Campania, la culla del vino italiano

L’articolo di seguito è un breve riassunto del capitolo “La terra dei vini” tratto da Napoli svelata (A. Forgione – Magenes 2022)

Angelo Forgione Piemonte, Toscana e Veneto sono, dal secondo Novecento, le regioni leader del vino italiano di qualità, un simbolo del Penisola che vanta eccellenze crescenti anche al Sud e che ha di fatto le sue radici in Campania. Fu proprio qui, tra il VII-VI secolo avanti Cristo, che i Greci, influenzati in patria dai Fenici, iniziarono a impiantare la vitis vinifera orientale, la vite addomesticata poi diffusa nella Magna Grecia, di cui beneficiarono pure gli Etruschi, che pure sfruttavano la vite di tipo selvatico. Proprio la Campania settentrionale segnava di fatto il confine fra le due culture e il contatto significò anche la conoscenza dei vitigni, degli attrezzi e delle modalità di coltivazione dei più avanzati Greci, che a partire dalle colline dei Campi Flegrei trovarono nei territori vulcanici costieri un habitat favorevole per l’acidità e i profumi dei loro vini.

I Romani, ai quali la cultura del vino era stata trasmessa dagli Etruschi, fecero tesoro delle superiori uve e tecniche greche e svilupparono enormemente la loro vitivinicoltura, producendo vini flegrei, vesuviani e più ampiamente campani, i più pregiati dell’Italia antica, inviati nei paesi del Mediterraneo e in Gallia, a partire dal rinomato Falerno. Solo nell’antica città di Pompeii esistevano circa duecento tabernae vinariae, e quasi tutte le ville rinvenute negli scavi appartenevano a famiglie impegnate nel settore vinicolo, proprietarie di vigneti in città e sulle pendici del Vesuvio.

In epoca medievale, il porto di Napoli fu un autentico scalo del vino, centro di raccolta e diffusione di prodotti vesuviani, flegrei, sorrentini e amalfitani, imbarcati su navi catalane e genovesi per raggiungere tutti i mercati esteri. Di quelli napoletani e delle costiere campane, di radice greca e latina, era consolidata la presenza nelle città del Mediterraneo, dove erano stabilite equivalenze della “Botte di mena”, l’unità di misura standard di carico di quanto a Napoli arrivava e partiva, anche detta “misura di Napoli”.

Nel 1562, durante il Concilio di Trento, Papa Pio IV offrì ai cardinali presenti il rinomato Lacryma Christi del Vesuvio, eccellenza dei vini campani richiestissimi da letterati e artisti di ogni genere e provenienza che confluivano nella Napoli del Cinquecento, la più popolosa città della penisola italiana.
Leggendo Le Muse Napoletane, scritto dietro pseudonimo da Giovan Battista Basile, si apprende che nella frequentatissima Locanda del Cerriglio, taverna napoletana famosa in Europa, venivano serviti “cento sorte de vine da stordire”, tra cui “Asprinio”, “Lagrema” e “Falanghina”.

Nel 1833 nacque a Napoli la prima azienda italiana per il miglioramento dei vini, la Compagnia Enologica Industriale, istituita privatamente con sovrana approvazione borbonica per il miglioramento della vinificazione dell’intero Regno e per favorire il commercio interno e l’esportazione, così da emancipare le Due Sicilie dalla passività straniera. Da lì i vini campani e meridionali in genere iniziarono, per primi, a fare concorrenza ai francesi.

Alla vigilia dell’unità d’Italia, nel 1854, sul volume Studii di Statistica etnografica, civile, agraria, industriale e marittima sull’Italia, pubblicato a Torino, circa i prodotti chimici, era evidenziato che i più squisiti vini d’Italia erano del Piemonte, della Toscana, del Regno di Napoli, della provincia valtellinese e di quella friulana, e che “[…] Napoli è sopra le altre parti di Italia privilegiata per l’eccellente qualità delle sue uve; e tutti conoscono la bontà dei vini del Vesuvio, di Miseno, di Procida, di Capri. […]” .

Nel 1875, Giuseppe Frojo, il principale ampelografo italiano e componente del Comitato ampelografico ministeriale del Regno d’Italia, analizzò lo stato dell’arte dell’industria vinicola nazionale ne Il presente e l’avvenire dei vini d’Italia, mappando l’enografia italiana con descrizione delle regioni vinicole e dei loro prodotti. Attenzione speciale fu riservata alla provincia di Napoli, l’unica meritevole di una sezione dedicata “per l’eccezionalità delle sue terre sconvolte da antichi e nuovi vulcani, e per la vetusta fama dei vini”:
“Se più a lungo mi sono fermato a parlare dei vini della provincia di Napoli, vi sono stato forzato dalla considerazione che questa piccola provincia ha terre tanto diverse, sia per natura come per esposizione, ed in conseguenza vi si producono vini anche tra loro diversissimi. Terreni vulcanici antichi, come quelli di Pozzuoli e d’Ischia, terreni vulcanici moderni, come quelli del Vesuvio; terreni calcarei come quelli di Gragnano, Sorrento e Capri; qua e là tufi vulcanici, e poi isole, promontori, monti e colline. Uve diverse in ciascuna plaga; è difficile, ripeto, trovare altrove, ristrette in tanto poco spazio, condizioni di suolo così variabili”.
I vini migliori della provincia partenopea erano segnalati alle pendici del Vesuvio, e precisamente sulla “parte volta a mezzogiorno verso Resina e Torre del Greco”, zona di vino rosso che “per molti caratteri, cioè pel sapore secco e pel colore rosso arancio che acquista, può gareggiare coi migliori vini di Bordò e vincerli pure”. Della stessa zona anche la punta di diamante tra i vini italiani, “il famoso Lacrima Cristi bianco, vino tanto stimato all’estero per la sua finezza e pel suo aroma dovuto all’uva Greca”, quella che aveva dato il nome a Torre del Greco, l’antica Turris Octava, distante otto miglia da Napoli. Altre raccomandazioni erano per gli stimati vini di Capri e per il prodotto di Gragnano, “eccellente vino rosso, molto profumato che invecchiando si assomiglia al vino Boucholais”, ma che purtroppo nessuno faceva invecchiare, lasciandolo inespresso e limitato al consumo comune.
Il Lacryma Christidel Vesuvio seguì gli emigranti italiani nelle Americhe insieme ai migliori vini napoletani. A fine Ottocento, nei ristoranti di New York, oltre ai più accessibili rossi Capri e Gragnano, figurava tra le bottiglie più costose proprio il particolarmente apprezzato Lacryma Christi bianco.
Su Rivista politica e letteraria del 1 luglio 1898, relativamente all’Esposizione di viticoltura, enologia ed industrie affini in Asti, si leggeva che il Lacryma Christi e i vini siciliani erano “i veri diamanti della corona enologica dell’Italia”.

Nel periodo della Grande guerra (1915-18), i meridionali furono massicciamente reclutati al fronte e svuotarono le campagne. Dopo la Seconda guerra mondiale, durante il ventennio Cinquanta-Sessanta, l’abbandono delle terre coltivate al Sud proseguì con l’ingrossamento dei flussi migratori in direzioni delle ricostruite industrie del Nord. Le regioni meridionali si ridussero alla fornitura di vino da taglio da destinare al Nord per irrobustire alcuni vini settentrionali in grande crescita, e la Campania andò via via scivolando fuori dall’élite produttiva.
Solo nell’ultimo decennio del Novecento una nuova politica di valorizzazione del vino italiano ha risollevato le sorti delle tantissime uve autoctone di ogni regione, riattivando la valorizzazione dei pregiati vitigni meridionali di Sicilia, Puglia, Calabria, Basilicata, Sardegna, Abruzzo, Molise e, ovviamente, Campania. Il Lacryma Christi continua a godere di una discreta richiesta internazionale, per paradosso più che in Italia, ma è ben distante dalla fama di un tempo. Il faro del Sud è oggi il pregiato Taurasi irpino, eccellenza di una regione ricca di autoctonia e che conta altri tre DOCG (Fiano di Avellino, Greco di Tufo, Aglianico del Taburno), a testimonianza della centralità dei polmoni vitivinicoli di Sannio e Irpinia, cresciuti nel secondo Novecento fino a diventare i principali enodistretti campani, ai quali si accodano quelli della Costiera Amalfitana e del Cilento per la provincia di Salerno, del Litorale Domizio, dell’Alto Casertano e dell’Aversano per quella di Caserta e, per quella di Napoli, dell’area Vesuviana, dei Campi Flegrei, dell’area sorrentina e delle isole di Ischia e Capri. Una regione leader dei bianchi ma che ha ampi margini di crescita anche sui rossi e rosè. Una terra in cui il vino italiano, dai Greci ai Romani, ha le sue leggendarie origini.

Per approfondimenti: Napoli svelata (A. Forgione – Magenes 2022, capitolo “La terra del vino”)

Napoli raccontata agli arabi

Breve estratto dallo speciale “Napoli Maradona”, la storia dei 7 anni di Maradona a Napoli, andato in onda il 13.09.22 su Al Mayadeen, uno dei canale satellitari d’informazione più seguiti nel mondo arabo, per il cui notiziario ho anche raccontato la storia di piazza del Plebiscito.

Libri al pomodoro – Staffetta di libri alla libreria IoCiSto di Napoli

Sabato 17 settembre, alle ore 11.00, presso la libreria IoCiSto del quartiere napoletano del Vomero, in scena una staffetta di libri in cui il pomodoro è protagonista. L’incontro si realizza nell’ambito del progetto ArteSì di NaturaSì e coinvolge alcuni scrittori del territorio valorizzando libri e racconti dedicati al mondo del cibo ed in particolare al pomodoro: Angelo Forgione, Patrizio Rispo, Oscar Nicolaus, Maurizio Landi si alterneranno in una staffetta condotta da Patrizia Spigno, ricercatrice nel settore agroalimentare ed esperta del pomodoro San Marzano, per presentare, attraverso letture, storie e aneddoti, i loro libri e le ricette che hanno come protagonista il pomodoro.

Agli autori si alternerà il contributo musicale dei ragazzi di Musica libera tutti – pratiche quotidiane per crescere insieme a Scampia a suon di musica del Centro Hurtado.
In chiusura verrà presentato in anteprima assoluta il progetto di Homoscrivens di un libro sperimentale fatto di fumetti e racconti ambientati a Napoli che ha come fil rouge una scatola di pomodoro.

Nelle sale della libreria sarà organizzato dal Centro Hurtado un mercatino di prodotti di cartotecnica.

IoCiSto – Piazzetta Masullo (piazza Fuga),Napoli

Napoli e la sua storia illustrate ai libanesi di Al Mayadeen, uno dei canale satellitari d’informazione più seguiti nel mondo arabo.
Breve estratto del reportage andato in onda nelle “news” del 16.08.22.

Luoghi del cuore FAI: votiamo la stazione Bayard Napoli-Portici

La prima strada ferrata d’Italia, la Napoli-Portici, inaugurata nell’ottobre del 1839, fu la tratta iniziale del previsto percorso fino a Castellammare di Stabia per unire i due principali porti napoletani. Fu messa in opera con capitale privato dell’ingegnere francese Armand Joseph Bayard de la Vingtrie, al quale il re Ferdinando II accordò anche il prolungamento in direzione di Salerno.

La storica stazione ferroviaria di Napoli, la primissima tra quelle realizzate nel territorio italiano, dotata di biglietterie, sala d’aspetto, uffici, magazzini, rimesse e officina di riparazione, fu costruita fuori le antiche mura aragonesi, ancora esistenti al tempo, tra la Porta del Carmine e la Porta Nolana, dove il Re volle l’apertura della nuova strada dei Fossi, oggi corso Garibaldi. Quel capolinea è oggi solo un rudere abbandonato, nascosto dalla vegetazione selvaggia di fianco al terminal della Circumvesuviana e ignominiosamente dimenticato dalla storia di Napoli e della nazione italiana. È un luogo che meriterebbe l’attenzione dello Stato e delle istituzioni locali perché simbolico della storia delle ferrovie. Per ora diamogli la nostra, votandola tra i luoghi del cuore del Fondo Ambiente Italiano. Bastano un paio di click, e non costano nulla.

Per votare la stazione Bayard e gli altri luoghi della Campania, clicca qui.

Promozione Estate “tuffati nella Storia”

Apprezzato dal mondo del giornalismo sportivo d’inchiesta, da Oliviero Beha, che ne ha curato la preziosa prefazione, a Paolo Ziliani e Maurizio Pistocchi, arriva in libreria la nuova “edizione 2022” di Dov’è la Vittoria ad affiancare il nuovo titolo Napoli svelata e gli altri tre dedicati alla grande storia di Partenope.
Ecco allora una promozione estiva che consente di ricevere le copie desiderate con uno sconto sul prezzo complessivo e dediche con firma, per una rilassante e appassionante lettura sotto l’ombrellone. E buone vacanze!

Info, richieste e ordini: staff_angelo_forgione@email.it

La più antica immagine di una pizzeria della storia

Angelo Forgione Quantunque un semplice impasto di farina schiacciato e cotto in forno risalga ai tempi degli antichi Egiziani e nonostante qualcuno provi a mistificare la storia della pizza, questa, nella sua configurazione moderna e definitiva, è senza dubbio opera del popolo napoletano, così come lo sono le prime pizzerie, luoghi ove gustare il caratteristico cibo napoletano non solo per strada, piegata “a portafoglio”, ma comodamente seduti al chiuso, con tanto di sedie, tavoli e stoviglie.

Più di ogni mia parola — e tante ne ho fatte in questi anni per divulgare la vera storia della pizza — può l’illustrazione tratta dal magazine britannico The Graphic del 12 novembre 1881, in cui furono mostrate agli inglesi delle tipicità esclusivamente napoletane, sconosciute al mondo intero, tra cui una caratteristica “Antica Pizzeria”, definita “pastrycook’s shop”.

Si vede un pizzajuolo al banco che prepara le pizze con l’ausilio di un giovane garzone, un addetto alla cottura in forno, un cameriere che serve e tre tavoli con avventori, sedute e stoviglie. Una pizzeria, insomma, come tante ce ne sono oggi nel mondo, ma che a quel tempo si trovavano solo a Napoli. L’unica particolarità era la separazione dei tavoli con pareti di legno, con cui si creavano i cosiddetti “camerini” o “stanze”. Era appunto il 1881, 24 anni prima dell’apertura della primissima pizzeria di New York, quelle dell’emigrato napoletano Gennaro Lombardi nella Little Italy di Manhattan, il locale alla napoletana che diede il via alla diffusione delle pizzerie negli States.

Nell’illustrazione inglese del 1881, sul banco delle pizze, si legge persino l’aggettivo “antica”, perché quel locale non era una novità per Napoli ma risaliva evidentemente a cinquant’anni prima, 1830 circa, l’epoca dell’apertura delle prime pizzerie napoletane con tavoli, da Port’Alba (1830) a “Le stanze di piazza Carità” (1833), attuale Mattozzi, dove un adolescente Francesco De Sanctis — lo raccontò lui stesso nelle sue memorie di giovinezza: — si accomodava con gli amici invece che mangiare la pizza per strada come si usava da secoli. Per la verità, presso l’Archivio di Stato di Napoli è consultabile l’Elenco dei pizzajuoli con bottega del 1807, 55 in tutto tra esercenti con tanto di nome, cognome e indirizzo, testimoniante il fatto che almeno dal principio dell’Ottocento chi preparava le pizze non riforniva solamente i venditori ambulanti ma le vendeva in proprio in un suo esercizio, anche se magari non disponeva ancora di tavoli e stoviglie. Nella prima statistica realizzata durante il Regno d’italia, datata 1871, i pizzajuoli con bottega censito erano già ben 123, di cui tre donne, un numero doppio rispetto all’inizio del secolo. Molte erano fornite di pozzi per attingere dagli antichi acquedotti sotterranei scavati nel poroso tufo, dai quali si prelevava acqua spesso contaminata dagli scarichi fecali dei pozzi neri, che filtravano nella falda freatica. Circostanze che costituirono la principale causa delle ricorrenti epidemie ottocentesche di colera, arrestare con il nuovo acquedotto del Serino del 1885. E allora anche la pizza divenne sicura, e prese il volo con la leggenda dell’invenzione della “margherita”, falsamente datata 1889.

Monte Faito, il freezer dei napoletani quando non esisteva il freezer

Angelo Forgione Avete mai sentito il detto napoletano “Te piace ‘o vino cu ‘a neve” (“ti piace il vino con la neve”)?
È un’espressione piuttosto antica che fa riferimento al periodo in cui non esisteva la corrente elettrica, e ovviamente neanche i frigoriferi e i congelatori, e allora le famiglie facoltose acquistavano il ghiaccio fatto con la neve. Sì, proprio la neve, vera e propria manna dal cielo per i napoletani, fatta trasportare dalle montagne fino a Napoli e nei centri abitati del Golfo per raffreddare le bevande d’estate e per conservare i cibi. Portare la neve dalle impervie alture sino ai territori urbanizzati, evitando che si sciogliesse, richiedeva tecniche laboriose e un lavoro stancante, che facevano gli abitanti delle comunità montane, ma anche chi la trasportava via mare fino ai depositi cittadini, presso i quali ci si approvvigionava. Proprio per questo motivo l’espressione “Te piace ‘o vino cu ‘a neve” fa riferimento al lusso consentito dai sacrifici altrui e la si rivolge a quelli a cui piacciono le cose facili, quelli che beneficiano della fatica degli altri.
Ma di quale fatica si trattava? Per descriverla, estraggo qualcosa da una ben più ampia narrazione fatta nel capitolo “Ai napoletani piace freddo” di Napoli svelata.

Già nel Cinquecento, quando bere bevande ghiacciate risultava irrazionale ed era anche sconsigliato da alcuni medici, i napoletani freddavano il vino con la neve. A fine secolo, il militare e poeta napoletano Giovan Battista Del Tufo decantò questa assai peculiarità partenopea:

“[…] qui bisogna affirmare che le cose di Napoli son rare. Bever freddo con la neve da Napolitani. […]”

Il filosofo domenicano Tommaso Campanella, nei dialoghi de La città del Sole del 1602, scrisse:

“[…] Non bevono annevato, come i Napoletani. […]”

Lo scrittore francese Jean Jaques Bouchard, viaggiatore in visita a Napoli nel 1633, nel suo Journal de voyage dans le Royame de Naples, descrivendo le abitudini dei napoletani, scrisse:

“[…] gli è indispensabile procurarsi la neve anche nel cuore dell’inverno, e si priverebbero del pane piuttosto che di essa, che è il primo dei segni e differenze essenziali tra il pasto cavalleresco e quello plebeo. […] “

Il principale serbatoio di Napoli erano il Faito e il Sant’Angelo a Tre Pizzi, le cime più alte della catena dei Monti Lattari, dove la neve veniva stipata nelle cosiddette “neviere”, fosse artificiali di deposito ben ombreggiate dalle folte faggete (da cui il monte Faito prende il nome) e appositamente isolate con terreno, paglia, foglie e frasche utili al ghiacciamento. La neve ghiacciata veniva poi trasportata nottetempo a valle, verso Castellammare di Stabia ma anche Vico Equense, per essere inviata via mare in analoghi magazzini di spaccio di Napoli e della penisola sorrentina.

Grazie a questa industria naturale del ghiaccio, i napoletani non solo poterono conservare cibi e freddare bevande d’estate ma divennero veri maestri dell’arte del sorbetto. Il francese Enrico II, duca di Guisa, nelle sue memorie del 1647, al tempo della rivolta di Masaniello, riportò che in Napoli i sorbetti di ogni genere erano deliziosi e migliori che in qualsiasi altro paese. E a fine secolo, il cuoco marchigiano Antonio Latini, operante per lungo tempo a Napoli, scrisse:

“[…] qui in Napoli pare ch’ogn’uno nasca, col genio, e con l’istinto di fabricar Sorbette; […].

Nel Settecento borbonico, con Napoli sempre più affermata capitale culturale d’Europa, l’appalto della neve fu assegnato ai Gesuiti, che avevano l’obbligo di una fornitura capillare a tutta la città. E se nei secoli precedenti i blocchi di ghiaccio venivano condotti dalla cima del Faito a valle impiegando i muli, il sistema di trasferimento fu velocizzato con la realizzazione di un sistema teleferico a funi, descritto da Richard Keppel Craven, uno dei tanti viaggiatori inglesi del Grand Tour in visita a Napoli nel primo Ottocento:

“Un altro promontorio separa Vico da Castellammare, situata sotto la parte più alta della catena montuosa che delimita il golfo di Napoli. […] Questo punto è di fatto il ghiacciaio che rifornisce la capitale di un articolo di indispensabile necessità durante tutto l’anno. […] Il modo con cui è trasportato da queste grandi altezze è tanto semplice quanto singolare e rapido. Diverse funi di gran lunghezza sono tese in direzione inclinata dall’alto verso il basso. I blocchi di neve ghiacciata, accuratamente imballati con foglie secche e fascine di sottobosco, vengono sospesi su queste funi per mezzo di staffe curvate, e il loro stesso peso li spinge a valle con una velocità incredibile. Ad ogni terminale staziona un ragazzo che compie le operazioni di carico e scarico, mentre un altro conduce i blocchi alle imbarcazioni, pronte tutto il giorno per caricarli e trasportarli direttamente a Napoli. Questa operazione dura pochi minuti, mentre una qualsiasi altra modalità di trasporto richiederebbe alcune ore, poiché i sentieri della montagna sono pericolosamente ripidi e ardui.”

Così Napoli capitale fu riconosciuta come la città del sorbetto, tanto amato da Giacomo Leopardi, e poi della sua evoluzione, il gelato. Ma anche città decisamente più sicura di Londra e Parigi, perché il prodotto ghiacciato divenne sempre più accessibile alle classi popolari e dunque, come testimoniarono gli stessi viaggiatori del Gran Tour, i “lazzaroni” bevevano limonata ghiacciata mentre i poveri delle altre grandi e fredde città bevevano gin e cognac.

Con lo sviluppo tecnologico, la fabbricazione del ghiaccio, sempre più facile e domestica, annullò la necessità di procurarsi la neve ghiacciata, mandando nel dimenticatoio la neve ghiacciata per conservare i cibi deperibili e per ristorarsi d’estate nonostante l’assenza di elettricità e processi meccanici di refrigerazione, pagando quel lusso che era consentito da una lavorazione oggi insospettabile ma che ha rappresentato fonte di reddito per le comunità dei Monti Lattari.

Le “naviere” sono ancora lì, nascoste nelle folte faggete del Monte Faito. Non servono più, ma sono censite e sono un richiamo emozionante per chi ama capire la storia e anche l’ingegno di un popolo.

per approfondimenti: Napoli svelata (Magenes, 2022)

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“Napoli svelata” al Vg21

Una chiacchierata di buonora con gli amici di Vg21 MATTINA (Canale 21) attorno a qualche tema di Napoli svelata.

Briatore, il “genio” ignorante

Angelo Forgione Neanche tanto velato l’attacco che Flavio Briatore ha mosso ai pizzaiuoli napoletani, colpevoli di vendere pizze a 4/5 euro, chissà con quale qualità.
Diciamola tutta… Prima che l’imprenditore cuneese facesse soldi con la pizza, la pizza napoletana esisteva da quattro secoli, radicandosi nella tradizione partenopea in quanto cibo popolare, capace di sfamare i poveri, partendo dai vicoli di Napoli. Sulla pizza si è oggi costruito un grande business che tende a stravolgerne l’identità, traducendola in un piatto costoso. E così Briatore ci mette su perfino il prosciutto spagnolo Pata Negra, e la vende nella centrale via Vittorio Veneto, così come Cracco vende la sua pizza nel salotto elegante di Milano (la Galleria Vittorio Emanuele II). Nella pizzeria di Briatore non si va tanto per mangiare bene e fare un’esperienza gustativa ma per dire di essere andati nel locale di Briatore, farsi un selfie e dimostrare ad amici e parenti di poter spendere anche 65 euro per una pizza da gente facoltosa nel cuore di Roma. Insomma, un concetto completamente opposto a quello che ha dato i natali al cibo più pop del mondo, che in certi quartieri di Napoli, là dove è appunto nato, si riesce ancora a gustare a prezzi popolari, e ci si va esclusivamente per mangiare una discreta pizza dal sapore retrò, al minimo costo consentito dal mercato locale. Tanto per fare un esempio, una “margherita” da Progiobbo ai Quartieri Spagnoli, una storica pizzeria come quelle della vera tradizione, la si paga 5 euro ma non è affatto un mattone con il laghetto di pomodoro sopra. Anzi, è decisamente buona e digeribile, non meno di quella di Briatore, che la vende a 15 euro perché è in via Veneto e non in via Speranzella.

In certe pizzerie di Napoli il prodotto non è di buon livello, ma nella media si mangia una pizza di buona qualità in ogni quartiere. Come in tutta Italia, dove in tempi di guerra una pizza “margherita” preparata con prodotti normali non costa più di 1€ al pizzaiolo, e non più di 2€ se fatta con prodotti di alta qualità, anche a Napoli ad incidere sul prezzo sono i fitti (diversi di zona in zona) e tutti i costi aggiuntivi. Quelli del personale, ad esempio, ed è qui che va semmai aperto il dibattito, perché il problema della pizza napoletana non sono gli ingredienti (il napoletano sa riconoscere una pizza buona da una cattiva, e non torna dove non l’ha ben gustata) ma, spesso, le paghe (basse) per il personale di servizio. Cioè, per privilegiare il consumatore, che chiede la pizza napoletana a prezzo popolare, si finisce talvolta per penalizzare il lavoratore. È di questo che bisognerebbe discutere, dato per inteso che con i tempi che corrono si fa davvero fatica a stare dentro ai prezzi di qualche mese fa.

Ritorno al principio, e ricordo a Briatore che le pizzerie, a Roma come altrove, sono nate solo nel dopoguerra, ed è accaduto perché i soldati americani avevano conosciuto la pizza in patria, lì importata dai napoletani nel primissimo Novecento, e pensavamo di trovarla dappertutto in Italia. Non sapevamo che era una tipicità di Napoli, che gli italiani non mangiavamo perché, come scrisse Carlo Collodi, era ritenuto “un sudiciume complicato” da napoletani. E ora con quel sudiciume c’è chi fa grandi fatturati, provando a insudiciare chi ancora porta avanti un’antica tradizione con grande rispetto per il prodotto.

«Io sono un genio — dice Briatore — e voi non lo siete: questa è la differenza». Be’… i geni inventano, e l’invenzione è dei napoletani. Briatore nulla si è inventato. È semplicemente uno come tanti che hanno puntato sul cibo più diffuso nel mondo, sfruttando la polemica con i pizzaiuoli napoletani per farsi pubblicità. Sai che novità?

Il fatto è che Briatore non conosce neanche la storia della pietanza con cui fa soldi. Dice che non è vero che la pizza è di origine napoletana, e che, se lo è, gli altri l’hanno migliorata. Di certo non lui, che non usa lievito e fa la piadina aperta.
Ma a chi permettiamo di parlare di arte dei pizzaiuoli napoletani Unesco? A un ignorante che fa da spalla a Cruciani. Suvvia!

video: https://fb.watch/dOM-Qiu4q7/