Angelo Forgione – Con l’elezione del nuovo sindaco, i napoletani giocano con uno tra i piatti più conosciuti della cucina campana, i “Manfredi” con la ricotta, che in città li conoscono tutti, ma se metti piede fuori l’area metropolitana già la faccenda inizia a diventare misteriosa, perché quelle fettuccine con i bordi arricciati intitolati inizialmente al re Manfredi di Sicilia sono state ribattezzate “Mafalde” a inizio Novecento in onore della principessa Mafalda di Savoia, e così gli italiani di oggi le conoscono (anche “mafaldine” o “reginette”), tranne i napoletani, che continuano a chiamarle in modo tradizionale. Al Nord, poi, neanche si è a conoscenza di questo formato di pasta perché la richiesta è scarsissima e la distribuzione si adegua.
A la Radiazza (Radio Marte) abbiamo sentito un pastificio di Caserta, una salumeria di Forcella a Napoli e lo speaker radiofonico Luca Viscardi da Bergamo…
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La crisi del pomodoro pelato
Angelo Forgione – Ma quanto stiamo sbagliando, proprio noi italiani, con il pomodoro? Consumiamo soprattutto la passata (54%), il prodotto meno nobile perché ottenuto con scarti della lavorazione, pezzi eliminati dagli operai mentre i pomodori scorrono sui nastri delle industrie conserviere. Poi ci sono le polpe (21%) e solo pochi ormai preferiscono i pelati (11%), che sono il prodotto più sicuro e qualitativo, perché subiscono una trasformazione industriale solo minima e mantengono intatto il legame con la materia prima da cui originano, i pomodori lunghi di qualità, lavorati appena colti e conservati nel modo migliore. Maturati, poi lavati, bolliti, spellati, e infine inscatolati con succo naturale con aggiunta di acido citrico per salvaguardare le caratteristiche organolettiche del prodotto finito.

Tecnologi, nutrizionisti e chef stellati avvertono che i pelati sono la migliore tra le conserve di pomodoro, eppure sono diventati prodotto di basso consumo in Italia, mentre negli anni Ottanta costituivano la metà delle vendite. Di scatole di pelati se ne aprono soprattutto in Campania, e poi in Sardegna, nel Lazio e in Umbria, mentre in Molise e in Sicilia la quantità è pari a meno della metà delle regioni in testa, bassa quanto in Friuli. Il consumo si è sbilanciato verso passate, polpe e sughi pronti, prodotti soprattutto al Nord.Meglio vanno le cose all’estero, dove i pelati sono ancora il prodotto italiano preferito. Insomma, il pelato ce lo invidiano in tutto il mondo, è il pomodoro italiano più amato nel mondo, ma non il più mangiato in Italia.
Eppure una buona informazione sul mondo del pomodoro sta facendo crescere la diffidenza da parte dei consumatori nei confronti dei prodotti trasformati, e i recenti sequestri sono solo gli ultimi, tra i più eclatanti, ad avvertirci che l’industria conserviera, nel mirino dei Carabinieri del Reparto Tutela Agroalimentare, non è immune dalle frodi.
La produzione dei pelati sta calando drasticamente anno dopo anno. Il rischio concreto è quello di veder sparire lentamente dagli scaffali dei supermercati il miglior prodotto italiano, unico al mondo per qualità, biodiversità e lavorazione. Tutto questo mentre l’Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali (ANICAV) di Napoli, dal 2017, prova a tutelare e valorizzare il prodotto trasformato registrando il marchio “Pomodoro pelato di Napoli IGP” e la Coldiretti di Foggia si oppone perché la gran parte del pomodoro lungo, poi trasformato in Campania, viene coltivato in Capitanata. Una guerra tutta intestina di un Mezzogiorno che non riesce a valorizzare un suo unicum nel mondo, il simbolo più evidente della sua specificità e della sua qualità.
Tutto ciò senza dimenticare il pomodoro San Marzano, specifico pomodoro lungo coltivato in determinate aree territoriali delimitate tra le province di Napoli, Salerno e Avellino, l’eccellenza del pomodoro italiano nel mondo, che è ormai un frutto di nicchia, e quello vero è persino roba di soli contadini per consumo proprio.
L’invito è uno solo: acquistare i pelati e non le passate. E se proprio disturbano semini e bucce, esistono sempre gli utili passini, a manovella o elettrici. Per un pomodoro di qualità, e perché no, per l’economia del Sud.
per approfondimenti: il Re di Napoli
Addio a Carla Fracci, amica di Napoli
Angelo Forgione – Scompare ad 84 anni la più grande danzatrice contemporanea, l’étoile per eccellenza, la “prima ballerina assoluta” per il New York Times.
Festeggiò i suoi 80 anni al San Carlo di Napoli, non alla Scala di Milano, la sua città, che voleva semplicemente farla sedere in platea in occasione di una serata non a lei dedicata.
“A Milano ho dato molto, ma Milano è cambiata. Peccato. Napoli – disse la Fracci – è stata molto più generosa. Sono felicissima di essere a Napoli, una città piena di fantasia, energia, e con un grande cuore. È una città meravigliosa, con un’anima, una semplicità e una generosità che ho sempre saputo apprezzare. Io ho bisogno di calore, di stima, di verità per stare bene. E Napoli è un po’ come casa mia”.
Quella festa non ebbe la grancassa dei media, perché così funziona quando non si tratta della Scala di Milano, ma Carla fu intimamente felice di essere protagonista sul palco, per due sere, in quel teatro, il più bello, quello della prima scuola di ballo d’Europa (1812), che aveva diretto negli anni Ottanta e che ancora sfornava (e sforna) danzatrici, mentre si addolorava per la smobilitazione dei corpi di ballo nei teatri italiani:
“Non si fanno crescere i giovani, non si danno opportunità, e siamo sempre più spinti a reclutare grandi corpi di ballo dall’estero. Un paese senza i mezzi per fare cultura e arte – disse – è un Paese che si nega a un futuro vero, autentico e libero”.
«Il Vesuvio fuma la pipa»
Angelo Forgione – «Il Vesuvio fuma la pipa». Era questo il popolare modo di dire dei napoletani per indicare il pennacchio di vapore che usciva dal cono del vulcano in attività. Ce lo dice il volume II della pubblicazione Usi e Costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti, pubblicato nel 1858, in cui il poeta e giornalista Enrico Cossovich, anche autore del testo in italiano della canzone Santa Lucia, in un capitolo dedicato proprio al Vesuvio scrive:
“Il nostro Vesuvio, a differenza di altri vulcani, può dirsi in una continua attività, sia quando erutta fuoco, sia quando fumiga soltanto o, secondo la frase popolare, fuma la pipa.”
L’ultima eruzione, quella del 1944, sancì il passaggio del Vesuvio ad uno stato di attività a condotto ostruito e cancellò il pennacchio alla vista delle popolazioni intorno. Nella pubblicazione Il poeta solitario: Canzoniere del 1968, l’autore Michele Miniello Genchi scrive:
“Sussulta la grande metropoli e canta così: – È spento Il caro Vesuvio: È morta la bella città di Napoli! Non fuma la pipa il vecchio Vesuvio […].”

La guerra ignorante tra chi non conosce il “pizza effect”

Angelo Forgione – Forti polemiche per l’autoproclamazione di Chicago a capitale mondiale della pizza. La città dell’Illinois, dunque, è convinta di essere il posto migliore del mondo per mangiare il piatto simbolo della cucina popolare napoletana, e lo ha annunciato su Twitter per festeggiare il World Pizza Day: «Orgogliosi di essere la capitale mondiale della pizza».
Non sembra essere d’accordo Phil Murphy, il governatore del New Jersey, che pure ha investito il suo stato del titolo di “Capitale mondiale della pizza” con un cinguettio sulla rete.
Quelli di Chicago vantano la deep-dish pizza, che non ha nulla a che vedere con l’originale pizza napoletana. Ha un altro impasto e lo strato di “mozzarella” è talmente alto da far sembrare la “pizza” una torta.
Quelli del New Jersey, invece, sbandierano la prima pizzeria d’America a Trenton, datata 1912. Peccato che si sbaglino, perché la prima pizzeria nella terra degli Yankees la aprì un napoletano, Gennaro Lombardi, e lo fece nel 1905 nella Little Italy di Manhattan. Era arrivato da Napoli nel 1897, mettendosi a fare la pizza napoletana dove nessuno l’aveva mai mangiata al di fuori di Napoli, Italia compresa. Al posto della legna usò il carbone e, per surrogare l’irreperibile mozzarella, si rassegnò al formaggio americano. Così nacque “Lombardi’s pizza”, e così gli americani, dal New York style che altro non era che una traduzione locale del piatto simbolo di Napoli, conobbero la pizza, sette anni prima dei cugini del New Jersey.
I newyorchesi pure si sono rizelati per quanto detto dai cugini degli altri stati, tutti dimenticando che il mondo non sono gli Stati Uniti, e anche se gli americani sono i primi consumatori al mondo di pizza gli unici ad aver diritto di fare una pernacchia a tutti sono proprio i napoletani, perché nel 1905, quando Gennaro Lombardi fece conoscere la pizza agli americani, a Napoli la si mangiava da almeno due secoli e mezzo, a partire dalla “mastunicola”, e che esistevano già un centinaio di pizzerie, la prima delle quali, a Port’Alba, operava già da 167 anni, cioè dal 1738. E lì, di fronte alla stessa pizzeria, ancora operante, è apposta un’epigrafe del 1796 con un bando borbonico su cui si legge che i deputati del tribunale comunicavano che l’esercizio della vendita dei generi alimentari sulla strada di Port’Alba, d’intralcio al passaggio dei pedoni e delle carrozze, sarebbe stato punito con sanzione pecuniaria di 24 ducati.Roba antica di secoli, e infatti l’Unesco riconosce quale patrimonio immateriale dell’Umanità l’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani, checché ne dicano gli americani, che almeno hanno il merito di aver apprezzato la pizza prima degli italiani. Senza andare al tempo di Carlo Collodi, che sul finire dell’Ottocento la definì “sudiciume complicato” per descrivere agli alunni delle scuole italiane cosa mangiavano i napoletani, basta puntare al secondo dopoguerra, quando Ancel Keys, il fisiologo statunitense che nei primi anni Cinquanta, partendo dallo studio della virtuosa alimentazione dei cittadini partenopei per arrivare a codificare il modello nutrizionale della Dieta Mediterranea (anch’essa patrimonio Unesco), assaggiò la pizza originale a Napoli, e poi in un ristorante della vicina Roma gliela rifiutarono: «Spiacenti, niente pizza qui, quella è roba da napoletani». Divenne simbolo degli italiani solo a partire dagli anni Sessanta, quando i turisti americani la richiesero continuamente, perché nell’America molto meno snob dell’Italia era già apprezzatissima, e questo chi conosce la storia della pizza glielo riconosce agli americani, tant’è che per il mondo intero esiste il “pizza effect“. Si dice tale un fenomeno culturale che viene esportato da un paese, si trasforma in un altro e poi torna alla cultura iniziale.
Pomodoro e pasta vaccinano il Pil del Meridione
Angelo Forgione – Se il PIL italiano è in picchiata causa pandemia, i dati ISTAT elaborati da due analisi di Coldiretti e di Sace dicono che il Made in Italy agroalimentare, specialmente il Made in Sud, è l’unico settore che va in controtendenza ed aumenta in esportazioni.
Coldiretti analizza il primo semestre del 2020, quello dell’esplosione della pandemia, durante il quale sono cresciute le esportazioni di pomodori pelati e polpe (+25,2% per 55,7 milioni di euro), di pasta di semola (+51,2% per 170,6 milioni di euro), di prodotti da forno (+15,2% per 91 milioni di euro) e, in lieve aumento, di olio di oliva (+5,5% per 196,4 milioni di euro).
Sace analizza un periodo più lungo, da Gennaio a Settembre 2020. Nove mesi in cui il tasso medio di crescita del comparto di alimentari e bevande di Campania, Puglia, Abruzzo, Basilicata e Molise è cresciuto del 10,1% rispetto allo stesso periodo del 2019, contro la media nazionale del comparto pari all’1,3%. Il miglior risultato in termini di valore è stato ottenuto dai prodotti alimentari campani. In particolare, le vendite all’estero hanno riguardato le conserve napoletane e salernitane (rispettivamente, +22,4% e +11,1% gennaio-settembre 2020 rispetto a gennaio-settembre 2019) e i prodotti da forno delle province di Napoli e Avellino (rispettivamente, +38,7% e +7,6% tendenziale).
Dati interessanti anche per le prospettive future del Mezzogiorno, dacché è calcolata una domanda estera di circa 17 miliardi di euro ancora inespressa negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, in Spagna, in Cina, in Turchia, in Messico e in Qatar.
Ed è bello sapere che il mondo sta tornando a chiedere la qualità agroalimentare del Sud Italia.

Apocalisse sul lungomare di Napoli

Angelo Forgione – Piove sul bagnato! Notte di devastazione sul lungomare di Napoli, colpito fortemente sul gomito di via Partenope da una mareggiata straordinaria, se straordinari possono dirsi certi eventi climatici ormai frequenti. Con il cambiamento climatico in corso e la tropicalizzazione del clima mediterraneo, si tratta ormai solo di quantificare la forza delle mareggiate, delle tempeste di vento e delle bombe d’acqua, sempre più violente ogni anno che passa (ma anche caldo e interminabili periodi di siccità). Inutile girare intorno alla casistica del passato: non sono più eventi sporadici ed eccezionali ma la normalità alla quale bisogna abituarsi, diretta conseguenza dell’innalzamento della temperatura terrestre e della perdita di biodiversità. La situazione in Italia è particolarmente grave per il fatto che la temperatura si sta innalzando a una velocità doppia rispetto alla media globale. Il problema è che le nostre città e le nostre coste, già destinate a un’incuria perniciosa, non sono pronte ad affrontare certe calamità ripetute, e allora non resta che contare i danni, ogni anno, qua e là.
Stavolta è toccato a Napoli. Il mare, ingrossato dall’alta marea, dal fortissimo vento e dalla bassa pressione atmosferica, ha invaso letteralmente la sede stradale. Lì, sulla curva di via Partenope, ha divelto muretti e ringhiere di recinzione, devastando decine di ristoranti e attività commerciali già in ginocchio per l’emergenza sanitaria. Calpestio pedonale fratturato e ormai compromesso (come si evince anche dalle immagini filmate sul posto) e necessità ormai sempre più evidente di risistemare l’intero waterfront, da riqualificare certamente – e se ne dibatte da qualche anno senza risultati tangibili – ma forse proprio da ripensare con una più ampia scogliera al largo, più idonea alle nuove evidenze climatiche, e magari coinvolgendo il Governo per il ripristino della spiaggia di ottocentesca memoria, utile allo sviluppo turistico della città e pure alla sicurezza del lungomare.
Più in la, in direzione di piazza Vittoria, quel che rimane del piccolo molo dei pescatori, testimonianza del lungomare d’epoca borbonica, è rimasto in piedi grazie ai tubi innocenti di sostegno montati qualche mese fa, dopo l’allarme lanciato alla vista del pericolo di crollo.
Beato Franceschiello
Angelo Forgione – E se Vittorio Emanuele II detiene il record di scomuniche, ben tre (1855, 1860 e 1870) ricevute da Pio IX, di cui l’ultima estesa ai suoi successori e ritirata in punto di morte semplicemente perché il primo sovrano d’Italia, uno stato comunque cattolico, non poteva e non doveva morire senza sacramenti, il cugino Francesco II di Borbone, ultimo Re delle Due Sicilie, è in procinto di essere beatificato. L’ annuncio è stato dato dal Cardinale uscente di Napoli Crescenzio Sepe nella sessione pubblica del Tribunale diocesano per le Cause dei Santi.
Il Signor Fabiani, come si fece chiamare durante il suo esilio per non rivelare che fosse il deposto Re di Napoli, fu uomo di profonda carità e amore verso il suo popolo. Quantunque la durata del suo trono fu breve, fece costruire e ampliare ospedali, si preoccupò dell’assistenza dei poveri e si adoperò per le opere caritative ed educative della Chiesa. Morì lontano dalla sua Napoli, ad Arco di Trento, in povertà, perché anche i beni privati di famiglia gli furono requisiti da garibaldini e piemontesi al momento della conquista del Sud, ma con gran decoro e altissima dignità.Nel suo testamento scrisse: “Ringrazio tutti coloro che mi hanno fatto del bene, perdono coloro che mi hanno fatto del male e domando scusa a coloro ai quali ho in qualche modo nuociuto”.
La statua di D10S
Angelo Forgione – Prende vita il modello della prima statua di Maradona post mortem, e a dargliela è Domenico Sepe, scultore di quelli bravi davvero. Spontanea ispirazione dal giorno della scomparsa, scintilla emotiva che ha innescato una fiamma di faticosa creazione tuttora ardente per donare al popolo che ha osannato il Campione un monumento che lo immortala all’acme del suo estro. Tutto cuore, niente affari, e dopo solo una decina di giorni è già perfettamente riconoscibile la figura del fuoriclasse giovane, aitante, frutto di un lirismo chiaro e di un’attenzione maniacale ai rilievi del volto, crisol de razas, e del resto del corpo.
Un modello che ho visto venir fuori dai disegni e poi dall’argilla, consigliando per quanto possibile Domenico sul dinamismo e sui dettagli di quel Diego che fu, idolo e supereroe nostro, di tutti i napoletani e gli argentini di quel tempo e di sempre. Una creazione di cui l’autore ha voluto rendermi partecipe dal principio – mio onore – in nome della nostra amicizia sincera nata dal comune orgoglio e amore per la cultura di Napoli, per le sue radici greche, per il classicismo e il neoclassicismo al quale si ispira la figura di questo atletico Maradona, che è mitizzazione della divinità pagana del pallone e riproposizione delle mitologiche sculture di Atene antica. Sì, visto da vicino, questo argentino in corsa, sia pur non finito, è già profondamente greco, e quindi napoletanissimo, e non risulterebbe blasfemo neanche tra l’Ercole Farnese e il Supplizio di Dirce, quantunque non sarà di marmo ma di più duraturo bronzo, inscalfibile e immortale come D10S comanda.
Domenico Sepe fecit 2020


Lo stadio di Fuorigrotta festeggia 61 anni nel nome di Maradona
Angelo Forgione – 61 anni dello stadio di Fuorigrotta oggi! Il 6 dicembre del 1959 si disputava la primissima partita allo “stadio del Sole”. Il Napoli batteva la Juventus con il risultato di due reti a una. Impianto colossale poi dedicato nella primavera del 1961 all’apostolo Paolo da Tarso, portatore dell’evangelizzazione in Occidente partendo da Puteoli, l’antica Pozzuoli, ove sbarcò nel 61 d. C.Lo stadio, ancora per poco “San Paolo”, festeggia oggi i suoi 61 anni con la delibera di Giunta per il via libera, a furor di popolo, all’intitolazione a Diego Armando Maradona. Uno stadio pronto ad essere intitolato non solo al più grande calciatore della storia qui di casa – e scusate se è poco – ma anche a un napoletano, al quale dedico la mia creatività.
(grafica: Angelo Forgione – ph: Dronaut)
La storia dello Stadio di Fuorgirotta:
https://wordpress.com/post/angeloforgione.com/37547


