L’emblematica vicenda della spoliazione della biblioteca dei Girolamini si arricchisce di nuovi succulenti episodi. Il senatore Dell’Utri è stato inserito nel registro degli indagati per concorso in peculato. Avrebbe ricevuto, per intesa preventiva, alcuni dei numerosi volumi sottratti dalla Biblioteca dall’ex direttore Marino Massimo De Caro. Qualche settimana fa, Silvio Berlusconi aveva dichiarato a “Servizio Pubblico” che Dell’Utri è una persona perbenissimo, cattolico, il numero uno dei bibliofili italiani. A quell’affermazione, qualche napoletano consapevole (compreso chi scrive, ndr) fu colto da un moto di rabbia corrosiva interiore.
E mentre il Comune di Napoli si è costituito parte civile al processo per il saccheggio, il Ministero per i Beni Culturali ha evitato di farlo. Il 3 Gennaio, il MIBAC annunciò di volerlo ma poi è scaduto il termine. Si vocifera che sia mancata l’autorizzazione della Presidenza del Consiglio. Perché? Facile immaginare che qualcuno di potente abbia fatto valere il suo peso.
Bel modo di governare che è quello all’italiana. Il ministro Ornaghi non ha mai chiesto scusa per l’increscioso accaduto. Marino Massimo De Caro, suo consigliere personale, fu designato alla direzione della Biblioteca dei Girolamini grazie ad un “nulla osta” del suo ministero. Istituzione che ha perso l’occasione per fare il suo dovere, già ampiamente venuto meno: tutelare il patrimonio culturale. E poi vediamo i monumenti italiani crollare.
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l’exploit del Napoli, società solida in un territorio povero
Cresce la forza del Napoli… non solo in campo. Già l’edizione 2012 dello studio Football Money League 2012, pubblicato da Deloitte, aveva sancito l’ingresso del sodalizio azzurro nella classifica delle prime venti società d’Europa per fatturato. A distanza di un anno, l’edizione 2013, frutto dei ricavi totalizzati nella stagione 2011/12, vede il Napoli salire dal 20^ al 15^ posto, insieme al Borussia Dortmund e al Manchester City tra le tre squadre con la crescita maggiore dal 1997/98. Calano un po’ tutte le big, comprese le nostrane Milan, Inter e Roma.
Anche la prestigiosa rivista statunitense Forbes, specializzata in economia e finanza, ha decretato l’ingresso del Napoli tra i 20 club più ricchi al mondo. La mancata partecipazione alla Champion’s League corrente causerà certamente un indietreggiamento, anche perché le società inglesi godranno di maggiori intoriti televisivi e domineranno le classifiche del 2014. In ogni caso, non va sottovalutato che la forza acquisita dalla società di De Laurentiis giunge senza uno stadio di proprietà e con competitors di aree ricche d’Europa. Mentre il Napoli è realtà di in una delle più povere: il Sud-Italia. Mica male!
Sostegno alla Treves, sostegno alla cultura che muore
Angelo Forgione – Si è svolto a Piazza del Plebiscito l’incontro sul caso Treves e abbandono della piazza, per richiamare con forza l’attenzione delle istituzioni sulle gravi difficoltà in cui versa la maggior parte delle realtà culturali napoletane. Il dibattito si è svolto in una piazza abbandonata, dove regna il degrado su tutti i versanti. Presenti i soliti noti, e NapoliUrbanBlog tra le pochissime fonti informative che hanno raccolto le varie voci inascoltate.
Nel mio intervento, ho sottolineato ai presenti che la chiusura della Treves sarebbe un’ulteriore operazione di negazione della cultura, avviata da anni in questa città. Chiudere una libreria è come lasciare vuoti (come sono) i leggii dei monumenti equestri in modo che i napoletani non sappiano chi raffigurino e chi li abbia scolpiti. Chiudere una libreria è come rubare libri antichi dalla libreria dei Girolamini.
Banco Napoli, la grande manovra politico-finanziaria d’Italia
Acquistato per 60 miliardi di lire, rivenduto per 6000. Così si salvò la BNL.
Angelo Forgione per napoli.com – Mentre divampa la polemica sull’utilizzo del gettito IMU per salvare il Monte dei Paschi, strumentale o giustificata che sia, è indubbio che sia importante il ruolo dello Stato nella vicenda di una banca trascinata in operazioni suicide che l’hanno messa praticamente in ginocchio, come l’acquisizione di Antonveneta a prezzo folle. Il Montepaschi sarà salvato in qualche modo e non accadrà quello che è toccato all’antichissimo Banco di Napoli, ciò che una volta era un colosso e che poi, dopo continui colpi subiti lungo tutto l’arco della storia dell’Italia unita, ha finito per essere ghigliottinato per salvare un altro istituto: la Banca Nazionale del Lavoro. Vale la pena ricordare questa triste vicenda che ha dato un’ulteriore mazzata all’economia meridionale.
I problemi iniziarono con la crisi scoppiata nel 1992, che bloccò tutti i meccanismi che regolavano l’economia del Mezzogiorno, facendo saltare tutte le banche meridionali. Non si salvò neanche l’istituto più prestigioso, nonostante fosse stato in quegli anni il primo a trasformarsi in Società per Azioni.
Tra il 1994 e il ’96, migliaia di miliardi di finanziamenti erogati agli imprenditori del Sud, non più solvibili, rimasero scoperti. Le consistenti perdite emerse nei bilanci resero indispensabili interventi straordinari. Entrò in scena il Governo con uno stanziamento di 2.000 miliardi e un piano di salvataggio. Tramite la legge Dini, fu decretato l’ingresso del Ministero del Tesoro in qualità di azionista di maggioranza fino alla privatizzazione. Il Tesoro formalizzò prima una ricapitalizzazione pari a 2283 miliardi e poi azzerò il Capitale Sociale, rendendo l’istituto una banca senza valore da mettere all’asta. Se l’aggiudicò la cordata INA-BNL con circa 60 miliardi per il 60% del pacchetto azionario. Una cifra molto bassa, inadeguata al reale valore di un istituto che vantava 750 sportelli circa lungo la Penisola. Cifra per di più sborsata, particolare da non tralasciare, da una cordata di cui faceva parte un’altra banca in crisi, la BNL, di cui in quel momento si auspicava la privatizzazione e la fusione, in seguito alla scoperta, fatta nell’agosto 1989, di operazioni irregolari compiute dalla filiale statunitense di Atlanta che aveva prestato a clienti iracheni più di 2 miliardi di dollari senza autorizzazioni della sede centrale e violando le leggi statunitensi.
Seguirono proteste dei dipendenti del Banco di Napoli, e da più parti, anche nella stessa finanza, si gridò alla svendita ingiustificata. Carlo Azeglio Ciampi, l’allora ministero del Tesoro, gettò acqua sul fuoco, avvertendo che l’offerta era stata giudicata congrua da Rothschild, l’advisor incaricato di valutare le proposte di acquisto. Ma il colpo di scena doveva ancora venire: dopo soli due anni di una strana paralisi gestionale, ancor più penalizzante, la cordata INA-BNL rivendette il Banco di Napoli per 6.000 miliardi al SanPaolo IMI. Proprio così, comprato per 60 miliardi e rivenduto per 6000!
L’operazione Banco di Napoli fu la più grande manovra politico-finanziaria del Novecento, costruita a tavolino. Il gruppo realizzò una delle plusvalenze più grosse della storia. Plusvalenza che consentì il salvataggio della BNL sulla pelle del Banco di Napoli, da quel momento una banca pluriregionale e nulla più, una semplice “banca retail” con limitazione della sua operatività alla raccolta ed al credito alle famiglie ed ai piccoli operatori economici. Il Banco di Napoli morì, la BNL di Roma sopravvisse e il SanPaolo di Torino, su sollecitazione della Banca d’Italia, proseguì la creazione di un grande gruppo bancario nazionale con forte presenza e radicamento sull’intero territorio.
Una banca è volano di sviluppo del territorio nel quale opera e se la piattaforma viene meno è tutto il territorio a risentirne. Cancellando il Banco di Napoli si è cancellata la funzione di guida e supporto per la già provata economia del Mezzogiorno. Il prestigio che dava l’appartenenza all’azienda ne aveva fatto luogo di formazione della classe dirigente meridionale. Il personale fu drasticamente ridimensionato, con ripetute operazioni di “pulizia etnica” operate con esodi incentivati. L’istituto napoletano fu completamente colonizzato nel silenzio generale.
La crisi del Banco di Napoli, non irreversibile, fu causata da una fallimentare politica creditizia nel Sud. Gli alti tassi d’interesse pagati dagli imprenditori meridionali, che contribuirono in larga misura alla crisi del sistema industriale del Mezzogiorno, furono anche la conseguenza di un dissennato indebitamento pubblico.
A compimento dell’operazione, i finanziamenti erogati dal Banco di Napoli agli imprenditori napoletani insolventi, quelli che fecero scattare l’intervento del Ministero del Tesoro, furono recuperati quasi per intero da una società di recupero crediti.
Una giornata con Maarten van Aalderen per raccontare Napoli
Angelo Forgione – Raccontare Napoli, per uno come me, è come far eruttare il Vesuvio. Ma quando capita di raccontarla ad un prestigioso collega che ti ascolta con curiosità, e sai che, se riuscirai a fargliela capire nella sua complessità, lui cercherà di farlo coi suoi lettori, la passione diventa missione.
Ho incontrato Maarten van Aalderen, corrispondente del prestigioso quotidiano olandese “De Telegraaf”, inviato per indagare sulle condizioni di degrado che attanagliano il centro di Napoli. Maarten è uno studioso della cultura italiana e la racconta al suo paese. È perfettamente integrato nel nostro, vivendo a Roma da più di 20 anni. Paolo Mieli lo ha definito “giornalista ideale per condurre se stesso e i suoi colleghi ad una visione del nostro Paese moderna, all’occorrenza critica ma anche libera da stereotipi e pregiudizi”.
Non so cosa scriverà sul suo reportage ma mi piace raccontare delle ore trascorse con lui camminando lungo la storia di Napoli, non solo fisicamente. Ancora una volta ho avvertito la profonda curiosità di uno straniero nei confronti della nostra città, una maggiore voglia di decifrarla rispetto a tanti connazionali e alla diffusa superficialità. Ed è stato gratificante.
Maarten giunge a Napoli con la moglie, toscana. Entrambi con diverse visite napoletane sulle spalle. Non hanno pregiudizi, ma solo belle sensazioni e tanti interrogativi. Lui, nel suo lavoro, non ha alcuna intenzione di speculare sugli aspetti più superficiali della nostra realtà. Al Gambrinus, il caffé di benvenuto è d’obbligo, e da li parte il nostro minitour, dalla Piazza del Plebiscito abbandonata fino al fascino antico dei Decumani. Gli parlo della nostra Storia, della nostra Cultura, cercando di fargliele comprendere nella loro eccezionalità… perchè in fondo sono Storia e Cultura che appartengono ad ogni cittadino europeo e del mondo, che non sarebbe ciò che è senza quel che Napoli gli ha dato. Appartengono anche a lui, e a sua moglie. Lo dice l’UNESCO, e io lo dico a lui, con argomenti interessanti e convincenti. Gli spiego cause ed effetti del nostro declino; gli racconto il nostro degrado, monumentale e intellettuale. Con la sofferenza e la forza dell’orgoglio ad animare le mie parole.
Per indagare sul nostro mondo, Maarten e Signora hanno altri “rassicuranti” incontri cui lascio serenamente il testimone, conoscendone la mia stessa passionalità. Al nostro saluto, proprio di fronte la targa celebrativa dell’UNESCO in Piazza del Gesù, leggo nei miei interlocutori la sensazione in loro di aver iniziato a decifrare un universo che già conoscevano ma che, ne sono certo, gli risultava fino ad oggi indecifrabile.
«Grazie, sei stato preziosissimo, interessante. Se ci fossero più persone come te, le cose in Italia andrebbero meglio». Questo è il saluto dei miei nuovi amici, perché tali sono diventati. Non più semplici curiosi ma persone che hanno voluto capire la mia visione della città, quindi me. E hanno voluto capire Napoli, provandoci ancora una volta.
Nel tardo pomeriggio mi sincero che il loro piccolo viaggio nella napoletanità sia stato appagante e produttivo. Loro sono sul treno di ritorno per Roma. Maarten ha un tono sereno, rilassato, felice; il tono di chi ha sfruttato al meglio un giorno della sua esistenza per capire una parte del mondo che è mondo essa stessa. Mi dice che stava appunto riflettendo con la moglie: «Siete persone straordinarie, siamo rimasti tanto colpiti. È stata una giornata stupenda per noi. Grazie di cuore».
Grazie a te Maarten per aver ascoltato Napoli. Da collega serio e colto, hai sicuramente fatto egregiamente il tuo lavoro, traendone spunto per arricchimento personale. Sicuramente i tuoi connazionali in Olanda leggeranno un bell’articolo, nonostante tutto. Ne sono certo.
Plebiscito occupato… dal degrado. Tutti in piazza!
Angelo Forgione – “Il Mattino” di oggi, 22 Gennaio ’13, torna sullo sfascio del colonnato di Piazza del Plebiscito. Ennesimo grido di dolore, sollecitato per la verità dall’amico Francesco Emilio Borrelli, commissario regionale dei Verdi Ecologisti, col quale ci ritroveremo sul posto Sabato 26 alle ore 11 per affrontare la vicenda della libreria Treves in funzione di tutto il recupero dello slargo. In quell’occasione si terrà un’assemblea-dibattito con vari protagonisti del mondo culturale e della società civile in difesa della storica libreria, con l’obiettivo di richiamare con forza l’attenzione delle istituzioni sulle gravi difficoltà in cui versano la maggior parte delle realtà culturali napoletane. È auspicabile che partecipino tutti i cittadini sensibili alle problematiche specifiche della piazza e dell’intera città in generale. Perchè il lamento non basta più!
Radio Marte, nello spazio delle “news regionali” di Peppe Varriale, inserito nel pragramma “La Radiazza” di Gianni Simioli, ha voluto ospitare il mio parere sulla triste vicenda. E nel frattempo, è previsto per domani un mio incontro con Maarten van Aalderen, corrispondente da Roma del principale quotidiano olandese “De Telegraaf”, che sarà a Napoli per raccogliere l’allarme lanciato da alcuni comitati civici, V.A.N.T.O. e Portosalvo in testa, e realizzare un reportage sulle gravi condizioni del centro storico.
“Made in Sud” ha vinto. Ha vinto il Sud senza troppi stereotipi!
Chiude il primo ciclo in Rai di “Made in Sud”. Lo fa con buon successo e ottimi dati auditel, ma soprattutto con un registro ben diverso dalle prime puntate, ricche di stereotipi autolesionisti. E invece, dopo il confronto con Gigi Esposito in diretta su Radio Marte, le cose sono sensibilmente cambiate e gli autori hanno tenuto conto con grande intelligenza delle critiche divampate. Il programma ha abbandonato il ricorso massicio agli stantii luoghi comuni per la facile risata, mettendo in mostra le buone potenzialità del cast e conseguendo un successo per la produzione, per la Rai di Napoli e per gli artisti che hanno saputo vincere la non facile sfida degli ascolti in seconda serata.
“Made in Sud” tornerà certamente, perchè lo merita. La pausa è necessaria per scrivere nuovi testi e rinnovare il prodotto, come è giusto che sia. Magari in prima serata. E Complimenti!
Napoli pulito, Napoli sempre più antipatico
Avvocato Chiacchio: «La mia napoletanità ha fatto la differenza».
Angelo Forgione – Napoli pulito! Ed è questo quel che più conta alla fine della fiera. Cannavaro e Grava possono tornare sui terreni di gioco; la squadra che porta il nome della città si scrolla di dosso lo scomodo asterisco che ne infangava l’immagine.
Non credevo nel colpo di spugna del processo d’appello, non ci credeva nessuno tranne De Laurentiis e l’avvocato Chiacchio. Evidentemente il primo grado di giudizio era infondato e la totale vittoria del Napoli lo ha dimostrato. Quel processo era sballato, costruito su fondamenta di sabbia sfarinate dai soffi incrociati di De Laurentiis e dell’avvocato Chiacchio, legale napoletano di Gianello, che hanno fatto in qualche modo fronte comune. Il primo ha fatto quello che non hanno mai fatto altri presidenti: si è presentato in aula e ha messo in riga la corte federale. Ne aveva gli argomenti. La pulizia e la trasparenza della sua squadra, prima di tutto; quella tanto decantata anche dall’UEFA che ne certifica il modello di gestione. Del resto, nessuno sul fronte azzurro aveva patteggiato (Sampdoria e Torino l’hanno fatto per una situazione analoga e hanno perso un punto in classifica). E così, il presidente ci ha messo la faccia e ha gridato al calcio italiano che la sua squadra è l’immagine pulita ed esemplare del movimento nazionale e non poteva essere associata a torbidi intrighi cui è evidentemente estraneo. «La condanna del Napoli significherebbe la sconfitta del calcio italiano», ha tuonato il presidentissimo. Parole dritte al cuore del problema. E così proprio il calcio italiano ha capito che insistere su quel vicolo cieco sarebbe diventato un boomerang, togliendosi dagli imbarazzi futuri. Ve l’immaginate una classifica finale con esiti condizionati da quel meno due?
È bastato un ottimo avvocato napoletano tra i tanti, esperto di diritto sportivo, a mettere in scacco tutto il sistema giuridico federale. Gianello non ha combinato le partite, e neanche ci ha provato ma ha semplicemente sondato il terreno attorno a sé, con argomenti molto flebili e senza alcun potere. Era chiaro, ma non alla procura federale, evidentemente. Chiacchio è arrivato in aula, con tutte le sue convinzioni sventagliate da giorni, e di tasca propria, cioè investendo sul suo terema, quello della derubricazione del reato del suo assistito: da tentata combine a slealtà sportiva. E l’ha fatto prevalere. «La mia napoletanità – ha detto l’avvocato a Radio Marte – mi ha spinto a fare il ricorso e far togliere la penalizzazione al Napoli. Gianello non voleva far ricorso; a quest’ora il Napoli avrebbe ancora la penalizzazione e Grava e Cannavaro la squalifica. Oggi ho incontrato De Laurentiis, che mi ha ringraziato per quello che avevo fatto fino ad ora».
Vince il Napoli col suo presidente e i suoi bravi legali, e anche un po’ Napoli… con Cannavaro e Grava, sdegnanti delle avances di Gianello, e con l’avvocato Chiacchio, professionista di livello assoluto che ha infilato un’altra perla nella sua collana di successi. Ma non tutto è restituito. Il Napoli ha subito dalla vicenda un danno d’immagine, seppur arginato, ma soprattutto un contraccolpo psicologico derivante dall’allontanamento coatto dalla testa della classifica e una privazione del patrimonio tecnico che hanno influito nel non casuale calo di rendimento di Dicembre, con le sconfitte in campionato e l’eliminazione dalla Coppa Italia mentre Mazzarri lavorava per ritrovare la quadratura del reparto difensivo. Nessuno risarcirà tutto questo. Ma tant’è… il Napoli è pulito, il Napoli è sempre più antipatico. Dentro e fuori dal campo.
Boom turistico a Napoli. Ma il decoro…
Angelo Forgione – Boom di visite ai prestigiosissimi musei di Napoli nel periodo natalizio. Tra l’8 dicembre 2012 e il 6 gennaio 2013 sono state rilasciate 6.595 “Natale Artecard” per un totale di 19.412 ingressi nei musei del circuito Artecard di Napoli. La maggiore concentrazione di visitatori ha riguardato San Martino, Capodimonte, il Museo Archeologico e il Palazzo Reale. La somma della promozione e dei biglietti ordinari ha fatto registrare un incremento del 700% rispetto ai periodi natalizi degli ultimi due anni.
Il dato confortante fa il paio con le buone notizie della scorsa estate, quando Federalberghi diffuse il report nazionale dal quale si evinse il +2,4% della Campania a fronte -2,6% di presenze e -10% di fatturato nazionale nei primi otto mesi del 2012.
Confortanti segnali per il turismo napoletano e campano, ma è indubbiamente un problema lo stato di degrado dei tanti monumenti che la città presenta ai visitatori, a prescindere dai meravigliosi musei. Un corrispondente del quotidiano olandese “De Telegraaf” mi ha contattato per incontrarmi prossimamente e “approfondire la città baciata da Dio e stuprata dall’uomo”, comunicandomi di essere stato più volte a Napoli, definendola “Una bellissima città, ma con tanto degrado”.
Intervista integrale per il Corriere del Mezzogiorno
Le pagine della Cultura di Napoli del Corriere del Mezzogiorno online pubblicarono ad Ottobre un’intervista ad Angelo Forgione a cura di Eleonora Tedesco. Per ragioni di sintesi, alle risposte fornite fu dato taglio giornalistico. La versione integrale è ora disponibile per i lettori di questo blog.
«Napoletano e me ne V.a.n.t.o»
Come e perché nasce il blog?
È una delle conseguenze fisiologiche di ciò che ho iniziato a fare nel 2008 creando il movimento V.A.N.T.O., ossia denunciare con obiettività le cose che non funzionano a Napoli e in Italia rispetto a Napoli. Oltre ad usare la parola, ho usato anche la tecnologia e la scrittura che mi è sempre stata congeniale, conseguendo il tesserino dell’Ordine scrivendo per la testata napoli.com. E allora il blog è diventato necessario come contenitore di tutta la galassia di ciò che scrivo e realizzo, a disposizione di chi vuole seguirmi. Tutto passa attraverso il web: articoli, denunce, interviste televisive e radiofoniche, videoclip di mia creazione, è ogni cosa sul blog, sul canale youtube, sui social network. Così lascio ogni traccia e prima o poi la gente le trova.
Che cosa significa napoletanità autentica, che cosa connota un napoletano Doc?
Parto da un presupposto: tutto ciò che faccio è ispirato dall’intento di valorizzare le luci di una città straordinaria e contraddittoria che però è più brava a vendere le proprie ombre ad un sistema mediatico affamato di sensazionalismo, senza mai perdere di vista il contatto con la realtà. E così nasce la denuncia del degrado urbano e, soprattutto, monumentale. Statue, palazzi e chiese di Napoli sono un tesoro sotto attacco quotidiano e ne perdiamo pezzi lentamente e silenziosamente. E poi c’è la denuncia degli stereotipi e dei luoghi comuni che colpiscono incessantemente l’immagine della città tramite quell’accanimento mediatico che tratta solo le ombre senza mai valorizzare una grande Cultura come quella Napoletana che ha posto le basi della società europea. Nessuno lo dice, neanche i napoletani. Dunque, i veri napoletani sono quelli che conoscono a fondo la loro Storia, sanno cosa significa anche in funzione contemporanea e, proprio per questo, non ci stanno a vedere la città sporca, imbrattata, degradata, cadente nei suoi monumenti unici e quindi nella sua identità. Napoletano DOC è colui che non dice mai “io amo Napoli” ma lo fa capire a chi lo circonda facendo veramente qualcosa. E basterebbe anche solo rispettarla senza sporcarla e rispettando il prossimo.
Quali sono le situazioni più calde che hai denunciato con il tuo blog?
Al di là del servizio del TGR Piemonte firmato da Giampiero Amandola, e sapete tutti come è andata a finire, preferisco ricordare la più silenziosa trattazione dei fatti che riguardano più strettamente la vivibilità della città come l’ecomostro dell’Arenella finalmente abbattuto dopo un ventennio per il quale mi sono battuto coinvolgendo Legambiente ed EcoRadio; il maxi-schermo sotterrato in piazza Plebiscito che sono riuscito a farlo riscoprire e riattivare prima che tornasse di nuovo nascosto tra i due monumenti equestri del Canova; l’impianto di illuminazione monumentale a fibre ottiche di Valerio Maioli che è stato violentato e sabotato; la vigilanza h24 in Galleria Umberto che ho contribuito a far istituire insieme all’ex consigliere comunale Raffaele Ambrosino e ai commercianti e che da poco è stato abolito cancellando due anni di minima serenità nel sito; i lampioni monumentali all’ingresso di palazzo reale ricostruiti dopo anni di figuracce; la pulizia dell’arco di trionfo del Maschio Angioino; gli orologi storici dell’Ente Autonomo Volturno di cui tra l’altro sono ancora alla ricerca dell’esemplare di Piazza VII Settembre scomparso nel nulla… tanto per citare alcune tra le situazioni di decoro in cui ho messo lo zampino. È questo quello che mi gratifica maggiormente, anche se piaccio di più quando bacchetto direttamente personaggi come Paolo Villaggio o Gad Lerner per certi errori che ledono l’orgoglio dei napoletani.
Ti chiamano “assessore aggiunto”, o “indignato speciale”. Come valuti l’operato del sindaco scassa tutto (De Magistris?)
Dopo un decennio di fine bassolinismo e di impalpabile presenza di Iervolino, qualsiasi cosa non poteva essere peggio. Ma Napoli ha bisogno di molto di più. De Magistris prova a fare le nozze coi fichi secchi e il suo obiettivo primario in cui ha impegnato tutte le sue attenzioni è al momento centrato: l’emergenza rifiuti, almeno nel centro cittadino, è solo un triste incubo che si spera non torni più e questo è un fatto oggettivo. Ma nell’ordinario, la città resta sporca e sciatta. Ed è sempre ostaggio di troppi malcostumi, seppure qualche tentativo si metta in pratica. Le sue attenzioni sono concentrate sui grandi eventi per ridestare l’immagine della città, e fa anche bene, ma è un’arma a doppio taglio perchè i turisti attratti in città trovano una città stupenda con monumenti e strade malridotte.
Il sindaco di una città d’arte e cultura come Napoli deve valorizzarne i connotati e stimolare il dibattito anche quando non ci sono soldi per questo o quell’intervento. Quando porta le World Series di Coppa America a Napoli fa benissimo ma poi consente di smontare la Cassa Armonica di Errico Alvino in Villa Comunale per far piacere agli americani. Quando libera il lungomare e lo restituisce alla vivibilità fa bene, ma poi lo rendo uno spot come fece Bassolino per il Plebiscito, che infatti ora crolla a pezzi. Non posso poi non considerare che la democrazia partecipativa sbandierata in campagna elettorale non esiste e che il rapporto tra società civile e macchina comunale non è cambiato affatto. Insomma, mi confronto col suo staff costruttivamente ma mi consento di consigliargli di abbandonare il sentiero cieco di Bassolino e, soprattutto, di dialogare in prima persona con chi veramente ama la città.
Tre interventi che metteresti in campo subito se fossi il sindaco
1 – semplificazione e piena applicazione del regolamento per le sponsorizzazioni, senza costi gonfiati. I privati sono gli unici che possono restaurare i nostri monumenti. Venissero pure, un anno di cantieri brandizzati e poi via. Non è possibile che le statue più preziose della città, quelle equestri del Canova al Plebiscito, siano aggredite e senza neanche un leggio che descriva chi raffigurano.
2 – un serio progetto di educazione civica e ambientale coinvolgendo tutte le scuole elementari e medie della città in cui sia inclusa la divulgazione della storia di Napoli e la conoscenza dei quartieri e dei monumenti cittadini.
3 – riduzione drastica delle spese del Comune e delle aziende partecipate al minimo necessario in modo da ridurre il deficit alla fine del mandato e consegnare una macchina comunale più efficiente al successore, così privato di ogni alibi. Un comune in deficit significa una città ferma.
Esiste una nuova lettura della questione meridionale?
Esistono due letture, una politica e una storica. La prima è la solita solfa di chi se ne riempie la bocca senza analizzarla nelle cause e negli effetti e, quindi, senza alcuna volontà di risolverla, perchè le cose devono restare allo stato in cui sono. La seconda invece è quella che racconta la verità storica e supportata da ricerche moderne del CNR, della Banca d’Italia e dello SVIMEZ concordi nel dimostrare che al momento dell’unità d’Italia il PIL del Sud era identico a quello del Nord e che dopo si è creata e allargata una forbice che taglia in due il paese. Oggi il Sud è colonia di un Nord cui da tanto. È vero che gode dei trasferimenti statali dalle aree ricche ma al Nord tornano cifre maggiori per la vendita di prodotti industriali, come dimostra lo studio di Paolo Savona, Zeno Rotondi e Riccardo De Bonis. Senza contare l’emigrazione culturale e quella sanitaria. Il tranello sta nel mantenere la condizione coloniale mandando soldi al Sud, accusandolo per questo, al fine di trattenere la maggior quota della ricchezza prodotta, tagliando fuori mercato il Meridione e sottraendogli reddito e occupazione. Ovviamente questo sistema è fragilissimo perchè la ricchezza di un paese va distribuita per mantenersi stabile e semmai crescere, e se c’è una parte che vende e un’altra che acquista, in presenza di crisi finanziarie come quella in corso che si somma a quella economica ormai cronica, il potere di acquisto in calo al Sud fa crollare anche il potere commerciale al Nord. Il crollo di chi paga è automaticamente il crollo di chi incassa.
Esiste una questione settentrionale?
No. Una questione è un punto interrogativo da sciogliere. E l’unico che la politica dovrebbe scogliere è il Sud. Se poi la politica leghista che ha spaccato ancora di più il paese negli ultimi vent’anni lo vogliamo considerare un problema quale è, allora si, quella è la questione settentrionale, un problema da risolvere.
Sostieni che chi è napoletano non può che tifare per il Napoli, e ai milanisti e juventini partenopei che messaggio lanci?
Non sostengo affatto questo. Io metto punti di domanda e cerco di dare delle risposte. Ci risiamo, anche nello sport esiste una questione sportiva, punti di domanda da risolvere. Ho supportato il gruppo “L’altroparlante” nella diffusione del brano “Ma perchè sei tifoso della Juve se sei di Napoli?” e il titolo è chiaramente uno spunto di riflessione. Conosco la verità e la divulgo, cercando di far conoscere ai più che il campionato italiano è nato nel nascente triangolo industriale Torino-Genova-Milano a fine Ottocento, ma pur chiamandosi italiano si è disputato per circa 30 anni tra squadre esclusivamente del Nord. Solo la propaganda nazionalista di Mussolini ha voluto che nel 1926 entrassero in competizione le squadre del Centro e del Sud. Ditemi se non è questione meridionale anche questa?! I bambini sono affascinati dal blasone e dal potere. Come l’hanno costruito quelle squadre? E come continuano a detenerlo?
Torino e a Napoli sono città popolate alla stessa maniera ma non alla stessa maniera possono fare calcio. Basti pensare che Torino ha costruito 3 stadi nuovi in 20 anni mentre il San Paolo crolla lentamente. Per non parlare della disponibilità di impiantistica sportiva utile ai vivai e di risorse economiche da investire sul territorio. Uno studio del Prof. Marco Di Domizio, ricercatore di Economia Politica dell’Università di Teramo, ha rapportato la localizzazione geografica e le prestazioni sportive delle squadre italiane evidenziando che, nell’analisi dei parametri comparati del PIL pro-capite e del piazzamento medio relativo dell’ultimo secolo, i risultati della Roma e del Napoli sono a tutti gli effetti da considerarsi a livello di quelli di Inter e Milan, molto più vicini a quelli della Juventus di quanto non dica la differenza di scudetti in bacheca, e superiori a quelli di Torino, Sampdoria e Bologna che non sono riuscite a sfruttare le potenzialità economiche del proprio territorio.
Dunque, essendo il calcio un aspetto della questione meridionale, io lo tratto come argomento utile a capirla. E se la capisci apri la mente e magari ti poni dubbi sulle tue scelte infantili. Fermo restando che ognuno può tifare per chi gli pare.
Ha senso rievocare i tempi di Napoli capitale?
Certo che ha senso! Napoli Capitale è un mito e per stimolare cultura bisogna avere il culto dei miti, ce lo insegnano i greci. Ed è un mito perché quella città, pur non avendo peso politico, dettava cultura in Europa. E quella cultura è la nostra e dobbiamo rispettarla, farla rispettare e valorizzarla. Guardate che Napoli Capitale, in molti aspetti, è ancora viva e sto chiudendo la scrittura di un libro con cui voglio dimostrarlo. E ne è certo anche l’intellettuale francese Jean-Noël Schifano che, dopo aver letto il manoscritto, ne è rimasto ammirato, concedendomi l’onore di supportarmi con una sua preziosa prefazione. È chiaro poi che il presente sia fatto di troppi problemi e, credetemi, pur valorizzando la nostra storia non perdo mai di vista le condizioni sociali in cui siamo piombati, e non me ne sto di certo con le braccia incrociate.
Il razzismo anti napoletano è esclusiva degli stadi o crei che alcuni pregiudizi resistano ancora?
Non scherziamo, lo stadio è cassa di risonanza. Credete che i tifosi che escono dagli stadi vanno al bar e cambino i loro pensieri per incanto? La società è malata, il razzismo esiste come esiste la tolleranza. Il nostro è un paese diversamente razzista, e non solo verso i napoletani. Più fingiamo che non sia così e più lasciamo che il problema vegeti. Se sei napoletano devi sudare il doppio per dimostrare che sei una persona perbene. Vi è mai capitato di andare fuori Napoli e sentirvi dire «ma non sembri napoletano» solo perchè sei una persona a posto?. Io faccio anche il pubblicitario; sapete che alcuni miei clienti mi chiedono di cancellare la provincia NA dall’indirizzo sulle brochure perché altrimenti perdono alcune commesse? Esistono pregiudizi e stereotipi.
Parli di egemonia napoletana culturale del bello, nonostante il degrado che la invade?
L’ho detto prima, la città è degradata e so bene il perché. È colpa di tutti, anche di noi napoletani. Ma il degrado materiale non può cancellare la nostra cultura di cui ci serviamo quotidianamente. Gli altri mangiano napoletano, cantano napoletano, pensano in napoletano, agiscono in napoletano e non se ne rendono conto. Possibile che se ne siano resi conto Lucio Dalla e Marcello Mastroianni e i napoletani no? Credetemi, vorrei farvi leggere ciò che sto scrivendo nel libro ma posso dirvi che la nostra cultura del bello ha costruito anche ciò che stiamo contribuendo a distruggere con una sottocultura del brutto che non ci appartiene. Io soffro a vedere il Plebiscito, Pompei e Carditello che crollano perché vedo il male che sta prendendo il sopravvento sul bene. Pensate che io parli per slogan? No, io la pubblicità la conosco ma Napoli non ha bisogno di headline e pay-off perché ha ancora la sua cultura che non ha bisogno di promozioni. Bisogna che tutti si diano da fare per rinnamorarsene. Io la amo!
Non credi che abbia ragione chi considera quella meridionale una realtà dove tanto si è sprecato e che ora avrebbe bisogno di meno clientele e di più progetti?
Non c’è dubbio, gli sprechi ci sono stati e ci sono. È tutto il sistema che dovrebbe cambiare. Il Sud deve smetterla di sprecare, il Nord di mangiare alla tavola imbandita tenendolo al guinzaglio e rendendo il Mezzogiorno ingordo di fronte alla scodella del “pappone”. È tutto il sistema che va rivoltato resettando la classe politica. Ma in questo nutro poca fiducia perché l’Italia è figlia di una grossa truffa ed è ancora oggi, per logica ininterrotta, un paese di sanguisughe.
Pino Daniele o Gigi D’Alessio?
Nessuno dei due. Direi Pino Daniele fin quando non è diventato Giuseppe Daniele. Quel genio musicale fu protagonista di un rilancio stilistico della Canzone Napoletana negli anni ‘80-’90 con l’innovativo Neapolitan Power, ma poi si è fatto risucchiare dall’aspirazione di maggiore penetrazione sul mercato nazionale. Questa trasformazione è la causa della “distrazione” degli artisti napoletani che ha favorito l’avvento di una sottocultura melodica che non ha nulla a che vedere con la ricca tradizione partenopea che ha insegnato al mondo. Che oggi è incarnata da artisti come Eddy Napoli, Federico Salvatore, Enzo Avitabile, Eugenio Bennato e pochi altri. Sono questi quelli che preferisco. E consiglio a tutti di ascoltare “Vierno Vattenne” di Lino Blandizzi. Le perle da incastonare nella tradizione si sfornano ancora.
Gomorra o Così parlò Bellavista?
Così parlò Bellavista se è il film. Gomorra se è il libro.
Eduardo o Latella?
Ottimo Latella, ma Eduardo è sicuramente lezione di vita, filosofia, realtà nella finzione. Eduardo è Napoli anche nelle sue contraddizioni: “Ha da passà ‘a nuttata” e “fujitevénne” sono l’eterno conflitto tra amore e odio, attesa e rassegnazione.
Il tuo motto?
“L’ignoranza si sconfigge con la cultura”
Una definizione per la tua città?
“Baciata da Dio, stuprata dall’uomo”. Continuo a guardarla, ad apprezzarne gli scorci e i panorami dalle varie prospettive e ad ammirare il miracolo della natura che l’uomo ha delittuosamente profanato.