Angelo Forgione – Cerco di fare ancor più chiarezza sulla vicenda della Reggia di Caserta e del direttore Mauro Felicori che “permane nella struttura fino a tarda ora, senza che nessuno abbia comunicato e predisposto il servizio per tale permanenza” ma trasformato in Direttore che “lavora troppo” per innescare una strumentalizzazione di carattere marcatamente politico. E approfondisco grazie a una foto pubblicata (e illustrata) stamane su Facebook dall’autore dell’articolo de Il Mattino che ha fatto divampare la polemica, rendendo il bolognese Felicori (sul cui operato, sia chiaro, non ho motivo di dubitare; ndr) il direttore museale più famoso d’Italia, nove giorni dopo l’emissione della nota sindacale che lo contestava.
Mercoledì 2 marzo: 64esimo compleanno di Mauro Felicori. Il Direttore l’ha festeggiato con una cena al ‘Cafeina Eat’ di Marcianise, a tavola, con il suo compagno di ventura Pier Maria Saccani, parmigiano, direttore del Consorzio della Mozzarella di Bufala Campana (sì, avete capito bene… la Bufala è guidata dal parmigiano), anche il caporedattore centrale casertano de Il Mattino Antonello Velardi, marcianisano, insieme ad altri colleghi di testata. A quel banchetto, Saccani non ha portato Mozzarelle di bufala dop ma Parmigiano Reggiano e Prosciutto di Parma. Velardi e i marcianisani hanno portato il vino. In un clima disteso e festoso si è anche discusso di Caserta, di Reggia, di Sud, di incapacità di fare sistema, e Felicori si è sfogato sull’atto di accusa di alcuni sindacati, emesso otto giorni prima. Il giorno seguente, Velardi ha scritto il pezzo, titolando «Il direttore lavora troppo, mette a rischio la Reggia di Caserta». Una volta pubblicato, la notizia con titolo manipolato è diventata inarrestabile, portandosi dietro il neanche troppo sottile stereotipo del casertano scansafatiche che si ribella al superiore bolognese, fino ad oltrepassare i confini nazionali. Da lì, il premier Matteo Renzi ha scritto il famoso post su facebook in cui ha annunciato che “la pacchia è finita”. Così, partendo da un serata a tavola nella provincia casertana, Felicori è diventato una star, il direttore di museo più noto e stakanovista d’Italia.
L’informazione locale aveva riportato integralmente la nota dei sindacati Uilpa, Ugl, Usb e Rsu nell’immediatezza dell’emissione, datata 23 febbraio, senza manipolarla e senza commentarla. Velardi, amico di tavola di Felicori, l’ha portata all’attenzione nazionale su Il Mattino, con grande ritardo e con il titolo “Il direttore lavora troppo”, frase che nel comunicato non c’è. E l’ha portata sul quotidiano immediatamente dopo un’allegra cena al ristorante col protagonista del pezzo, il contestato Felicori, la sera prima seduto a capotavola a gustar vino e Parmigiano e qualche ora dopo sui giornali a diventare eroe nazionale. Piccolo particolare della vicenda: il caporedattore Velardi mira ad ottenere dal PD di Renzi la candidatura a sindaco di Marcianise. Magari poteva tornare utile fornire al segretario di partito la possibilità di gonfiare il petto con un articolo “postdatato” su un direttore nominato dall’esecutivo di Governo.
Inutile dire che gran contributo alla vicenda l’hanno fornito tutti i giornali nazionali che, evidentemente, non hanno avuto alcun interesse a leggere bene la nota dei sindacati e ad approfondire la vicenda. Un coro mediatico che ha messo alla gogna, per l’ennesima volta, i lavoratori e la gente di Caserta, e del Mezzogiorno tutto.
Pochissimi hanno messo al centro del dibattito i veri problemi della Reggia, che neanche Felicori ha risolto. Stamane, mentre Velardi pubblicava la foto su Facebook, l’ormai più famoso direttore museale d’Italia era ospite alla trasmissione Agorà su Rai Tre. Nel suo intervento informava Francesco Rutelli e i telespettatori che ai giardini della Reggia di Caserta sono impiegati 2 giardinieri. 2 giardinieri per un parco di 120 ettari, che si estende su 3 chilometri, mentre i 22,5 ettari del Jardin du Luxembourg di Parigi ne contano ben 80. Ai giardini del Quirinale risultano in 14 (4 ettari), e 7 solo nella napoletana Villa Rosebery (6 ettari), abitata per pochi giorni l’anno. Dunque, invito nuovamente Mauro Felicori, come fatto di persona in diretta radiofonica, a bussare alle porte di Franceschini di Renzi, perché solo dando alla Reggia europea e l’attenzione che merita si può immaginare di farla rinascere davvero. La propaganda di Palazzo Chigi fa tutt’altro che bene.
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Cosa c’è dietro la guerra tra i sindacati e il direttore della Reggia di Caserta
Angelo Forgione – “Il direttore della Reggia lavora troppo e crea problemi”. Questo, in buona sostanza, il messaggio diffuso dai titoli che nei giorni scorsi hanno riportato la denuncia dei sindacati UIL, USB e UGL nei confronti dell’operato del bolognese Mauro Felicori, dirigente massimo della Reggia di Caserta dallo scorso ottobre, nominato ad agosto da Dario Franceschini, ministro ai Beni Culturali del Governo Renzi. Proprio Matteo Renzi ha dato il suo corposo contributo alla polemica, fattasi nazionale, lanciando i suoi strali con un post su Facebook: “L’accusa sembra ridicola, in effetti lo è. I sindacati che si lamentano di Felicori, scelto dal governo con un bando internazionale, dovrebbero rendersi conto che il vento è cambiato. E la pacchia è finita”. Il tutto condito da una radiosa foto con il direttore sotto braccio, scattata durante la sua primissima visita (nella vita) al complesso vanvitelliano.
Ma quanto c’è di vero in tutta questa faccenda che è apparsa da subito una paradossale boutade? Possibile che i sindacati abbiano potuto condannare l’abnegazione al lavoro di chi starebbe accompagnando la Reggia di Caserta al suo sacrosanto rilancio? Chi, tra coloro che hanno sparato la notizia liofilizzata, cioè ritagliando 3 righe da un carteggio che ne contiene circa 70, ha letto il comunicato per intero prima di occuparsene? Forse neanche lo stesso Renzi. O forse sì, visto che la nota era indirizzata al capo di gabinetto del ministro Franceschini. Fatto sta che la denuncia, leggendola per bene, ha ben altro significato. Certo, il bersaglio è sempre Felicori, ma la strumentalizzazione a scopi politici è evidente, condita del neanche troppo subdolo stereotipo del meridionale scansafatiche che si ribella al settentrionale stakanovista. E invece i sindacati hanno lamentato la carenza di personale e la mancanza di fondi, attribuendo a Felicori la colpa di non predisporre le condizioni necessarie di sicurezza per la Reggia al termine dell’orario di lavoro canonico. Vero o no, il senso è questo, e non quello che si è insinuato attraverso i media. Nel comunicato, si legge infatti che “il Direttore disattende l’attuale legislazione che lega l’apertura degli spazi museali in funzione del numero degli addetti necessari ad una efficace tutela, proseguendo a non disporre che le sale del Museo aperte al pubblico siano regolarmente assegnate in consegna al personale della vigilanza e le sale non aperte al pubblico in consegna alla sottoguardia di turno siano chiuse a chiave”. Ancora, si apprende che “l’Area della fruizione accoglienza e vigilanza si muove in piena anarchia senza avere una chiara gerarchia rispetto alla missione istituzionale (tutela e conservazione)”, e che “il Direttore permane nella struttura fino a tarda ora, senza che nessuno abbia comunicato e predisposto il servizio per tale permanenza. Tale comportamento mette a rischio l’intera struttura museale”. Il comunicato è evidentemente chiaro, e rende più aspro un malumore interno del personale di servizio nei confronti di Felicori per la sua volontà “di far transitare il personale AFAV (Assistenti alla Fruizione, Accoglienza e Vigilanza) verso gli uffici, adibendolo a mansioni amministrative”. Un malumore che forse doveva restare confinato tra le mura settecentesche di Caserta e il ministero capitolino di via del Collegio Romano, ma che qualcuno ha forse fatto divampare in un incendio per rispondere a fuoco amico, strumentalizzando l’orario di lavoro di Felicori (che a Caserta soggiorna senza la famiglia, rimasta a Bologna) per neutralizzare l’offensiva e mettere in difficoltà gli autori dell’attacco interno. Del resto, i sindacati sono in guerra con il Direttore praticamente dal suo insediamento, e quest’ultimo comunicato è datato 22 febbraio, ma è stranamente venuto fuori con una decina di giorni di ritardo, a scoppio davvero ritardato.
Cosa sta succedendo realmente alla Reggia di Caserta? Felicori lavora bene o i sindacati hanno le loro buone ragioni? Difficile capire la verità. Di certo, il Real Palazzo e i suoi giardini sono diventati non solo il simbolo renziano della lotta ai sindacati ma anche del rilancio culturale del Sud. Che sia rilancio reale, è troppo presto per capirlo, ma è altrettanto certo che sia un rilancio cavalcato per mera propaganda politica. Secondo i dati del MiBact, in una generale e improvvisa ripresa dei musei italiani, la Reggia è risultato il decimo per affluenza del 2015, con un +16% rispetto all’anno precedente (trend positivo già prima dell’insediamento del direttore bolognese), e lo stesso Felicori ha in questi giorni annunciato che i visitatori, nei primi mesi del 2016, sono aumentati del 70% rispetto ai primi dello scorso anno. Eppure i sindacati di Caserta lamentano il persistere di pessime condizioni strutturali, tra servizi igienici rotti, assenza di scivoli per disabili in biglietteria, siepi incolte nei giardini e generale incuria. E lamentano che l’aumento dei visitatori non si traduca in alcun incremento di incassi, cioè che il Direttore miri solo all’affluenza ma non al miglioramento del complesso borbonico. E lamentano soprattutto, anche se non lo dicono chiaramente, che la nomina di Felicori sia stata frutto di un processo del PD di Renzi (e Franceschini) privo di credenziali di merito e competenza.
A noi innamorati della Storia, cui sta a cuore solo il rilancio del monumento più universale che vi sia in Italia, anche attraverso un personale all’altezza e il ripristino del decoro che merita, certe guerre non ci interesserebbero se non vi fosse di mezzo la politica e la propaganda di rilancio del Sud di cui si è fatto promotore Matteo Renzi, il quale la Reggia l’ha vista per la prima volta in tutta la sua vita a 41 anni, e per impegni istituzionali, mostrando uno stupore da turista per caso che non gli ha fatto certo onore. Il racconto del manager (di Bologna), nominato dal Governo in carica, che mette in riga i lavoratori (di Caserta) mentre la Reggia riprende quota di afflussi è perfetto per un Primo Ministro in cerca di consensi. E via coi luoghi comuni. Ma sta ad ognuno capire dove sia la verità, e quanto fumo invece si alzi tra lotte intestine e guerre politiche. Nessuno però si permetta di farlo sulla pelle dei meridionali, sulle cui braccia e fatiche si è retta e si regge la storia del Nord e d’Italia. La differenza tra “il Direttore lavora troppo […]” e “il Direttore permane nella struttura fino a tarda ora […]” è sostanziale e indicativa.
300 anni fa nasceva Carlo di Borbone, il “Re Sole” di Napoli
20 gennaio 1716. È la data di nascita, a Madrid, di Carlo Sebastiano di Borbone-Farnese, Re di Napoli e Sicilia e, in seguito, di Spagna, di cui si celebra il tricentenario della nascita. Figlio di Filippo V di Spagna e della parmigiana Elisabetta Farnese, dall’ingresso di questo illuminato sovrano nella scena meridionale, nel 1734, la cultura napoletana divenne il grimaldello per aprire ogni porta nelle corti europee del Settecento. Fu riformatore efficace, ispiratore di un movimento razionalista, che accompagnò l’affermazione del Regno di Napoli indipendente nel panorama sociale e culturale europeo, e stimolatore eccezionale della Cultura racchiusa in tanti simboli voluti a Napoli, dalla Collezione Farnese al Real Teatro di San Carlo, dagli scavi vesuviani alla Real Accademia Ercolanense, dalla Reggia di Portici a quella di Capodimonte. E, su tutto, il monumento per il mondo: la Reggia di Caserta. Non senza difficoltà esistenziali, prima fra tutte la tendenza alla depressione, soprattutto in epoca infantile e giovanile, Carlo di Borbone governò in modo produttivo e ispirato sia a Napoli, tra il 1734 e il 1759, che a Madrid, tra il 1759 e il 1788, quando assunse il nome di Carlo III. In entrambe le città è ricordato come il più amato dei Re.
Bellenger: «Napoli scientificamente boicottata dal circuito turistico internazionale»
Angelo Forgione – «C’è una organizzazione internazionale che, con precisione spaventosa, tiene fuori Napoli dal circuito turistico». L’ha dichiarato Sylvaine Bellenger, direttore del Museo Nazionale di Capodimonte in un’intervista di Anna Paola Merone per il Corriere del Mezzogiorno.Ci ha messo poco il francese a capire che c’è un corto circuito turistico che non consente a Napoli di sprigionare tutto il suo potenziale. Un problema evidenziato già nel mio libro Made in Naples (Magenes, 2013). Le responsabilità ricadono evidentemente sui tour-operators internazionali, che portano turisti a Roma e spremono i dintorni di Napoli, evitando di evidenziarne le bellezze. E il Governo ci mette del suo: ottimizzare Pompei e Caserta non vuol dire aumentare l’offerta napoletana ma quella romana. Franceschini ha prennunciato un collegamento tra gli scavi di Pompei e l’Alta Velocità, con tanto di nastro trasportatore e ponti di vetro per ridurre a 90 minuti di treno la distanza da Roma. Ma una stazione che porta i turisti direttamente negli scavi e con altrettanta velocità li riporta nella Capitale non sarebbe che un’ulteriore penalizzazione per Pompei e Napoli. Stesso discorso per Caserta, appena entrata nelle attenzioni del Governo dopo i lusinghieri dati sugli afflussi nei musei statali. Ecco spiegato il nuovo interesse per i due tesori attorno il capoluogo dei tesori semi-sconosciuti.
Il primo porto crocieristico d’Italia è quello di Civitavecchia, ossia Roma, verso cui partono centinaia di autobus turistici ogni giorno. Qualcuno va a Pompei. Il risultato è che tra Lazio e Campania, prima e seconda regione per numero di afflusso museale, passano quasi 13 milioni di biglietti staccati. Una voragine!
La città d’arte meta del “Grand Tour” Sette-Ottecentesco, quella col centro storico UNESCO più vasto d’Europa, ricca di tesori e attrattive monumentali, paesaggistiche e non solo, al centro di una macro-zona turistica senza rivali al mondo, deve necessariamente uscire dall’orbita di Roma per aumentare il volume del turismo stanziale. Cosa fare? Pretendere di migliorare i collegamenti locali tra i siti di rilevante interesse turistico (Circumvesuviana in testa); migliorare l’offerta alberghiera; attivare una cabina di regia regionale per diffondere in modo adeguato l’immagine del territorio e agire sui tour-operators internazionali.tratto da Made in Naples (Magenes, 2013)
Renzi a Caserta, meglio di Cavour
Angelo Forgione – Il presidente del Consiglio Matteo Renzi si è recato alla Reggia di Caserta per la riconsegna degli ambienti utilizzati sin dall’immediato dopoguerra dalla scuola specialisti dell’Aeronautica Militare alla direzione del palazzo vanvitelliano. Il Premier-prodigio, accompagnato dai ministri della Cultura e della Difesa, Dario Franceschini e Roberta Pinotti, ha visitato le sale che verranno riassegnate e poi, dopo lavori di adeguamento, saranno dedicate alla destinazione museale ed espositiva. Tour in tutto il Real Palazzo, e sul quaderno degli ospiti illustri immortalata tutta la sua meraviglia: “Sorpreso e stupito da tanta bellezza, abbiamo la responsabilità storica di garantirla in futuro”.
Poi conferenza stampa nel Real Teatro di Corte, aperta con una candida confessione: «È un luogo incredibile! Io qui non c’ero mai stato. Vorrei invitare i giornalisti ad avere lo stesso stupore per tanta bellezza di cui non ci rendiamo conto». Il Premier, alzando gli occhi alla volta affrescata del Teatro vanvitelliano, non ha fatto mistero di non aver mai messo piede in uno dei principali siti della Cultura del Paese, il monumento universale che il Sud dell’Italia ha regalato al mondo, chiedendo ai giornalisti di stupirsi come lui. Un’ammissione pubblica negli ambienti che Luigi Vanvitelli volle più belli della prima sala barocca del Real Teatro ‘San Carlo’ e che fece da palestra formativa per il collaboratore Giuseppe Piermarini, il quale sarebbe poi andato ad applicarne il modello nella Milano asburgica, con quella nuova chiave neoclassica vanvitelliana che consentì all’epigono Antonio Niccolini di raggiungere l’apice nella nuova sala sancarlina di Napoli. Forse ai giornalisti ha stupito più l’ammissione di Renzi che non l’evidente magnificenza della Reggia, ma al capo dell’esecutivo non dev’essere sembrata una gran lacuna quella appena colmata. «Dicevano che non venivo mai In Campania. Prima a Pompei, poi oggi a Caserta, e verrò anche a Napoli. Finirà che il Governatore De Luca mi caccia». Poco male per un quarantunenne Primo Ministro, inevitabilmente sollecitato dai promettenti numeri appena sfornati sulle presenze museali in Campania e ora, magari, un po’ più curioso del mondo della cultura meridionale di quanto non fu il suo predecessore Camillo Benso, il quale unì l’Italia dopo aver visitato Londra, Edimburgo e Parigi, ma mai Napoli, Roma e Palermo. Farà bene Renzi a conoscere veramente Napoli, le eredità del suo Regno e di tutta la sua storia trimillenaria che sono tra i veri motivi del suo valore per l’umanità e del suo fascino all’estero, e non certo la Bagnoli deturpata dalle acciaierie da sottrarre al degrado e alla propaganda politica.
Nel 2015 record per i musei italiani
Campania seconda regione. +16% per la Reggia di Caserta, +12% per Pompei.
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Il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini ha presentato al Comitato permanente del turismo, riunitosi al Collegio Romano, tutti i numeri dei musei italiani del 2015. 42.953.137 visitatori in totale, contro i 40.744.763 del 2014 e i 38.424.587 del 2013.
Il Lazio (19.750.157 ingressi e 62.838.837€ di introiti) è la regione leader, con Roma che continua a fare da polo attrattivo internazionale, ma subito dietro si piazza la Campania (7.052.624 visitatori e 35.415022 € di introiti) delle potenzialità solo parzialmente espresse. Sul terzo gradino del podio la Toscana (6.738.862 visitatori e 29.890.419 € di introiti). Poi il Piemonte (1.903.255 visitatori e 10.829.653 € di introiti), la Lombardia (1.552.121 visitatori e 5.656.677 € di introiti) e il Friuli Venezia Giulia (1.194.545 visitatori e 1.151.233 € di introiti).
I tassi di crescita più elevati, in termini di visitatori, si sono registrati, in Basilicata (+13%) in Piemonte (+10%), in Emilia Romagna (+9%), in Campania (+7%), in Puglia (+5%) e in Toscana (+3%). In termini di introiti, invece, l’incremento massimo è stato per il Piemonte (+61%), seguito da Basilicata (+37%), Puglia (+44%), Toscana (+19%), Campania (+13% gli introiti) ed Emilia Romagna (+11%).
I dieci luoghi della cultura più visitati nel 2015 sono stati: il Colosseo (6.551.046 visitatori); gli Scavi di Pompei (2.934.010); gli Uffizi (1.971.596); le Gallerie dell’Accademia di Firenze (1.415.397); Castel S.Angelo (1.047.326); il Circuito Museale Boboli e Argenti (863.535); il Museo Egizio di Torino (757.961); la Venaria Reale (555.307), la Galleria Borghese (506.442); la Reggia di Caserta (497.158). Tra i primi dieci siti, l’unico a far segnare un dato inferiore al 2014 è la Venaria Reale (-4%), nonostante il grande dato del Museo Egizio di Torino (+33%). Il sito reale dei Savoia è incalzato dal più importante vanvitelliano dei Borbone (+16%), che riduce lo scarto da 145.198 a 58.149 visitatori.
A seguire, Villa D’Este (439.468), la Galleria Palatina di Firenze (423.482), il Cenacolo Vinciano (420.333), il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (364.297), il Museo Nazionale Romano 356.345), gli Scavi di Ercolano (352.365), le Cappelle Medicee (321.043), gli Scavi di Ostia Antica (320.696), il Polo Reale di Torino (307.357), Paestum (300.347), il Museo Archeologico di Venezia (298.380) e le Gallerie dell’Accademia di Venezia (289.323).
Tra i luoghi della cultura gratuiti primeggia il Pantheon che è stato visitato da un milione di persone in più rispetto allo scorso anno; a seguire il Parco di Capodimonte e il Parco del Castello di Miramare di Trieste.
Nei dati non sono riportati il risultati di Sicilia, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige, regioni a statuto speciale (ma lo sono anche la Sardegna e il Friuli V.G.) che gestiscono autonomamente i beni culturali.
“Quello che si è appena concluso – ha detto Franceschini – è stato l’anno d’oro dei musei italiani. Circa 43 milioni di persone hanno visitato i luoghi della cultura statali generando incassi per circa 155milioni€ che torneranno interamente ai musei attraverso un sistema premiale che favorisce le migliori gestioni e garantisce le piccole realtà. Per la storia del nostro Paese è il miglior risultato di sempre, un record assoluto per i musei italiani, – ha aggiunto Franceschini – e anche rispetto al 2014, anno in cui si erano registrati numeri erano molto positivi, la crescita dei visitatori e degli incassi è significativa: +6% i visitatori (pari a circa +2,5milioni); +14% gli incassi (pari a circa +20milioni€); +4% gli ingressi gratuiti (pari a circa +900mila). E non siamo in presenza di una tendenza internazionale, anzi siamo in controtendenza se si guarda ai dati usciti sulla stampa estera oggi. In Italia, grazie anche alle nuove politiche di valorizzazione, prime fra tutte le domeniche gratuite, gli italiani sono tornati a vivere i propri musei. Un riavvicinamento al patrimonio culturale – conclude Franceschini – che educa, arricchisce e rende consapevoli i cittadini della magnifica storia dei propri territori”.
‘Dov’è la Vittoria’ a Bacoli (NA)
Lunedì 7 dicembre – DOV’È LA VITTORIA
Presentazione a Bacoli (NA)
Con il patrocinio del Comune di Bacoli, la bellissima cornice di Villa Cerillo aprirà le porte al pubblico per la presentazione dell’ultimo libro di Angelo Forgione. Con l’autore, il sindaco Josi Gerardo Della Ragione e il giornalista della Gazzetta dello Sport Rosario Pastore, si osserverà la “questione meridionale” attraverso il Calcio nazionale. Moderà il dibattito Mauro Cucco, giornalista de Il Mio Napoli.
Villa Cerillo (via Cerillo 57, Bacoli)
ore 18:00
Reggia di Caserta, la meraviglia su Sky Arte
Accoglie ogni anno quasi migliaia di visitatori, attratti dal fascino del suo giardino all’italiana e di quello all’inglese, dai marmi e dagli stucchi, dalle linee di sublime eleganza di un luogo da sogno, “degno invero d’un re”, come disse con ammirazione Goethe, viaggiatore innamorato di un luogo unico nel suo genere. La Reggia di Caserta è la protagonista di un episodio della nuova stagione delle Sette Meraviglie, serie che vede Sky Arte HD svelare le ricchezze più affascinanti del Bel Paese. Un’impresa faraonica quella voluta da Carlo di Borbone e pensata da Luigi Vanvitelli, che segna il canto del cigno del barocco e da il là al Neoclassicismo.
Il calendario torna al 1750: nelle campagne nei pressi della città campana fervono i lavori per la costruzione di quella che diventerà, con i suoi due milioni di metri cubi e i quasi cinquantamila metri quadri di superficie, la reggia più grande al mondo. Più imponente dell’Escorial, divina dimora dei re di Spagna; persino più vasta di Versailles, casa di un sovrano sui cui possedimenti non tramontava mai il sole…
Le telecamere si attardano nelle milleduecento stanze di un sublime labirinto, occhieggiando dalle quasi duemila finestre aperte su un parco lussureggiante, semplicemente fiabesco. Svelano le incredibili soluzioni tecniche escogitate da Luigi Vanvitelli per permettere al suo avveniristico acquedotto di alimentare le spettacolari fontane e la maestosa Grande Cascata, frammento di arcadia in terra.
C’è spazio anche per il più curioso ambiente del palazzo, il bagno della regina Maria Carolina, luogo di privacy assoluta e sede dell’ormai famoso “oggetto per uso sconosciuto a forma di chitarra”, così come i solerti burocrati del neonato Regno d’Italia, prendendo possesso del Real Palazzo, censirono il bidet, il primo mai usato in Italia.
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Per scoprire tutti i segreti e i significati della Reggia vanvitelliana è consigliata la lettura di Made in Naples (Magenes, 2013)
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Il bidet della Reggia di Caserta anche su Sky Arte
La Reggia di Caserta è protagonista di un episodio de le Sette Meraviglie, serie che vede Sky Arte HD svelare le ricchezze più affascinanti del Bel Paese. Anche questa produzione illustra il simpatico e ormai famoso aneddoto legato al bidet di Maria Carolina alla Reggia di Caserta, sdoganato da chi scrive con Made in Naples (Magenes, 2013) e con diversi videoclip.
tratto da Made in Naples (Magenes, 2013)

Zubin Mehta regala il cachet al San Carlo: «Napoli ricca di bellezze. I turisti non possono andare solo a Firenze, Venezia e Roma!»
Angelo Forgione – Il più bello e più antico dei teatri lirici costretto alla beneficenza dei più noti addetti ai lavori, personaggi sensibili che si sostituiscono allo Stato italiano, sempre più sordo alle necessità delle eccellenze culturali del Paese. Il grande maestro indiano Zubin Mehta, in occasione dell’inaugura della stagione sinfonica del Real Teatro di San Carlo, ha annunciato che rinuncerà al suo cachet per creare un fondo destinato all’acquisto di nuovi strumenti per i musicisti del Massimo napoletano, asfissiato dai tagli alla Cultura. «Sono maestranze straordinarie, mettono il cuore nella musica ogni volta che salgono sul palco – ha detto il direttore d’orchestra – ma hanno bisogno di strumenti adeguati. Con l’incasso di questo concerto non riusciamo ad acquistare un violino Guadagnini, ma possiamo dare l’esempio. Lancio un appello a tutti gli artisti e appassionati del mondo: aiutiamo il San Carlo». Metha ha da tempo messo l’accento sulle inadempienze italiane e con questo gesto intende evidentemente passare dalla denuncia ai fatti. Ma per lui il San Carlo è solo la punta di un iceberg. «La ricchezza di Napoli non è molto conosciuta nel mondo, neanche io un tempo sapevo che ci fossero così tante meraviglie. Ma poi ho girato e ora parlo nel mondo di quello che c’è a Napoli. I turisti non possono andare solo a Firenze, Venezia e Roma!»

