L’ignoranza fa sbandati figli

ugo_russoAngelo Forgione Vedo fare distinzione tra bene e male dopo la rapina finita in tragedia a Napoli, dove si sono incontrati tre ragazzi, e non per la ricreazione. Due rapinatori in erba e un giovane carabiniere rapinato, il microcrimine e lo Stato, incrociatisi a Santa Lucia, a due passi dalla vista delle meraviglie del Golfo, nell’assenza pressoché totale di forze dell’ordine per garantire la serenità di tutti nella Napoli del piacere. Non a un posto di blocco ma nel luogo fatale di una tragedia in cui un ventitreenne ha tolto la serenità a se stesso e la vita a un quindicenne.

Già, un quindicenne, che il sabato sera dovrebbe andare a mangiare un panino con gli amici, ronzare intorno alle ragazzine, e rincasare per tempo, piuttosto che montare su uno scooter con targa contraffatta e andarsene a rapinare qua e là come un pistolero impavido.
Un quindicenne dovrebbe andare a scuola, non svolgere lavoretti in nero e fare il perdigiorno in strada; dovrebbe essere seguito nel percorso di crescita dai genitori, non sguinzagliato allo sbando.
Essere genitori non è un dovere ma un impegno che va assunto con coscienza, e mantenuto finché i figli non spiccano il volo. La prolificazione, nella città più giovane d’Italia, è in parte fenomeno derivante dall’ignoranza diffusa. Ugo era figlio dell’ignoranza di chi crede di risolvere le proprie problematiche esistenziali con la gioia della prole, senza avere i mezzi per sostenerla; figlio di chi mette al mondo e viene immediatamente meno alla responsabilità genitoriale; figlio di chi non sa assumersi le responsabilità di un fallimento e devasta un presidio sanitario cittadino in un momento critico per la salute di tutti, tra le percosse al personale medico e ai congiunti di altri infermi.
Genitori e figli, nell’habitat di una certa sottocultura, sono terminali di una spirale che non si arresta, entrambi frutto della dispersione scolastica, che in certi quartieri tocca picchi inaccettabili, crea malerba e inibisce la fioritura sociale.

Manca la famiglia nella cura dei figli come manca lo Stato nella cura del popolo. Quando tutto manca, ognuno sceglie arbitrariamente il suo destino, proprio come il carabiniere, che ha scelto la divisa, e la sua vittima, che ha scelto la delinquenza. Due giovani della stessa città con strade opposte che si sono incrociati per caso, l’uno con una pistola vera e l’altro con una replica. Solo così, nelle zone difficili, lo Stato e il disagio sociale vengono a contatto, e le conseguenze non sono mai piacevoli.
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“Lo Stato è una gran famiglia. Di qui seguita, che come nelle ben governate famiglie non si pensa solamente ad avere numerosa prole, ma a’ mezzi altresì di bene educarla, istruirla, e mantenerla con comodità: a quel modo medesimo è necessario, che nello Stato col promuovervi la popolazione, si studj di bene educar la gente per la parte dell’animo e del corpo, e procacciarle proporzionevolmente i mezzi di sostenersi.”

Antonio Genovesi
Delle Lezioni di Commercio o sia d’Economia Civile, 1765

Il perverso intreccio che soffoca il Sud

Angelo Forgione Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho avvisa che Cosa nostra e ‘Ndrangheta sono cresciute grazie alla massoneria:

«È la massoneria che comanda e ha la forza di sviluppare economia. Rappresenta quella camera in cui le varie forze condividono progetti. Al suo interno ci sono mafia, politica, professionisti e anche magistrati. Il Legislatore dovrebbe interrogarsi sull’opportunità che nella nosta società possano esistere ancora organizzazioni segrete.»

Cose di cui sono perfettamente al corrente i più alti vertici massonici a Londra e chiunque mastichi la materia. Ma è importante che lo dica a gran voce il procuratore nazionale antimafia, dando l’esatta dimensione di quel perverso intreccio tra logge massoniche deviate, politica e mafie, che poi altro non sono che paramassonerie nate in epoca carbonara con riti, codici verbali e toccamenti.

Per comprendere certe dinamiche è il caso di fare un po’ di storia e di ricordare cosa accadde con l’Unità d’Italia. Il patto del Gran Maestro Giuseppe Garibaldi con i picciotti e i camorristi di allora è il simbolo di un abbraccio ancora esistente, di cui Londra è ben al corrente, poiché le mafie tornavano utili agli inglesi per destabilizzare il meglio geo-posizionato Regno delle Due Sicilie e minarne la politica mediterranea in vista dello scavo del Canale di Suez.
I massoni, nel secondo Ottocento, sentirono l’esigenza di muoversi nello scenario politico del proclamato dello Stato unitario in maniera riservata e segreta. Il Grande Oriente d’Italia si mosse per salvaguardare l’identità degli affiliati più in vista, e così, nel 1877, l’allora Gran Maestro, il pratese Giuseppe Mazzoni, costituì la loggia Propaganda massonica, sciolta dalla repressione fascista e poi ricostituitasi nel dopoguerra, dopo che gli anglo-americani si erano avvalsi del crimine organizzato per la “liberazione” dal Fascismo, che alle mafie e alle logge aveva tagliato i viveri. Nuovo nome: Propaganda 2, cioè la P2, poi completamente deviata dal Maestro venerabile Licio Gelli, pistoiese, manovratore di un club esclusivo di imprenditori e funzionari statali di ogni livello capaci di condizionare in modo occulto le alte istituzioni dello Stato.

Insomma, un perverso intreccio che tiene sotto scacco il Sud dalla nascita della nazione italiana, con conseguenze sull’intero paese. Mirabile, a tal proposito, un eccezionale sketch di un geniale Corrado Guzzanti del 2011, in epoca di celebrazioni del 150esimo anniversario dell’unità d’Italia. Un mafioso che manda al diavolo Berlusconi e poi riceve l’immediata telefonata di un massone che gli impartisce l’ordine di recarsi velocemente a Roma.
Quando la satira spiega meglio di ogni cosa cos’è l’Italia.

per approfondimenti: Napoli Capitale Morale (Angelo Forgione – Magenes, 2017)

Eurispes: dal 2000 al 2017 il Centro-Nord ha sottratto 840 miliardi al Sud

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Angelo ForgioneCome dice la canzone più famosa d’Italia? Il Sud rapina il Nord? Il Nord è la mammella di tutto il Sud? Roba da giornalacci e da trasmissionacce nazionali che nascondono o non sanno individuare la verità di un Centro-Nord che beneficia di una spesa pubblica superiore a quella destinata al Sud e che, sottoforma di beni e servizi, ottiene dal Sud più di quello che gli “elargisce”.
Ce lo conferma anche il freschissimo 32° Rapporto Italia di Eurispes, l’Istituto di Studi Politici Economici e Sociali, che ha fatto le pulci alla spesa pubblica nelle aree geografiche d’Italia relativa al periodo 2000-2017. Sentenza scontata per chi conosce la Questione meridionale e la sua persistenza:

Emerge una realtà dei fatti ben diversa rispetto a quanto diffuso nell’immaginario collettivo che vorrebbe un Sud ‘inondato’ di una quantità immane di risorse finanziarie pubbliche, sottratte per contro al Centro-Nord. Dal 2000 al 2017 le otto regioni meridionali occupano i posti più bassi della classifica per distribuzione della spesa pubblica. Per contro, tutte le Regioni del Nord Italia si vedono irrorate dallo Stato di un quantitativo di spesa annua nettamente superiore alla media nazionale. Se della spesa pubblica totale, si considera la fetta che ogni anno il Sud avrebbe dovuto ricevere in percentuale alla sua popolazione, emerge che, complessivamente, dal 2000 al 2017, la somma corrispondente sottrattagli ammonta a più di 840 miliardi di euro netti (in media, circa 46,7 miliardi di euro l’anno).

Il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, è eloquente:

«Sulla Questione meridionale, dall’Unità d’Italia ad oggi, si sono consumate le più spudorate menzogne. Il Sud, di volta in volta descritto come la sanguisuga del resto d’Italia, come luogo di concentrazione del malaffare, come ricovero di nullafacenti, come gancio che frena la crescita economica e civile del Paese, come elemento di dissipazione della ricchezza nazionale, attende ancora giustizia e una autocritica collettiva da parte di chi – pezzi interi di classe dirigente anche meridionale e sistema dell’informazione – ha alimentato questa deriva. All’interno di questo Rapporto si trova una descrizione della vicenda meridionale ricca di dati e di informazioni prodotti dalle più autorevoli agenzie nazionali ed internazionali che certificano come siamo di fronte ad una situazione letteralmente capovolta rispetto a quanto comunemente creduto».

Il rapporto Eurispes evidenzia una realtà che proprio non vuole entrare in testa a chi abbocca alle faziose descrizioni delle interdipendenze italiane limitandosi ai trasferimenti statali dalle regioni ricche a quelle povere:

Il Prodotto interno lordo al Nord Italia dipende molto poco dalle esportazioni all’estero e per grossissima parte invece dalla vendita dei prodotti al Sud, il quale a sua volta nei confronti dello scambio di prodotti con il Nord Italia mostra valori in perdita di diversa gravità.
La situazione di import-export tra Nord e Sud Italia, tutta a vantaggio del Settentrione è resa possibile, paradossalmente, proprio da quei tanto discussi trasferimenti giungenti da Nord a Sud, come frutto delle tasse pagate dal Settentrione. Se questi ultimi infatti fossero oggi annullati o semplicemente ridotti, il primo a farne le spese sarebbe proprio il Nord, subendone le conseguenze peggiori.
A conti fatti, a fronte dei 45 miliardi di euro di trasferimenti che ogni anno si sono spostati da Nord a Sud, ve ne sono stati altri 70,5 pervenuti al Nord compiendo il percorso inverso.

Dunque, il Presidente dell’Eurispes precisa anche che: «ogni ulteriore impoverimento/indebolimento del Sud si ripercuote sull’economia del Nord, il quale vendendo di meno al Sud, guadagna di meno, fa arretrare la propria produzione, danneggiando e mandando in crisi così la sua stessa economia». Realtà da me ampiamente descritta più volte in passato. Basta copiare e incollare un passaggio del mio libro Dov’è la Vittoria (pag. 44-45):

Del danaro fa il tragitto Nord-Sud e dell’altro compie il percorso inverso. Il Sud riceve flussi di reddito, ma fornisce forza lavoro ed è gran mercato di sbocco per le merci delle industrie del Nord. La produzione settentrionale, infatti, è competitiva nel Meridione e molto meno all’estero, il che significa che a ogni drastica riduzione dei consumi al Sud corrisponde una riduzione del PIL al Nord. I due territori sono legati a doppio filo e l’economia settentrionale, che vanta di poter essere autonoma e lamenta di essere frenata, in realtà subisce conseguenze negative a ogni calo del potere d’acquisto dei “terroni”. Le due Italie sono evidentemente diverse da sempre, ma molto più coinvolte in un percorso comune di quanto la superficialità del dibattito faccia pensare. Il vero problema è che si tratta di un cammino intrapreso con una macchina inadeguata. La struttura economica italiana, così com’è, rappresenta un limite per tutti, anche per chi guida. Il ragionamento è semplice: se un territorio produce tanta merce e la sua offerta si scontra con una contrazione della domanda, quel territorio è costretto a ridurre la produzione, incassando meno soldi del previsto. Ecco spiegato il motivo per cui, al di là dell’evidenza della divaricazione, negli anni della recente recessione si è registrata un’impennata di chiusure aziendali al Nord, sia pure in percentuale minore rispetto al Sud. L’Italia, spinta dalle economie europee più forti e dai cartelli di alcuni soggetti opachi, ha fronteggiato l’ingente passivo delle sue finanze aumentando il carico fiscale in modo massiccio e iniquo, colpendo le fasce più deboli e generando disoccupazione e calo del potere d’acquisto. Le reciprocità economiche italiane e le interdipendenze del mercato interno ne sono uscite pesantemente indebolite, con un Sud in ginocchio e un Nord disorientato da una recessione mai affrontata prima.

In termini di acquisti di beni e servizi il valore di quanto va dal Sud al Nord è pari a circa 70 miliardi annui. Va infine precisato che il Rapporto Eurispes non tiene conto dell’emigrazione sanitaria (2 miliardi/anno), della spesa delle famiglie del Sud per formare laureati destinati al Centro-Nord (20 miliardi/anno) e di tutta la raccolta agli sportelli bancari al Sud delle banche del Centro-Nord (700 miliardi/anno) con cui si coprono i finanziamenti fatte alle aziende settentrionali.

Le inaccettabili illazioni di un giornalista juventino

Invito il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Nazionale (Carlo Verna), il presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania e della Lombardia (Ottavio Lucarelli e Alessandro Galimberti), nonché il presidente dell’Unione Stampa Sportiva Italiana (Luigi Ferrajolo) e i presidenti dei gruppi regionale di Campania e Lombardia della stessa USSI (Mario Zaccaria e Gabriele Tacchini) a prendere posizione rispetto alle inaccettabili illazioni di Claudio Zuliani (iscritto all’OdG della Lombardia) formulate nel corso della trasmissione Lunedì di rigore, dedicata a Milan, Inter e Juventus, e andata in onda il 27 gennaio scorso sull’emittente Top Calcio 24. Zuliani, nel tentativo di giustificare l’allenatore della Juventus Maurizio Sarri per le dichiarazioni sgradite agli ambienti juventini, definiva la sala stampa dello stadio San Paolo come un covo di provocatori e scalmanati che accolgono il pullman della Juventus con calci, petardi e insulti. Esternazioni prive di deontologia che ledono gravemente la professionalità e la serietà dei giornalisti napoletani e campani, ma anche l’immagine dell’intera categoria. Insinuazioni del genere, capaci di nutrire i più stantii e radicati luoghi comuni e fomentare sentimenti negativi, non possono essere pronunciate impunemente.


Il presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Carlo Verna, dopo aver ricevuto la segnalazione, “condanna” giornalista e trasmissione intera (con incursione sulle recenti esternazioni di Giampiero Mughini) attraverso i microfoni dell’emittente regionale Televomero, passando la palla al Consiglio di Disciplina, che analizzerà e si esprimerà in merito.

MiBACT: bene i musei campani (e manca il napoletano più visitato)

Angelo ForgioneLa Top 30 degli afflussi ai musei e ai parchi archeologici statali del 2019 conferma ovviamente il podio del Colosseo, con oltre 7,5 milioni di visitatori, delle Gallerie degli Uffizi, con quasi 4,4 milioni di ingressi, e di Pompei, con circa 4 milioni di presenze. In calo, ma stabili in classifica, sesta e settima, Venaria Reale e la Reggia di Caserta (-14%).

I dati evidenziano una crescita sensibile della Galleria Nazionale delle Marche (+36,8%) e dei musei napoletani. Il Museo di Capodimonte aumenta del 34,2% pur restando ancora ampiamente sotto le sue potenzialità. Significativo incremento anche per Castel Sant’Elmo (+18,7%) e per Palazzo Reale (+11%).

Manca all’appello, perché non statale, quello che è il museo napoletano più visitato, che non è l’Archeologico (al decimo posto) ma, di fatto, la Cappella Sansevero. Lo scrigno del Cristo Velato, in continua crescita, ha totalizzato nel 2019 ben 758.453 accessi, senza domeniche gratuite. Confrontando i numeri con la classifica ufficiale stilata dal ministero dei Beni culturali, si piazzerebbe all’ottavo posto, proprio tra Venaria Reale e la Reggia di Caserta. Una posizione eccelsa, considerando che i numeri dei musei statali contemplano la gratuità degli accessi, che dovrebbe aggirarsi tra il 40 e il 50% del totale.

Insomma, bene il trend per la Campania della cultura e dei tanti tesori e delle potenzialità ancora ampiamente inespresse.

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Come un mese di radiazioni napoletane

Angelo ForgioneSta facendo discutere e indignare il modulo informativo di richiesta di un esame radiologico “CT CONE BEAM” per odontoiatria di una struttura ospedaliera della Regione Veneto (ULSS 9 – provincia di Verona). Per poterlo eseguire, è necessario il consenso informato scritto e firmato dal paziente, prendendo conoscenza dal documento che lo specifico esame radiologico comporta una “dose efficace” di radiazioni molto ridotta, che “equivale alla dose assorbita (…) per radiazioni ambientali vivendo un mese a Napoli (il capoluogo con la massima dose ambientale annua in Italia)”. Vero o falso?

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Le radiazioni ambientali di Napoli sono fatto reale, ma bisogna chiarire ciò che il modulo non chiarisce. Esse non derivano da azioni umane ma sono un fenomeno naturale persistente e “volatile”, nel senso che sono dovute alle rocce porose di tipo vulcanico su cui poggia la città, tra il Vesuvio e i Campi Flegrei.
Si tratta dunque di capire che, per la concentrazione vulcanica, Napoli è una città ad alta presenza di gas radioattivo naturale, il Radon, un gas inodore e incolore, appunto volatile perché fuoriesce continuamente da suolo e sottosuolo e si disperde rapidamente nell’aria. Penetra però all’interno degli edifici e lì si può incamerare, e allora il pericolo può sussistere per chi abita o lavora in locali a diretto contatto con il suolo, soprattutto in ambienti costruiti con il tufo, e non li area. In questi casi, per far disperdere il Radon, basta aprire più volte le finestre durante l’arco della giornata, tenendole aperte per almeno cinque minuti d’inverno e trenta d’estate.

I rischi per chi inala Radon? È la seconda causa di tumore al polmone dopo il fumo. Non specificamente a Napoli ma in tutt’Italia, che è tra le nove nazioni più naturalmente radioattive al mondo secondo il rapporto Uscear 2000 (United Nations Scientific Committee on the Effects of Atomic Radiations) presentato all’Assemblea generale dell’Onu nel 2016. Rapporto che segnala come il posto più naturalmente radioattivo d’Italia, tra i cinque luoghi più naturalmente radioattivi del pianeta, sia Orvieto, e di gran lunga. Nessuna menzione specifica per Napoli tra le zone che innalzano fortemente la media, che, oltre la Campania e la zona di Terni, sono il Lazio (in testa) e il Sud della Toscana.

Il Radon è fortemente concentrato anche in alcune zone del Veneto, eppure si avvisano i pazienti veronesi (e bolzanini) sul fatto che sottoporsi a un particolare esame radiologico è come vivere per un mese a Napoli, e chissà perché non ad Orvieto.
L’intento è di minimizzare le preoccupazioni, ma induce a pensare che dopo un mese a Napoli si sopravvive, ma un anno intero è come esporsi a Chernobyl o Fukushima. Figurarsi tutta la vita.

Non c’è motivo di allarmarsi, perché il pericolo esiste per chi vive in certi ambienti a contatto con il suolo e non è abituato ad arearli continuamente. E però la ULSS 9 veneta di Verona, ma anche l’Ordine dei medici di Bolzano, forniscono un dato allarmistico e non contemplano il fatto che tutto dipende da quanto gas Radon si concentra nell’aria che si inala (al chiuso), non da quello che fuoriesce da sottosuolo. Certi luoghi come Napoli e Orvieto hanno un’alta concentrazione di Radon che fuoriesce dal sottosuolo ma, per assurdo, un veronese e un bolzanino possono respirarne di più in determinate condizioni ambientali.

“Sud come il Nord nel 2020”, si diceva nel 1972

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Angelo ForgioneFa “sorridere” la riesumazione di un articolo del 1972 sul Corriere della Sera che pubblicava la previsione riportata in un rapporto del Ministero del Bilancio circa la chiusura del divario fra Nord e Sud del Paese nel 2020. Era l’Italia da poco uscita dal boom economico, e da allora il divario non solo non è stato minimamente ridotto ma è cresciuto notevolmente. I diplomati ed i laureati continuano ad emigrare; il reddito medio pro-capite al Nord è quasi il doppio di quello del Sud; il tasso di disoccupazione in alcune aree del Mezzogiorno supera il 18%, mentre in tante città settentrionali è meno del 5%.
Quarant’anni dopo la previsione del 1972, nel 2012, la più attendibile Svimez ci ha invece avvisato tra le righe di un suo rapporto che il PIL pro capite del Meridione d’Italia, nella migliore delle ipotesi, non potrà raggiungere i livelli del resto del Paese prima di almeno quattrocento anni.

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Saranno di più, perché il sottosviluppo del Meridione è programmato, è prodotto delle scelte di politica economica fatte dalle classi dirigenti che hanno governato la Nazione dalla sua nascita. Il sistema italiano di potere che lega politica ed alta finanza continua a foraggiare la classe clientelare del Paese attraverso una pressione fiscale altissima che distrugge il tessuto economico nazionale, lasciando al Nord la maggior quota della ricchezza prodotta e le migliori infrastrutture, così tagliando fuori mercato il Sud, scientificamente assistito per diseducarlo alla produttività e strozzarne l’autonomia. Meglio dargli sussidi, più funzionali ad accuse e lamenti, che infrastrutture e fabbriche, più utili alla produzione in concorrenza. Questa realtà è stata fotografata anche della Banca d’Italia, e parla di un modello di sviluppo italiano a trazione settentrionale del tutto fallimentare per via dell’indirizzamento della maggior quota di reddito e occupazione al Nord e dell’ostruzione dello sviluppo del Sud, destinato ad essere un mercato di sbocco per i prodotti delle aziende lombarde, piemontesi, venete ed emiliane, e a rappresentare un bacino elettorale per quelle forze politiche che intendono mantenere il dualismo e che oggi con l’autonomia differenziata vorrebbero addirittura incrementare. Il denaro che dalle aree ricche è trasferito a quelle più povere è una forma di risarcimento, ampiamente recuperabile, per l’impedimento alla competitività generale. Indirettamente, i trasferimenti verso il Sud hanno sostenuto e continuano a sostenere lo sviluppo economico della parte più avanzata del Paese.

Per concludere, ricordo ancora una volta quel che dice l’Articolo 3 della Costituzione italiana, datata 1947:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di condizioni personali e sociali, ed è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Ci troviamo evidentemente di fronte al tradimento di uno dei principi fondamentali della Repubblica italiana, che non ha in alcun modo riparato ai danni del precedente periodo monarchico, e non ha alcuna intenzione di farlo.

Buon 2020, meridionali!

Massimo Troisi offeso dalla sua San Giorgio

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Angelo Forgione“Io non sono napoletano. Sono di San Giorgio a Cremano”. È una delle frasi di Massimo Troisi che illuminano il Natale della cittadina natia del compianto attore. Ed è esplosa la polemica.
Conosco la napoletanità di Giorgio Zinno, sindaco di San Giorgio, la cui amministrazione ha meritoriamente e coraggiosamente cambiato l’odonimo dello slargo del Comune, da piazza Vittorio Emanuele II a piazza Carlo di Borbone. Ma sono anche certo che Massimo Troisi, se tornasse tra noi, andrebbe su tutte le furie per la strumentalizzazione di una frase ironica che faceva il verso a quella di Sophia Loren («Io non sono italiana, sono napoletana»). Messa così, per fare luminaria natalizia in una strada della città, nega la spiccata napoletanità di Troisi e rischia di non essere capita dalle giovani generazioni locali, che magari il loro concittadino non lo conoscono per la persona che era e che potrebbero interpretarla in senso di avversione al capoluogo.
Piuttosto, un serio Troisi disse a Marzullo: «Io non mi sento mai rapportato ai napoletani. Io mi sento napoletano, che è diverso. Ti levi dall’imbarazzo della bandiera o dei comunicati, o delle cose. Io so’ napulitano, nun l’aggio dimostra’ a nisciuno e nun l’aggio spiega’ a nisciuno».
Sono certo che il sindaco Giorgio Zinno, vesuviano di San Giorgio con profondo senso della napoletanità proprio come Troisi, riparerà a una leggerezza che offende la memoria di Massimi’.

 

Quando in piena psicosi da “terra dei fuochi” dicevamo che l’agroalimentare campano era sicuro

Angelo Forgione – Striscia la Notizia torna sul prodotto agroalimentare della Campania, quello colpito dalla psicosi da inquinamento della “Terra dei fuochi”, per chiarire che anche in zone contaminate da inquinanti e metalli pesanti non è in discussione la qualità di frutta e verdura, e lo fa con il supporto degli esperti, per i quali anche in terreni che dovessero risultare contaminati le piante crescono sane.

Clicca qui per vedere il servizio di Striscia la Notizia

Peccato, perché ricordo bene quanto fosse scorretta l’informazione fornita in piena esplosione del fenomeno criminale che causò una drammatica flessione di domanda di prodotto e la chiusura di centinaia di piccole e medie imprese per un danno, calcolato per difetto, di circa cento milioni di euro.

In quel periodo in cui nessuno voleva più mangiare frutta e verdura campana, e mentre il pentito Carmine Schiavone, ex boss dei Casalesi, diventava ospite fisso delle trasmissioni radical-chic preconizzando un’ecotombe da guerra atomica in pochi anni, sarebbe bastato dare voce agli agronomi e agli scienziati, gli stessi che si interpellano oggi. Io lo feci e, sfidando tutti, risposi all’appello della ricercatrice Paola Dama per provare a far capire che i prodotti campani erano sicuri a tavola, perché i frutti sono capaci di assorbire dalle piante ciò che serve loro per crescere e in quantità tali da non risultare nocivi. Sarebbe bastato chiarire che il vero problema per la salute, nei territori tra Caserta e Napoli, era (ed è) respirarne l’aria o berne l’acqua se attinta da falde acquifere inquinate, non certo mangiare i prodotti coltivati.

A quel tempo mettemmo in piedi il Festival del Pomodoro a Caivano e fummo i “pazzi” che andavano controcorrente, mentre tutti si alimentavano più di terrore che di prodotti della terra, nonostante il RASFF (Rapid Alert System for Food and Feed), il sistema comunitario di allerta rapido per alimenti e mangimi, non lanciasse alcun tipo di allarme sui prodotti campani esportati.

Il nostro megafono non era né potente né sufficientemente amplificato, ma almeno continuammo a mangiare serenamente campano, e ci andava storto solo quando aziende come la cremonese Pomì pubblicavano l’immagine “pubblicitaria” dello Stivale italiano con un bel pomodoro tondo, lucido e rosso, a cavallo tra Lombardia ed Emilia, zona del comparto Nord del pomodoro da industria, nel bel mezzo della Pianura Padana, e il messaggio “Solo da qui. Solo Pomì”. E pazienza se la distesa padana era già stata indicata dall’Agenzia Comunitaria per l’Ambiente quale zona con l’aria più inquinata d’Europa, altro che fazzoletto di campagne tra Caserta e Napoli.
Proprio su quel palco di Caivano decisi di scrivere presto un libro sulla storia del pomodoro, veicolo di tanta insospettabile storia di Napoli, e che Dio benedica i napoletani per aver insegnato al mondo intero di quale ricchezza alimentare si trattasse, mentre un po’ tutti lo consideravano nocivo. Corsi e ricorsi storici.

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Acqua alta e ven(e)to forte

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Angelo Forgione – Matera, Venezia e mezza Italia allagata. Due gemme che l’Italia non ha saputo difendere, entrambe sommerse dall’acqua, sì, ma una merita attenzione mediatica, stanziamenti d’urgenza e raccolte fondi solidali, e chi se ne frega se gli italiani tutti hanno già fatto una colletta da sette miliardi di euro per far sì che non finisse più a mollo. Il MoSE degli scandali, delle ruberie e delle manette, un’opera non terminata e già vecchia. Roba all’italiana che fa rabbrividire. Uno spreco che rischia di rivelarsi totale e pure inutile al completamento dei lavori. Del resto, MoSE sta per “Modulo Sperimentale” perché non c’è alcuna certezza che funzioni, visto che è progettato male, malissimo, come peggio non si sarebbe potuto, con un errore capitale: i meccanismi che alzano le paratoie sono immersi nell’acqua, soggetti a corrosione e aggressione di sedimenti e vegetazione marina, e allora ogni mese bisogna estrarre a turno le paratoie dal fondo, ripulirle e rimetterla giù. Per sempre!
Una manutenzione senza soluzione di continuità e dai costi enormi. Insomma, un’assicurazione sul lucro per chi sulla costosissima manutenzione del MoSE ci guadagnerà.


Intanto la necessaria solidarietà si è messa in moto immediatamente, sì, ma solo per la fragile Venezia 
dalle uova d’oro. Il Governo ha elargito ai lagunari 5mila euro a ogni singolo e 20mila a ogni esercizio. SMS solidali piovono, pardon, arrivano anche dalla RAI, la tivù di Stato che così ignora le devastazioni di Matera e costa ionica sotto al fango, con danni anche assai maggiori che in Veneto, la regione che ha cementificato e disboscato più che altrove.

Perché se perdiamo Venezia ci siamo giocati una delle nostre città-simbolo e tutto il turismo/soldi che attrae. Di Matera, invece, ci siamo ricordati che esiste solo quando è stata proclamata Capitale europea della Cultura, in nome delle trivelle che il Governo Renzi garantiva alle compagnie estrattive di petrolio lucano.
Matera sembra non interessare a nessuno e può anche affondare nel silenzio, come le località pugliesi, calabresi e siciliane in ginocchio. Meglio non darle troppa attenzione, altrimenti finisce che se ne viene l’impomatato governatore Luca Zaia con un prosecchino in mano a contestare gli stanziamenti per quei quattro sassi di Matera. Pardon, quelli erano di Pompei.

L’immagine della Basilica di San Marco sotto l’acqua ha fatto il giro del mondo. Non è la prima volta che accade, certo, ma le statistiche parlano da sole: 6 inondazioni straordinarie negli ultimi 8 secoli, di cui 3 negli ultimi 20 anni, e ben 2 negli ultimi dodici mesi.
E così, mentre qualche illuminato giornalista nostrano (Feltri) pensa ai fatti suoi e sostiene che se ci sono due gradi in più a casa sua (Bergamo) in fondo si sta meglio, assistiamo passivamente agli ormai puntuali eventi straordinari d’autunno (dopo il caldo di ottobre) che mettono a rischio la vita delle persone e l’integrità dei luoghi della cultura.
Certo, ora il problema sono i chiacchierati “cambiamenti climatici”, che sono evidenti e sempre più incisivi. Però poi finiamo per dimenticare la vera causa dei disastri, cioè il dissesto idrogeologico, cui il paese non mette mano e per il quale, dice la Corte dei Conti, l’Italia spende solo il 20% dei già insufficienti fondi disponibili. Il CNR stima che dal 2000 a oggi, solo per frane e inondazioni, hanno perso la vita in totale 438 persone. Dunque, stiamo attenti a non sotterrare atavici problemi irrisolti con nuove problematiche globali che li acuiscono.

E nel frattempo il forse insufficiente MoSE di Venezia, dal 2003, è ancora fermo al palo per costosa costruzione e manutenzione, tra tangenti e ritardi nell’efficiente Veneto leghista, regione tra le più trascurate e a più alto rischio idrogeologico. E allora a Zaia non resta che disperarsi e puntare il dito contro il Governo: “Tutta colpa dello Stato”, dice colui che in tempi di cielo sereno si spende invece per reclamare l’autonomia fiscale di una regione che da povera si è fatta ricca, ed è diventata tale anche perché in quei territori si è costruito cementificando selvaggiamente 70mila ettari di superficie proprio dove i fiumi diventano pensili e dove il territorio è sotto il livello del mare.
Si sappia che per anni la sicurezza idrogeologica del Nord-est è stata sacrificata allo sviluppo urbanistico ed industriale. Lo scrisse qualche anno fa Legambiente Veneto in una relazione, chiedendo un patto per il territorio in cui nel 54% dei comuni coinvolti sono presenti fabbricati e insediamenti industriali.
Così i veneti hanno iniziato a produrre merci e hanno guadagnato benessere, e poi hanno deforestato montagne e colline per farvi Prosecco ad alto reddito e a bassa tenuta del terreno, ma hanno perso la memoria storica e si sono dimenticati dell’alluvione del 1966. Se lo ricordano ora, con il disastroso cambiamento climatico degli ultimi anni, e fanno anche loro i conti con tragedie e danni da risarcire. Prima di Luca Zaia, il Veneto delle mancate bonifiche ha avuto cinque governatori su cinque condannati, tra crolli di cavalcavia e realizzazioni di superstrade inutili.
Ora tocca al leghista che ritiene i resti di Pompei dei calcinacci, colui che, quando il sole splende, rafforza sempre più la richiesta di autonomia affinché le tasse del produttivo Veneto non vadano a Roma, e chissà se poi vorrebbe usarle per mettere in sicurezza il territorio, per il monitoraggio dei fiumi e per la manutenzione dei boschi. Tutto condito da una certa prosopopea e supponenza su certe capacità imprenditoriali e sui livelli di benessere raggiunti, anche grazie alle spese merceologiche dei meridionali ai quali il Governatore non vorrebbe più elargire trasferimenti statali, e grazie pure al supporto delle famigerate banche venete (Venetobanca e Popolare di Vicenza), prima cresciute a dismisura e poi collassate a tal punto da costringere lo Stato a salvarle pur di evitare il tracollo dell’economia territoriale, con aggravio dei conti pubblici italiani.
Insomma, almeno sotto l’acqua e il fango (purtroppo), ricchi e poveri, siamo un po’ tutti nella stessa barca, e non è l’arca di Noé.