“Barbarossa”, flop leghista

“Barbarossa”, flop leghista

Cesario Console primo esempio di unità

Angelo Forgione – Preannunciato flop per la fiction “Barbarossa” trasmesso Domenica 25 e Lunedì 26 Marzo dalla RAI. Battuto da “Report” e anche dal derelitto “Grande Fratello”, col solo 10% di share in Lombardia e in Veneto. Persino più visto al Sud che al Nord, la produzione è costata circa 15 milioni di euro, finanziata con 6 milioni dalla RAI ma anche del Ministero dei Beni e delle Attività culturali, quindi soldi degli italiani sottratti magari alla salvaguardia dei degradati monumenti italiani. Già proiettato al Cinema nel 2009, incassò solo un milione di euro e invece di essere messo nel cassetto è stato riproposto in tv per precisa volontà di Bossi se è vero che in una famosa intercettazione telefonica Belusconi dice ad Agostino Saccà (che perde per questo la carica di direttore di Rai Fiction) “avevo bisogno di vederti perchè c’è Bossi che mi sta facendo una testa tanta con questa cavolo di fiction del Barbarossa”. Un’insistenza con successo politico ma senza successo televisivo che fa capire quale sia il legame tra politica e informazione storica e non in Italia, paese in cui nel 1999 arrivò nelle sale cinematografiche il film di Pasquale Squitieri “Li chiamarono… briganti” sulla resistenza dei popoli del Sud all’invasione sabauda, subito sospeso e mai riproposto in tv.
Il “senatur” incassa, non al botteghino, e deve arrendersi alla disattenzione degli italiani alle vicende storiche del popolo “padano”, soprattutto a quella della sua gente evidentemente poco sensibile ad accadimenti storici peraltro strumentalizzati dagli inventori del partito verde.
Federico “Barbarossa”, imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, si sarebbe scontrato con Alberto da Giussano, che è il guerriero ritratto nella bandiera della Lega Nord. Alberto da Giussano avrebbe lottato per unire i comuni ribelli del Nord contro il tentativo di conquista di “Barbarossa”, mettendo insieme la “Compagnia della Morte” contro i germanici e sollevando il Nord col giuramento di Pontida dove nacque la “Lega Lombarda”. La battaglia finale si svolse a Legnano nel 1176 e la vittoria del Nord-Italia viene ricordata come esempio di coesione italica contro il nemico straniero.
La Lega (politica) ha eletto l’episodio storico riguardante l’intero popolo italiano ad emblema secessionistico ma in realtà la battaglia di Legnano è simbolo di unità nazionale settentrionalista nell’inno massonico di Mameli in cui si canta “dall’alpi a Sicilia ovunque è Legnano”. Quindi, mettetevi d’accordo voi che prima invadete il Sud per l’Italia unita e poi dopo 150 anni gridate “Padania libera”.
Alberto da Giussano in realtà non è mai esistito ed è un personaggio leggendario, cioè di fantasia, come la stessa Padania; un falso storico non presente in nessun documento o cronaca che qualche storico identifica invece in Guido da Landriano, console di Milano.
La “Lega Lombarda” non è neanche il primo esempio di identità nazionale perché è al Sud che ciò si verifica intorno all’850 quando Cesario Console, ammiraglio del ducato di Napoli, coalizzò le repubbliche marinare di Napoli, Sorrento, Amalfi e Gaeta formando la “Lega Campana” per respingere i Saraceni che volevano invadere Roma per poi impossessarsi dei territori del Sud. Le battaglie decisive avvennero a Gaeta e ad Ostia, entrambe vinte da Cesario Console.
Al tempo della battaglia di Legnano, i comuni del Nord erano aspramente conflittuali, soprattutto nei confronti di Milano, ma momentaneamente coalizzati sotto un unico ideale, mentre da circa 50 anni era già una realtà il Regno di Sicilia, poi divenuto delle Due Sicilie, ovvero la Nazione di tutti i territori e i popoli del Sud, nato sotto Ruggero il Normanno nel 1137 (il primo da sinistra raffigurato sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli). Regno durato fino al 1860, quindi per oltre 720 anni, mentre la cosiddetta Padania non è mai esistita né su una cartina geografica, né su una bandiera, né in un inno. A proposito di falsi storici.

a 2:30, storia e significato di Cesario Console in una passata videodenuncia
(poi andata a buon fine)

La faccia straniera de “Il Mattino”

La faccia straniera de “Il Mattino”

seconda puntata del dibattito storico col quotidiano di Napoli

Il contraddittorio con il direttore de “Il Mattino” di Domenica scorsa in merito alla napoletanità dei Borbone di Napoli (sembra uno scherzo ma non lo è) ha avuto un seguito interessante utile, perchè no, ad approfondire la nostra storia. Virman Cusenza aveva replicato su Twitter invitando ad arrenderci alla storia in quanto i Borbone erano una casata straniera impiantata a Napoli. Ebbene, la storia ci dice che i Borbone sono un ramo cadetto della dinastia dei Capetingi di Francia divisosi in tre linee regali: quella di Francia, quella di Spagna e quella delle Due Sicilie. È chiaro a tutti che a Napoli non nascono i Borbone ma quattro dei cinque Re Borbone di Napoli. Insomma, se chi legge è nato a Napoli come il padre, il nonno e il bisnonno ma ha un trisnonno spagnolo, per Cusenza non è napoletano ma impiantato.
Discussione che non sarebbe il caso di proseguire se non fosse che, guarda caso, proprio a tre giorni dalla piccola polemica storica è apparso su “Il Mattino” del 21 Marzo un articolo a firma Gigi Di Fiore dal titolo “I Borbone, con quella faccia da stranieri” che non sembra affatto casuale. Il titolo, conoscendo l’autore, stupisce più del tempismo; ma scorrendo nella lettura, si legge che “Certo, l’unica dinastia che, dopo cinque generazioni di re, poteva considerarsi autoctona fu quella dei Borbone. (…) I Borbone divennero napoletani, ma erano spagnoli di provenienza”.
In definitiva, l’articolo sembra avere un titolo “pensato” dal direttore Cusenza ma basta leggere approfonditamente per intuire che  Di Fiore “asseconda” il titolo stesso con una verità interpretabile dai due diversi punti di vista. Basta invertire l’ordine della frase: “I Borbone erano spagnoli di provenienza ma divennero napoletani” e il gioco è fatto.
Carlo III si considerava napoletano a tutti gli effetti, gli altri quattro discendenti lo erano. Pensavano, parlavano e mangiavano in napoletano. Francesco II, Borbone di Napoli da quattro generazioni, all’epilogo dell’assedio di Gaeta con cui il regno napoletano fu spazzato via dai Savoia, scrisse così al suo popolo: «Io sono Napolitano; nato tra voi, non ho respirato altr’aria, non ho veduti altri paesi, non conosco altro suolo, che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi, la vostra lingua la mia lingua, le vostre ambizioni mie ambizioni».

Partecipazione e commozione a Gaeta

Partecipazione e commozione a Gaeta

Centinaia di persone hanno affollato l’hotel Serapo di Gaeta nello scorso week-end in occasione del XXI Convegno Nazionale della “Fedelissima città di Gaeta” che ha schiuso ottime prospettive al mondo meridionalista. Alla conferenza di Sabato arricchita dagli interventi di Lorenzo Del Boca e  Pino Aprile, con la musica identitaria di Mimmo Cavallo, ha fatto seguito la commemorazione di Domenica mattina alla Montagna Spaccata dei soldati caduti per la difesa del Regno: alzabandiera e lancio di una corona a mare da parte degli allievi della scuola militare de “La Nunziatella” alla presenza delle cariche cittadine.

si ringrazia Pupia news per i contributi video

Lorenzo Del Boca

Gennaro De Crescenzo

Pino Aprile

Sindaco Raimondi

Mimmo Cavallo

Alessandro Romano

Sevi Scafetta

La commemorazione sul Monte Orlando

13 Febbraio 1861, a Gaeta finiva l’indipendenza del Sud

Il tragico assedio di Gaeta mai raccontato nei testi scolastici

di Angelo Forgione per napoli.com

7 Settembre 1860: Garibaldi arriva a Napoli lasciando dietro di sé le “conquiste” siciliane e il re Francesco II di Borbone, per risparmiare disordini e distruzioni alla capitale, lascia Napoli, stabilendo la base operativa militare per l’ultima difesa del regno nella Piazzaforte di Gaeta.

Ormai, l’esercito borbonico, indebolito dai tradimenti al soldo dei corruttori, può ben poco contro il fuoco delle truppe di Vittorio Emanuele II di Savoia capeggiate dal furioso generale Cialdini, che si appresta a scippare il posto dei garibaldini e a raccogliere i frutti della strumentale spedizione al Sud con l’ultima battaglia, la più sanguinosa: quello di Gaeta.

Si tratterà, come per la Spedizione dei Mille, di un attacco che violerà tutte le regole militari e diplomatiche internazionali, senza dichiarazione di guerra o un motivo per giustificare l’intervento straniero in territorio legittimo. Un assedio estenuante che inizierà sul fronte di terra il 5 novembre 1860 e durerà tre lunghissimi mesi, durante i quali le truppe piemontesi mettono in campo i moderni cannoni rigati “Cavalli” a lunga gittata contro le ormai inadeguate bocche da fuoco dei napoletani. Vengono sparate contro la piazzaforte circa 500 colpi di cannone al giorno per tutta la durata del conflitto, durante il quale il Re e la Regina Maria Sofia di Wittelsbach, sorella della principessa “Sissi” Elisabetta di Baviera, restano valorosamente sempre al fianco dei fedeli soldati, persino sul campo di battaglia tra le esplosioni dei colpi di cannone che piovono dal fronte piemontese di Castellone a Mola di Gaeta, l’attuale Formia. È proprio la regina ad avere un ruolo di grande spessore umano, ormai innamorata del suo popolo e del suo regno, che non intende cedere all’invasore.

Inizialmente, la presenza della flotta francese nel golfo impedisce a quella piemontese, rafforzata da unità napoletane i cui ufficiali sono passate al nemico, di cannoneggiare la costa. Ma, a Gennaio, Cavour, da Torino, convince Napoleone III a desistere dal “proteggere” i napoletani e da quel momento i bombardamenti si fanno insistenti.

Per l’esercito borbonico la battaglia é impari, anche se non mancano valorosi scontri che alzano illusoriamente il morale; come quello del 22 gennaio 1861 allorchè i napoletani conseguono una parziale rivincita dopo aver subito, l’8 Gennaio, un cannoneggiamento di dieci ore con cui vengono distrutti anche i quartieri civili. La flotta piemontese deve ritirarsi per i danni causati dagli colpi sparati dalla piazzaforte a ognuno dei quali corrisponde il grido «Viva ‘o Rre». Alla sospensione dei bombardamenti la banda militare suona l’inno di Paisiello.

I reali napoletani sperano nell’intervento diplomatico di altre nazioni europee, magari quelle più amiche, che però non si concretizza, lasciando lo schieramento napoletano sempre più in balia dello sconforto. La cancellazione delle Due Sicilie è in realtà già stata stabilita a tavolino dalle più potenti nazioni d’Europa, che intendono spazzare via il più grande pericolo del Mediterraneo: il connubio amichevole tra lo stato ricco e cattolico del sud e il potere temporale del Papa.

Giunge quindi il tempo delle trattative per risparmiare vite umane, ma il generale Cialdini, uomo spietato e vanaglorioso, non solo non blandisce i bombardamenti ma li intensifica con maggior vigore, dirigendo le operazioni dalla sua comoda postazione nel borgo di Castellone.

La capitolazione dei napoletani è inevitabile e l’11 febbraio Francesco II decide di interrompere la carneficina. La resa viene sancita con una firma il 13 Febbraio, che però non basta ad arrestare la sete di trionfo di Cialdini. Mentre i borbonici si apprestano a porre fine alla resistenza e a deporre le armi, salta in aria la polveriera della Batteria “Transilvania”, dove cade l’ultimo difensore di Gaeta, Carlo Giordano, un giovane di sedici anni fuggito dalla Scuola Militare della Nunziatella per difendere la sua Patria. È l’ultima vittima in ordine di tempo dei circa 2700 fedeli caduti a Gaeta, che non avranno mai degna sepoltura. E poi circa 4000 feriti e 1500 dispersi.

Campani, siciliani, calabresi, lucani, pugliesi e abruzzesi, falcidiati dai bombardamenti e dal tifo petecchiale, in condizioni di vita rese impossibili anche da un inverno che è tra i più freddi di quel secolo. Eppure resistono fino allo spietato colpo di grazia di un generale considerato oggi uno dei padri della patria e che avrà dal Nuovo Re d’Italia Vittorio Emanuele II la nomina a Duca di Gaeta, città da lui rasa al suolo, e la medaglia al valore militare per i successivi eccidi di interi paesi del meridione.

Il Re Francesco II di Borbone e la regina Maria Sofia lasciano Gaeta il 14 febbraio imbarcandosi sulla corvetta francese “Mouette”, che li porta a Civitavecchia, in territorio pontificio, laddove inizia il loro triste esilio. Vengono salutati con 21 colpi di salva reale della Batteria “Santa Maria” e con il triplice ammainarsi della bandiera borbonica dalla Torre d’Orlando, tra la commozione di quanti capiscono che la fine del Regno delle Due Sicilie é giunta. Messina e Civitella del Tronto si arrenderanno solo a Marzo, ma la sottomissione di Gaeta segna di fatto il tramonto di un’indipendenza. Al posto della bandiera bianca coi gigli viene issato il tricolore con lo stemma della dinastia Savoia, a sancire la scrittura finale di una pagina cruenta inenarrata dai testi scolastici ma sempre viva nella memoria del popolo napoletano, che non dimentica una fine gloriosa e dignitosa di esempio ai posteri.

Nonostante gli accordi stipulati nell’armistizio, migliaia di fedeli soldati borbonici che non vogliono tradire il proprio giuramento al Re per sposare la causa militare piemontese vengono deportati in  carceri settentrionali come il forte di Fenestrelle, nella freddissima Val Chisone, dovduree sono avviati a stenti e sofferenze in quello che viene oggi definito il “lager dei Savoia”. Campi di concentramento anche a S. Maurizio Canavese, Alessandria, Genova, Savona, Bergamo, Milano, Parma, Modena, Bologna e in altre località settentrionali. A queste vittime si aggiungeranno nel decennio successivo quelle della repressione del brigantaggio. Civiltà Cattolica parlò, forse per eccesso, di circa un milione di morti su una popolazione delle Due Sicilie di circa nove milioni. In ogni caso, si trattò di eccidio, che non trova alcun ricordo o commemorazione.

Qualche anno fa, a seguito di scavi per interventi urbanistici a Gaeta, sono state rinvenute testimonianze di quei giorni di terrore e sangue: scheletri, frammenti ossei, stracci di divise militari, bottoni e monete. Testimonianze del colpo di grazia dato al Regno napoletano mettendo in ginocchio la “fedelissima” Gaeta, detta anche “secondo Stato pontificio”, che pagò perché colpevole di aver ospitato undici anni prima Papa Pio IX in fuga dalla Repubblica Romana. La cittadina fu retrocessa da vicecapoluogo provinciale a cittadina di provincia, per poi essere separata dalla sua storia e dalla provincia di Terra di Lavoro, regione del Regno delle Due Sicilie, e assegnata al Lazio nel 1927 nella nuova provincia di Latina.

Nella città è sempre viva la memoria di quegli eventi e va oltre il muro della retorica che nasconde le sepolte verità della nostra storia.

XXI Convegno della Fedelissima Città di Gaeta

XXI Convegno della Fedelissima Città di Gaeta

“Dai primati alla recessione: viaggio nei destini del Sud”

Per ogni meridionalista è un dovere esserci. Noi ci saremo!

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VENERDI’ 9 MARZO

  • ore 15:00 – Santuario Montagna Spaccata
    visita guidata ai luoghi dell’assedio;
  • cena con menù storici nel centro di Gaeta  

SABATO 10 MARZO

  • ore 10:30 – Hotel Serapo,
    “Parlamento delle Due Sicilie”
    riunione commissioni con la presentazione di progetti e proposte.
  • Ore 11:00 – Teatro Ariston “Terroni”
    spettacolo di Roberto D’Alessandro.
  • Ore 16:00 – Hotel Serapo, Convegno con:
    PINO APRILE (La “restanza” e i nuovi giovani)
    LORENZO DEL BOCA (La mancata unità)
    GENNARO DE CRESCENZO (Movimento Neoborbonico, Dai primati alle questioni)
    CLAUDIO ROMANO (Uff. Storico Marina, La Marineria Napoletana)
    ALDO PACE (Fondazione Banco Napoli, Banco e sviluppo del Sud);

    Saluti di Antonio Raimondi (Sincaco di Gaeta), Enzo Zottola (Camera Commercio Latina), Franco Ciufo (Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio), Sevi Scafetta (organizzatore-evento);
    modera Marina Campanile (Fondazione Vanvitelli); Giuseppe Catenacci (Ass. Ex Allievi Nunziatella).
  • Dalle ore 16:00 – presso l’Hotel Serapo, Mostra del Maestro Gennaro Pisco “Unità senza verità”.
  • Ore 21:00 – menù storici e musiche del tempo nel centro antico di Gaeta.

DOMENICA 11 MARZO

  • Ore 10:00, Santuario Santissima Annunziata
    Messa Solenne per i caduti Napolitani durante l’assedio di Gaeta
  • Ore 12:00 Montagna Spaccata
    Cerimonia per i caduti durante l’assedio lungo gli spalti della fortezza
    a cura del Raggruppamento storico-militare di ALESSANDRO ROMANO

Con il patrocinio di:
Regione Lazio

Provincia di Latina
Comune di Gaeta
Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio

Alberghi convenzionati (camere già in esaurimento):
Serapo (0771 450037)
Flamingo (0771 740438)
Gajeta (0771 4508237)
Mirasole (0771 464194)

Infoline: 347 8492762

segui le previsioni meteo su Gaeta

info dal sito del Comune di Gaeta

Carlo Giovanardi: «i Borbone avevano perfettamente ragione!»

Carlo Giovanardi: «i Borbone avevano ragione!»
il Sottosegretario contro la retorica dei festeggiamenti di Italia 150 

Angelo Forgione – Nel “mare magnum” della retorica risorgimentale che ha caratterizzato i festeggiamenti del 150° anniversario dell’unità d’Italia, è da registrare una voce istituzionale che si è chiamata fuori dal racconto delle bugie e dall’omissione della verità storica. Si tratta di Carlo Giovanardi, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che in una intervista telefonica rilasciata a Klaus Davi ha definito i piemontesi come brutali invasori di uno Stato sovrano, smitizzando l’epopea garibaldina e riconoscendo il valore dei soldati borbonici.

Via Censario Console, e alla fine la terrazza è crollata!

Via Censario Console, e alla fine la terrazza è crollata!
la Giunta Ievolino fu avvertita ma nulla è stato fatto

Angelo Forgione – Giardinetti e terrazza di Via Cesario Console con splendida vista mare: e alla fine la balaustra di marmo è crollata!
Già all’epoca dell’amministrazione Iervolino avevo segnalato il pericolo allorchè, fotografando il murales che aveva deturpato il muretto su Via Acton (per denunciarlo), avevo notato che due pilastrini erano saltati (foto in basso). Avvertii sulla debolezza strutturale di quel punto che sarebbe prima o poi crollato per intero senza un intervento di ripristino. E così è stato, purtroppo.
I tanti frammenti sono li a testimoniare il danno estetico, con delle transenne che non eliminano del tutto il pericolo per le persone.
Sul posto fanno da contorno la statua di Cesario Console imbrattata e indecifrabile per chi non sa chi sia, l’erba incolta, le palme morte e gli escrementi di cani che i cittadini non rimuovono; oltre alla già nota scritta degli ultras che ricorda a tutti quanto questa sia pur sempre città di passione calcistica sopra ogni cosa.

video: IL SUD CHIEDE IL GIORNO DELLA MEMORIA

videoclip: IL SUD CHIEDE IL GIORNO DELLA MEMORIA
festeggiamenti 150° dell’unità d’Italia,
Napolitano spreca occasione per vera unità!

Angelo Forgione – Il mio nuovo video di istruzione storica e denuncia scaturisce dall’attento monitoraggio da un anno a questa parte (ovvero da quando si sono aperte le celebrazioni dell’unità d’Italia) dell’atteggiamento del Presidente della Repubblica nei confronti di un sud, il suo sud, che non ha chiesto nient’altro che verità e memoria per i suoi morti, unica via per fare davvero un’Italia unita diversamente da quella che in realtà è. Tutto ciò che è gravitato attorno in questo periodo  fa giungere alla conclusione che l’occasione dei festeggiamenti è stata ampiamente sprecata e, a furia di affermare in ogni occasione il concetto di unità senza dargli anima e emotività, gli italiani escano ancor meno coscienti e più disorientati su cosa significhi davvero la nazione unita, come si sia realizzata, e quale sia la differenza tra la prima Italia monarchica e la seconda repubblicana.

1861-1871, l’eccidio del Sud: migliaia di morti al sud che rifiutarono l’invasione del Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II di Savoia per “piemontesizzare” l’Italia.
La nazione unita ha cancellato dalla storia quei morti e continua a cancellarne la memoria negandogli un minimo ricordo. Al contrario, le istituzioni festeggiano l’unità d’Italia celebrando i 150 anni dall’incoronazione di Vittorio Emanuele II re d’Italia, quindi celebrando di fatto la monarchia sabauda e non la vera unità che venne più tardi, e rendendo onore all’aguzzino dei popoli del meridione alla cui tomba rende onore il Presidente della Repubblica Napolitano dopo aver puntato il dito contro quel sud che non dimentica. Un Presidente che sovrappone consapevolmente la celebrazione della monarchia con la festa della Repubblica.
Ecco perchè l’occasione delle celebrazioni dell’unità è stata sprecata, con una verità sotterrata che invece, se affermata, avrebbe rafforzato lo spirito unitario. E invece il tenerla nascosta significa continuare a imbavagliare e strozzare il grido del meridione cosciente; e questo ne alimenta la rabbia e il risentimento. Possibile che non lo si capisca?

La redenzione di un neo-meridionalista juventino

Storia a lieto fine di un conflitto interiore

12 Febbraio a Gaeta per il Convegno Nazionale della “Fedelissima” a 150 anni dalla resa di Francesco II e di ciò che restava delle sue truppe alla fine dell’assedio della fortezza del 1861. Al mio tavolo per il pranzo sono con Eddy Napoli, Pino Aprile e altri sei amici, tra cui un professore di una scuola di Sciacca (PA) che ci racconta di aver scoperto la verità storica da qualche mese e di non aver resistito al richiamo dell’appuntamento di Gaeta.
Tra una cosa e l’altra finiamo a parlare anche di calcio e gli chiedo per quale squadra tifi. Ecco la risposta che crea il conflitto identitario: Juventus! Mi dice che lo è da quando era bambino. Un fresco meridionalista, pieno di sete di scoperta e verità sulle ignominie dei Savoia e ormai convinto di un’unità fittizia e non reale, che resta fedele al tifo bianconero?! All’improvviso mi prende in contropiede e mi dice: «ma anche per colpa tua sono in fase di redenzione».
Ci salutiamo il giorno dopo, ognuno alle proprie città di provenienza, e il mio saluto è un invito a completare la sua redenzione.
Il 17 Marzo, proprio il giorno della festa del 150°, ricevo una sua e-mail che ha per oggetto “REDENZIONE!!!!” La leggo e prendo atto che la strada è compiuta. Non è più juventino, ora è (finalmente) un tifoso del Palermo!
E lo annuncia così:

«…Al di là dell’aspetto scherzoso della cosa e dando per scontato che cultura storica e politica sono cosa ben diversa dalle passioni sportive, spiego le ragioni di questa decisione.
Certo, tifare per una squadra o per un’altra, quando si ama lo sport (nello specifico il calcio) e magari lo si pratica anche (o lo si è praticato, a qualsiasi livello), non cambia la vita.  Tifare è però cosa bella (e quindi utile) perché c’è gusto a disquisire con avversari e compagni di tifo sulle virtù o sulla forza della tua squadra, sui difetti delle altre, a litigare bonariamente e scherzosamente, a prendersi in giro reciprocamente, a esultare, a emozionarsi davanti un gesto atletico di pregio e spettacolare. Come non ricordare con emozione le più spettacolari parate del tuo portiere preferito o quel goal in acrobazia che ha chiuso la partita ed è entrato negli annali del calcio?
Detto questo, che vale, mutatis mutandis, per ogni altro sport è chiaro che tifare per l’una o l’altra squadra non cambia molto la vita (sportiva e non). La squadra che si sceglie di seguire con passione dipende un po’ dalle circostanze casuali della vita (magari la squadra per cui tifava papà o mamma o gli amici dell’infanzia, per fare un esempio) o dalla presenza, nel momento in cui ci si comincia a interessare di calcio, di questo o quel campione che poi potresti ritrovarti già dalla stagione successiva a militare nella squadra “nemica”.
Perciò non possiamo attribuire una importanza eccessiva (o meglio, significativa) al tifo nella scala di valori della nostra vita anche se apparentemente così non è data l’apparente (perché giocosa, scherzosa) animosità con cui poi ci capita di accapigliarci con l’avversario di tifo.
Detto questo, però, dobbiamo riflettere sull’aspetto economico della questione.  Il calcio genera businnes. Biglietti, diritti TV e merchandising generano per le società di serie A un volume d’affari ingente attraverso cui possono permettersi, tra l’altro, i favolosi ingaggi dei campioni più bravi.  Intorno alle società e grazie alle società calcistiche si sviluppa, poi, una certa attività formativa che offre ai ragazzi della città (e non solo) la possibilità di imparare e di diventare, se dotati, i campioni di domani. Ebbene, se analizziamo la questione da questa nuova prospettiva, dobbiamo interrogarci sul perché danneggiare le società meridionali acquistando prodotti, partite in TV e dichiarandoci tifosi (il che conta nelle indagini di mercato) di squadre non del territorio, inserite in contesti economici sviluppatisi storicamente a danno del meridione, in contesti geografici in cui fermenti razzisti (se non apertamente secessionisti) si sono radicati in danno ancora, del meridione d’Italia. Non abbiamo noi forse le nostre squadre meridionali in seria A, ad iniziare dal Palermo, con i suoi bilanci, i suoi diritti televisivi, il suo merchandising e le sue scuole calcio certamente più vicine di quelle del nord ai ragazzi siciliani?
Perché contribuire a far arricchire le squadre milanesi o torinesi mentre Palermo o Napoli possono essere valide alternative per noi meridionali e un modo per riscoprire che Sud è bello, nonostante ci abbiano educato ad una presunta minorità, tanto per volere ancora una volta citare l’arcinoto recente saggio di P. Aprile “Terroni”?
Riflettiamoci, gente. Forza Palermo!!!!!»

Gira e rigira, il suo incipit è contraddetto perchè leggendo la valida motivazione della redenzione c’è, ed è forte, il nesso tra cultura storica e passioni sportive. E comunque, il meridionalista-revisionista ha dovuto fare i conti non con le pay-tv ma con se stesso. Al sud, se si cresce juventini, milanisti o interisti è perchè sono le squadre più vincenti ed è lo stesso motivo per cui i meridionali devono andare al nord a lavorare perchè li c’è più lavoro.
Al nord sono finiti 98 scudetti e al sud solo 8, Roma compresa. Ma se ad inizio 900 il divario nord-sud non fosse stato già realtà (anche nel calcio), oggi i bambini crescerebbero col mito delle squadre blasonate del settentrione?
Un solo appunto al mio amico di Sciacca: Palermo e Napoli non sono “valide alternative” per un meridionale ma ben altro.

Angelo Forgione

PINO APRILE, EDDY NAPOLI, LINO PATRUNO – Conversazione meridionalista a Gaeta 2011

PINO APRILE, EDDY NAPOLI E LINO PATRUNO
Conversazione meridionalista a Gaeta

La retorica risorgimentale diffusa negli impianti sportivi e dai palcoscenici dei festival canori nazionali, e il fango gettato su quel sud che con l’invasione senza dichiarazione di guerra da parte dei piemontesi ha visto la fine di un progresso avviato, stride con le divisioni politico-sociali del paese iniziate proprio in quel determinato periodo storico.
Il meridionalismo preferisce parlare di fatti concreti, fotografare le condizioni di un paese spaccato e mai unito, parlare delle vittime di quell’invasione che non vengono mai ricordate in nessun ambito e a nessun livello.
Il 12 Febbraio scorso, nell’ambito del XX Convegno Nazionale della “Fedelissima” città di Gaeta, Lino Patruno, Pino Aprile e Eddy Napoli (accompagnati da Ruggero Guarini) hanno tenuto nella sala convegni dell’Hotel Serapo una significativa conferenza pregna di una visione del paese che stride fortemente con quanto proposto dalle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia.
Sono questi i dibattiti che devono far riflettere e che preferiamo ascoltare, non certo gli show prezzolati di personaggi dalle indiscutibili qualità artistiche ma la cui conoscenza dei fatti storici e dei suoi protagonisti è davvero scolastica.

PRIMA PARTE

SECONDA PARTE

TERZA PARTE