La dieta mediterranea ha smarrito casa

alimentazione sana nata a Napoli e codificata al Sud, dove ora cresce l’obesità

Angelo Forgione Anche l’Expo di Milano, con uno spot istituzionale, apre una triste riflessione sulla tradizione alimentare meridionale: La dieta mediterranea, che nasce a Napoli e viene codificata nel Mezzogiorno negli anni Cinquanta, non abita più a casa sua (nel video). Nel mio Made in Naples ho espresso una riflessione sull’argomento, che riporto in sintesi di seguito con qualche passaggio del libro.
Ancel Keys, in un convegno mondiale sull’alimentazione svoltosi a Roma nel 1951, apprese dal collega napoletano Gino Bergami della ridottissima incidenza delle patologie cardiache in Campania. E così studiò l’alimentazione dei napoletani, ricca di carboidrati, verdure, olio di oliva, pane, legumi e pesce, convincendosi con le sue ricerche nei laboratori del Vecchio Policlinico di Napoli che la riduzione dei grassi animali era alla base della buona salute della popolazione locale.

“A Napoli la dieta comune era scarsa di carne e prodotti caseari, la pasta generalmente sostituiva la carne a cena. Nei mercati alimentari scoprii montagne di verdura e le buste della spesa delle donne erano cariche di verdura frondosa. Nello stesso tempo, i campioni di sangue degli uomini sotto controllo medico che noi stavamo visitando presentavano un basso livello di colesterolo. I pazienti con disturbi cardiaci alle coronarie erano rari negli ospedali e i medici locali ci dissero che gli attacchi di cuore alle coronarie non erano molto frequenti. I disturbi cardiaci alle coronarie erano ritenuti essere più comuni nelle classi benestanti dove la dieta era più ricca di carne e prodotti caseari. Mi convinsi che la dieta salutare era un motivo dell’assenza di disturbi cardiaci.”

Keys girò per il Meridione, trovando ulteriori spunti di ricerca nella località calabrese di Nicotera e in quella cilentana di Pioppi, e giunse alla codifica delle diete di vari Paesi con culture e stili di vita differenti, codificando il modello nutrizionale della dieta mediterranea quale misura alimentare per prevenire l’infarto, ispirata alle usanze di Italia, Grecia, Spagna e Marocco, riconosciuta patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’UNESCO nel 2010.
Tutto questo, descritto in maniera più chiara e completa in Made in Naples, mi ha condotto ad una riflessione nella trattazione della “denapoletanizzazione” da arginare.

[…] Così Napoli si è fatta, più di ogni altro luogo, cuore di una riflessione che riguarda le metropoli più antiche del mondo che hanno smarrito il loro orientamento. Il suo limite, il più devastante, autentico dramma sociale della miseria, è identico a quello del 1750, quando Antonio Genovesi e Bartolomeo Intieri individuarono nella carente formazione intellettuale il freno di un popolo dalle grandi potenzialità. È l’ignoranza diffusa la vera inibizione della Napoli del Duemila, figlia della dispersione scolastica che tocca percentuali inaccettabili. A questa si associa l’influenza negativa del mondo esterno globalizzato che, inquinando il pensiero individuale, omologa e sconvolge la specificità. Il popolo che nel 1951 stupì Ancel Keys per la sua alimentazione, presa a modello per la formulazione della dieta mediterranea, è oggi il più affetto da obesità d’Italia.

Purtroppo la dieta mediterranea, globalizzata dall’Unesco, è sempre meno seguita in Italia, dove i potentati del cibo spazzatura impongono i propri stili, soprattutto tra i giovani e le fasce con un basso livello socio-economico. Numerose indagini hanno infatti mostrato un aumento di sovrappeso e obesità e il fenomeno è più diffuso al Sud, particolarmente in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Basilicata, ovvero lì dove è nata la dieta mediterranea.

La sanità al tempo dei Borbone

Angelo Forgione – Fino al 13 luglio, al Museo delle Arti sanitarie di Napoli, sito nel complesso di Santa Maria del Popolo degli Incurabili, è visitabile la mostra “La sanità al tempo dei Borbone”, organizzata dall’associazione culturale “Il Faro di Ippocrate” e dedicata alla storia della Scuola Medica Napoletana, allla rete assistenzialistica partenopea e alla formazione della professione del medico negli anni del Regno borbonico.
L’evento rende omaggio alla tradizione medica che diede lustro al Sud tra il 1734 e il 1860, ricostruendo l’intera pagina sanitaria nel Mezzogiorno, all’avanguardia nell’Europa dell’epoca. La prima assistenza sanitaria gratuita italiana (promossa da Ferdinando IV), la percentuale di medici per numero di abitanti più alta di tutto il resto d’Italia (9.500 tra medici e chirurghi per 9 milioni di abitanti, rispetto ai circa 7.000 professionisti della sanità per i 13 milioni di cittadini della restante Italia) e la più bassa mortalità infantile del territorio italiano la dicono lunga sul sistema sanitario borbonico. Due esempi storici di eccellenza: nel 1777 il Regno delle Due Sicilie sostenne una campagna vaccini contro il vaiolo per due milioni di persone; nel 1813 Aversa fu sede del primo ospedale psichiatrico italiano. Nonostante questa grande tradizione meridionale, peraltro risalente alla Scuola Medica Salernitana del XII secolo, con l’avvento dei Savoia e l’unificazione italiana i medici dell’ex Regno delle Due Sicilie furono obbligati a ripetere l’esame di idoneità alla professione medica. Gli atti che testimoniano questa pagina nera dell’Unità sono riuniti nella “bacheca della vergogna”.
Il campionario di curiosità è enorme: strumenti medici del tempo (apparati per lavande gastriche e clisteri, cassette chirurgiche militari, armadietti con boccette di farmaci del tempo, ecc.), busti dei medici illustri (Cirillo e Cotugno su tutti) e diverse curiosità, come il kit di pronto soccorso da passeggio per fronteggiare le emergenze in strada, il bastone corredato di siringhe, medicazioni e bisturi. In mostra anche alcuni modelli anatomici usati dagli studenti di medicina dell’epoca, e poi documenti, testimonianze e trattati di ogni genere. Sei le tappe tematiche: dai luoghi della sanità napoletana alla formazione professionale nelle province del Regno, dai singolarissimi cimiteri antichi ai tanti reclusori, per concludere con le prime “Case dei pazzi”, L’Ostretricia e la Medicina sociale. Una sezione a parte è dedicata al capitolo della peste.
Non va dimenticato che la buona tradizione sanitaria napoletana è proseguita anche dopo l’Unità d’Italia. Emblematici i casi di Vincenzo Tiberio e Arnaldo Cantani, veri padri dell’antibiosi nella Napoli post-unitaria ben prima di Fleming, i primi a condurre validissimi studi che condussero alla scoperta della penicillina (maggiori informazioni su Made in Naples – Magenes 2013).

info: 081 440647
lunedì – venerdì / 9.30 – 13.30 / ingresso gratuito
info@ilfarodippocrate.it
http://www.museoartisanitarie.it

Il caffè da migliorare

Angelo Forgione – La tanto attesa inchiesta di Report (Rai Tre) sul caffè ha evidenziato i guasti del sistema in Italia, dimostrando che i torrefattori fanno spesso abuso della qualità “Robusta”, che costa la metà della “Arabica” e ha aromi legnosi, se proviene dal Vietnam, e di terra, se di origine Africana. Fari puntati anche sui baristi che in troppi casi non sanno cosa c’è nelle miscele che servono, non effettuano il “purge” (l’operazione a bottone per pulire l’acqua, che è però automatica con le macchine a leva diffusissime a Napoli), non puliscono i filtri dove lasciano sedimentare residui cotti più volte, non puliscono la campana del macinino e non macinano il caffè al momento, pregiudicando l’aroma. Il resto dell’inchiesta ha riguardato le capsule.
Niente paura, però. La cultura della bevanda a Napoli e nel resto d’Italia è intatta, e non basteranno i pareri sul sapore a umiliarla. Andrej Godina, l’uomo dei voti, è stato presentato come rappresentante della Scae (Speciality Coffee Association of Europe), ma in realtà le sue degustazioni sono state condotte a titolo personale e completamente individuale, con la stessa Scae che si è dissociata dai suoi pareri, e lui da Report. Non tutti i produttori e non tutti i baristi sono sprovveduti e una trasmissione che punta le telecamere dove le cose vanno male, cercando solo quelle e non le positività, può condizionare l’opinione pubblica. Ma è evidente che certi guasti finiscano col pregiudicare il mercato e abbassare la qualità, col rischio di cambiare il gusto e imporlo al pubblico. Insomma, anche sul caffè bisogna imparare a saper scegliere, e anche a pretendere. Non c’è dubbio che il caffè, soprattutto quello napoletano, è da proteggere.

Marotta e la spocchia dei provinciali a corte

La storia recente dice che è l’ambiente juventino a fare figuracce da provinciale.

Angelo Forgione – Veleno di Beppe Marotta sul Napoli: “fastidiosi festeggiamenti da provinciali”. Così ha definito le manifestazioni di soddisfazione del club azzurro per la vittoria contro la Juventus. Meglio la sincerità di un torinese doc come Marchisio quando dichiara che quando gioca contro il Napoli gli scatta qualcosa che non gli scatta con le altre, e gode a batterlo. E poi, Marotta di quali festeggiamenti parla? Dei cori, dei canti e degli olè durante la partita? Quelli sono dei tifosi del Napoli, non della società. Non ci pare che quando la Juventus batte il Napoli in casa i suoi tifosi se ne stiano in silenzio. Anzi, cantano addirittura ‘o surdato nnammurato, e fanno cori razzisti, più che provinciali. E non solo quando si gioca Juventus-Napoli. Le curve dello “Juventus Stadium” sono state chiuse dal giudice sportivo e la redazione della Rai di Torino ha chiesto scusa ai napoletani e all’Italia intera per l’inquilificabile servizio sulla puzza dei napoletani firmato Giampiero Amandola. Più provinciali di così si può arrivare solo alla spocchia del popolano a corte. A Napoli si dice ‘o sagliùto (il salito). E infatti…

Godina si duole di Report, ma quel suo articolo…

Angelo Forgione – E ora Andrej Godina fa parziale marcia indietro e se la prende con la redazione di Report per averlo gettato in pasto ai leoni. In videocollegamento web con la redazione del TGR Campania, l’esperto triestino ha dichiarato di essere dispiaciuto del fatto che sia stato estrapolato solo il pezzo del suo assaggio del caffè napoletano nel primissimo promo, in un contesto di indagine che ha invece scandagliato l’intero sistema italiano. Io che vi ho partecipato lo sapevo, ma non potevano certo saperlo tutti coloro che in questi giorni hanno visto quella performance. Ma la cautela di Godina non convince per nulla, perché nell’articolo scritto di suo pugno il 27 febbraio, dopo la sua incursione napoletana, nel quale non faceva riferimento alcuno alla sua partecipazione a Report, parlava del solo caffè napoletano, compiacendosi sul suo profilo facebook di aver sfatato “definitivamente” il mito del buon caffè a Napoli. Quell’articolo sfuggì alla grancassa dei media ma non al sottoscritto, che annunciò quanto sarebbe accaduto. Certo, il caso è esploso perché i giudizi erano affidati alla diffusione di Report e non al piccolo portale su cui ha scritto Godina, ma tanto bastò, avendo il Nostro parlato anche in termini irridenti di quanto scritto circa il caffè napoletano sul libro Made in Naples. Per la serie “ccà nisciuno è fesso!”

Offensiva al mito del caffè napoletano. Si parte.

Angelo Forgione – L’avevo fiutato e ne avevo parlato qualche giorno fa. L’offensiva al mito del caffè napoletano è partito. Il Corriere della Sera anticipa l’inchiesta di Bernardo Iovene che andrà in onda il 7 aprile a Report (guarda il promo), con la sortita dell’esperto del caffè Andrej Godina a Napoli: «Il caffè a Napoli è pessimo». Aspettiamo di vedere cosa ne uscirà in video per dibattere e giudicare, ma l’articolo scritto da Godina dopo il suo viaggio a Napoli non lasciava intravedere nulla di buono nei termini e nei concetti espressi, talvolta irridenti e sprezzanti. C’è solo da augurarsi che il mio contributo di narrazione storica raccolto da Iovene sia inserito nell’inchiesta di Report, che se evidenziarà i guasti esistenti con obiettività non potrà che fare bene al comparto.

Col caffè sospeso Napoli continua a civilizzare il mondo

Angelo Forgione – Il caffè sospeso, che suggerisce il pagamento anticipato di una tazzina a beneficio di ignoti indigenti che arriveranno a consumarla, un atto di solidarietà nato a Napoli in tempi antichi, si diffonde nel mondo di oggi, travolto dalla crisi economica mondiale. Qualche esperto del caffè, leggendo il mio libro, l’ha definita ultimamente una “vetusta e desueta abitudine“, ma forse si sarà già ricreduto dopo aver visto il breve servizio del TG1 del 24 marzo.
È solo una mia convinzione, di Jean-Noël Schifano, o di chi conosce Napoli, che essa continui a civilizzare il pianeta anche dalla sua posizione di città assistita? Eppure lo dimostra da secoli, facendosi modello ad ogni latitudine con suo impareggiabile anticonformismo.

PadovaOggi e la discriminazione. Ma ci cascò anche la RAI

padovaoggiLa scorsa settimana, il sito Padova Oggi ha commentato la notizia di una rapina così: «I tre giovani responsabili intercettati da una pattuglia di militari sono un italiano e un serbo entrambi di vent’anni e un napoletano 19enne. I carabinieri li hanno sorpresi ancora in possesso della borsa rubata». Notizia poi corretta, ma nella discriminazione territoriale cadono in tanti, e qualche anno fa capitò persino al Tg2 Rai (leggi).

Renzi, il Sud e i Beni Culturali orfani di Bray

ecco perché l’apprezzato ministro uscente del MiBAC è stato silurato

renzi_brayAngelo Forgione – L’incoronazione di Renzi, terzo premier consecutivo senza maggioranza eletta, non ha entusiasmato affatto chi ha criticato l’assenza nel suo intervento di riferimenti al Mezzogiorno durante la replica al Senato per la fiducia. La questione meridionale continua ad essere ignorata dall’agenda politica nazionale, ma Renzi ha risposto così: «erano meglio gli impegni verbali e i disimpegni sostanziali degli ultimi decenni, le parole in libertà?», che può avere due interpretazioni: o questo Governo non fa proclami per passare ai fatti oppure, sapendo di non voler fare i fatti, preferisce non parlare del Sud.
Brutti segnali sono arrivati dal totoministro ai Beni Culturali. In quel Dicastero, da più parti è stata chiesta la riconferma di Massimo Bray, promosso cum laude. Un vero e proprio plebiscito sui social network per il ministro uscente, sostituito per logiche partitiche da Dario Franceschini, proprio colui che Renzi aveva definito “il vice-disastro” quando questi, nel 2009, era stato eletto segretario del PD.
Bray è già rimpianto per l’autentica passione dimostrata e per i passi compiuti, cercando di riportare la cultura al centro delle politiche del Paese e puntando a cambiamenti sostanziali senza troppo chiasso ma instaurando un rapporto più vicino ai cittadini, ringraziati nel suo commosso commiato. Ha interrotto la disastrosa serie di Sandro Bondi, Giancarlo Galan e Lorenzo Ornaghi, parlando del patrimonio umiliato, ma è stato messo da parte nonostante abbia evitato che Pompei finisse in mani inaffidabili, abbia rimesso in vetrina i Bronzi di Riace, abbia mantenuto la promessa di ricomprare la Reggia di Carditello (e ora?), e abbia fatto qualcosa di significativo in tutto l’arco del suo operato. È stato proprio questo il freno di una persona fattiva che ha trovato opposizione da parte dei “vertici” a ogni tentativo di riorganizzazione radicale del suo Ministero. Un nuovo mandato avrebbe probabilmente permesso a Bray di proseguire in direzione di una vera e necessaria riforma, altro motivo per cui era caldeggiata la sua riconferma. Lui ha parlato di tutto il patrimonio nazionale e si è interessato finalmente anche a quello del Sud. Infine, fatto non trascurabile, è andato in Rai a parlare di intelligenza dei Borbone (clicca qui), dimostrando di essersi immerso senza pregiudizi nella grande storia del Sud e di volerla valorizzare rivisitandola. Anche questo ha pagato chi ora, insieme a tutti i suoi sostenitori, deve confidare nella buona sorte dei nostri monumenti, affidati a Franceschini, il “vice-disastro”.

Parigi e Napoli, città d’arte con modelli distanti

(video) Versailles e Caserta a confronto nella trasmissione Rai “Petrolio”

Angelo Forgione – La trasmissione Rai “Petrolio”, così titolata in quanto metafora delle ricchezze italiane che, per essere utilizzate devono essere identificate, estratte e valorizzate, ha proposto un raffronto tra Parigi e Napoli, le due capitali dell’illuminismo europeo, che però oggi vivono destini opposti. La prima, gettonatissima dai turisti, ai quali è offerta una proposta ben chiara e a sistema. L’altra ha invece perso parte del suo richiamo e non riesce a sfruttare tutte le sue enormi potenzialità. L’esempio più chiaro è stato individuato nelle differenti produttività delle due grandi regge borboniche fuori città, quella parigina di Versailles e quella napoletana di Caserta. La grande dimora vanvitelliana dei Borbone di Napoli, insieme a tutto il patrimonio monumentale campano, è ormai da qualche tempo oggetto di grandi dibattiti, e si susseguono le incursioni di trasmissioni (come quella di Maurizio Crozza, anch’egli adottivo dell’ormai famoso aneddoto del bidet divulgato da chi scrive) che hanno reso note ai più la sua importanza simbolica e artistica quanto le sue criticità.
Francia e Italia raccontano diversamente le storie di Parigi, capitale non abrogata, e Napoli, capitale decaduta. Versailles non appartiene più ai Borbone di Francia ma alla storia della Francia, ed è valorizzata. Caserta non appartiene più ai Borbone di Napoli, e neanche alla storia d’Italia, alla quale è stata associata la meno bella e visitatissima Venaria Reale dei Savoia. È questo il principale motivo per cui le due grandi regge europee di Francia e Italia fruttano in modo molto diverso. È questo il motivo per cui Napoli, grande meta del Grand Tour del Settecento, gioisce per essere risalita nel 2013 al sesto posto nella classifica delle città italiane più visitate. Non può essere vera soddisfazione per una città tra le più ricche d’arte e cultura del mondo ma penalizzata oltremisura da una sorta di accanimento mediatico e storiografico. Ancora a inizio Novecento, come si può ascoltare in un documentario dell’Istituto LUCE (clicca qui per guardare), Venezia, Firenze, Roma e Napoli si contendevano il primato del turismo nostrano e straniero e quello del mercato artistico. Poi, dopo le guerre, è sopraggiunta la tivù, e la denigrazione è diventata più dilagante. Decisivo è stato, soprattutto, il ricamo mediatico riservato alla questione del colera del 1973, che ha allontanato i turisti dalla città fino al G7 del 1994. In cinquant’anni, proprio la tivù (insieme agli altri media) ha fatto uscire Napoli dalla percezione collettiva del polo culturale italiano. Ne fa chiaramente sempre parte, ma i turisti di oggi si riferiscono maggiormente alle sole Venezia, Firenze e Roma, perché per cinquant’anni così è stato inculcato, parlando di Napoli come di terra di degrado e arretratezza. E così, il flusso turistico, una volta stanziale, è divenuto essenzialmente di passaggio, diretto verso località dell’area metropolitana, soprattutto Pompei o le isole del Golfo, il Vesuvio, la Costiera sorrentina e la Costiera amalfitana. Ne paga le conseguenze anche la Reggia di Caserta, per la quale i soldi non bastano mai, e che, come testimonia a “Petrolio” un tour operator internazionale operante a Roma, è fuori dal grande flusso dei visitatori. Eppure, come denunciato dagli operatori turistici locali, in tantissimi stranieri, soprattutto russi con un fortissimo interesse per i brand della moda italiana, si recano a Caserta, ma nel vicino outlet di Marcianise, snobbando il monumento vanvitelliano. Il presidente della Camera di commercio casertana Tommaso De Simone ha provato in tempi recenti a ricordare proprio ai tour operator stranieri che nella città campana, oltre agli outlet, c’è anche la Reggia più bella del mondo, ricevendo come risposta un eloquente «vabbé, se c’è da vedere anche questo “castello”, mezza giornata possiamo impegnarla».