’Italia. Il trucco è da anni una necessità di chi vuole mostrare al mondo le bellezze umiliate di Napoli e basta ricordare cosa dovette fare l’organizzazione del Giro d’Italia nel maggio scorso, quando la carovana rosa partì in pompa magna dalla città partenopea e alle telecamere RAI fu nascosto tutto alla stessa maniera, ovvero con vernice e striscioni pubblicitari.
I lavori per il recupero della basilica e del suo colonnato sono in cantiere, ma saranno lunghi, molto lunghi. Altri lavori interesseranno il Palazzo Reale, che, ad esempio, è già stato interessato dalla rimozione dei lampioni sulla cancellata che va dal San Carlo ai Cavalli Russi. E Napoli colta aspetta. La pazienza non le è mai mancata.
L’europeo bidet di Caserta anche a Regione Europa
Anche la redazione di Regione Europa, la rubrica settimanale del TGR che racconta il rapporto tra le Regioni italiane e l’Unione Europea, si è accodata a revisionismo della cultura igienica italiana. Il simpatico e ormai famoso aneddoto legato al bidet di Maria Carolina alla Reggia di Caserta è stato recentemente raccontato anche dall’ex-pugile Patrizio Oliva, seppur con qualche incertezza, durante una trasmissione sportiva della RAI (guarda).
Emanuele FIliberto ambasciatore di Pompei nel mondo
Emanuele Filiberto di Savoia nominato dal sindaco di Pompei Claudio D’Alessio ambasciatore della città vesuviana nel mondo. Il principe ereditario dovrà promuovere l’immagine della città nuova nel mondo, non quella degli scavi, ma la decisione è in ogni caso discutibile, trattandosi di un luogo famoso per il suo sito archeologico, scoperto da una famiglia reale storicamente incampatibile con quella del designato.
Mentre lui gioisce su twitter, il Corriere del Mezzogiorno propone un sondaggio online. Sui social network si è subito scatenata l’indignazione di molti napoletani per la scelta di un personaggio senza un vero legame col territorio ed erede di una dinastia che per molti non evoca alcuna buona sensazione.
Alla Reggia di Caserta si racconta (finalmente) il primo ascensore
Angelo Forgione – Made in Naples (che oggi è stato recapitato in dono a Rafael Benitez e ai coniugi De Laurentiis-Baudet) continua a ottenere autorevolezza di indagine. Col capitolo “la Protezione Civile e il Governo del Territorio” ho anticipato l’esperimento del CNR sulle tecniche edilizie antisismiche del periodo borbonico e ora apprendo che, in occasione del prossimo Natale, è stato inaugurato alla Reggia di Caserta un inedito percorso tematico guidato da storici dell’arte, dal titolo “I Borbone e la modernità”, che avrà nel suo itinerario la sorprendente “Sedia volante”, il primo vero ascensore con sistema di sicurezza utilizzato dalla Corte borbonica prima che Elisha Otis brevettasse un sistema analogo a New York. Il percorso permetterà di approfondire l’esperienza tecnologica e industriale del regno borbonico, argomento poco noto al grande pubblico ma ben descritto nel mio libro. La “Sedia volante” è nello splendido palazzo vanvitelliano dal 1845, realizzato da Gaetano Genovese, e il suo modello è lì da anni. Ora, finalmente, è stato inserito in un percorso didattico per valorizzarlo e farlo conoscere al mondo.
Anche l’Economia Civile di Antonio Genovesi, ben trattata in Made in Naples e proposta come unico paradigma economico in grado di dare soluzioni concrete per il futuro dell’economia, dello sviluppo e dell’occupazione, dopo il recente convegno di Roma “Ragioni e sentimenti civili per un’economia ed una politica dal volto umano. La lezione di Antonio Genovesi“, sta per essere ridiscussa all’Istituto Lombardo – Accademia di Scienze e Lettere di Milano. Il 14 novembre, infatti, si terrà il convegno internazionale “Antonio Genovesi maestro degli economisti lombardi nell’età dell’Illuminismo“. L’invito informa che “nel 2013 ricorre l’anniversario dei trecento anni dalla nascita di Antonio Genovesi (1713-1769), il fondatore napoletano della scuola italiana di Economia civile, oggi rivalutata molto in ambito culturale e scientifico, e non solo in Italia. (…) Gli economisti dell’Illuminismo lombardo hanno mostrato rara efficacia nel recepire e interpretare prontamente il messaggio di Genovesi.” Non solo i lombardi, aggiungo io.
La pizza regina torna alle vere origini
alla storica pizzeria Lombardi presentata la “Fior di margherita”
fonte: redazionale napoli.com
La pizza più famosa al mondo riscopre la sua storia e lo fa ripartendo dalla storica pizzeria Lombardi di via Foria a Napoli, dove martedì 5 novembre è andato in scena un evento di valorizzazione della tavola identitaria. “Mastroberardino in Fior di margherita” ha riempito i quattro piani del ristorante per l’appuntamento organizzato da Mirko Crosta con l’impegno della famiglia Lombardi.
La serata ha proposto gli ottimi vini presentati da Piero Mastroberardino e abbinati alle quattro portate del menu, tra cui la sorprendentemente buona ed emozionante pizza “Fior di Margherita”, presentata da Angelo Forgione. Alla presenza dei rappresentanti dell’Associazione Verace Pizza Napoletana, la vera storia della pizza è stata raccontata attraverso i documenti riportati nel libro Made in Naples dello stesso Forgione, tornando alle vere origini d’epoca borbonica, quelle del periodo 1796-1810.
Ai tavoli è stata servita la più famosa delle pizze sotto una veste sconosciuta, quella che, probabilmente, aveva all’inizio dell’Ottocento, molto prima della preparazione di Raffaele Esposito datata 1889 per omaggiare la Regina Margherita di Savoia. Il filologo Emmanuele Rocco, infatti, nel secondo volume dell’opera Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti del 1858, coordinato da Francesco de Bourcard, parlò di combinazioni di condimento con ingredienti vari, tra i quali basilico, “pomidoro” e “sottili fette di muzzarella”.
E le fette, distribuite con disposizione radiale, disegnavano verosimilmente il fiore di campo su una pizza che Raffaele Esposito propose quarant’anni dopo alla regina sabauda. Tracce di pizza con questi ingredienti sarebbero anche antecedenti, databili all’inizio dell’Ottocento, come del resto è scritto nel Regolamento UE n. 97/2010 della Commissione Europea riportato nella Gazzetta Ufficiale del 5 febbraio 2010 accreditante la denominazione Pizza Napoletana STG nel registro delle specialità tradizionali garantite. Al punto 3.8 dell’Allegato II, si legge infatti che “le pizze più popolari e famose a Napoli erano la “marinara”, nata nel 1734, e la “margherita”, del 1796-1810, che venne offerta alla regina d’Italia in visita a Napoli nel 1889 proprio per il colore dei suoi condimenti (pomodoro, mozzarella e basilico) che ricordano la bandiera dell’Italia”.
Pomodoro e mozzarella furono fulcri di un’ampia rivoluzione agricola d’epoca borbonica che rivoluzionò le tavole di Napoli nel Settecento. Nel libro di Angelo Forgione si legge proprio che la produzione del famoso latticino fu stimolata nei laboratori della Reale Industria della Pagliata delle Bufale di Carditello, la tenuta di caccia di San Tammaro che Ferdinando IV rilevò dal padre Carlo proprio nel 1780 per trasformarla in un innovativo laboratorio di circa duemila ettari per coltura e allevamento.
Forgione scrive anche che il pomodoro giunse dall’America latina intorno al 1770, in dono al Regno di Napoli di Ferdinando IV dal Vicereame del Perù, in quegli anni territorio borbonico dominato dalla Spagna dell’ex napoletano Carlo III, e ne fu subito radicata la coltura nelle terre tra Napoli e Salerno, dove la fertilità del terreno vulcanico produsse una saporitissima varietà.
Lo scrittore ci fa riflettere sul fatto che non è credibile che a Napoli ci sia voluto un secolo per mettere insieme sulla pizza quelle gustosissime novità.
guarda tutte le foto sulla pagina facebook della pizzeria Lombardi
Beneficenza e Cultura a Napoli con Carlo di Borbone
A Napoli, l’Ordine Costantiniano di San Giorgio inaugura il 25 ottobre, alla presenza del Principe Carlo di Borbone-Due Sicilie, un poliambulatorio specialistico gratuito in alcuni locali messi a disposizione dalla Reale e Pontificia Basilica di San Francesco di Paola in piazza del Plebiscito. La struttura funzionerà due giorni a settimana grazie al volontariato di otto medici, cavalieri o aspiranti cavalieri costantiniani. Cardiologia, Chirurgia, Dermatologia, Epatologia, Medicina interna, Nefrologia, Neurologia, Ortopedia e Pediatria sono i rami accessibili mattine e pomeriggi di tutti i martedì e giovedì.
L’Ordine Costantiniano di San Giorgio mette in campo diverse iniziative di solidarietà e la delegazione di Napoli e Campania, diretta dal marchese Pierluigi Sanfelice di Bagnoli, è impegnata concretamente sul territorio. «I volontari – dice Sanfelice di Bagnoli – hanno contribuito anche alle spese per l’allestimento». Il Gran Maestro dell’Ordine, S.A.R. Carlo di Borbone-Due Sicilie, non ha voluto mancare a questo nuovo appuntamento che fa parte dei solenni festeggiamenti per i diciassette secoli di vita dell’antico Ordine cavalleresco, che lo stesso Carlo ha voluto fossero caratterizzati da sole iniziative umanitarie. Il principe ereditario resterà in città per recarsi nel pomeriggio di Sabato al Comando dei Vigili del Fuoco cui donerà la medaglia d’oro per lo stendardo dei decorati al valor civile del Corpo, e conferirà medaglie di benemerenza ai componenti la Fanfara del Corpo, che non tutti sanno essere nato nel 1810 come “Compagnia de’ pompieri” di Napoli. La “Fanfara dei Civici Pompieri di Napoli” veste l’antica uniforme borbonica del primo nucleo di inizio Ottocento.
Carlo di Borbone-Due Sicilie sarà poi all’ “Archivio Storico” al Vomero per inaugurare la mostra di incisioni sulla verità storica firmata dal maestro Gennaro Pisco, per poi presenziare alla presentazione del nuovo libro di Pino Aprile Il Sud puzza – Storia di vergogna e d’orgoglio. In serata sarà infine ospite d’onore al teatro “Salvo d’Acquisto” presso i Salesiani per l’evento celebrativo del ventennale del Movimento culturale Neoborbonico, fondato da Riccardo Pazzaglia e Gennaro De Crescenzo il 7 Settembre 1993. Per l’occasione sono già esauriti gli ottocento posti del teatro in cui si esibiranno Eddy Napoli, Paolo Caiazzo e Gianni Aversano con Napolincanto. Previsti riconoscimenti per alcune personalità che hanno contribuito alla rivisitazione e rivalutazione della storia di Napoli e dei Borbone.
tratto da Made in Naples (Magenes, 2013), pag. 296:
[…] E resta anche qualcosa di meno evidente: mentre gli eredi Savoia si spendono in scandali e comparsate televisive, i discendenti Borbone, attraverso il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, che è patrimonio di famiglia, si producono silenziosamente in assistenza, beneficenza e solidarietà a livello internazionale, onorando la vera nobiltà europea d’Italia che è anch’essa napoletana […]
«Venaria reggia più bella d’Italia. Sfido Caserta!»
l’assessore alla Cultura del Piemonte fa marketing umiliando la cultura
Angelo Forgione – A pochi giorni di distanza dagli arresti relativi alle presunte tangenti legate ai restauri di alcune dimore storiche piemontesi, tra cui il complesso storico della Venaria Reale, Michele Coppola, assessore alla Cultura della Regione Piemonte, ospite al programma Youtube di Klaus Davi, ha azzardato un confronto tra la Reggia sabauda e quella di Caserta, lasciandosi andare a un parere condivisibile nel presupposto della gestione monumentale ma completamente sbagliato nella comunicazione culturale: «In Piemonte abbiamo la Reggia più bella d’Italia, quella di Caserta è solo una Venaria minore. Sono pronto a fare una scommessa: prendiamo dei giudici e li portiamo sia a Caserta che alla Venaria».
Va subito detto che l’assessore Coppola ha avviato il suo colloquio con Klaus Davi precisando di non essere un assessore alla cultura che arriva da una cattedra universitaria, non uno storico dell’arte, ma uno cui è stato chiesto di occuparsi di un sistema di funzionamento. E infatti Coppola è in realtà un professionista del settore comunicazione e marketing, e da tale ha definito Venaria Reale “la reggia più bella d’Italia” invece che “la meglio gestita”, generando così un’artificiosa confusione per sminuire valori artistici e significati culturali di Caserta e fare leva sull’esempio di restituzione di un bene alla comunità che Venaria effettivamente rappresenta.
La verità è che Caserta è l’unica reggia europea d’Italia, perché racconta una trasformazione per tutto il continente, narra il valore universale di Pompei attraverso la genialità di Vanvitelli che, dopo aver osservato gli scavi borbonici vesuviani, rinnegò le ridondanze del Barocco e inaugurò il Neoclassicismo. La reggia di Caserta incarna la trasformazione del gusto europeo verso quel nuovo stile vanvitelliano nato all’ombra del Vesuvio e diffusosi fin nelle Americhe. La Venaria Reale, invece, non ha significati specifici e basta visitarla per accorgersi che, proprio perché rimessa a nuovo sei anni fa da un rudere dopo aver goduto di una pioggia di finanziamenti in vista delle celebrazioni dei centocinquant’anni dell’Unità, è riempita di modernità decontestualizzate, e non presenta lo scalone, gli appartamenti, i giardini, le fontane e gli spazi di Caserta. Senza contare la “sedia volante”, il bagno di Maria Carolina e tutti i significati di civiltà che il palazzo vanvitelliano conserva. Coppola queste cose probabilmente le intuisce e le teme, perché è stato lui stesso a dire a Klaus Davi che il suo non è un giudizio sulla qualità architettonica ma si basa sul fatto che la reggia sabauda produce al contrario di quella borbonica. Tant’è che invita al confronto con dei giudici, ma non parla di storici dell’arte, i quali non avrebbero neanche il bisogno di recarsi di persona a verificare le differenti condizioni delle due regge perché le conoscono bene e si indignano già per quelle di Caserta, di cui conoscono il valore universale e artistico ben maggiore. Basta leggere le dichiarazioni di Philippe Daverio a Il Mattino di qualche mese fa per capire cosa significhi Caserta per il mondo e cosa si nasconde dietro al marketing politico dell’assessore Coppola:
“Sono legato al Meridione. Come alsaziano, mi sento molto meridionale e ho nei confronti di Napoli un’immensa gratitudine. Il Meridione ha bisogno di autocoscienza e autofierezza di appartenere al mondo. Da questo punto di vista, Caserta con la sua reggia è un simbolo potentissimo, ed anche per questo c’è una sorta di accanimento contro di essa.”
Ecco, Daverio potrebbe essere un giudice competente. Oppure bisogna affidarsi ai politici che ammazzano la cultura? In realtà basterebbe attenersi ai verdetti della storia d’Europa, e pure a quella d’Italia, scritta si sa da chi.
nel videoclip, il dibattito a “la Radiazza” su Radio Marte
Sgarbi shock: «denapoletanizzare Pompei»
Il critico d’arte smonterebbe le rovine per rimontarle altrove
Angelo Forgione – In un’intervista a Il Giornale, e poi in varie radio, Vittorio Sgarbi ha parlato dello stato di abbandono e degrado in cui versa Pompei, proponendo una “denapolenatizzazione” del sito archeologico per sottrarlo ai problemi del Sud e trasformarlo poi in un club Mediterranée. Il critico d’arte vorrebbe portare idealmente gli scavi al Nord, diversamente da quanto detto da un altro critico d’arte, quel Philippe Daverio, meno fumoso e più concreto, che, al contrario, ha chiesto di sottrarre Pompei all’inadeguata e fallimentare Italia perché se ne occupi l’Europa. Sgarbi è ben cosciente che le antiche città romane ci sono perché la lungimiranza dell’antico governo borbonico del Sud le riportò alla luce e che, finché era il Sud ad occuparsene autonomamente, erano in continua evoluzione. Sgarbi non può dimenticare che Pompei non è sotto l’egida della Regione Campania ma sotto quella dello Stato italiano che ha clamorosamente fallito, e non solo sotto al Vesuvio. E allora, Pompei non è da denapoletanizzare ma, semmai, da deitalianizzare. Napoli ha indicato la via della cultura all’Europa e sono state le classi dirigenti dell’Italia unita, figlie delle ideologie politiche sorte a inizio Ottocento, a spegnere la cultura della città di Giambattista Vico, padre dell’Illuminismo napoletano, italiano ed europeo. A Napoli, che assorbe simili attacchi da più di un secolo, tocca sopravvivere al moderno torpore della cultura, ad un sistema italiano che sta consegnando i suoi monumenti unici alla rovina. È Napoli che è sotto denapoletanizzazione (in Made in Naples dedico l’ultimo significativo paragrafo proprio a questo processo), nel senso che è costretta a perderà lentamente la sua identità, e non è certo la città partenopea, comunque uno dei pochi centri di grande cultura del Paese, a spegnere la cultura italiana… per cui non c’è più attenzione e rispetto. Proprio Sgarbi, qualche tempo fa, ebbe a dire in tv che i fermenti culturali di Napoli sono superiori a quelli di Milano. «Napoli vive, Milano muore… smettiamola di dire che Milano è la capitale, è la capitale del c…o, del nulla», disse il critico d’arte a L’Ultimaparola. E allora voglio sperare che per Pompei denapoletanizzata abbia voluto intenderla sottratta alla morte culturale che l’Italia sta imponendo soprattutto al Sud. Sposo comunque la forma di denuncia di Philippe Daverio, corretta e ineccepibile.
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