Quando gli Squallor cantarono l’Africa italiana

Angelo Forgione Era il 28 gennaio 1985 quando fu registrato il brano We are the World, scritto da Michael Jackson e Lionel Richie; fu prodotto da Quincy Jones e inciso a scopo benefico da USA for Africa, un supergruppo di celebrità della musica pop, riunitesi secondo l’esempio della Band Aid di Do They Know It’s Christmas?. I circa 50 milioni di dollari raccolti con We Are the World, su idea di Harry Belafonte, furono devoluti alla popolazione dell’Etiopia, afflitta in quel periodo da una disastrosa carestia. Il brano uscì il 7 marzo dello stesso anno e fu un successo planetario. Vinse infatti il Grammy Award come “canzone dell’anno”, come “disco dell’anno”, e come “miglior performance di un duo o gruppo vocale pop”. Solo negli Stati Uniti ne furono vendute 7,5 milioni di copie.
In Italia, scimmiottando le ipocrisie e i luoghi comuni che il gran successone americano conteneva, fu incisa una parodia dai demenziali Squallor, intitolata Usa for Italy. Il gruppo abbandonò per un momento i suoi tipici testi “coloriti” e scrisse un brano che, diversamente dagli altri ricchi di turpiloqui, poté essere sdoganato dalle radio nazionali. Non a caso, l’album Tocca l’albicocca che conteneva Usa for Italy si rivelò il maggior successo commerciale della band.
Gli Squallor, trent’anni fa, non persero l’occasione data dal filone americano di denunciare a modo loro le povertà locali e composero una geniale denuncia delle due Italie, dove una delle due era associata metaforicamente all’Africa. Qualcuno pure non si rese conto che dietro la parola Italia si nascondeva il Mezzogiorno, nonostante il testo fosse estremamente chiaro: “Caro Michael Jackson, tu che mandi i soldi in Africa (…), ricordati di noi che stiamo a Napoli e un disco faccelo anche per noi. E poi, mandaci i danari. E se tu vuoi, mandali anche a Bari… e a tutti i meridionali for Italy. (…) E in riva al mar, dollari in contanti perché l’Africa canti for Italy.”

Mughini, l’amato Nord e i fichi d’India della maledetta Sicilia

Angelo ForgioneSi è fatto strada in tivù anni fa, partendo dal Maurizio Costanzo show e da L’Appello del martedì, trasmissione sportiva di scarso spessore condotta da Maurizio Mosca, dalla quale iniziò ad agitare le braccia e ad urlare i suoi «ma dai… suvvia» a destra e a manca. È passato a miglior sorte con Controcampo, dando sfoggio della sua juventinità, mentre a tanti sfuggiva che era nativo della Sicilia, della bella Catania per la precisione. Ma lui non ha mai rivendicato certe origini, non le ha mai ostentate, e oggi si comprende il perché. Lo abbiamo capito grazie a un friulano che opera a Palermo, il presidente dei rosanero Maurizio Zamparini.
Entrambi ospiti di Tiki Taka, trasmissione Mediaset, sono venuti allo scontro verbale su tematiche sociali, o meglio sulla ‘Questione meridionale’, consegnandoci uno spaccato di antropologia italiana. Scintilla accesa dal patron panormitano, il quale ha risposto al conduttore Pardo che gli chiedeva quale fosse la cosa più bella di Palermo: «la qualità della vita, dieci volte superiore a quella di Milano». Apriti cielo! A Mughini, preso da un morso al ventre, è partita la scheggia del dissenso: «come mai siamo stati in milioni a venire a cercare la vita e il lavoro del Nord? Io sono fuggito dalla Sicilia!». Qualche istante di silenzio-imbarazzo, rotto timidamente dalla voce fuori campo di Raffaele Auriemma, in collegamento da Napoli. «È una lunga storia», ha ammonito il telecronista tifoso azzurro, che la risposta la teneva in canna e avrebbe potuto sparare un colpo alla psiche del meridionale pentito, ma ha preferito farsi i fatti suoi. Quando Zamparini ha trovato le parole per rispondere a modo suo è stato un crescendo vulcanico.
Superfluo fare tutta la cronaca della contesa tra un settentrionale che sosteneva le ragioni del Sud e un meridionale che sembrava l’immagine più intransigente del Nord di fronte alle briciole sfuggite di mano. In realtà Mughini è parso il più esemplare degli emigrati del Mezzogiorno privi di una visione ampia della verità storica, che anche in età avanzata condannano le condizioni sociali del Sud e non chi e cosa le ha generate. Mughini, sulle orme dell’antenato Alfredo Niceforo, ha condannato in diretta tv nazionale la sua stessa razza (maledetta), ripetendo più volte di essere fuggito dalla Sicilia e rinnegando le sue origini territoriali e il suo parto: «Quando sono andato a Parigi da ragazzo ho detto “ero qui che dovevo nascere, altro che il mare siciliano”!». Complimenti per la schiettezza ma pochi consensi, non solo in studio, per uno scrittore che penna su carta sa metterla, ma ha evidentemente molte carenze in quanto a storia unitaria d’Italia ed emigrazione meridionale. Qualcuno gli dica come sono andate le cose dal 1861 a oggi, e quanti meridionali sono stati costretti ad andare a sopravvivere altrove, piangendo la propria terra. Qualcuno gli dica che l’emigrazione meridionale, prima, non esisteva. La marea degli juventini, di cui lui fa orgogliosamente parte, è pure quella un fenomeno migratorio del cuore meridionale. Il saggista umbro Goffredo Fofi pubblicò nel 1975 lo studio sociologico L’immigrazione meridionale a Torino (Nino Aragno) in cui raccontò cosa accadde nel dopoguerra: “In occasione di Juventus-Palermo, sugli spalti c’erano molti tifosi siciliani entusiasti, i cui figli, ormai, come ogni buon operaio della Fiat, sostenevano la squadra di casa”. La famiglia Agnelli utilizzò le più svariate strategie per attrarre nella famiglia bianconera quei disgraziati cui a Torino non si fittava… ma di queste parlerò con dovizia di gustosissimi particolari nel mio prossimo libro.

L’indipendentismo è Veneto. Sud più unitario, nonostante tutto.

Angelo ForgioneL’indipendentismo non è una novità per la Catalogna, per la Scozia e per altre comunità europee che provano a consultare in modo più o meno ufficiale la volontà popolare. E in Italia che aria tira? Prova a dircelo la società demoscopica Demos&Pi con un sondaggio realizzato nello scorso mese di ottobre sulla base di un campione nazionale di 1.265 casi rappresentativo per i caratteri socio-demografici (genere, età) e la distribuzione territoriale (area geografica e dimensione urbana) della popolazione italiana di età superiore ai 18 anni. 12 le regioni analizzate, escludendo tutte le altre per limitata numerosità di casi.
Il 31% del campione, uno su tre, si dichiara favorevole all’indipendenza della propria regione dall’Italia. Tra le categorie professionali, i più separatisti sono gli operai, i lavoratori autonomi e disoccupati. È il Veneto la regione più indipendendista, con il 53%. Seguono le due grandi Isole a statuto autonomo. Percentuali superiori alla media anche in Piemonte e Lombardia, così come pure nel (sorprendente) Lazio e in Toscana. Più quiescenti sembrerebbero i meridionali della terra ferma, che non vanno oltre il 22% della Puglia, con Campania e Calabria al 18%.
Evidentemente la “Questione meridionale” è davvero diventata “settentrionale”, a carattere regionalistico, mentre il Mezzogiorno, per troppi aspetti coloniale, continua evidentemente a credere nell’Unità nazionale dalla quale ha avuto molto meno.

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Il Giro del Nord-Italia e il Sud che non pedala

Angelo Forgione Da anni la carovana rosa del Giro d’Italia di Ciclismo fatica a farsi vedere al Sud. La prossima Corsa farà tappa a Benevento e poi via, toccata e fuga al Nord in direzione Milano, per festeggiare l’Expo, con buon pace dei tifosi meridionali del pedale e dei fan del messinese Vincenzo Nibali, vincitore del Tour de France. Ma non è una novità. Il percorso del prossimo Giro del maggio 2015, come altri nel passato, sembra sovrapporsi alla rete autostradale italiana e a quella ferroviaria, ma qui è questione di ricchezza territoriale: la corsa rosa non va dove la portano le bellezze paesaggistiche e le condizioni climatiche migliori, ma dove la chiamano gli sponsor e gli sforzi dei Comuni (talvolta stranieri), che si aggiudicano le tappe a pagamento. Chi più offre si porta a casa la ribalta. Il Sud sta come sta, e stanno come stanno i treni, le strade, le scuole e gli ospedali meridionali. Perché lo sport dovrebbe fare eccezione? Perché le biciclette dovrebbero sfrecciare nella macroarea più arretrata d’Europa? E perché il Ciclismo dovrebbe mostrarsi diverso dal parente maggiore Calcio, la cui Serie A fa registrare una percentuale storica di presenza meridionale non superiore al 20 per cento e conta oggi nella Massima Serie le sole Napoli, Palermo e Cagliari?
Il Sud senza bicicletta è sempre più povero e il dramma silenzioso continua, nella colpevole indifferenza delle classi dirigenti italiane e nell’altrettanto silente presa d’atto degli amminsitratori meridionali.

«Disastro Gelmini. Ai giovani inculcata arretratezza del Mezzogiorno»

Angelo Forgione – Da Retenews24, alcune mie dichiarazioni sul taglio degli autori del Sud dai programmi scolastici dei licei italiani.

Forgione, condivide la tesi che gli autori del Sud siano assenti dai programmi scolastici dei licei italiani?
E come non condividerla? L’eredità delle sciagure lasciateci dalla Gelmini sarà lunga. Letterati importantissimi come Quasimodo, Sciascia, Vittorini, Silone, Ortese, Serao e altri sono stati marginalizzati da una commissione di “esperti” nominata dall’ex ministra alla Pubblica Istruzione. Di quale cultura nazionale parliamo se agli studenti italiani non viene insegnata l’opera degli autori del Sud? Addirittura i liberali, per gli interessi del loro tempo, assegnarono agli storici post-unitari l’incarico di creare una storia d’Italia che appartenesse a tutti, in cui andava rappresentata la grandezza del Paese e di cui il popolo potesse essere orgoglioso. Evidentemente le cose, invece di migliorare, peggiorano.

Quali sono le ragioni dietro questa scelta, secondo lei?
L’ideologia della Gelmini è chiara. Da ministra, sostenne che le scuole del Sud abbassavano la qualità dell’istruzione. Disse anche che aveva superato l’esame di Stato per la professione di avvocato a Reggio Calabria perché lì c’era una percentuale di successo decisamente più alta delle città del Nord-Italia. E da semplice membro del Comitato di Presidenza di Forza Italia ha dichiarato in tivù di voler rilanciare l’impegno del partito a partire da Milano, dal Nord e dalla Lombardia. Non ci vuole molto a capire che la Gelmini ha una visione molto “limitata”, direi quasi leghista, e non conosce il concetto di cultura nazionale. Le carenze del Sud vanno risolte con politiche integrative, non con cancellazioni.

Quindi la rivisitazione dei famosi “indicatori nazionali” potrebbe essere un passo importante?
È una faccenda molto complessa, e non darò un parere da esperto in materia, ma gli indicatori sono un’occasione per aggiornare la didattica, rafforzare il valore della formazione di base e aggiornare i riferimenti culturali e sociali del Paese, che in questo momento sono assolutamente inesistenti per i ragazzi. Fosse per me, farei tabula rasa della piattaforma scolastica esistente e ripartirei con una ricostruzione globale. La nostra scuola è un cardine indebolito.

La questione meridionale, il divario nord-Sud, sono tematiche affrontate a sufficienza tra i banchi di scuola?
Assolutamente no. Ai più giovani viene inculcata in modo subliminale l’arretratezza del Meridione, in modo nozionistico e indirettamente, cioè senza spiegarne in alcun modo le cause e senza collocarne le origini. I ragazzi crescono nella percezione di due Italie, ma solo in età matura i più onesti d’intelletto, o, se vogliamo, i più curiosi, si interessano in modo autodidattico della Questione Meridionale, che neanche più la politica propone in dibattimento. Eppure nessuna disputa regionale all’interno dei singoli Stati europei ha mai prodotto qualcosa che si avvicinasse, per ampiezza di territorio interessato e persistenza nel tempo, al divario tra Nord e Sud d’Italia. Tale da dedicargli una materia apposita. E invece nulla.

Il calciomercato deve abitare al Sud

il Mezzogiorno non ha una sede istituzionale nel calcio

Angelo Forgione – Lo scompenso tra Nord e Sud del Paese è forte ed evidente anche nel mondo del calcio, che è un’economia d’impresa. È violenta la sproporzione, non solo nel numero di scudetti vinti dal movimento settentrionale rispetto a quello meridionale, e non sono secondari nell’analisi il coinvolgimento e l’esposizione mediatica di un calcio che “legge” un quotidiano sportivo nazionale a Milano e uno a Torino, a fronte di uno a Roma che cerca di estendersi all’utenza di una Napoli già priva di network televisivi, altrove capaci di influenzare l’opinione nazionale. Mettiamoci poi che la Lega calcio ha sede a Milano, che la Nazionale abita a Firenze e che la FIGC è di casa a Roma, dopo essere nata a Torino e transitata a Bologna. Il calcio che conta, più giù della capitale non scende.
Il governo del pallone avrebbe dovuto dare già da tempo un segnale di attenzione alla parte più depressa del Paese, e questo segnale può essere l’assegnazione della sede del calciomercato a Napoli, o a qualche località del Sud, riequilibrando territorialmente la propria presenza. Del resto, l’inventore del calciomercato, inteso come sessione di incontri, è stato un palermitano, stravagante nobile di nome Raimondo Lanza di Trabia, proprietario del Palermo. Negli anni Cinquanta frequentava l’hotel Excelsior Gallia di Milano, nella piazza della stazione, gettonato da molti uomini di affari, e lì iniziò a ricevere i presidenti delle altre squadre, spesso immerso nella vasca da bagno e con un bicchiere di whisky in mano. Era “l’uomo in frac” che ispirò Domenico Modugno, alcolizzato e morto suicida (ufficialmente) nel 1954 per essersi lanciato dalla finestra dell’hotel “Eden” di Roma. Fu lui a inventarsi la riunione dei dirigenti a fine campionato per intavolare trattative. Nel lussuoso albergo milanese, col tempo, iniziarono ad affluire sempre più operatori di mercato, con la stampa sportiva – a riprova della tendenza che ha sempre esercitato – che iniziò ad assegnare “lo scudetto del Gallia” alla squadra che metteva a segno il colpo più importante. L’affollamento e la denegerazione manageriale aumentarono sempre più, finché la direzione dell’hotel milanese non prese la decisione di non consentire, durante il calciomercato, l’accesso alle persone che non vi soggiornavano. Il Gallia sfrattò e il vicino Hilton, nel 1970, accolse tutti, allestendo una sala stampa con servizio di segreteria, telex, cabine telefoniche. Poi, nel ’76, venne il tempo del Leonardo da Vinci di Bruzzano, periferia milanese, dove, due anni dopo, apparvero i carabinieri per apporvi i sigilli. Si passò a Milanofiori, e poi all’Atahotel Executive, negli ultimi anni, sempre a Milano, ma ormai considerata sede caotica e inadeguata. Il contratto con la Lega è scaduto, quindi stop!
Il calciomercato “rischia” di abbandonare il capoluogo meneghino, c’è bisogno di strutture fieristiche più adeguate, ma c’è bisogno – aggiungo – di portare via da Milano il carrozzone del mercato del pallone e trasferirlo al Sud. Napoli sembra interessata, ed è bene che non lasci passare questo treno e si inserisca in questo momento propizio, perché una fiera del mercato calcistico significa vantaggi in ogni senso; ma intanto una candidatura ufficiale del Sud è già stata presentata ai vertici del calcio italiano, con un progetto che punta a portare gli operatori del settore nella regione di Raimondo Lanza di Trabia. È il Comune di Taormina a volerli da subito. Il sindaco Eligio Giardina, il responsabile del Servizio Turistico Regionale Salvo Giuffrida, il presidente di Confindustria Turismo e Alberghi Sebastiano De Luca hanno già incassato il gradimento di Claudio Pasqualin, noto procuratore sportivo. Il coordinatore del progetto, il giornalista Emanuele Cammaroto, si è espresso proprio per una maggiore attenzione al Mezzogiorno: «l’auspicio principale è che venga dato spazio al Sud in un contesto non solo sportivo ma di sistema-impresa che per tanti anni ha guardato solo a Nord. Abbiamo letto di recente che anche Napoli potrebbe essere interessata a questo evento e magari proprio un asse strategico Taormina-Napoli tra le due città simbolo del Meridione può essere la chiave giusta per aprire in Italia la strada a una nuova stagione di reale e doveroso equilibrio territoriale».

Renzi a Napoli: «Il modello è il Regno delle Due Sicilie»

Angelo Forgione Il premier Matteo Renzi, a Napoli per incontrare in prefettura i Comuni che rientrano nella Città Metropolitana e discutere sui fondi strutturali, ha annunciato nel suo discorso ai presenti che il modello di rilancio di Napoli e del Sud è il Regno delle Due Sicilie, l’antico stato preunitario che, coi suoi progressi in ogni campo, si faceva notare in Europa e nel mondo. “Noi vogliamo smontare due considerazioni: che l’Italia sia il problema dell’Europa e che il Sud sia il problema dell’Italia”. Così ha chiosato l’ex sindaco di Firenze.
Il contraddittorio Renzi, l’unico a conoscere il significato del 17 marzo in un triste servizio de Le Iene fuori Montecitorio (guarda il video), è il presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica dell’Italia unita, quell’entita geopolitica che, con la sua nascita, ha segnato di fatto l’interruzione di quel progresso e la nascita della “questione meridionale”. Almeno a parole, dopo un secolo e mezzo, un’alta carica istituzionale annuncia di volerlo riattivare e riallacciare i fili col retaggio culturale e sociale del Mezzogiorno, ed è la prima volta che accade. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo la politica, che i fischi all’inno nazionale li stigmatizza ma, evidentemente, inizia a capirli.

Fischi all’inno nazionale, segnale non nuovo che va interpretato

Angelo Forgione – Nel corso della trasmissione radiofonica Si gonfia la rete di Raffaele Auriemma, ho espresso il mio parere sui fatti dell’Olimpico e motivato i fischi all’inno nazionale, che nulla o quasi hanno a che vedere coi tumulti avvenuti dentro e fuori lo stadio. Quei fischi hanno un significato che il Paese bolla come manifestazione di ignoranza, ostinandosi a non volerli comprendere. Eppure già due anni fa si erano verificati in occasione della finale della stessa competizione contro la Juventus. Nessuno si è preoccupato di capire il malessere e la disaffezione di Napoli verso i simboli della Nazione, concentrandosi sulla più deleteria e volgare gogna mediatica a danno dei napoletani.
Nel corso della trasmissione è intervenuto anche il direttore del Corriere del Mezzogiorno Antonio Polito, il quale ha invitato a non individuare nella questione sociale e storica la matrice dei fischi, trovando il disaccordo di Raffaele Auriemma.

Convegno scolastico a Castellammare sulla questione meridionale

italia_divisaNell’ottica della fondamentale diffusione di storia, cultura e orgoglio, soprattutto presso le nuove generazioni, venerdì 2 maggio si è svolto all’Istituto Tecnico Statale “Luigi Sturzo” di Castellammare di Stabia un importante appuntamento sul tema:
“L’irrisolta questione meridionale: un ponte tra passato, presente e futuro”.

Renzi, il Sud e i Beni Culturali orfani di Bray

ecco perché l’apprezzato ministro uscente del MiBAC è stato silurato

renzi_brayAngelo Forgione – L’incoronazione di Renzi, terzo premier consecutivo senza maggioranza eletta, non ha entusiasmato affatto chi ha criticato l’assenza nel suo intervento di riferimenti al Mezzogiorno durante la replica al Senato per la fiducia. La questione meridionale continua ad essere ignorata dall’agenda politica nazionale, ma Renzi ha risposto così: «erano meglio gli impegni verbali e i disimpegni sostanziali degli ultimi decenni, le parole in libertà?», che può avere due interpretazioni: o questo Governo non fa proclami per passare ai fatti oppure, sapendo di non voler fare i fatti, preferisce non parlare del Sud.
Brutti segnali sono arrivati dal totoministro ai Beni Culturali. In quel Dicastero, da più parti è stata chiesta la riconferma di Massimo Bray, promosso cum laude. Un vero e proprio plebiscito sui social network per il ministro uscente, sostituito per logiche partitiche da Dario Franceschini, proprio colui che Renzi aveva definito “il vice-disastro” quando questi, nel 2009, era stato eletto segretario del PD.
Bray è già rimpianto per l’autentica passione dimostrata e per i passi compiuti, cercando di riportare la cultura al centro delle politiche del Paese e puntando a cambiamenti sostanziali senza troppo chiasso ma instaurando un rapporto più vicino ai cittadini, ringraziati nel suo commosso commiato. Ha interrotto la disastrosa serie di Sandro Bondi, Giancarlo Galan e Lorenzo Ornaghi, parlando del patrimonio umiliato, ma è stato messo da parte nonostante abbia evitato che Pompei finisse in mani inaffidabili, abbia rimesso in vetrina i Bronzi di Riace, abbia mantenuto la promessa di ricomprare la Reggia di Carditello (e ora?), e abbia fatto qualcosa di significativo in tutto l’arco del suo operato. È stato proprio questo il freno di una persona fattiva che ha trovato opposizione da parte dei “vertici” a ogni tentativo di riorganizzazione radicale del suo Ministero. Un nuovo mandato avrebbe probabilmente permesso a Bray di proseguire in direzione di una vera e necessaria riforma, altro motivo per cui era caldeggiata la sua riconferma. Lui ha parlato di tutto il patrimonio nazionale e si è interessato finalmente anche a quello del Sud. Infine, fatto non trascurabile, è andato in Rai a parlare di intelligenza dei Borbone (clicca qui), dimostrando di essersi immerso senza pregiudizi nella grande storia del Sud e di volerla valorizzare rivisitandola. Anche questo ha pagato chi ora, insieme a tutti i suoi sostenitori, deve confidare nella buona sorte dei nostri monumenti, affidati a Franceschini, il “vice-disastro”.