Libri trafugati a Napoli trovati a Verona e Torino

Libri trafugati a Napoli trovati a Verona e Torino

Il direttore De Caro figura centrale della faccenda

Angelo Forgione – Tokyo, New York, Londra. Queste le principali destinazioni di vendita dei libri trafugati nella prestigiosa biblioteca dei Girolamini di Napoli, una delle più importanti d’Italia con i suoi 150.000 volumi, in massima parte antichi, laddove andava a studiare Giambattista Vico. Alcuni sono stati ritrovati dai Carabinieri del Nucleo Tutela Beni Ambientali in dei depositi sequestrati nelle scorse settimane a Torino e a Villafranca di Verona, dove risiede il direttore della biblioteca Marino Massimo De Caro. I nomi di alcuni degli acquirenti sono stati individuati e presto si avvierà la procedura per recuperare i volumi venduti illegalmente. A costi altissimi, si capisce.
Chi tentava di fare l’affare? La figura centrale di questa storia è il direttore della biblioteca napoletana dei Girolamini: il “professore” Marino Massimo De Caro, 39 anni, attorno al quale sono accadute cose strane. La gente che abita intorno al convento dice che di notte sgommavano dai cortili della biblioteca delle auto cariche di merce. De Caro figurava già come mediatore nell’affare del petrolio venezuelano che ha unito nell’ombra il dalemiano De Santis e il berlusconiano Dell’Utri. Lui li conosce entrambi, l’uno per trascorsi politici e l’altro grazie alla sua grande passione, quella per i libri antichi. De Caro risulta avere un background proprio nel commercio internazionale di libri antichi e, secondo le accuse mosse da chi ha denunciato il furto, pare che in una intercettazione telefonica si sarebbe lamentato di un capitano dei Carabinieri del Nucleo Patrimonio Artistico di Monza che lo stava indagando per ricettazione di un prezioso esemplare dell’Hypnerotomachia Poliphili, un incunabolo del 1499 sottratto ad una biblioteca milanese e venduto nel marzo del 2005 alla Mostra del libro antico sponsorizzata da Dell’Utri. De Caro fa carriera e va al Ministero dell’Agricoltura come consigliere di Giancarlo Galan, anch’egli veneto. E quando il ministro passa ai Beni culturali, il “bibliofilo” gli sta dietro restando in “eredità” al successore Lorenzo Ornaghi che lo nomina consigliere speciale per l’editoria.
Con questo curriculum, a De Caro viene affidato l’incarico di direttore della Biblioteca conventuale dei Girolamini a Napoli senza avere i minimi titoli scientifici e la minima competenza professionale per ricoprire un così delicato incarico. Non risulterebbe laureato leggendo il suo curriculum in cui si legge che “ha studiato” Economia e Giurisprudenza all’università di Siena. Eppure è divenuto titolare di cattedre a Buenos Aires e a Verona. Di certo il “professore” sapeva benissimo che ai Girolamini sono conservati testi importantissimi e preziosissimi di filosofia, teologia cristiana, musica sacra e storia dell’Europa.
Per Stefano Parise, presidente dell’Associazione italiana biblioteche, la sua nomina «è un calcio negli stinchi al concetto di meritocrazia perché non possiede i titoli: non è un bibliotecario, né un paleografo, né un filologo e né uno storico del libro. Forse è un libraio, una sorta di bibliofilo: è come se il ministro nominasse un melomane al vertice del teatro San Carlo. Bisogna rivedere drasticamente i criteri di nomina dei vertici degli istituti culturali – aggiunge Parise – almeno di quelli più prestigiosi». C’è chi è stato più eloquente dicendo che “è stato come mettere Nerone a capo dei vigili del fuoco. Anzi, un piromane a capo della guardia forestale”.
Ma De Caro, ora indagato per associazione a delinquere finalizzata al peculato e alla sottrazione con soppressione di documenti, è solo l’ultimo anello di una catena di furti alla biblioteca dei Girolamini che perde pezzi da decenni con la compiacenza di tanti. E i napoletani osservano, magari preoccupandosi di questo o quel calciatore in partenza. Fortunatamente un piccolo gruppo di studiosi aveva denunciato la sparizione scontrandosi con De Caro che negava un suo coinvolgimento. Solo quando la Procura ha creduto agli studiosi apponendo i sigilli il ministro Ornaghi ha dovuto togliere la carica di consigliere al direttore che nel frattempo si autosospendeva.

Plebiscito: statue equestri e spazio da valorizzare

Plebiscito: statue equestri e spazio da valorizzare

Dibattito col Comune su ZTL e lungomare: attenzione al precedente!

Angelo Forgione – Si è svolto alla storica libreria “Treves” di Piazza del Plebiscito l’incontro-dibattito “Un anno di De Magistris” promosso dagli amici di “Insieme per la rinascita” e moderato da Flavia Sorrentino. Presente tra gli altri l’assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli Marco Esposito che, vista l’assenza del previsto ospite De Magistris e dei suoi “avversari” Lettieri e Demarco, si è prestato al fuoco di fila delle tante domande sui temi più caldi del momento, dalle discusse ZTL e lungomare pedonalizzato all’assicurazione “RCA Napoli Virtuosa” per gli automobilisti napoletani le cui modalità sono state descritte dallo stesso Esposito (nel video di Tony Quattrone) che, oltre a fornire indicazioni sulle strategie di attrazione degli investimenti internazionali su Napoli, ha anche ribadito con forza il concetto già espresso recentemente a Mantova e a Portici secondo cui, se le politiche marcatamente anti-meridionali proseguiranno, sarà meglio fare da soli.
In merito a ZTL e lungomare liberato dalle auto, sul quale l’amministrazione comunale andrà avanti senza ripensamenti, sono intervenuto ricordando all’assessore che la città ha già un esempio del genere da non ripetere che è la piazza in cui ci trovavamo a discutere. Liberata giustamente dalle auto nel 1993 ma da circa 20 anni senza alcun intervento di sviluppo che ne abbia valorizzato lo spazio e la relativa fruizione. Una piazza vetrina in cui turisti e cittadini sono di transito, consegnata al degrado assoluto soprattutto nelle ore serali. Ho suggerito all’assessore di non ripetere lo stesso errore a Via Caracciolo e di riparare anche a quello del Plebiscito ormai cristallizzato e dimenticato. La distrazione del lungomare, che certamente ha più criticità dovute alla presenza di numerose attività commerciali che invece al Plebiscito non ci sono, non deve far dimenticare alla cittadinanza le altre problematiche che rivestono anche altri aspetti. Se Via Caracciolo è il lungomare più bello del mondo e va sfruttato, il Plebiscito è il luogo simbolo della cultura Sette-Ottocentesca, del neoclassicismo europeo (e non solo) fiorito a Napoli dopo gli scavi borbonici di Pompei ed Ercolano.
La richiesta all’assessore Esposito è stata, ed è pertanto, di lavorare per attrarre investimenti che rivitalizzino anche la piazza di Napoli Capitale passando per un restauro e recupero del colonnato a medio-lungo termine, intervento che potrebbe essere preceduto da interventi simbolici più facili da realizzare ma altrettanto doverosi come per esempio il restauro e la pulizia dei monumenti equestri dedicati a Carlo e Ferdinando di Borbone. A tal proposito ho ricordato a Marco Esposito che la città ha beneficiato “passivamente” dei soldi che Roma ha stanziato per il recupero di statue risorgimentali in occasione di “Italia 150”, da Vittorio Emanuele II a Garibaldi, da Pisacane e Nicola Amore, e che quelle veramente preziose, scolpite da Antonio Canova (con l’aiuto del suo allievo Antonio Calì), massimo scultore neoclassico, sono in condizioni indecenti e offendono la nostra Storia. Turisti e cittadini ne osservano il degrado tra scritte sui basamenti e guano di uccelli, chiedendosi chi siano quei “cavalieri romani” (non per caso) perchè non c’è una targa che ne descriva identità e fattura. Pertanto, ho chiesto espressamente di recuperare fondi non spesi o ripetere l’operazione già compiuta a
Piazza Dante e Piazza Mazzini dove i rispettivi monumenti sono stati restaurati dalla II Municipalità coinvolgendo uno sponsor (A&C Network srl) cui è stata consegnata la fruizione degli spazi pubblicitari esterni ai cantieri, col risultato di un restauro in pochi mesi e la provvidenziale installazione di una recinzione non invasiva che sta evitando il ripresentarsi delle problematiche dovute all’inciviltà e all’incultura di alcuni (giovani?) napoletani. Per le statue borboniche urge almeno una pulizia dei basamenti, un restauro della recinzione originale, l’installazione di un’ulteriore recinzione esterna non invasiva e una descrizione delle opere.
Un’operazione che potrebbe essere adottata anche dalla I Municipalità Chiaia-San Ferdinando-Posillipo, perciò proposta nei giorni scorsi anche al suo presidente Fabio Chiosi. Non è importante chi lo faccia, ma che lo si faccia. La storia di Napoli e il suo decoro monumentale non hanno colore politico.

Napoli azienda sana e vincente del Sud

Napoli azienda sana e vincente del Sud

vietato sbagliare, è  la resa dei conti che tornano

Angelo Forgione – Ci siamo, tre partite per il sorriso o la delusione. Sullo sfondo un sipario bianco-nero, tra friulani e piemontesi ai quali contendere e strappare a tutti i costi i due obiettivi all’orizzonte: la qualificazione al preliminare di Champions League e la Coppa Italia.
Ma la partita più importante delle tre restanti, di cui due in campionato, è quella di Bologna, il vero crocevia della stagione. Il match da non sbagliare come i tanti nel corso dell’annata. Gli alibi sono finiti, l’unico è la stanchezza ma quello vale per tutte le squadre e ora, più di tutto, contano le motivazioni. Non potrebbe esserci delitto maggiore che quello di un passo falso nel capoluogo felsineo, laddove il Napoli può ipotecare seriamente il terzo posto da vidimare contro il Siena nella “passerella” finale al “San Paolo”.
De Laurentiis tace ma gongola. Non è un benefattore ma un ottimo imprenditore, quel che ci vuole in una città difficile di un Sud difficile anche per il calcio, e il suo progetto sta procedendo come lui comanda. Napoli dal bilancio sano da sbattere in faccia a Platini alla fine del 2012 quando dovrebbe andare in vigore il “Fair Play Finanziario” che potrebbe sconvolgere le competizioni europee dal 2013/14. Sul sito ufficiale dell’UEFA si legge che “il pareggio di bilancio diverrà pienamente operativo per le dichiarazioni finanziare legate al periodo che finirà nel 2012 e che verranno valutate durante la stagione di competizioni per club UEFA 2013/14. Da quella stagione in avanti, i club che non soddisferanno i requisiti necessari, sulla base dei bilanci delle due annate precedenti, potranno essere sanzionati. Il pareggio di bilancio prevede che un club non possa spendere più denaro di quanto ne guadagna”. In poche parole, chi ricapitalizzerà con risorse esterne come sono soliti fare Berlusconi, Moratti e Agnelli, andrà incontro a sanzioni. De Laurentiis, che non è un magnate, ha previsto dei tetti da alzare gradualmente, a costo di andare allo scontro con calciatori e procuratori. Tutto questo per trovarsi pronti quando le risorse private dei magnati del calcio dovranno essere limitate.
Il bilancio 2010/11 della “S.S.C. Napoli S.p.A.” presentava lo scorso Giugno un patrimonio netto pari a circa 29 milioni di euro (29.305.052), in aumento di € 4.197.829 (+16,7%) rispetto al 30 Giugno 2010, ed era già conforme al Regolamento UEFA perchè chiuso con cinque esercizi utili consecutivi di cui solo gli ultimi tre pari a 15,5 milioni di euro.
C’è da attendersi nel prossimo bilancio un utile ben lievitato dopo l’ottima Champions League disputata che ha fruttato circa 30 milioni di euro. Ma De Laurentiis mira alla continuità nell’elite del calcio internazionale più che a degli exploit in campo nazionale che per una società del depresso Mezzogiorno potranno venire fisiologicamente come conseguenza alla stabilità in campo europeo. Il presidente sa benissimo che quel passante è fondamentale perchè assicura fortissime entrate per diritti televisivi e premi di gran lunga superiori all’Europa League, e per una società che non è titolare di proprietà immobiliari, prima fra tutte lo stadio, la massima competizione europea è fondamentale per mantenersi ad alti livelli.
Mors tua vita mea, il solo accesso ai gironi di Champions League, senza contare il resto, vale oltre 7 milioni di euro e se se li accaparrasse il Napoli li perderebbero l’Inter con un patrimonio tecnico un po’ troppo ingombrante, la Roma degli americani che devono garantire il debito a Unicredit e la Lazio che vedrebbe brutte nubi all’orizzonte. Quest’ultima, quotata in borsa, con un bilancio quasi in pari ma con due spade di Damocle sul collo: l’ammortamento dei tanti giocatori acquistati con la formula del pagamento dilazionato difficilmente riposizionabili e, soprattutto, l’a dir poco “discutibile” debito col fisco di 140 milioni spalmati in 23 anni siglato nel 2005. Lotito voleva questa Champions League e quella fallita lo scorso anno fortemente proprio perchè erano (e sarebbe) vitale per trovare nuove risorse e questo spiega le dimissioni folli di Reja in piena bagarre, poi rientrate, e la crisi di nervi della folle notte di Udine che già era stata fatale un anno fa.
Bene è andata alla Juventus, anch’essa quotata a Piazza Affari, che ha puntato tutto su questa stagione dopo uno spaventoso bilancio in rosso ricapitalizzato da mamma Fiat. Doveva guadagnarsi la Champions a tutti i costi dopo due anni di assenza, altro che fame del pur bravo Antonio Conte. Ha rischiato capitali esterni e ha ottenuto il risultato.
Conseguenze di questa gestione? Il Napoli cresce nel ranking UEFA, nella classifica delle squadre di calcio nel mondo e nel numero di tifosi. Ma quel che conta davvero è che il Napoli è squadra sempre più ricca, tra le prime 20 d’Europa, in un territorio povero; e questo vuol pur dire qualcosa. Fondamentale cartina di tornasole della salute del club azzurro, perchè è coi soldi che avanzano i progetti, e i soldi portano soldi per realizzarli. Al Napoli non manca nulla, stadio di proprietà a parte, per stabilizzarsi tra le big d’Italia e le prime d’Europa. È questo che vuole il presidente, la continuità senza cedimenti. Certo, il Napoli non ha lottato per lo scudetto e avrebbe potuto, ma la Champions League ha indubbiamente pesato sulla concentrazione più che sulle gambe. La seconda “Champions” consecutiva lancerebbe proprio un segnale di continuità al mondo calcisitico che ha il Napoli come modello. Se a questo si aggiungesse anche la Coppa Italia, ovvero il primo segno tangibile di un ciclo vincente che manca da ventidue anni, allora si che la stagione sarebbe molto più che positiva.
Ecco perchè a Bologna non bisogna fallire e squadra, allenatore e dirigenti lo sanno. Non l’hanno mai dimenticato, neanche a Febbraio allorché la classifica diceva -10 dall’Udinese, -8 dalla Lazio, -5 dall’Inter e -3 dalla Roma con una partita in meno, e la semifinale d’andata di Coppa Italia andava al Siena. In quel momento davvero in pochissimi si sottraevano al gioco a distruggere dei più che attaccavano De Laurentiis, Mazzarri, dirigenti e giocatori, e sembrava già tempo di bilanci negativi.  Non era così perchè la stagione era ancora lunga e ci voleva poco per leggere le insicurezze di Guidolin, le carenze della Lazio che, già ricca di lacune, si indeboliva sul mercato anziché rafforzarsi, e le tribolazioni di Inter e Roma. Abbastanza per crederci. Mentre quelle viaggiavano come potevano dopo essere andate oltre le proprie possibilità, il Napoli andava a due cilindri perchè Aurelio aveva imposto la modalità a quattro per fare strada in Champions League. Dopo ne sono bastati tre per risalire in campionato pur con un vuoto di pressione dopo l’eliminazione di Londra che solo tre settimane fa mandava di nuovo tutti nello sconforto e faceva dire ad Hamsik «l’anno prossimo non saremo in Champions». Mentre le maglie dell’Atalanta sverniciavano quelle azzurre, le telecamere indugiavano su un De Laurentiis impietrito. E lui intervenne personalmente come uno psicologo aziendale. Facile intuire cosa abbia detto alla squadra e quel proclama di resa di Hamsik è divenuto ora «lotteremo fino alla fine per andare in Champions». Perchè è il presidente a dettare gli obiettivi e indirizzare le forze nelle varie fasi della stagione.
Tre finali di fatto, di cui una di nome. Bologna è il crocevia del futuro prossimo del Napoli. Vincere per poi chiudere in bellezza e andare a Roma a levarsi uno sfizio, un grande sfizio. Poi comincerà un’altra estate calda nelle aule giudiziarie e tutto sarà tristemente rimescolato. Tra calciatori che vendono partite e allenatori che li picchiano, parlare di bilanci a posto in un calcio che rischia il crack non solo finanziario non è poi così sacrilego. Anzi, è motivo di vanto per tutto il Sud.

Cassa Armonica, 3 mesi per il restauro completo

Cassa Armonica, 3 mesi per il restauro completo

lo staff del Sindaco delucida sulla vicenda

Giorni di colloqui telefonici e scambi serrati con lo staff del Sindaco sulla preoccupante vicenda della Cassa Armonica la cui pensilina perimetrale è stata smontata e riposta all’aperto adagiata in un cantiere della metropolitana. Alessio Postiglione e Felice Balsamo hanno riferito che la comunicazione fuorviante del trasferimento della struttura in laboratorio era stata fornita dalla ditta che ha in appalto il lavoro e che il Comune era all’oscuro del reale posizionamento dei portanti di ghisa per i quali si sarebbe comunque accertato che vi sia sorveglianza. I tempi comunicati per il restauro effettivo dell’intero monumento sono stretti: tra tre mesi, quindi entro Agosto, la promessa del lieto fine della vicenda su cui continueremo a vegliare senza abbassare la guardia.
Ringraziando Postiglione e Balsamo, resta comunque aperto un problema di comunicazione: il rapporto con lo staff del Sindaco è utilissimo ma il Comune e gli assessorati competenti dovrebbero rispondere e dialogare in prima persona, nonostante i mille impegni, a questioni importanti come questa. È possibile che sulla vicenda della scomparsa dell’orologio storico EAV di Piazza VII Settembre nessuno sappia?

I controlli del Comune in merito alla cassa armonica sono stati effettuati.
Le pensiline sono state lasciate nel cantiere a cielo aperto dalla ditta che ha effettuato i lavori seguendo tutte le procedure; vederle nel fango non è piacevole ma controlli tecnici escludono pericoli e il cantiere è anche vigilato per evitare ruberie.
Le strutture saranno restaurate in loco e rimontate a stretto giro. L’appalto per il restauro dell’intero monumento è a giorni. I tecnici del Comune hanno riferito che è lecito ritenere che la Cassa ritornerà allo splendore di un tempo entro i prossimi 3 mesi.
L’America’s cup è stata realizzata anche per innescare un rapido processo di recupero e restauro del lungomare e della Villa comunale, in particolare. La giunta ha appena stanziato altri fondi per la ripavimentazione della Villa e i lavori di ripristino e rigenerazione della Villa sono già in cronoprogramma. La vs pazienza sarà premiata.

Staff sindaco

Cassa Armonica, pensilina accantonata senza sicurezza

Cassa Armonica, pensilina accantonata senza sicurezza

Sindaco, i monumenti non si toccano!

Quando denunciammo che la pensilina in vetro e ghisa della Cassa Armonica in villa comunale era stata smontata e che per la struttura non si era trattato di un restauro ma di una messa in sicurezza (costata più di 48.000 euro) i maggiori quotidiani cittadini pubblicarono la notizia. Nonostante ciò, nessuna delle istituzioni si precipitò a dare delle delucidazioni, come del resto non era stato comunicato che si sarebbe compiuta una simile operazione. Quando si interviene su un monumento bisognerebbe rendere note prima di operare le autorizzazioni, le finalità e le prospettive.
Anche sull’orologio storico EAV scomparso a Piazza VII Settembre, nonostante la denuncia e i ripetuti solleciti, nessuno aveva ritenuto di dover dare risposta. Dal 19 Dicembre, data della nostra prima richiesta, sono intercorsi quattro mesi senza ricevere alcun cenno sul “mistero” dell’orologio sparito nel nulla in occasione dei lavori per la realizzazione della Linea 1 Metropolitana.
Infastiditi dalla violenza sulla Cassa Armonica per il profondo amore che nutriamo per la nostra città e per i nostri monumenti, in mancanza di protocolli ufficiali attingemmo a fonti attendibili che ci comunicarono in via ufficiosa il trasferimento della struttura in un laboratorio in attesa di restauro. E pubblicammo l’indiscrezione che peraltro combaciava con la versione fornita della ditta Neri incaricata delle opere.
Oggi scopriamo che la pensilina è riposta in un cantiere all’aperto della Linea 6 nei pressi della Cassa Armonica, senza la necessaria sicurezza. Per laboratorio si intende un luogo chiuso dove si hanno a disposizione i mezzi e le strutture adatte agli interventi del caso; qui si tratta di cantiere.
Continuiamo ad avere piena fiducia/speranza nella giunta di De Magistris ma da qualche mese va detto che la democrazia partecipativa che ne era stata il cavallo di battaglia in campagna elettorale è evaporata. Le risposte non arrivano più e le proposte costruttive o le nostre denunce sembrano cadere nel vuoto come accadeva con le ultime disastrose amministrazioni. Già a Luglio scorso presentammo insieme a Eddy Napoli (ambasciatore della canzone napoletana nel mondo) proposte e progetti al Sindaco, incontrato a Palazzo San Giacomo, ma non avemmo purtroppo il piacere di ricevere cortese risposta.
Anche sulla vicenda della Cassa Armonica, da noi denunciata appena verificatasi, non abbiamo ricevuto alcuna risposta ufficiale ma solo qualche delucidazione ufficiosa e poco precisa. Capiamo i mille impegni e le priorità di un Sindaco di una città come Napoli ma, a prescindere dal valore delle proposte e delle denunce, le risposte e il dialogo sono alla base di una proficua collaborazione con associazioni e movimenti di cittadinanza attiva, oltre che buona norma.
La vicenda della Cassa Armonica è preoccupante e non si può restare in “stand by”. I monumenti non si toccano!

Bilancio di America’s Cup tra molte luci e tante ombre

Bilancio di America’s Cup tra molte luci e tante ombre

ACN contro ACEA, tra i due litiganti Venezia gode

Angelo Forgione per napoli.com La tappa napoletana delle World Series di America’s Cup è terminata con la vittoria di uno dei due catamarani del team “Luna Rossa”. Grande successo di pubblico e a vincere sono stati certamente i napoletani che hanno assiepato costantemente a centinai di migliaia Via Caracciolo nonostante la pioggia che ha risparmiato la città solo in uno dei cinque giorni di regate, anzi quattro perchè Sabato Giove Pluvio si è messo così d’impegno da far cancellare la giornata di competizione. Inaugurazione rovinata da un fortunale come difficilmente se ne erano visti a Napoli proprio sull’omaggio a Lucio Dalla, e chiusura con fuochi d’artificio ancora bagnata.
Una vera sfortuna, un appuntamento in parte rovinato perchè il golfo più bello del mondo è ben altro scenario col sole, anche se per i velisti il vento e il mare non regolare hanno rappresentato divertimento allo stato cristallino. Niente sole, ma il calore dei napoletani ha lasciato il segno travolgendo i velisti non abituati ad avere la gente così vicina. Così come per l’urlo “the champion” allo stadio, così sul lungomare è nato qualcosa di nuovo: il giro di campo (di regata) di “Luna Rossa” per festeggiare la vittoria. «È lo stadio della vela – aveva detto alla vigilia James Spithill di “Oracle” – in nessun altro posto del mondo le regate si svolgono così vicine al pubblico sulla terraferma. Sentiamo le grida, gli incitamenti, cosa nuova ed entusiasmante»
E poi Max Sirena, skipper di “Luna Rossa”, che ha dato testimonianza della proverbiale accoglienza napoletana: «In questa settimana non siamo riusciti a pagare un caffè, speriamo di poter ricambiare presto la splendida ospitalità dei napoletani».
Anche Bruno Troublé, ideatore della “Louis Vitton Cup”, è rimasto rapito dalla città partenopea: «Non ho mai visto in tutta la mia carriera agonistica ed organizzativa nessuna città che abbia partecipato come Napoli. Qui non ci sono solo spettatori che seguono le regate godendosi lo spettacolo, ma partecipanti attivi all’evento. Un’affluenza così al Village non l’abbiamo mai vista in nessun posto del mondo. La gente interagisce, è coinvolta ed è sempre costantemente presente”.
Tante le presenze turistiche in città, già previste alla vigilia ma non segnalate dai media nazionali che alla vigilia di Pasqua si erano affidati con superficialità alle statistiche di prenotazioni “fai da te” su internet mentre a Napoli era annunciata già la prenotazione del 90% delle camere d’albergo.
Dietro le belle immagini e la facciata, immancabili le polemiche dietro le quinte che non mancheranno di qui all’anno prossimo, quando le World Series torneranno a Napoli. Non tutti i conti tornano, a cominciare dalla copertura televisiva. Scomparsi gli spot programmati tra l’estate 2011 e la primavera 2013 per un totale di 25 minuti dedicati alla città ospitante. Le immagini in tv sarebbero state inferiori a quanto stabilito e sono stati “oscurati” i match race a causa, secondo indiscrezioni, di tagli alla produzione televisiva per i quali occorrono due elicotteri. E poi la riduzione dei team in gara, con “Green Comm” e “Aleph” che si sono ritirati, e 
altri piccoli problemi organizzativi. Paolo Graziano a nome di ACN (America’s Cup Napoli) ha esternato tra le righe il malcontento che c’è, dichiarando che il bilancio tra dare e avere andrà rivisto e gli accordi andranno rinegoziati. «Napoli ha dimostrato le sue potenzialità e la Coppa America ha bisogno di Napoli (non viceversa, n.d.r.). Sono contenti i team, gli sponsor e gli organizzatori e quindi detteremo qualche regola in più perchè si sono invertite le condizioni. Non siamo più gli ultimi arrivati» – ha detto Graziano, lasciando intendere anche che c’è chi ha remato contro:  «lavoreremo anche contro chi ha fatto la danza della pioggia». Gli avvocati sarebbero già al lavoro nell’ombra dal 23 marzo, allorché l’ACEA (America’s Cup Event Authority) comunicò a sorpresa la decisione unilaterale di “tagliare” due giornate di gare. Si trattava del week-end di Pasqua, mica poco, soprattutto per i turisti arrivati a Napoli proprio in quei giorni, tant’è che l’inaugurazione è rimasta fissata alla Domenica di Pasqua, a tre giorni dalle prime gare. Per gli operatori locali è stato impossibile riprogrammare l’offerta turistica e le iniziative collaterali.
Facile dedurre che la cancellazione delle gare di Sabato ha alimentato i malumori che sono arrivati fino a Venezia. Nella città veneta, dove ci sarà la prossima tappa di Maggio, si sono fatti forti dell’esperienza e si sono catapultati a Napoli dove hanno imposto ad ACEA il rispetto degli accordi che a Napoli sono saltati. Lì ci sarà la versione integrale, quella che a Napoli è mancata. Più giorni di regate in laguna rispetto al golfo, copertura di due week-end dal 12 al 20 Maggio mentre a Napoli si è gareggiato sostanzialmente nei giorni feriali (sotto la pioggia); e poi due campi di regata per diversificare lo spettacolo, frutto di una trattativa a carte scoperte e coi piedi puntati condotte dal Sindaco di Venezia Orsoni.
Napoli ha fatto dunque da cavia e c’è da aspettarsi per Venezia una copertura televisiva maggiore con tanto di esposizione mediatica più rimarcata. Quella che è mancata a Napoli, complice Mediaset che ha relegato le regate a “Italia 2” senza sponsorizzare minimamente lo scenario della città ospitante come ha già iniziato a fare Stefano Vegliani, telecronista Mediaset autore peraltro di gaffe freudiane nell’indicare Milano come sede delle regate in corso.
Il Sindaco di Venezia Orsoni ha sottolineato il vantaggio ottenuto: «È stata una buona idea chiedere di concentrare le regate solo nel week-end ma è anche con l’esperienza (di Napoli) che si aguzza l’ingegno». Aggiungendo che la manifestazione non gli costerà un euro di fondi pubblici e sarà pagata per intero dagli sponsor perchè è l’America’s Cup che deve rincorrere Venezia e non viceversa. Quello che ora dicono, giustamente, Graziano, De Magistris, Caldoro e Cesaro, sicuramente un po’ scottati dalla vicenda dopo aver speso circa 16 milioni di cui 12 di fondi europei stanziati dalla Regione, 3 dalla Provincia con fondi interni e 1 dal Comune (a cui si aggiungerà il prossimo anno un altro milione previsto per la tappa del 2013). 4 milioni sono serviti per i “baffi” della scogliera di via Caracciolo, 3 milioni e 220 mila per l’allestimento del Villaggio in Villa Comunale e gli eventi (con la beffa del concerto di Francesco Renga annullato per maltempo) e 5 milioni sono invece andati in tasca ad ACEA.
A Napoli si è speso perchè nel borsino turistico internazionale la città non attraeva dopo lo scandalo dei rifiuti mentre Venezia può vantare una diversa considerazione. Anche se le priorità sono tante, occorreva investire per raccogliere un ritorno, tutto ancora da quantificare, ma ora che si sono mostrate tutte le potenzialità agli americani e al mondo è giusto pretendere maggior rispetto. Ecco perchè ora ACN, pur contenta del risultato organizzativo e del ritorno di immagine, non ci sta e prepara la rinegoziazione che Venezia ha anticipato. Basta leggere tra le righe le parole di Luigi De Magistris che sono le stesse di Graziano: «Un successo per Napoli e i napoletani. Abbiamo dato tanto agli americani, per il 2013 dobbiamo rivedere qualcosa». Del resto era cominciata alla stessa maniera, con Napoli che lo scorso anno aveva lungamente corteggiato una manifestazione che rincorse in silenzio Venezia, per poi farsi corteggiare da una Napoli irritata.
Ora però, oltre a mettere in riga gli americani di ACEA come è giusto che sia, è anche il caso di pensare a come dare seguito al rilancio turistico e d’immagine di Napoli, e che non sia solo di facciata.

Rischio chiusura Villa Floridiana bene comune

Rischio chiusura Villa Floridiana bene comune

Comunicato Stampa

La Regione invita la Sovrintendenza al Polo Museale di Napoli a chiudere definitivamente la Villa Floridiana per mancanza di fondi per la manutenzione. La prospettiva è tragica e la città non può consentirsi quest’ulteriore sconfitta.
Come lo scorso anno, siamo pronti a radunarci insieme ad altri movimenti e associazioni all’ingresso di via Cimarosa per protestare fortemente e sin d’ora chiediamo al Sindaco De Magistris di non defilarsi e a interessarsi alla vicenda. Lo scorso Gennaio il Comune di Napoli ha promosso il Forum per i beni comuni. Ebbene, la “Floridiana” è un bene comune di tutta la città nonchè un frammento di storia di Napoli.

Angelo Forgione
Movimento V.A.N.T.O.
(Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio)

Piccoli espedienti per non cambiare gli italiani

Piccoli espedienti per non cambiare gli italiani

Giovanni De Luna ignora il PIL senza differenze del 1861 

Sul n° 1252 de “Il Venerdì” (16 Marzo) è apparso a pagina 42 un articolo a firma dello storico Giovanni De Luna dell’Università di Torino, curatore scientifico di una mostra apertasi nel capoluogo piemontese il 17 Marzo dal nome Fare gli italiani con il patrocinio del “Comitato Italia 150”.
Sulle pagine del periodico di “Repubblica”, De Luna parte proprio dalla mostra per descrivere le trasformazioni del nostro paese, dall’unità ad oggi. Lo scritto è corredato da alcune tabelle di confronto tra dati più o meno attuali e quelli del 1861. Tutte, tranne una, ovvero la tabella riferita all’Economia che stranamente riporta il dato del PIL per abitante al 1871, quello che evidenzia la prima differenza tra Nord e Sud destinata poi ad aumentare a dismisura: Centro-Nord a 2.230, Sud a 1.884. La quantomeno subdola tabella non solo falsa la percezione del dato al momento dell’unificazione ma è anche l’unica con una ripartizione tra Mezzogiorno e resto d’Italia ed è chiaro che il dato tenda ad avvalorare tesi costruite sul classico accorgimento della considerazione di dati regionali noti dal 1871, dopo dieci anni di vera e propria guerra civile per la repressione del brigantaggio che devastò il Sud unitamente alla spoliazione dell’apparato economico e industriale dell’ex Regno delle Due Sicilie. De Luna, come tutto l’ambiente della storiografia di sistema, continua ad ignorare il dato del saggio dei professori Malanima e Daniele così come quelli dello SVIMEZ e della Banca d’Italia, tutti eloquenti sul fatto che, al 1861, il PIL fosse identico tra Nord e Sud.
Si fa proprio di tutto affinché l’origine della questione meridionale sia anteriorizzata all’unità, nascosta da qualche parte nel tempo della nostra frammentazione prerisorgimentale. Il fatto è che l’unificazione forzata dai Savoia, per chi si oppone ai dati sempre più schiaccianti, non deve essere comunicata come l’origine dei mali economici e sociali del Sud.
È chiaro a tutti che le condizioni del paese siano migliorate in un secolo e mezzo (molto più al Nord che non al Sud), ma la gente, che certe ovvietà le conosce già, vuole approfondire altri spaccati della nostra storia. E invece la canzone è sempre la stessa, e se la cantano e suonano ormai solo loro.

Piccole precisazioni a “Il Mattino”

Piccole precisazioni a “Il Mattino”

Il Mattino, tramite il direttore Virman Cusenza, veicolo di diffusione di inesattezze storiche in risposta alla lettera inviata da Alessandro Tafuri circa i luoghi comuni sull’unità d’Italia. Ancora luoghi comuni superati da ricerche sempre più documentate.
Di seguito gli interventi di Angelo Forgione, Gennaro De Crescenzo e Lorenzo Terzi inviati in al direttore.

Gentile Direttore,
in merito alla Sua risposta ad Alessandro Tafuri firmatario della lettera “Quei luoghi comuni sull’Unità d’Italia”, non voglio snocciolarLe dati e statistiche sulla ormai sempre più crescente onda revisionistica. Ma voglio però chiederLe di non chiamare stranieri i Borbone di Napoli perchè questi erano, appunto, di Napoli, non di Spagna, Francia o Parma. Il capostipite, erede al trono di Spagna, era si Carlo III di Spagna ma prima ancora Carlo VII di Napoli. Nato si in Spagna da madre italiana, fu l’unico a non essere napoletano alla nascita ma quando salì a Madrid fu sancita la divisione delle corone. Poi vi furono Ferdinando nato a Napoli, Francesco nato a Napoli, Ferdinando II nato a Palermo e Francesco II nato a Napoli. Parlavano tutti, anche Carlo III, sia l’italiano che il napoletano, e lo erano a tutti gli effetti. Pertanto è un grave errore che il direttore di un importante quotidiano di Napoli dica una cosa del genere. Sarebbe come dire che la pizza napoletana non è napoletana, oppure che il Mattino di Napoli non è di Napoli.
Cordiali saluti.
Angelo Forgione

Caro direttore,
solo poche parole per suggerire a Lei e ad alcuni lettori qualche lettura che potrebbe evidenziare che, in quanto a situazione preunitaria del Sud, bisognerebbe effettivamente cambiare un po’ di storiografia:

1) I dati del famoso censimento del 1861 sull’analfabetismo sono parziali e inattendibili: limitati a poche aree dell’Italia, qualcuno può credere che qualche funzionario sabaudo sia andato in giro per il Sud ad accertarli in pieno caos, a guerra del “brigantaggio” iniziata e con l’esercito borbonico ancora in giro e non ancora tutto deportato nei lager dei Savoia? Studi aggiornati e documentati dimostrano che i dati del successivo censimento del 1871 misurarono gli alfabetizzati dopo 10 anni di chiusura delle scuole meridionali (le scuole dal 1860 non ottennero più finanziamenti pubblici ma solo comunali e limitati)
2) “due-tre esempi” della storiografia filoborbonica anche i 433 milioni di lire circolanti nele Due Sicilie (oltre ai famosi 443 delle nostre banche) (cfr. AA.VV. Dalla lira all’euro, 2011)? O i dati relativi al Pil e al reddito medio (CNR e Università di Catanzaro, 2007) “pari o superiori a quelli del resto d’Italia”? O anche quelli relativi all’industrializzazione  (1,6 milioni gli operai meridionali, “meno di 1,5 milioni quelli nel Centro-Nord”) (cfr, Svimez, 2011). Non è possibile, storiograficamente, ormai, dichiararsi equidistanti e mettere sullo stesso piano un secolo e mezzo di monopolio sostanzialmente filosabaudo e fondato sulla retorica e sulle mistificazioni e qualche anno di una storiografia sempre più documentata e diffusa…
Non sarebbe davvero il caso, infine, di interrompere questa dannosa e ormai indifendibile catena di luoghi comuni che offende tutti noi da 151 anni?
Cordiali saluti.
Prof.  Gennaro De Crescenzo.


Egregio Direttore,
mi complimento innanzitutto con lei per il “lapsus” assai significativo: “il dato che mi allarma è che per il nostro Sud si debba ricorrere sempre al salvatore straniero (i Borbone, i Savoia)”. Allora ammette che i Savoia erano “stranieri”? Bene: facciamo progressi!
 Se me lo permette, ribalterei la sua conclusione: è proprio la tesi dell’arretratezza del Regno delle Due Sicilie a fornire ancora, dopo un secolo e mezzo di presunta “redenzione”, un comodo alibi a chi non vuole che si indaghi troppo sui misfatti delle classi dirigenti nazionali e locali degli ultimi centocinquant’anni.
Boutade a parte, a proposito delle “litanie” borboniche lamentate da qualche lettore: è la pura verità che i Borbone puntassero sulle cosiddette “autostrade del mare”. Tra l’altro, erano assolutamente nel giusto. Sbaglia chi fa della facile ironia (tipo: “comodissimo Napoli-Foggia!”). Infatti, proprio poche settimane fa, nel corso di un incontro con alcuni imprenditori pugliesi, questi ultimi lamentavano proprio la scomparsa della navigazione “al piccolo cabotaggio”, assai più conveniente – parole loro! – per il trasporto delle merci. E sa perché non è possibile effettuare tale navigazione? Perché una legge proibisce espressamente questa possibilità. Una nave mercantile che parte da un porto della terraferma italiana non può approdare in un altro porto nazionale, a meno che esso non si trovi su un’isola. Unica eccezione: Genova (?!).
Ma a tale proposito, lascio la parola a uno storico assolutamente non borbonico o neoborbonico, Nicola Ostuni, che ha esaminato la questione delle “strade ferrate” preunitarie: “Naturalmente gran parte del successo economico dell’iniziativa era legato alla possibilità per a ferrovia di accaparrarsi il trasporto che veniva effettuato via mare. Si trattava di un volume di affari cospicuo: il 60% dei prodotti provenienti dalla Capitanata [cioè, guarda caso, proprio da Foggia e dintorni] e la quasi totalità di quelli della Terra di Bari giungevano a Napoli su navi, pagando per l’intero tragitto da Manfredonia o da Barletta a Napoli, 24 grana per ciascun cantaio. Con la stessa cifra un cantaio di merci avrebbe percorso sulla ferrovia, a tariffa massima, 29 delle 90 miglia che separano Napoli da Foggia. Per battere la concorrenza delle navi la ferrovia avrebbe, quindi, dovuto applicare una tariffa pari a meno di un terzo di quella massima, tariffe che non avrebbero coperto neanche le spese di gestione, valutate, correntemente, tra il 40 ed i 50 % della tariffa massima”. Al di là di tutto, si ripete sempre lo stesso errore: “cristallizzare” la situazione al 1860, come se, alla vigilia del crollo del Regno delle Due Sicilie, i Borbone pensassero di aver concluso il ciclo dello sviluppo meridionale. Anzitutto, vi è da dire che, a quell’epoca, già non si poteva più parlare della “Napoli-Portici”. Nel dicembre 1843, infatti, era stata aperta al traffico la Napoli-Cancello-Caserta, completata successivamente con le diramazioni per Capua (1844) e Nola (1846), cui si aggiunse, nel 1856, la tratta Nola-Sarno. Nel 1860, quindi, le ferrovie napoletane contavano 131 km di linee in esercizio e davano mediamente un prodotto annuo per km di 6000 ducati circa. Altri 132 km di linee erano in avanzatissima costruzione o completamento. Inoltre, con decreto 28 aprile 1860 il governo di Francesco II programmò l’inizio a breve scadenza di altre importanti linee: la Avellino-Foggia-Bari-Brindisi-Lecce, la Salerno-Reggio Calabria, la Napoli-Pescara, oltre a tronchi minori ed alle linee siciliane, la Palermo-Catania, la Palermo-Messina, la Palermo-Agrigento, per un complesso di ulteriori presumibili 1400 km ed un investimento complessivo di cinquanta milioni di ducati. Molto probabilmente tutto ciò avrebbe comportato, per l’industria metalmeccanica napoletana, commesse ammontanti ad almeno 16 milioni di ducati.
A proposito, improvvido lettore: i vagoni e le motrici erano ormai fabbricati a Napoli, e non in Francia. Mai sentito parlare di Pietrarsa?
Litanie “scolastiche”. Se si fosse dotati di minore malafede, si guarderebbe quanto meno con sospetto al famigerato dato del 90% di analfabeti che sarebbero stati presenti nel Mezzogiorno al momento dell’unità. Quale validità può avere un rilevamento effettuato non si sa bene come, secondo criteri statistici ignoti e, comunque, di un secolo e mezzo fa, peraltro durante una situazione di grave instabilità dell’amministrazione e dell’ordine pubblico?
Già nel 1767, dopo l’espulsione dei Gesuiti, Ferdinando IV annetté allo Stato i ventinove, floridissimi collegi precedentemente retti dalla Compagni di Gesù. Nel 1768 approvò, inoltre, l’apertura di ventuno scuole “minori” – cioè “scuole secondarie con cattedre di leggere, scrivere e abbaco, di lingua latina e qualche volta di greco o matematica” – e di collegi-convitti in ogni città in cui risiedeva la Regia Udienza, ovvero Aquila, Bari, Capua, Catanzaro, Chieti, Cosenza, Lecce, Matera, Salerno. Dall’aprile al luglio del 1769 il provvedimento fu reso esecutivo. Le “minori” sorsero all’inizio in Paola e in Amantea; subito dopo analoghe istituzioni videro la luce in Acerno, Atri, Barletta, Benevento, Brindisi, Campobasso, Castellammare di Stabia, Latrònico, Massa, Modugno, Molfetta, Monopoli, Monteleone, Nola, Reggio, Sora, Sulmona, Taranto e Tropea.
Alla fine del Settecento, inoltre, nel Regno di Napoli e in Sicilia vennero fondate le “scuole normali”, che conobbero una diffusione immediata e capillare. Gli sforzi governativi ottennero quasi subito risultati assai lusinghieri: fra il 1792 e il 1793 si contano oltre centodieci istituti – sommando quelli presenti nella capitale e nelle province del continente – in cui venne applicato con successo il metodo normale.
Per quanto concerne la Sicilia, dove mirabile fu l’impegno pedagogico di Giovanni Agostino De Cosmi, alla munificenza di privati cittadini fu dovuta l’apertura delle scuole di Augusta e Randazzo; l’abate Santacolomba creò a sue spese un centro d’istruzione nel seminario di S. Lucia del Mela; due scuole vennero attivate dentro il Palazzo reale di Palermo grazie a un finanziamento del viceré Caramanico e altre cinque videro la luce a carico delle rendite della Real Magione in Prizzi, Palazzo Adriano, Chiusa Sclafani, Giuliana e Palermo. I municipi, dal canto loro, si adoperarono con impegno nell’istituire scuole normali, in una nobile gara che coinvolse tanto piccoli comuni – come, fra gli altri, Aci S. Antonio, Gagliano, Tortorici, Viagrande – quanto grossi centri urbani delle dimensioni di Caltagirone, Caltanissetta, Marsala, Noto, Termini.
Sebbene con alterne vicende, insomma, la consapevolezza, “del diritto e del dovere dello Stato di provvedere all’istruzione dei cittadini, non verrà più meno anche quando le vicende politiche ne offuscheranno o ne indeboliranno il valore”: sono parole – scritte nel 1927 – di uno storico che, ancora una volta, non ebbe nulla da spartire con il “borbonismo”, Alfredo Zazo.
Proprio Zazo riporta, alla fine della sua importante monografia sull’istruzione pubblica e privata nel Napoletano dal 1767 al 1860, una dichiarazione illuminante di un “padre della patria”, che dai Borbone era stato perseguitato, ovvero Luigi Settembrini: “Noi altri Napoletani paghiamo la pena di una nostra bugia: abbiamo gridato per tutto il mondo che i Borboni ci avevano imbarbariti e imbestiati e tutto il mondo ci ha creduto bestie, specialmente il Piemonte, che non aveva tutta la colpa quando ci mandò i sillabari e le grammatiche italiane”.
Lorenzo Terzi 

Partecipazione e commozione a Gaeta

Partecipazione e commozione a Gaeta

Centinaia di persone hanno affollato l’hotel Serapo di Gaeta nello scorso week-end in occasione del XXI Convegno Nazionale della “Fedelissima città di Gaeta” che ha schiuso ottime prospettive al mondo meridionalista. Alla conferenza di Sabato arricchita dagli interventi di Lorenzo Del Boca e  Pino Aprile, con la musica identitaria di Mimmo Cavallo, ha fatto seguito la commemorazione di Domenica mattina alla Montagna Spaccata dei soldati caduti per la difesa del Regno: alzabandiera e lancio di una corona a mare da parte degli allievi della scuola militare de “La Nunziatella” alla presenza delle cariche cittadine.

si ringrazia Pupia news per i contributi video

Lorenzo Del Boca

Gennaro De Crescenzo

Pino Aprile

Sindaco Raimondi

Mimmo Cavallo

Alessandro Romano

Sevi Scafetta

La commemorazione sul Monte Orlando