I primi sette minuti de ‘Il Re di Napoli’

Tratto da La Radiazza di Gianni Simioli (Radio Marte), la prima discussione sui contenuti del neonato il Re di Napoli.

Il parto de ‘Il Re di Napoli’

Giovedì 31, ore 10:30, dagli studi di Radio Marte, ospite di Gianni Simioli a La Radiazza per la nascita de il Re di Napoli.
Anche dgtv (canale 655) in Campania e streaming (www.radiomarte.it/ascolta/index.php)

 

‘Margherita’, ormai sei bruciata!

fiordimargherita_8Angelo Forgione – Anche il TG2, in questi giorni di tamtam mediatico sulla pizza, ha fatto luce sul vero parto della ‘margherita’. Lo scorso anno era stato il pizzaiuolo Enrico Lombardi a raccontarla al TG1.
La storiella di Raffaele Esposito, romanzata per puro marketing quando la pizza e i pizzaiuoli di Napoli erano considerati “sudiciume complicato” (così scrisse Collodi nel 1886), non ha più ragione di essere. I pizzaiuoli napoletani sono oggi portatori di un’arte che è patrimonio immateriale dell’umanità, e non devono mendicare più nulla alla storia contraffatta per darsi delle arie. Ora è l’Italia che se le dà con la pizza.
Il muro della credenza popolare può dirsi ormai sfondato. A questo servono i ricercatori storici.


Il 31 gennaio, in libreria, nuovi approfondimenti sul nuovo libro di Angelo Forgione

Il dibattito giusto ma incompleto sul “colpo di stato napoletano” del 1799

repubblica_napoletanaAngelo Forgione Piccolo estratto del dibattito televisivo (Passato e Presente – Rai) sulla Repubblica Napoletana e sulla particolarità di una sommossa contro il riformismo borbonico e il popolo, condotta da una élite di altoborghesi.
Non una rivoluzione contro una tirannia, per nulla accostabile a quella francese, come ha voluto far intendere la retorica risorgimentale, ma un vero e proprio colpo di stato oligarchico compiuto da una élite napoletana protetta da un esercito straniero che segnò la fine del percorso di mutazione degenerativa della massoneria partenopea, fomentata da particolari sollecitazioni esterne.
Paolo Mieli e Lucio Villari centrano il tema ma non danno risposte sul perché quell’anomalo movimento sovversivo prese corpo a Napoli, dove prima Carlo di Borbone e poi Ferdinando e Maria Carolina, diversamente da Luigi e Maria Antonietta a Parigi, portavano avanti l’ammodernamento del loro Regno.


Le risposte vanno ricercate nell’operato oscuro di personaggi che la storiografia ufficiale non nomina. Il teologo Friederich Münter innanzitutto, e poi l’abate Antonio Jeròcades, sobillatori degli intellettuali e dei massoni di Napoli.
La storia e le risposte che nessuno fornisce le trovate su Napoli Capitale Morale, ma un piccolo anticipo lo potete avere cliccando sul link di seguito:

L’illuminato di Baviera che fece scoppiare il 1799 di Napoli

 

Alessandro Gassman: «Napoli faro di cultura per il Paese. Mi dà energia.»

Angelo Forgione È cosa normale che, in occasione di cerimonie di conferimento di cittadinanze onorarie, si spendano belle parole per il luogo che ti tributa un simile onore. Quando però ascolti Alessandro Gassman, nuovo cittadino onorario di Napoli, dire che i napoletani gli danno energia e che quando rientra nella sua Roma, i suoi concittadini gli sembrano «tristi, lenti, spenti», capisci che sta andando oltre le parole di circostanza, perché un conto è omaggiare chi ti omaggia e un altro è farlo a detrimento di chi ti ha dato i natali.

Il Corsiero Napolitano, la Ferrari dei cavalli

Angelo Forgione Il cavallo è il simbolo di Napoli ma anche rappresentante di eccellenza del suo territorio. Nel mondo in cui ci si avvaleva degli equini per spostarsi e guerreggiare, Napoli era celeberrima per la sua peculiare razza, tra le migliori del pianeta. Principi, re e regine di tutto il mondo facevano a gara per possederne uno.
Il Cavallo Napolitano ha origini antichissime. Gli Etruschi scelsero l’area capuana per impiantare i loro allevamenti equini, in un ambiente climatico favorevole, a ridosso degli insediamenti greci della costa flegrea, dove successivamente i Romani ereditarono la razza e la incrociarono con cavalli berberi importati dal Nord Africa, generando i migliori esemplari per la corte imperiale.
In seguito, Federico II portò a Napoli dei cavalli orientali, veloci e leggeri, che si fusero con quelli locali. La selezione della razza si consolidò nel XIII secolo, quando Carlo D’Angiò, considerata l’elevata qualità raggiunta dai cavalli locali, non ritenne opportuno migliorarli con l’introduzione di sangue di altre razze.

Una esemplare bellissimo, longilineo, snello ma anche poderoso e robusto di zampe, il Napolitano era il cavallo più apprezzato al mondo, insieme a quello iberico, berbero e turco. Una razza pregiata e ambita dalle corti medievali di tutt’Europa.
Nel XV secolo, l’esperto Ercolani scrisse che i cavalli napolitani godevano la più alta fama come cavalli da guerra. Se oggi vi sono le fuoriserie a motore, allora vi erano i corsieri di Napoli a rappresentare il top. Salire in sella a uno stallone napoletano era come mettersi alla guida di una #Ferrari, che oggi, per ironia della sorte, è incarnata da un cavallino rampante, esattamente come Napoli sin dal XIII secolo. E infatti, in una scena del film americano King Arthur del 2017 (video), la citazione è chiara è assolutamente pertinente: «O corri veloce come uno stallone napoletano o è meglio lasciar stare». Anche i famosi cavalieri della tavola rotonda sapevano che per avere una marcia in più dovevano salire in sella a un Cavallo Napolitano.


A Napoli, nel XVI secolo, si sviluppò anche un’importantissima scuola, l’Arte Equestre Napoletana, che ebbe in Federico Grisone il primo cavallerizzo al mondo a pubblicare un trattato sul tema. Le grandi scuole odierne, Vienna (Austria), Saumur (Francia) e Jerez (Spagna), hanno tutte origine da quella napoletana, la cui eccellenza nacque certamente dalla straordinaria abilità dei cavallerizzi partenopei ma anche dal bellissimo Cavallo Napoletano, pure capace, con la sua incredibile obbedienza, di danzare a ritmo di musica, talvolta persino spontaneamente.


Nel trattato “Pietra paragone” di inizio ‘700, curato da Giuseppe d’Alessandro, il Cavallo Napolitano fu considerato come miglioratore di altre razze.
Dopo il 1860, con la violenta annessione delle province borboniche da parte della monarchia sabauda, l’allevamento del Cavallo Napolitano subì le scelte di politica economico-territoriale del Regno d’Italia e fu destinato a una decadenza che ebbe il suo apice con l’avvento delle automobili, che i cavalli li misero nel motore a scoppio nei primi anni del ‘900. La pregiata razza equina napoletana, però, è oggi in fase di specifico recupero ippotecnico.

Francesco De Gregori: «Napoli dovrebbe essere la capitale d’Italia»

Angelo Forgione Che Napoli fosse l’unica città d’Italia degna di rappresentare veramente la sua capitale lo disse il francese Charles de Brosses nel 1740.

Che fosse la più grande capitale italiana, con monumenti splendidi degni delle prime capitali d’Europa, lo disse il milanese Giuseppe Ferrari nel 1860.

Che le si dovesse preferire la piccola Firenze nel ruolo di capitale d’Italia, perché dall’importante città vesuviana non si sarebbe potuto più uscire e si sarebbe dovuto rinunciare definitivamente a Roma, lo disse il piemontese Vittorio Emanuele II nel 1864.

E però un napoletano, Ruggero Bonghi, nel 1881, nel nascente “triangolo industriale” della nascente industria d’Italia, disse che Milano era la capitale morale, per decretarne la superiorità industriale sulla rivale Torino. E allora la capitale culturale iniziò a vivere all’ombra del duplice mito, quello della capitale morale dell’economia, appunto, e quello della capitale reale.

Ma Napoli capitale morale della Cultura ha resistito all’impoverimento d’Italia, strappata alle sue nobili radici, e persino alla soffocante ignoranza di chi, napoletani compresi, non sa. E pochi non sono.

“È l’unica capitale che abbiamo, un punto fondamentale per la cultura diffusa che scarseggia in Italia”, ha detto Cristina Comencini.
“La vera regina delle città, la più signorile, la più nobile. La sola vera metropoli italiana”, ha detto Elsa Morante.
E si potrebbe continuare a lungo, fino a Francesco De Gregori.