MiBACT: bene i musei campani (e manca il napoletano più visitato)

Angelo ForgioneLa Top 30 degli afflussi ai musei e ai parchi archeologici statali del 2019 conferma ovviamente il podio del Colosseo, con oltre 7,5 milioni di visitatori, delle Gallerie degli Uffizi, con quasi 4,4 milioni di ingressi, e di Pompei, con circa 4 milioni di presenze. In calo, ma stabili in classifica, sesta e settima, Venaria Reale e la Reggia di Caserta (-14%).

I dati evidenziano una crescita sensibile della Galleria Nazionale delle Marche (+36,8%) e dei musei napoletani. Il Museo di Capodimonte aumenta del 34,2% pur restando ancora ampiamente sotto le sue potenzialità. Significativo incremento anche per Castel Sant’Elmo (+18,7%) e per Palazzo Reale (+11%).

Manca all’appello, perché non statale, quello che è il museo napoletano più visitato, che non è l’Archeologico (al decimo posto) ma, di fatto, la Cappella Sansevero. Lo scrigno del Cristo Velato, in continua crescita, ha totalizzato nel 2019 ben 758.453 accessi, senza domeniche gratuite. Confrontando i numeri con la classifica ufficiale stilata dal ministero dei Beni culturali, si piazzerebbe all’ottavo posto, proprio tra Venaria Reale e la Reggia di Caserta. Una posizione eccelsa, considerando che i numeri dei musei statali contemplano la gratuità degli accessi, che dovrebbe aggirarsi tra il 40 e il 50% del totale.

Insomma, bene il trend per la Campania della cultura e dei tanti tesori e delle potenzialità ancora ampiamente inespresse.

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Festival Internazionale del ‘700 Musicale Napoletano

La Scuola Musicale Napoletana del Settecento fu una vera e propria rivoluzione dell’Opera compiuta da tutta una serie di maestri che mandarono in soffitta la tradizione ingessata della musica francese del secolo precedente e influenzarono l’Europa intera, Mozart compreso, che vi attinse giovanissimo sul posto. Migliaia di manoscritti sono conservati nella biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella e nel Convento dei Girolamini, e in oltre centocinquanta biblioteche sparse nel mondo che detengono almeno un manoscritto di autori napoletani. Si tratta di un patrimonio capitale per la storia della musica e per l’umanità che per qualcuno sembra non essere mai esistito. A picconarla fu inizialmente l’epoca rivoluzionaria di fine secolo.
In epoca risorgimentale subì il boicottaggio da parte da certi settori occulti tedeschi, decisi a canonizzare la Musica classica di radice germanofona e l’opera di Händel, Bach, Haydn, Mozart e Beethoven, a scapito di quella italiana. La Scala di Milano, geograficamente più vicina alla Germania, iniziò a guadagnare priorità a scapito del San Carlo di Napoli. A unità d’Italia fatta, la grande Scuola Musicale Napoletana del Settecento, con le sue opere, fu totalmente eclissata dal repertorio e tramandata come fenomeno del tutto casuale dalla nuova critica italiana, che la considerò un’astrazione storiografica, cioè un’invenzione di chi cercava di affermarne l’importanza. La verità è che i manoscritti dei compositori Napolitani sono custoditi ovunque nel mondo, non solo a Napoli, dove è concentrata una ricchezza enorme. Ecco perché abbiamo il dovere di raccontare, suonare e ascoltare quella Musica.
Da qualche anno si tiene a Napoli il Festival Internazionale del ‘700 Musicale Napoletano, per encomiabile iniziativa del maestro Enzo Amato. Venerdì 24 gennaio, alle 19.30, in occasione del concerto di chiusura della XX edizione, darò il mio contributo storico per la restituzione a Napoli della sua primaria importanza culturale nel mondo della Musica. Lo farò in una chiesa bellissima del centro cittadino, la Chiesa di Santa Maria dell’Aiuto (nei pressi di Santa Maria la Nova), dove poi sarà eseguita la “Sonata a tre” (violini, violoncello e clavicembalo) con le strumentazioni di Hasse, Jommelli e Porpora, tre dei grandi maestri della “Scuola Musicale Napoletana” del Settecento.

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Il 25 gennaio il PIT e l’Associazione Culturale Pink Cadillac Music sono lieti di ospitare Angelo Forgione e la presentazione del suo ultimo volume Il Re di Napoli – la grande storia del pomodoro da Napoli alla conquista del mondo.
La serata, a cui parteciperà l’autore, sarà presentata da Giuseppe Libertino, giornalista e conduttore di Minformo TV, e accompagnata dal set musicale con canzoni classiche napoletane proposto da Shila Capezzuto e Biagio Capasso della StarMusic.
Chi acquisterà il volume avrà in omaggio un barattolo di pomodorini prodotti artigianalmente dall’azienda dei F.lli Aiezza, sponsor dell’evento.
Mini-buffet a fine serata.

Sabato 25 gennaio, ore 20:30
Centro Culturale PIT
via Marco Aurelio Severino 11A – Napoli (nei pressi di piazza Carlo III)
info: 081.341.48.94

Napoli, Campania, Sud: la culla del vino

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Angelo ForgioneI vini del Nord, nel secolo scorso, hanno beneficiato di un vantaggio enorme su quelli del Sud nelle preferenze degli appassionati. Eppure i vini italiani sono nati nel Meridione, in quella Magna Grecia dove, tra il VII-VI secolo a.C., furono introdotte la vitis vinifere madri di quelle che ancora oggi danno i vini che beviamo. L’Aglianico, per esempio, è greco già nel nome: “ellenikon”, latinizzato “ellenico” e poi divenuto “allianico” in epoca aragonese, da cui “aglianico” per effetto della pronuncia spagnola della doppia elle. La Falanghina è vite vinifera che sempre i Greci introdussero sulle colline degli oggi detti Campi Flegrei, legandole a dei pali piantati nel terreno su più file e schierati come fossero una falange d’assalto, la tipica “falangae” del mondo ellenistico, da cui il nome dell’uva bianca Falanghina.
Aglianico è anche il Taurasi, greco come il Greco di Tufo e il Fiano di Avellino, i DOCG irpini ai quali si affianca quello beneventano, l’Aglianico del Taburno, a fare della Campania una delle regioni del Vino d’eccellenza.

La prima zona di produzione del vino in Italia è con tutta probabilità proprio la Campania, dove i Greci si spinsero per trovare la fertilità vulcanica. Gli Etruschi, che pure coltivavano la vite di tipo selvatico nelle zone centrali d’Italia, a contatto con i Greci conobbero i nuovi vitigni di origine orientale e li incrociarono con le varietà locali.
Strabone, nel suo Rerum Geographicarum del 18 dopo Cristo, descrisse un Vesuvio cinto tutt’intorno da campi coltivati. Qualche anno dopo la tragica eruzione del 79, un epigramma di Marco Valerio Marziale chiarì che i fecondi terreni vesuviani, prima della tragedia, erano in gran parte coltivati a vite, e descrisse un Vesuvio un tempo verdeggiante di vigneti ombrosi le cui pregiate uve avevano fatto traboccare le tinozze, sostenendo romanticamente che Bacco aveva amato il vulcano più dei nativi colli di Nisa prima che tutto giacesse sommerso da fiamme e lapilli.
Anfore e affreschi di Pompei ed Ercolano ci dicono proprio che i Romani, facendo tesoro dei vini greci, svilupparono enormemente la vitivinicoltura in Campania Felix, producendo vini flegrei, vesuviani, sorrentini e più ampiamente campani, i più pregiati dell’Italia antica. Su tutti il Falernum (Falerno), “il vino degli imperatori”. Tra i tanti, bevevano anche il Trifolinum, un vino prodotto probabilmente sul colle che sovrastava Neapolis, ovvero l’attuale Vomero. Lo si evince leggendo Marziale e, più avanti, lo storico Scipione Mazzella nella Descrittione del Regno di Napoli scritta nel 1586, in cui si apprende che Trifolino (da trifoglio) era chiamato il monte dove nel Trecento fu costruita la Certosa di San Martino, volgarmente detto monte di Sant’Hermo (cioè di Sant’Erasmo), da cui San’Elmo.

Proprio osservando l’attuale Vomero, o monte Trifolino/Sant’Hermo, si può notare che una porzione di parete collinare è rimasta intatta. Si tratta dell’antica Vigna dei monaci di San Martino, immediatamente ai piedi della Certosa, nata insieme alla Certosa stessa nel Trecento, salvata dall’aggressione edilizia nei secoli a seguire e dichiarata Monumento nazionale italiano nel dicembre del 2010. Un vero e proprio territorio agricolo urbano coltivato a vite con una vista mozzafiato sul Golfo e sul Vesuvio. Da quel pezzo incontaminato di Napoli vengono fuori litri di vini autoctoni, tra cui la Falanghina, l’Aglianico, il Piedirosso e il Catalanesca, un bianco molto gradito nella Napoli aragonese, originariamente fatto con le uve catalane, portate dalla Catalogna a Napoli alla metà del Quattrocento e piantate sulle vulcaniche pendici vesuviane del Monte Somma per volontà di Alfonso V d’Aragona, il sovrano che nel 1442 trasferì la capitale mediterranea dell’impero catalano-aragonese da Barcellona a Napoli.

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Pezzi che parlano dell’antichissimo rapporto di Napoli con il vino a chi è più attento. Già, perché sono davvero in pochissimi, napoletani compresi, a sapere che la città di Napoli, dopo Vienna, è quella con più terreni coltivati a vite in Europa. Un primato a cui non ci si crederebbe, eppure la Napoli di oggi, un milione di persone accalcate, conserva ancora parte dei suoi antichi vigneti e li protegge nei suoi quartieri. La collina del Vomero e il declivio di Posillipo che degradano dolcemente verso il mare e sui Campi Flegrei, il cratere spento degli Astroni ad Agnano, il Maioriello di Capodimonte, i Camaldoli, Chiaiano e altri fazzoletti di città nascondono piccoli vigneti metropolitani, preziosi appezzamenti verdi, macchie più o meno grandi di eroici filari tra le costruzioni che colorano il paesaggio e ne diventano parte integrante. Un patrimonio salvato dall’estinzione di cui si parla poco e niente, ma che esiste in silenzio e resiste al trascorrere dei secoli. Una particolarità che conserva a sua volta un unicum napoletano molto apprezzato da enologi ed amanti del vino. Napoli, ma anche la sua provincia, presidiate dal Vesuvio e dai vulcani dei Campi Flegrei, costituiscono infatti uno dei pochi territori al mondo a preservare il tipo di coltivazione “a piede franco”, patrimonio genetico originario della vite europea, ossia la coltura senza l’impiego della vite americana come portainnesto. I filari napoletani di oggi sono davvero eredi diretti delle prime piante portate dai Greci in Campania, una rarità dovuta alla conformazione vulcanica del terreno sabbioso, caratteristica che da una parte rende il lavoro più difficile ma dall’altra ha consentito ai vigneti partenopei di tenere lontana l’aggressione parassitaria, quindi di preservare la biodiversità vegetale, la purezza dei vitigni e una maggiore concentrazione di profumi nelle uve, con sentori di mineralità e sapidità che rendono i vini di Napoli tipici e differenti, impossibili da produrre in altre zone del mondo.

Non solo a beneficio degli amanti del vino, è utile evidenziare che a Napoli, nella prima metà dell’Ottocento, fu istituita la Compagnia Enologica Industriale per il miglioramento della vinificazione del Regno delle Due Sicilie, il primo esempio di associazionismo applicato al perfezionamento dei vini attraverso l’approfondimento dell’enologia. I giornali italiani ne riportarono i successi ottenuti in pochi anni attraverso le sperimentazioni compiute nella fornitissima cantina nella zona di Piedigrotta, diffondendo in Toscana, in Lombardia, in Veneto e un po’ ovunque il desiderio di creare altre aggregazioni simili. La Società Enologica Lombardo-Veneta, costituita a Milano nel 1838, fu iniziativa di alcuni impresari locali decisi a fondare – si leggeva nell’atto costitutivo“una Ditta enologica sulle basi della Compagnia delle Due Sicilie creata in Napoli, ove l’industria vinaria ha fatto tali progressi, di aver potuto emancipare quel regno dalla passività estera, e metterlo in grado di far concorrenza colla Francia nella esportazione”.

Con la regressione postunitaria causata dalle politiche filosettentrionali del Regno d’Italia i vini del Sud persero appeal. La decadenza sociale e politica di fine Ottocento, l’abbandono delle campagne meridionali, il contemporaneo sviluppo industriale dell’enologia piemontese e toscana, nonché l’aggressione della fillossera, causarono enorme danno alla produzione enologica del Sud, destinata ad essere terra di vini sfusi da taglio per equilibrare e irrobustire i vini settentrionali ma anche francesi. Mentre il vino dei Borbone, il Piedimonte, spariva, il vino dei Savoia, il Barolo, diventava “il Re dei vini”.

Oggi il Piedimonte è tornato in auge, riscoperto da un ventennio e ben rilanciato fino a rendere la sua versione contemporanea, il Pallagrello, un vino di buona tendenza. È uno dei tanti segnali della riscossa dei vini meridionali, che guadagnano sempre più posizioni nel gradimento del pubblico e nell’esportazioni. La Campania contribuisce alla crescita con l’eccellenza DOCG dei grandi vini irpini e beneventani, ai quali si aggiungono i vini DOC della provincia di Napoli, dell’area vesuviana, di Capri e Ischia, del Litorale Domizio, dell’Alto Casertano, dell’Aversano, della Costiera Amalfitana e del Cilento. Una regione culla del vino che, insieme alla Sicilia, alla Puglia, alla Basilicata e alla Calabria, ha rialzato la testa e la qualità delle sue bottiglie, con tutti il carico di storia che si portano dentro.

Il trono di Napoli secondo Napoleone

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Angelo Forgione«In fondo cos’è il trono? Quattro pezzi di legno dorato, coperti da un drappo di velluto», disse Napoleone Bonaparte. Tutto dipendeva da chi vi siedeva sopra, e su quello di Napoli, nel 1806, si accomodò il fratello Giuseppe, con il compito di far pagare ai Napolitani i bisogni dei francesi e delle truppe napoleoniche. La capitale meridionale, geograficamente lontana da Parigi, non era utile strategicamente come lo era Milano ma semplicemente funzionale al federalismo franco-imperiale, e perciò non doveva essere solo subordinata alla Francia, come la città lombarda, ma propriamente colonizzata e spremuta.
Appena vi posò il sedere, il Bonaparte meno famoso, in nome del più noto, riscosse trenta milioni di franchi, impose un tributo annuo di un milione, alzò le tasse e, nei successivi due anni e mezzo di governo, prelevò ingenti somme di danaro dalle case dello Stato. Quando lasciò il trono a Murat, nel 1808, addossò all’erario napoletano le spese per il suo trasferimento a Madrid e vi portò pure preziosi arredi dal Palazzo Reale di Napoli.
Napoleone crollò definitivamente sette anni più tardi, nel giugno 1815, a Waterloo, in concomitanza dell’esecuzione di Murat a Pizzo Calabro e del rientro di Ferdinando di Borbone a Napoli per volontà del Congresso di Vienna. I Napolitani, nonostante il processo di moderno riformismo attuato e l’iniziale affetto per il valoroso Gioacchino, salutarono con soddisfazione la fine del periodo francese, segnato dalle tasse per le guerre, dalla coscrizione, dai saccheggi e dai disagi, e riaccolsero un re napoletano, nato a Napoli, che parlava con accento napoletano. Ferdinando così scrisse sul proclama di rientro da Palermo affisso per le strade della Capitale:

“Napoletani, ritornate nelle mie braccia. Io sono nato tra voi, io conosco ed apprezzo le vostre abitudini, il vostro carattere, i vostri costumi”.

Il trono sopravvissuto nel Palazzo Reale di Napoli non è quello su cui sedettero i francesi ma un nobile seggio del 1850, su cui sedettero gli ultimi due re di Napoli, Ferdinando II e Francesco II, e sul quale i Savoia, dopo l’unità d’Italia, piazzarono una minacciosa aquila con stemma sabaudo.

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Per approfondimenti: Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017)

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La statua più giusta per la stazione di Napoli

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Angelo ForgioneIn una città orgogliosa e coraggiosa, in una nazione che non fosse intrisa di propaganda massonico-risorgimentale nella sua odonomastica e nei suoi monumenti, per la piazza della stazione di Napoli, a pochi metri dal primo terminal ferroviario della Penisola, dal quale partì il primo convoglio ferroviario dei territori italiani, si penserebbe a una statua dedicata a chi, nel 1839, firmò quello slancio verso la modernità. Con annesso cambio di odonimo, ovviamente.
Lì, da 115 anni, troneggia invece il monumento a chi quel treno lo prese a Salerno per entrare a Napoli in pompa magna, sotto le ali protettive dei delinquentucoli della Bella Società Riformata, ai quali promise un totale colpo di spugna dei casellari giudiziali e lauti vitalizi in cambio di violenza per sottomettere i nemici dell’Unità in nome dei Savoia. Inaugurata il 7 settembre 1904, in occasione del 44esimo anniversario del suo ingresso in città, la statua di Garibaldi, opera dello scultore fiorentino Cesare Zocchi, spodestò la fontana della sirena Parthenope firmata dal marcianisano Onofrio Buccini, oggi a piazza Sannazaro. Un monumento ubicato al centro del corso che interseca la piazza, tra la Porta del Carmine e la Porta Nolana, oggi detto corso Garibaldi ma un tempo chiamato strada dei Fossi. Meriterebbe piuttosto di esserci Ferdinando II, la cui statua al museo ferroviario di Pietrarsa renderebbe giustizia alla storia di Napoli e delle ferrovie, e sarebbe certamente più amata di quella del massone in camicia rossa, non un massone qualunque ma uno sempre più insigne dopo l’Unità: Gran Maestro ad vitam del Grande Oriente d’Italia e Gran Hyerophante del Rito Egizio di Memphis, uno dei massimi rappresentanti della Massoneria a livello internazionale. Ecco perché la sua statua, a Napoli come altrove nel mondo, è inamovibile. Qui, per giunta, usurpatrice.

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Un trofeo nazionale per pizzaiuoli a Cercola

trofeo_pizza_3Angelo Forgione – Si è svolta dal 9 all’11 dicembre, presso il Centro Sportivo di Cercola, la prima edizione del Trofeo Nazionale Pizzaiuoli Molini Lario, messo egregiamente in piedi da Ideca Distribuzioni di Augusto D’Aponte. La riuscita manifestazione ha posto in rassegna oltre cinquanta pizzaioli che hanno creato i loro personali piatti in quattro diverse categorie: Pizza in Pala, Pizza Napoletana, Pizza Contemporanea e Pizza Fritta.

L’organizzazione ha gentilmente voluto la mia presenza nella giuria popolare, una della tre chiamate a valutare i concorrenti, (tecnica, di forno e popolare), tutte composte da esperti del settore, affiancate da un giudice e un direttore di gara. Un’esperienza interessante per toccare con mano il complesso mondo della pizza, che è fatto di tanti bravi professionisti oltre quelli di grido.

La vittoria delle tre categorie è andata a Leopoldo Sommese (Pizza napoletana), Francesco Mosca (Pizza in Pala),  Eduardo Alfano e, ex aequo, Gaetano Boccia (Pizza Contemporanea), e Valerio Pane (Pizza Fritta). I tre vincitori delle categorie Pizza in Pala, Pizza Napoletana e Pizza Contemporanea si sono sfidati nella preparazione di una margherita per conquistare il titolo di Vincitore Assoluto del primo Trofeo Nazionale Molini Lario, finito tra le mani di Leopoldo Sommese.

Due delle aziende partner, Manna Forni e Sacar Forni, hanno consegnato a Carlo Ruocco e Francesco Mosca dei premi speciali per le migliori pizze cotte in forno a legna ed elettrico.

Il San Carlo oscurato con la cultura meridionale

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Angelo Forgione – Niente diretta televisiva, neanche su Rai 5, per la prima del Real Teatro di San Carlo, a differenza del trattamento sempre riservato alla prima de La Scala su Rai 1.
Ad aprire la polemica, la sovrintendente uscente del Massimo napoletano, Rosanna Purchia, seguita a ruota dal sindaco Luigi De Magistris, anche presidente della fondazione lirica sancarliana. Il primo cittadino partenopeo dice di non essere lui a scoprire che il Sud è discriminato e che c’è grande attenzione per Napoli solo quando accadono fatti negativi, anche se questi avvengono a distanza di chilometri dalla città.


Chiamatelo pure populismo ma non vittimismo. È una cruda verità che alla cultura del Mezzogiorno non si renda giustizia e che l’immagine che se ne dà sia oggetto di processi di semplificazione e di caricatura. Lo ha certificato il professor Stefano Cristante, docente settentrionale di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, snocciolando nel libro La parte cattiva dell’Italia del 2015 un monitoraggio condotto insieme alla collega Valentina Cremonesi sugli argomenti trattati dal Tg1: dal 1980 al 2015, per trentacinque anni, solo il 9% delle notizie apparse sul telegiornale più seguito dagli italiani sono state dedicate al Sud Italia, e di questo 9% si è trattato per il 75% di cronaca e criminalità, seguito dal meteo e dal welfare, tradotto in malasanità. Lo stesso vale per il Corriere della Sera e per la Repubblica, che hanno dedicato al Mezzogiorno uno spazio sempre più marginale e dedicato quasi esclusivamente a due sole categorie: criminalità/cronaca nera e meteo/natura. Insomma, il Mezzogiorno è raccontato come terra della criminalità e del degrado.

firmianCiò per cui eccelle il Sud, sostanzialmente, non viene rappresentato, e non è solo un problema riferito a giornali o trasmissioni di chiara impronta discriminatoria. Alla prima della Scala erano presenti il Presidente della Repubblica Mattarella e tre ministri dell’attuale esecutivo di Governo. A Napoli nessuno a rappresentare lo Stato, neanche il ministro Franceschini, che pure ha capito le potenzialità di Napoli e della Campania. Va bene la centralità contemporanea della Scala, ma il San Carlo ha un’anzianità e una bellezza superiori alle quali Milano asburgica guardò per dotarsi di un teatro che somigliasse a quello borbonico. Il grande teatro lirico napoletano, fondamentale per la storia della Musica, meriterebbe un minimo di attenzione nazionale, anche per attribuire al Sud quel che è del Sud.

piermariniAi responsabili dei palinsesti Rai e agli uomini della politica consigliamo l’approfondimento della figura settecentesca di Karl Joseph Von Firmian, governatore di Milano e grande appassionato della cultura di Napoli. Fu l’asburgico plenipotenziario a chiedere ai Borbone di poter disporre in Lombardia di Luigi Vanvitelli con i suoi due migliori allievi: il figlio Carlo e Giuseppe Piermarini. Quest’ultimo realizzò La Scala, dopo aver imparato a Napoli l’architettura teatrale, studiando i rilievi del Real teatro di San Carlo e il progetto vanvitelliano del Teatro di corte alla Reggia di Caserta. Roba che in quest’Italia non si studia, e neanche si divulga in tivù. Figuriamoci se si possa mai dare attenzione alla prima del San Carlo.

PROMOZIONE NATALE

È tempo di Natale, ed ecco la promozione degli apprezzati lavori di Angelo Forgione, da mettere sotto l’albero con un po’ di risparmio e con dedica dell’autore. Perché c’è tanta storia e cultura di Napoli, del Sud e d’Italia da conoscere, da regalare, da regalarsi.

Per informazioni e modalità d’acquisto:

A Taurasi per i vini del Sud

Angelo Forgione – Domenica 8 dicembre, nell’ambito dei tre week-end della festa natalizia del vino nel borgo medievale irpino di Taurasi (AV), evento con Angelo Forgione incentrato su “La riscossa dei vini del Mezzogiorno tra innovazione e tradizione”. Perché i vini campani, siciliani, pugliesi, lucani e calabresi, guadagnano sempre più apprezzamento nel mondo.
Un talk a cura del MAVV Wine Art Museum di Portici (NA) per discuterne ma anche presentare i miei lavori nei luoghi dove nasce e da cui prende il nome il celebre vino Taurasi DOCG, e dove sta per svolgersi una festa natalizia con un fitto programma fatto di artisti d’eccezione e spettacoli di alto livello. Il tema del week-end 7-8 dicembre sarà il medioevo, con rivisitazioni storiche, antiche melodie dei Bottari di Macerata Campania, combattimenti tra cavalieri e sfide tra famiglie medioevali. Non mancheranno aree d’intrattenimento, aree food, aree wine, prodotti tipici, percorsi sensoriali, degustazioni di vini locali e visite alle cantine.
Ci sarà anche un albero di Natale gigante che conferirà calore e splendore al borgo con bellissime decorazioni natalizie.
Sul sito ufficiale www.christmaswinefest.eu è possibile prenotare menù dei pasti, visite guidate e esperienze sensoriali e la partecipazione all’incontro ad accesso gratuito in programma alle ore 11 nell’Area Talk del Castello di Taurasi.

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