Addio a Lina Wertmüller, una romana assai napoletana

Angelo Forgione “Napoli è la dea della bellezza. La voglia di cantare dei napoletani deriva dalla loro natura di artisti. Perché disprezzare i mandolini che venivano suonati anche da Cimarosa e Vivaldi? Il Conservatorio S. Pietro a Maiella contiene un enorme patrimonio musicale, è un forziere inesauribile dove l’incuria e l’ignoranza hanno fatto marcire cose inestimabili. Qualsiasi paese al mondo avrebbe attinto a questo patrimonio per creare una stagione speciale d’arte. Napoli dovrebbe diventare, almeno per quattro o cinque mesi all’anno, Turistlandia, un posto cioè dove tutti potrebbero arrivare guidati dalla grande vela della musica, dell’arte e della bellezza.”

Così si espress, negli anni Novanta, la romana Lina Wertmüller. Una decina d’anni dopo, nel 2008, in piena crisi dei rifiuti a Napoli, si scagliò contro le tv che “amplificavano” quel disastro. Non riteneva giusto oscurare, nonostante i problemi, quanto di meraviglioso s’era prodotto e si produceva a Napoli, città che definì “una perla antica”.

Si chiude il suo sipario. Si chiudono i suoi occhi dietro a quegli iconici occhiali bianchi, espressione di un’anticonformismo e di una diversità che riscontrava nel popolo napoletano, lei che si vantava di essere stata espulsa da ben undici scuole in gioventù. Ed era proprio la Napoli diversa e anticonformista, anche impertinente, che le piaceva raccontare, senza alcun timore della critica per certi azzardi. Non ne risparmiava neanche quando poteva accennare alla storia della Città, del Sud, dell’Italia. Ardimentosa nel 1981, dico 1981, a raccontare la verità nel suo docufilm È una domenica sera di novembre, realizzato per la Rai in occasione del terremoto irpino dell’anno precedente. E quando, sul finire degli anni Novanta, girò Ferdinando e Carolina si rese conto di persona della spoliazione di Napoli, di come porcellane, specchi e mobili settecenteschi delle regge borboniche fossero stati trasferiti nelle residenze sabaude, sostituiti da un brutto riarredo tardo-ottocentesco. Lo denunciò qualche anno più tardi alla trasmissione Passepartout (Rai) di Philippe Daverio:
«Per somma beffa, dovendo ricostruire le ambientazioni napoletane originali del Settecento, ritrovammo gli arredi a Torino, nelle regge dei Savoia».

Inizia una nuova avventura

Squadra pronta. Da stasera diamo il via a “TERZO TEMPO”, una nuova avventura televisiva. Ore 22 su Tele A.

Streaming: www.teleatv.it
Copertura dgtv: Campania, Lazio, Puglia, Molise, Abruzzo, Marche, Umbria, Basilicata e Calabria.

Giovedì 25 evento all’esterno dello stadio per ricordare Maradona

“D10S”, la statua del popolo donata dal maestro Domenico Sepe ai napoletani, sarà inaugurata giovedì 25 alle ore 13,30 all’esterno dello stadio “Maradona”.
Un dono alla città di Napoli e al suo campione più amato nel giorno dell’anniversario della sua scomparsa. Nel piazzale antistante i varchi d’ingresso del settore Distinti dello stadio a lui intitolato verrà posizionata la statua che ritrae il fuoriclasse argentino. L’opera resterà visibile fino alle ore 22 dello stesso giorno, in attesa della sua definitiva collocazione nel medesimo posto, che sarà effettuata nelle prossime settimane. Oltre all’inaugurazione della statua, il Comune, rappresentato dall’assessore allo sport Emanuela Ferrante, dall’assessore alla Mobilità Edoardo Cosenza e dall’assessore alla Legalità Antonio De Iesu, omaggerà la memoria della leggenda azzurra con una composizione floreale raffigurante il mitico numero dieci. All’evento commemorativo saranno presenti, oltre ai rappresentanti delle istituzioni cittadine, alcuni ex compagni di squadra di Maradona e Diego Armando Maradona junior.

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“Vedi Napoli e poi muori”, quale la vera origine del detto?

Angelo Forgione “Vedi Napoli e poi muori!” è un aforisma assai diffuso nell’ambito della letteratura internazionale per descrivere il fascino della città del Vesuvio, così unica da doverla visitare almeno una volta prima di morire. E però proprio nessuno conosce l’origine del celebre detto. Erroneamente, un certa convinzione diffusa vuole che a inventarlo sia stato Johann Wolfgang Goethe, nel secondo Settecento, ma il letterato tedesco, folgorato dalla bellezza di Napoli ben più di qualsiasi altra città italiana visitata, raccolse quanto già dicevano i napoletani e lo riportò nei suoi appunti di viaggio, nella cronaca del 2 marzo 1787:

[…] Della posizione della città e delle sue meraviglie tanto spesso descritte e decantate, non farò motto. “Vedi Napoli e poi muori!” dicono qui. […]

“Siehe Neapel und stirb!”, in lingua madre, e dalla pubblicazione del suo diario nel Viaggio in Italia, datata 1816, quel detto divenne sempre più famoso. Chi ne sia stato il padre nessuno lo saprà mai, ma nel corso delle ricerche e delle letture per la scrittura del manoscritto di Napoli svelata mi sono imbattuto in qualcosa che può giustificare un’ipotesi plausibile.
Ne Il vetusto calendario napoletano nuovamente scoverto, pubblicato nel 1744, si legge:

[…] in Napoli vi è una strada, la quale avea nome, la Regione degli Alessandrini: […] per quest’antica strada degli Alessandrini scendon coloro, che debbono andare ad essere giustiziati su d’un patibolo; dal volgo coll’idiotismo Napoletano è chiamata questa strada, lo vico de li mpisi: […]
Perché d’intorno la Città di Alessandria in Egitto scorre il celebre fiume Nilo, perciò in questa strada dagli antichi Napoletani fu eretta una statua rappresentante il medesimo fiume: […]

“Dunque, la strada degli Alessandrini, conosciuta dal popolo come vico de li mpisi, corrisponde all’attuale via Nilo, lo stretto cardo del Centro Storico Unesco che dal Decumano maggiore scende verso il largo Corpo di Napoli, là dove troneggia la statua del Nilo. Lo conferma il tredicesimo volume della rivista Napoli Nobilissima, anno 1904, con un articolo scritto illo tempore da Alfonso Miola per affrontare la questione della confusione sui nomi delle vie della città, oggetto di cambio di odonimi negli anni precedenti. Vi si legge che nel 1850, tra i vari mutamenti, c’era stato anche quello del vico Bisi, già trasformazione dal vernacolare mpisi, cioè impiccati, diventato Via Nilo.

La strada degli Alessandrini, anticamente, era pertanto divenuta più nota come vico de li mpisi, ossia degli impiccati, perché da lì transitavano a gruppi i condannati al patibolo, e lo facevano obbligatoriamente, percorrendo un itinerario cittadino dettato dalle autorità del tribunale del Regno di Napoli. Non lontano era ubicato il Castel Capuano, che nel Cinquecento era stato convertito in sede della Gran Corte della Vicaria (palazzo di Giustizia) dal viceré don Pedro de Toledo. Lì operava il Sacro Regio Consiglio, che esaminava le principali cause civili e, in ultimo appello, le sentenze civili e criminali dell’intero Regno, mentre i sotterranei erano adibiti a prigioni. E infatti nella pubblicazione Il Decumano Maggiore da Castelcapuano a San Pietro a Maiella – cronache dei secoli passati si legge:

[…] Anche perduto infine, in tempi più felici, è l’altro passaggio (da non rimpiangere affatto) di condannati a morte che, da quando il Castello di Capuana era divenuto sede di tribunale penale e di carcere fino a quando le esecuzioni furono anche pubbliche, uscivano per essere portati, ad esempio terrificante, fino ai vari luoghi del supplizio: perciò l’attuale via Nilo, successivo tratto del percorso, si guadagnò il non invidiabile toponimo popolare di vico “degli Mpisi”, ossia degli impiccati, e così fu detto dal Sei all’Ottocento, salvo che, forse per mascherare il significato macabro del nome, fu anche chiamato dei Bisi. […]

E ancora…

[…] Circa i veri e propri crimini, la giustizia non riusciva a colpire tutti i delinquenti, ma quando ci riusciva, era severissima. Era continua la corrispondenza, così frequente da sembrare immediata, tra i reati commessi e la loro punizione, la quale, secondo la universale convinzione, doveva essere pubblica e in certi casi spettacolare. Con ripetizione quasi quotidiana e spesso con partecipazione molteplice, nella piazza davanti al Castello [Capuano] cominciava il macabro rito delle esecuzioni, col banditore o “trombetta della Vicaria”, che annunciava le sentenze. Poi il corteo avanzava per il decumano finché non svoltava per il già ricordato vico degli Mpisi. […]
[…] i criminali vengono giudicati in Castel Capuano e sono chiusi nelle sue carceri, essi passeranno per la strada di Capuana, fino alla svolta del vico degli Mpisi, per andare a pagare i loro misfatti in piazza Mercato, nel Largo del Castello o al Ponte Licciardo. E i tristi cortei, cominciati nella prima metà del Cinquecento, continuano, sebbene forse meno frequenti ancora nella seconda metà del Settecento, quando Napoli ha raggiunto in tutta l’Europa il colmo del suo prestigio culturale. […]

Pertanto, non vi è alcun dubbio che, tra il Cinquecento e il primo Ottocento, alcuni tra i delinquenti più feroci del Regno erano detenuti nei sotterranei di Castel Capuano, e che, una volta condannati in gruppo, erano obbligati a camminare in processione lungo un percorso prestabilito per raggiungere i luoghi delle esecuzioni. Dovevano perciò attraversare la città e la sua folla, alla pubblica gogna, percorrendo l’attuale Decumano maggiore, alias via dei Tribunali, per poi svoltare a sinistra immettendosi in via Nilo, il vico degli impiccati, e dirigersi in piazza Mercato, in largo Castello e al ponte della Maddalena. In sintesi, una volta usciti dalle buie segrete di Castel Capuano, vedevano per l’ultima volta la luce del sole, la folla, le strade e i palazzi della città, prima di essere giustiziati. Vedevano Napoli e poi morivano.
E quale Napoli vedevano? Quella che certamente al tempo di Goethe, il secondo Settecento, e ancora nel primo Ottocento, era considerata la più bella città d’Europa, come testimonia uno scritto dello storico austriaco Benedikt Pillwein in una sua opera del 1839:

Secondo i rapporti dei viaggiatori che hanno visto le città e le abitudini di molti popoli, Napoli è la prima tra le più belle città d’Europa, Costantinopoli la seconda, Salisburgo la terza.

La testimonianza non è solo nei documenti scritti ma anche nel dipinto seicentesco di Ascanio Luciani ritraente l’esterno del Tribunale della Vicaria. Nella scena compare anche un gruppo di sette condannati incatenati al collo, vigilati da alcune guardie.

Come si evince dalle testimonianze riportate, il rituale dei cortei dei condannati tra la folla era ancora in uso nella seconda metà del Settecento, il periodo in cui Goethe visitò Napoli e apprese dell’esistenza del detto “Vedi Napoli e poi muori”. È verosimile che il tedesco possa averlo riportato nei suoi appunti per descrivere la folgorazione avuta dalla città, facendo l’esperienza personale e comprendendo il padre, che vi era stato prima di lui e ne era rimasto altrettanto estasiato.
Il più grande letterato tedesco di tutti i tempi si convinse che bisognasse assolutamente vedere Napoli almeno una volta nella vita, e quel detto, ascoltato dalla bocca di qualche napoletano, gli sembrò perfetto per comunicare il suo pensiero. Forse vi era un retroscena un po’ macabro all’origine, ma questa è solo una mia ipotesi sia pur fondata su una consuetudine della città antica, quella di vedere la bellissima Napoli prima di morire… al patibolo.

Per approfondimenti: Napoli svelata (A. Forgione)

La chiamarono Calciopoli

Angelo Forgione Significativa, quantunque silenziosa e silenziata, è giunta la sentenza della Cassazione sulla causa intentata anni fa alla RAI dal compianto Oliviero Beha. La tivù di Stato dovrà dovrà riconoscere alla famiglia del giornalista 180.000 euro per il demansionato nel suo ruolo di vicedirettore di RaiSport tra il 2008 e il 2010, anni di fuoco del processo a Calciopoli. Una sentenza che ha rinvigorito l’autodifesa di Luciano Moggi, uomo simbolo di quella squallida vicenda, che è tornato a dichiararsi innocente.
Ne abbiamo parlato con lui a Punto Nuovo Sport Show (Radio Punto Nuovo), condotto da Marco Giordano e Umberto Chiariello. L’ex DG bianconero non è stato tenero con l’attuale gestione della Juventus, e si è detto vittima di una cospirazione dell’intero mondo del calcio italiano. Forse fu più vittima delle vicende interne alle Juventus. A tal proposito, sul suo rapporto con John Elkann ha preferito glissare e non rispondere.
Un po’ di chiarezza su quello che fu il solito scontro di poteri tra le grandi del Nord, e pure tra gli eredi di Gianni e Umberto Agnelli. Un pentolone solo parzialmente scoperchiato.

È napoletana la prima ricetta della cotoletta (fritta)

Angelo Forgione — Milano e Vienna, città legate dalla storia, condividono il tipico piatto della fetta di vitello impanata e fritta. Wiener Schnitzel e Cotoletta alla milanese, due piatti simili per certi aspetti eppure assai diversi per particolarità di preparazione, a partire dalla presenza dell’osso (milanese) o meno (viennese), ma certamente imparentati, dacché all’inizio del Settecento la città lombarda cadde sotto il dominio austriaco e, passando per il periodo francese-napoleonico, vi rimase fino al 1859. In quel periodo vi furono certamente fitti scambi culturali tra dominati e dominanti.

Sebbene Vienna e Milano abbiamo affermato la cotoletta secondo i loro dettami, la paternità della pietanza non è di nessuna delle due. Di fatto, l’esordio della ricetta della cotoletta di vitello impanata e fritta avviene a Napoli con Vincenzo Corrado, che la descrive nel 1773 nel suo Il Cuoco Galante. A pagina 14, la ricetta delle Coste di Vitello imboracciate indica di tirare la carne al burro per portarla a mezza cottura, e poi, una volta raffreddata, bagnarla nelle uova sbattute, impanarla con pan grattato e formaggio parmigiano (grattugiato), e infine friggerla nello strutto.

Nel 1814, il Dizionario milanese-italiano curato da Francesco Cherubini riporta la parola “coteletta“, così tradotta: “Braciuola. Spezie di vivanda nota. Dal francese cotelette”. Erano infatti i cuochi francesi a fare particolari braciole insaporendo le costolette (con l’osso) di vario tipo, cuocendole e ricoprendole di una panatura complicata, per poi cuocere in forno. È dunque chiaro che ancora alla vigilia della Restaurazione, quindi del crollo di Napoleone e del ritorno degli austriaci a Milano, la coteletta/cotoletta non fosse per i meneghini qualcosa di fritto.

La comparsa della ricetta della “cotoletta alla milanese” è infatti datata 1855: nel ricettario Gastronomia Moderna di Giuseppe Sorbiatti si legge di “Costoline di vitello fritte alla Milanese”, immerse nell’uovo battuto, “imborraggiate” di pane e soffrite. Sono già trascorsi più di ottant’anni dalla comparsa a Napoli delle “Coste di Vitello imboracciate”.

Ed è del 1831 la comparsa della ricetta della Wiener Schnitzel von Kalbfleisch (Cotoletta viennese di Vitello) nel ricettario tedesco Allerneuestem allgemeinen Kochbuch di Maria Anna Neudeckers.

Secondo i ricettari, dunque, Vienna prima di Milano, e Napoli prima di Vienna. Va da sé che la prima cotoletta impanata e fritta sia napoletana. Verosimilmente, i cucinieri napoletani, a contatto con i monzù francesi alla corte dei Borbone, la frissero nello strutto invece di cuocerla in forno. Vienna e Milano, finalizzandola e sublimandola alla propria maniera, ne hanno fatto evidentemente specialità locali.

L’anello di Carlo di Borbone

Angelo Forgione Era il 7 ottobre del 1759, Domenica, ed enorme fu la commozione dei cittadini napoletani, accorsi a salutare il re che aveva saputo dare a Napoli molto di più che un governo. Carlo di Borbone, alle 13 in punto, salpava dal porto di Napoli per navigare verso Barcellona, da dove avrebbe raggiunto Madrid per diventare Carlo III di Spagna. Amava così tanto Napoli che se fosse dipeso dalla sua volontà non l’avrebbe mai salutata. Ai napoletani lasciò una politica sociale ed economica in grande crescita, palazzi e teatri unici, delle inestimabili opere d’arte, a partire dalla parte emiliana della Collezione Farnese, e una nuova linfa, quella archeologica, che avrebbe permesso alla città di poter vivere per secoli di quelle scoperte che ancora oggi richiamano il mondo intero.
Prima di abbandonare Napoli volle visitare per l’ultima volta tutti i siti reali e le principali realizzazioni da lui promosse. Al Museo di Portici, dove erano raccolte le antichità rinvenute negli scavi archeologici, si sfilò un anello ritrovato personalmente a Pompei fatto con un cammeo rappresentante una maschera comica barbuta. Da qual momento lo aveva sempre portato al dito, ma in procinto di partire lo ripose tra i cammei e gli anelli del museo e disse: «Appartiene a Napoli. È patrimonio dello Stato».
In verità a Madrid portò con sè architetti, funzionari e vassalli napoletani fidati da affiancare agli spagnoli, e pare anche un po’ di sangue di san Gennaro, di cui era devotissimo.
Carlo non tornò mai più all’ombra del Vesuvio ma trascorse il resto della sua vita con la nostalgia della città che davvero amò di più.

Anello di Carlo di Borbone (MANN) / Dipinto di Antonio Joli (Prado)

I 100 anni di Sergio Bruni

Angelo Forgione Era l’estate del 2002, 19 anni fa, e sull’isola di Hvar conobbi un giovane ragazzo croato. Quando, stringendo conoscenza, gli dissi di venire da Napoli lui non disse “pizza”, non disse “spaghetti”, non disse “Vesuvio”, non disse “mandolino”, e neanche “Maradona”. Sgranò gli occhi e disse “Sergio Bruni”. Sgranai gli occhi anch’io.

Tra i maggiori protagonisti della scena musicale napoletana dal dopoguerra al secondo Novecento, insieme a Roberto Murolo e Renato Carosone, era detto “La voce di Napoli” quando si diceva che Napoli fosse il suo fraterno amico Eduardo. E allora il grande drammaturgo gli dedicò una significativa poesia.

A ggente sà che dice?
Ca tu sì ‘a Voc’ ‘e Napule.
E sà che dice pure?
Ca Napule songh’ io!
Si tu si ‘a voce ‘e Napule
e Napule songh’ io;
chesto che vven’ ‘a ddicere?
ca tu si ‘a vocia mia!

La foto con Maradona è del 1990, e testimonia dell’incontro a Villaricca tra D10S e ‘a voce ‘e Napule, voluto del calciatore, che amava particolarmente l’intramontabile Carmela.

Buon Compleanno, burbero Maestro.

La più feroce malattia della storia? Sconfitta con la vaccinazone alla napoletana

Angelo Forgione Il discusso Green Pass, senza girarci troppo intorno, è il nuovo motore per convincere al trattamento vaccinico gli incerti che non vogliano essere colpiti da forti limitazioni, cioè il modo per introdurre surrettiziamente un obbligo vaccinale virtuale.
È sempre accaduto, nella storia delle vaccinazioni, che si utilizzassero metodi alternativi per spingere le persone a sottoporvisi, partendo dall’Ottocento, in epoca di prime inoculazioni della storia, quelle contro il terribile vaiolo, quando le paure erano ben più diffuse di quanto non lo siano oggi. A quel tempo, il nemico da combattere era la malattia infettiva più feroce di sempre, decisamente più contagiosa e letale del Covid. Prima della scoperta assoluta del metodo di immunizzazione si contavano ogni anno 400.000 morti da virus “variola”, soprattutto fanciulli. Ne moriva uno su tre di quelli contagiati, e solo negli stati italiani ne risultavano colpiti sei giovani su dieci. Chi si salvava, restava comunque sfigurato, e spesso cieco.L’epocale scoperta fu fatta in una campagna inglese, inoculando in un bambino di otto anni del pus estratto dalle pustole sviluppate da una mungitrice di vacca che aveva contratto il vaiolo bovino, più blando di quello umano. Il ragazzino non sviluppò il vaiolo in forma grave, quella umana, ma contrasse l’assai meno pericoloso “variola vaccinae”. Da qui il nome che arriva fino a noi, un aggettivo divenuto sostantivo, con cui si procedette alle prime inoculazioni anche nei territori italiani.

Partendo da un’epidemia scoppiata nel 1801 a Palermo e contrastata da alcuni medici inglesi, il primo programma di vaccinazione di massa della Penisola italiana fu avviato nel più grande e popoloso stato preunitario, il Regno di Napoli e Sicilia, dove il re, Ferdinando di Borbone, per inoculare bambini, orfanelli e trovatelli, istituì nel 1802 una “Direzione vaccinica” nel Real Albergo dei Poveri di Napoli, con succursali nelle altre province del Sud. E però, in un periodo di arretratezza culturale della popolazione, la paura per quel nuovo metodo che immetteva nel braccio un virus di origine bovina non era inferiore a quella per il vaiolo. Il metodo, per la commistione tra animale e uomo, veniva considerato un insulto alla natura dagli ambienti più conservatori, che diffondevano enormi timori con la previsione di apocalittiche conseguenze per le persone appena inoculate con il vaiolo bovino, dai cui corpi sarebbero dovute spuntare intere teste di mucca o anche solo corna, code e zoccoli. Nulla di tutto questo si verificò, ovviamente, ma per le paure di eventuali conseguenze mortali, per l’avversione di certi ambienti religiosi per i quali infettare volontariamente le persone sane significava andare contro la volontà di Dio e anche per la divisione dei medici sull’opportunità dell’inoculazione, nei primi due decenni dell’Ottocento non si fece vaccinare che il quindici percento della popolazione napoletana.E allora, nonostante le problematiche che l’inoculazione poteva comportare, Ferdinando di Borbone decise di imprimere una svolta, stabilendo cioè nel 1821, per la prima volta nei territori italiani, che la vaccinazione fosse obbligatoria, almeno per i bambini, i più esposti al rischio. La legge prevedeva la misura di interdizione dalla pubblica amministrazione dei cittadini disertori, che così non avrebbero potuto richiede alcunché ai ministeri e avrebbero perso il posto in graduatoria se avevano già chiesto sussidi. Sempre per legge, toccava ai parroci, fin lì restii a diffondere la pratica vaccinica, di imbonire e convincere i fedeli, dovendo “incolpare” i genitori più riluttanti a sottoporre i loro figli alla vaccinazione. C’era poi l’incentivo economico di una sorta di lotteria di Capodanno per ogni distretto, affidata agli stessi parroci, che alla fine di ogni anno dovevano provvedere ad estrarre a sorte un nome ogni cento vaccinati, vincitore di un premio in denaro.Il decreto numero 141 del 6 novembre 1821 riguardante la “inoculazione del vajuolo vaccino” era chiarissimo:

“Abbiamo risoluto di decretare, e decretiamo quanto segue.Art. 1. Tutti coloro i quali han tenuto la riprensibile condotta di trascurare la vaccinazione onde preservare la propria prole, o gl’individui della famiglia ch’essi governano, non potranno godere di alcun tratto della nostra sovrana munificenza, sotto qualunque titolo. Le loro petizioni non avranno corso ne’ nostri reali ministeri, né saranno accolte in qualsivoglia amministrazione, se non sieno accompagnate dal documento, che il petizionario è stato vaccinato, e che convive in famiglia i di cui individui o sono stati vaccinati, o hanno sofferto il vajuolo naturale prima del presente decreto.
[…]
Art. 7. I parrochi e tutti coloro che preseggono alla istruzione morale del popolo, dovranno inculcare l’uso del vajuolo vaccinico, e far rilevare nelle istruzioni catechistiche ed omelie qual grave colpa commettasi da’ genitori che lasciano esposta la vita de’ figliuoli al pericolo del vajuolo umano.”

L’obbligo di vaccinazione produsse evidenti effetti. Un rapporto riguardo l’attività vaccinica nel 1822, riportato nel settimo volume della Biblioteca vaccinica del 1823, diede conto di 103.079 vaccinazioni nelle varie province del Regno, quasi il triplo rispetto alle circa 40.000 degli anni precedenti. L’andamento restò crescente nei decenni a seguire, diversamente dal vicino Stato Pontificio, dove l’obbligo, imposto nel 1822, fu ritirato nel 1824.
A quel tempo il metodo di vaccinazione internazionale era quello scoperto in Inghilterra, ovvero la vaccinazione umanizzata, consistente nell’inoculare più persone con la linfa vaccinica recuperata dalle pustole del braccio di un uomo affetto dal vaiolo più blando di origine bovina. Ma a Napoli, nel 1801, era stato inventato un metodo alternativo, la vaccinazione animale, per la quale l’inoculazione avveniva con la linfa vaccinica recuperata direttamente dalle pustole sulle mammelle bovine.
L’esistenza di due metodi, anche se uno conosciuto solo a Napoli, equivaleva a dire che esistevano due vaccini diversi, e quello napoletano era non solo più efficace ma anche più sicuro. Con la vaccinazione umanizzata all’inglese le proprietà immunizzanti della linfa vaccinica si affievolivano dopo numerosi passaggi da uomo a uomo, e la pratica provocava facilmente l’insorgenza di sifilide, epatite e tubercolosi. Con la vaccinazione animale alla napoletana, invece, la linfa vaccinica assicurava l’immunizzazione e, non essendo contaminata da germi umani, eliminava il problema della trasmissione di malattie veneree.

Il metodo napoletano della vaccinazione animale fu reso noto alla comunità scientifica internazionale solo nel 1864, durante un convegno in Francia, quando l’Italia venne indicata come la terra della sifilide da vaccino, più di altre nazioni, per via delle epidemie verificatesi al Nord, soprattutto in Piemonte. Lì, come in Lombardia e Liguria, la vaccinazione dei bambini contro il vaiolo era stata imposta per legge solo nel dicembre del 1859, trentotto anni dopo l’obbligo di inoculazione infantile emanato a Napoli. Con quella legge, i bambini non avrebbero potuto frequentare le scuole, misura estesa a tutto il nuovo Regno d’Italia nel 1861.

Dopo il convegno francese, il vaccino animale ideato a Napoli iniziò a trovare applicazione in Francia, in Inghilterra, Germania, Belgio, Russia e poi in altri paesi, soppiantando lentamente il vaccino umanizzato, messo in forte dubbio durante lo stesso convegno. La superiorità della vaccinazione animale rispetto a quella umanizzata, in termini di efficacia e di sicurezza, si fece sempre più evidente, ma il metodo fu adottato con lentezza nello stesso Regno d’Italia, se è vero che alla vigilia della legge del 1888, con cui la vaccinazione antivaiolo fu riorganizzata in modo più organico e resa obbligatoria per tutti i nuovi nati, la vaccinazione animale risultava ancora estesa soprattutto nell’Italia meridionale. Secondo notizie raccolte dalla Reale Società Italiana d’Igiene, ai primi posti per numero di comuni in cui si praticava l’innesto di linfa vaccinica ricavata dai bovini vi erano Calabria, Campania e Puglie, in proporzione pressoché doppia rispetto a Lombardia e Veneto e quadrupla rispetto ai fanalini di coda Piemonte e Sardegna.La vaccinazione umanizzata fu definitivamente abbandonata a inizio Novecento per procedere esclusivamente con la vaccinazione sicura ed efficace, quella animale made in Naples, con cui l’umanità si avviò alla trionfale vittoria contro il vaiolo. L’aggiunta di glicerina, introdotta negli anni Cinquanta per diminuire ulteriormente la carica batterica, unitamente ai progressi della microscopia e della metodologia di conservazione degli antidoti, contribuì sostanzialmente alla campagna avviata nel 1966 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’eradicazione definitiva della malattia, ufficialmente decretata nel 1980, a tre anni dall’ultimo caso diagnosticato in Somalia. Un anno più tardi, l’Italia revocò l’obbligo di vaccinazione contro il non più terrificante vaiolo, ormai sconfitto. Un risultato straordinario se si considera che si trattava, e si tratta tuttora, della più diffusa e devastante tra le malattie dell’uomo, capace di uccidere e far soffrire miliardi di persone, e attualmente l’unica debellata. Un risultato reso possibile dal prezioso contributo della medicina napoletana, modello di un’attenta politica di vaccinazione nell’Europa dell’Ottocento.Scommetto che non ne avevate mai sentito parlare, vero?

Quanto evidenziato è solo la sintesi di uno degli argomenti del mio prossimo libro.
Leggerete, se vorrete.

Promozione Estate

È proprio d’estate che oltre un italiano su due ha intenzione di leggere almeno un libro. Un dato confortante, più alto rispetto alla media di lettura nel corso dell’anno. C’è più tempo a disposizione per sé, e la lettura favorisce il relax.Io, a chi ancora non ha letto qualche mio titolo, faccio invito di approfittare della promozione estiva, prima che arrivi in libreria la mia quinta fatica. Perché la lettura non teme il caldo.

info: staff_angelo_forgione@email.it

(offerta non valida in libreria)