Napoli punta al grande turismo con l’identità (ma non con l’arte)

Angelo Forgione «San Gennaro ha mandato i turisti a Napoli anche se non è stato fatto niente per attrarli. Ora bisogna rimboccarsi le maniche per portarceli». Lo ha detto pubblicamente lo spagnolo Josep Ejarque (FourTourism), italiano d’adozione, esperto di management turistico, incaricato dal Comune di Napoli di dirigere il comitato tecnico per la redazione del Piano Strategico del Turismo, un documento programmatico per rendere il capoluogo vesuviano una delle principali attrazioni europee. Tradotto in soldoni, la crescita turistica di Napoli negli ultimi anni è da considerarsi miracolosa, frutto della provvidenza divina, non di una precisa strategia. Da ora in avanti, però, l’amministrazione comunale seguirà le linee guida del Piano. Si chiama Napoli 2020, ed è una precisa dichiarazione d’intenti concertata con Gesac, la società di gestione dell’Aeroporto Internazionale di Capodichino, Federalberghi, Unione degli Industriali e mondo universitario, dopo tre mesi di interviste, studi e tavoli tematici che hanno coinvolto circa 250 operatori turistici.
La notizia buona è che la Città ha le idee chiare per raggiungere la quota di 2 milioni di arrivi entro il 2020 (erano 1,1 nel 2015). Si punterà solo su uno dei due tratti distintivi, sulla napoletanità, quel valore aggiunto che contribuisce alla diversità del luogo e che lo rende non globalizzato. Si farà leva sull’unicità, quella qualità che l’ICOMOS ha attribuito a Napoli nel 1995 prima dell’inclusione del suo centro storico nellla lista Unesco dei patrimoni dell’Umanità.
La notizia cattiva è che non si punterà sull’altro tratto distintivo del territorio. Napoli non cercherà di riprendersi il posto che ha avuto fino a inizio Novecento tra le maggiori città d’arte. Il Piano, infatti, non guarderà all’aspetto più profondamente culturale, come auspicato dal ministro Franceschini nelle sue recenti previsioni per Napoli, ma svilupperà esclusivamente l’immagine “folcloristica”. «Napoli non è percepita come città d’arte ma come città peculiare per personalità e napoletanità. Noi rispondiamo a ciò che il mercato turistico sta cercando», ha aggiunto Ejarque nella presentazione del Piano al Castel dell’Ovo, in occasione degli Stati Generali del Turismo. Il manager ha nel suo curriculum anche un ruolo di responsabile del Destination Management e Marketing di Torino, risultando uno degli artifici del cambiamento del capoluogo piemontese in vista delle Olimpiadi invernali del 2006, da città poggiata sull’industria a città poggiata sul turismo. Per lo spagnolo, chi visita Napoli finisce per apprezzarla molto, anche se è considerata negativamente la sua connotazione di città dei contrasti. I visitatori italiani la considerano una città affascinante e pittoresca, una destinazione unica. Gli stranieri, invece, hanno reazioni diverse: inglesi e tedeschi, a differenza dei francesi, la considerano ancora una meta di passaggio. «Ma è necessario andarsi a prendere i turisti, cercarli e convincerli. Dobbiamo inondare la rete di informazioni positive su Napoli e convincere tutti che sia una città che bisogna visitare almeno una volta della vita». È evidente che si tratti di una necessità non più procrastinabile per contrastare la cattiva fama creata dalle camorra e dal modo squilibrato di raccontare Napoli da parte dei media.
Sfogliando il Piano si apprende come i turisti vedono Napoli: una destinazione unica e irripetibile, competitiva per la napoletanità, ma poco sicura, scarsamente decorosa e insufficientemente preparata al turismo. Nessun riferimento ai monumenti, ai musei e tutto il patrimonio culturale, che potrebbe e dovrebbe contribuire in buona parte a creare attrattiva.

tratto dagli Stati Generali del Turismo (Napoli, 16/3/17)

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tratto dagli Stati Generali della Cultura (Roma, 20/12/16)

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tratto dal Congresso Culturale Meridionalista al Museo di Capodimonte (Napoli, 8/4/17)

Congresso di Capodimonte: riaccendere la cultura di Napoli

Sabato 8 aprile, presso l’auditorium del Museo di Capodimonte, in cui prendeva il via la mostra dedicata al grande pittore Picasso relativa anche al suo rapporto con Napoli, si è tenuto il primo Congresso Culturale Meridionalista organizzato dalla Compagnia dell’Aquila Bianca.
Il congresso si è aperto con la proiezione di un video in cui l’attore Patrizio Rispo ha letto la poesia di Raffaele Moccia Io sono napoletano, che è stata presentata ufficialmente alla stampa ed al pubblico. Il pittore Gennaro Regina ha inoltre realizzato un quadro che raffigura un Vesuvio da cui escono le parole dell’opera di Moccia ed a tutti i presenti sono state distribuite cartoline che riprendevano il quadro.
Simona Buonaura, moderatrice del congresso, ha intervistato Moccia, facendosi raccontare come è nata la poesia. L’autore, visibilmente emozionato, ha raccontato il sentimento di fierezza e di rivalsa verso i luoghi comuni che ci sono intorno a Napoli che hanno accompagnato la stesura dell’opera, che ultimamente è stata tradotta anche in giapponese. Ma questa è un’altra storia!
Roberto Cinquegrana, presidente de La compagnia dell’Aquila Bianca e motore del congresso, nel dare il benvenuto ai presenti, ha voluto illustrare l’obiettivo dell’incontro, ovvero far trasparire il forte senso di appartenenza Meridionale con una politica del “fare” anche perché partendo dal basso, e quindi dall’associazionismo, dal quale possono arrivare progetti importanti per “aiutare” le Istituzioni a competere sul territorio. Non solo folclore dunque ma voglia di andare avanti e proporre azioni concrete.
A prendere poi la parola, il padrone di casa il Direttore del Museo di Capodimonte Sylvain Bellenger, che si è detto felice di ospitare un evento del genere e, rimeggiando alcuni versi di Io sono napoletano, ha detto che anche lui, una volta fantasma, vorrà aleggiare come Andersen per le vie della città. Ha raccontato che al suo arrivo Capodimonte versava in condizioni quasi di abbandono, con ragazzi che giocavano al pallone nei giardini esterni al Museo. Quando ha deciso di cambiare tutto, ancor prima di farlo, ha stabilito però di offrire un’alternativa ai giovani che giocavano a pallone. Non solo privarli del Real giardinetto!
Il direttore del Mann Paolo Giulierini si è invece soffermato sulla rete virtuosa che si è creata tra i vari Musei, in particolare tra il Mann e quello di Capodimonte anche per una questione logistica e di vicinanza. Il fatto che il Mann sia in una posizione strategica e centrale aiuta ma alla base c’è sicuramente la volontà di creare momenti aggregativi ed eventi che avvicinino i visitatori. Il suo incarico lo porta inoltre spesso fuori Italia ed ha potuto appurare che all’Estero i direttori di Museo sono 32enni ma non per questo meno preparati. Dunque, dare più spazio ai giovani da una parte e dall’altra a chi ha veramente le competenze per essere competitivi. Meglio se entrambe. Dal punto di vista dell’internazionalizzazione c’è ancora da fare ovvero ottimizzare i mezzi pubblici e tutto l’indotto che ruota attorno alla cultura ma si sta lavorando molto anche con le istituzioni.
A rappresentarle, l’Assessore Nino Daniele, che ha portato i saluti anche del sindaco De Magistris ed ha sottolineato come le diversità siano una ricchezza ed ha dunque giocato sul fatto che il suo assessorato vorrebbe denominarlo “delle Culture”. “La memoria e l’identità – ha inoltre aggiunto – sono un presupposto dell’amministrazione che da subito ha professato questa tendenza”.
Il giornalista e scrittore Gigi di Fiore ha rimarcato che a Napoli non hanno aiutato le etichette che aleggiavano dal dopo unità e dunque, a suo avviso, psicologicamente ha giocato a sfavore del meridionale, che si è sentito in inferiorità culturale. Il mezzo per far cambiare le cose è la buona comunicazione, come ha dimostrato Pietrarsa, da poco inaugurata con una narrazione corrispondente alla verità storica del luogo.
Angelo Forgione ha stimolato la riattivazione dei simboli culturali della città affinché sia riportata al centro della cultura europea, e ha definito i contorni dell’identità napoletana, riconosciuta come unica dall’Unesco e dall’Icomos, sulla quale basare una reazione alla volontà di oscurarne le eccellenze. Per lo scrittore, emerge il bisogno di raccontare per bene Napoli all’estero, in tutte le fiere internazionali del turismo e diffondendo informazioni positive sul web, per far sì che venga percepita meritevolmente come città d’arte oltre che come città peculiare, in modo da attrarre inglesi e tedeschi, che, a differenza dei francesi, continuano ancora a considerarla di passaggio.
Ha poi preso la parola Vincenzo Laneri, responsabile dei rapporti con le istituzioni della Compagnia dell’Aquila Bianca, che nel suo intervento, al termine di tante tesi, ha proposto la realizzazione di un’Agenzia istituzionale strutturata che possa in qualche modo superare le lungaggini burocratiche che allontanano anche gli imprenditori che vogliono investire. Un filtro tra associazioni ed enti ed istituzioni preposte. Il moltiplicatore economico sul territorio può essere attivato, dunque, avendo una camera di regia unica in cui convergono tutti gli attori protagonisti di questo risveglio: le associazioni, gli artigiani, gli albergatori, i ristoratori che possono confluire poi in maggiore e sano turismo e quindi poi creare occupazione.
Sono poi intervenuti il segretario di Casartigiani Fabrizio Luongo che ha proposto di creare questa agenzia proprio presso la Camera di Commercio di Napoli quando tra due mesi si insedierà il nuovo direttivo e qualora non riuscisse in questo modo ha offerto l’appoggio della confederazione che rappresenta. Va da sé che durante un congresso meridionalista non si poteva non chiedere ad un interlocutore del genere di far rimuovere, una volta per tutte, il busto di Cialdini dall’ingresso della Camera di Commercio con scroscianti applausi di assenso. Alessandro Caramiello e Giovanni Erra invece hanno parlato dell’importante progetto del galoppatoio coperto di Portici, da poco restaurato ma non ancora inaugurato, che insieme a Cinquegrana hanno progetti molto interessanti per la città.

Un congresso per la cultura di Napoli a Capodimonte

Sarà certamente un appuntamento interessante quello previsto per sabato 8 aprile alla Reggia di Capodimonte. Con ingresso libero, presso l’auditorium del Museo, dalle ore 10:00, si terrà un “Congresso culturale meridionalista” a più voci, per analizzare le prospettive della storia, della cultura e dell’identità napoletana. Il dibattito, promosso dall’Associazione Compagnia dell’Aquila Bianca, impegnata nell’organizzazione di rievocazioni storiche e di eventi di valorizzazione dei luoghi del nostro patrimonio culturale, in collaborazione coi due maggiori Musei statali di Napoli e con l’Assessorato alla Cultura e Turismo del Comune di Napoli, sarà finalizzato allo sviluppo turistico ed economico del territorio e all’ottimizzazione delle sue peculiarità.
Dopo il saluto del padrone di casa, il direttore del Museo di Capodimonte Sylvain Bellenger, la giornalista Simona Buonaura modererà il dibattito affidaro a: Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico Nazionale di Napoli; Gigi di Fiore, giornalista e scrittore; Roberto Cinquegrana, presidente della Real Cavallerizza di Napoli; Angelo Forgione, scrittore e giornalista pubblicista, e Vincenzo Laneri, responsabile rapporti istituzionali Aquila Bianca.
Sono attesi inoltre esponenti delle istituzioni e dell’informazione con i quali ci sarà un dialogo diretto affinché si possano indirizzare gli argomenti affrontati verso una concretizzazione. Sarà inoltre presentata ufficialmente la poesia “Io sono Napoletano” di Raffaele Moccia, letta dall’attore Patrizio Rispo.

Napoli e San Pietroburgo, un legame storico da ricordare nel dolore

Angelo Forgione Un mazzo di fiori ai piedi dei Cavalli Russi di Napoli. Così abbiamo voluto dimostrare la nostra vicinanza al popolo di San Pietroburgo, città che ha un legame speciale con Napoli, evidenziato proprio da quelli che vengono comunemente ed erroneamente chiamati “cavalli di bronzo”.
L’omaggio alle vittime dell’esplosione nella metropolitana di San Pietroburgo è stato promosso da La Radiazza (Radio Marte) di Gianni Simioli e dal consigliere regionale Francesco Borrelli dei Verdi. Hanno partecipato, oltre a chi scrive, anche il patron del Gambrinus Antonio Sergio e il collega Massimiliano Rosati, il consigliere comunale Stefano Buono e il console russo Vincenzo Schiavo, che ha voluto portare i ringraziamenti per il gesto a nome della comunità russa, tra l’altro molto numerosa a Napoli.

Il luogo scelto è fortemente simbolico. I due Cavalli Russi di bronzo, raffiguranti dei palafrenieri a domare i cavalli, oggi posti di fronte al Maschio Angioino, furono donati dallo Zar Nicola I al re Ferdinando II di Borbone nel 1846, e sono copia esatta di due dei quattro scolpiti dal russo Pjotr Klodt Von Jurgensburg, precedentemente piazzati alle estremità del ponte Anickov, sul fiume Neva di San Pietroburgo. Lo Zar era stato affettuosamente ospitato a Napoli alla fine del 1845 per consentire alla malata zarina di giovarsi del clima della Sicilia. Napoli era già la culla dei migliori talenti russi della musica, della pittura e della scrittura, mentre i Napolitani Giovanni Paisiello, Tommaso Traetta e Domenico Cimarosa, nel secondo Settecento, erano stati maestri di cappella e direttori dei Teatri imperiali dell’allora capitale russa, recentemente resa neoclassicheggiante dall’architetto di origine napoletana Carlo Domenico Rossi, naturalizzato e russificato Karl Ivanovic perché figlio di una ballerina russa di scena a Napoli. Al teatro Alexandrinsky, realizzato dal Rossi con facciata molto somigliante a quella del San Carlo di Antonio Niccolini, e intitolato alla zarina, furono replicati i successi napoletani, ma il gemellaggio culturale Napoli-San Pietroburgo divenne anche commerciale, cosicché a Kronstadt, una località isolana di fronte la capitale di Russia, fu realizzata una fabbrica siderurgica identica a quella di Pietrarsa, tanto ammirata dallo Zar, mentre a Napoli giunsero grandi forniture di eccellente grano duro russo di tipo Taganrog per le eccellenti lavorazioni della pasta. Insomma, un vero e proprio ponte tra le due capitali di allora, un’amicizia che andava ricordata oggi, con San Pietroburgo colpita a morte.

Mattarella a Pietrarsa. Moretti (FS): «Ferdinando II sovrano illuminato»

Il Museo ferroviario di Pietrarsa «è un posto che lascia senza fiato». Sono le uniche parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla visita dell’ex opificio siderurgico borbonico, luogo della prima mitica tratta ferroviaria italiana Napoli-Portici e oggi sede espositiva appena ristrutturata.
A colpire di più sono state le parole del presidente della Fondazione FS Mauro Moretti, nel suo discorso al pubblico: «Ferdinando II un sovrano illuminato e lungimirante, che volle emancipare le Due Sicilie dalla dipendenza inglese e fece di Pietrarsa la Silicon Valley della tecnologia dell’epoca». Distante dai canoni narrativi della storia risorgimentale, una diversa lettura del Re che industrializzò il Regno delle Due Sicilie prima dell’invasione piemontese. E ancora: «I lavoratori di Pietrarsa, consapevoli del patrimonio industriale qui installato e della relativa superiorità tecnologica raggiunta, lottarono contro la delocalizzazione delle attività a vantaggio dell’industria del nord voluta dai sabaudi, fino alla carica dei bersaglieri che causò numerosi morti e feriti gravi».

commento a La Radiazza (Radio Marte)

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Discorso di Mauro Moretti a Pietrarsa

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servizio del TGR Campania

“Napoli-Juventus dentro e fuori dal campo”, un incontro a Carcola

Cercola non è più il feudo indiscusso della tifoseria juventina di Napoli. Nei giorni scorsi, infatti, è stato inaugurato il Club “Cercola Partenopea”, già pronto ad accogliere tutti all’incontro di cultura e verità storica “Napoli-Juventus dentro e fuori dal campo”.
Appuntamento a lunedì 3 aprile (ore 17), il giorno seguente il match di campionato e due giorni prima del match di Coppa Italia. Sarà l’occasione per fare cultura sportiva. Siete tutti invitati.

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Enzo Avitabile conquista il David di Donatello con la sua ‘Musica sacra popolare’

“Voglio ringraziare Napoli, il mio quartiere Marianella, le periferie di Napoli e del mondo per l’ispirazione”. Questa le parole di Enzo Avitabile alla vittoria dei David di Donatello come “Miglior musicista”, per aver composto la colonna sonora del film “Indivisibili” di Edoardo De Angelis, e come “Miglior canzone originale”, per “Abbi pietà di noi”, brano contenuto nella stessa colonna sonora.
Non un ringraziamento privo di significato, perché l’intima ispirazione di Avitabile nasce proprio da Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, teologo moralista di Marianella e pure musicista, scrittore nel Settecento di Tu scendi dalle stelle e Quanno nascette Ninno a Bettalemme. Sant’Alfonso era un gran comunicatore, e ai fedeli della periferia di Napoli preferiva esprimersi proprio in napoletano per un’immediatezza di comprensione, ripetendo in musica l’operazione compiuta col Presepe napoletano. Così diede vita alla ‘Musica sacra popolare‘, che oggi continua a vivere in forme moderne e diverse grazie ad artisti di rilievo come Avitabile, l’altrettanto colto Gianni Aversano di ‘Napolincanto’ e, nel basso Lazio, Ambrogio Sparagna.

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La storia devozionale di Enzo Avitabile a Mizar, rubrica del Tg2 (2012)
parte 1 ► https://www.youtube.com/watch?v=EUC3ikR90DU
parte 2 ► https://www.youtube.com/watch?v=J3phlLu-ges

Philippe Daverio: «Sono borbonico. La reazione di Napoli è necessaria».

Philippe Daverio, apprezzato e stimato critico d’arte d’origine alsaziana e di formazione milanese, ha più volte denunciato il fallimento della tutela del patrimonio artistico in Italia e la superiorità, in questo senso, delle Due Sicilie rispetto alla moderna nazione italica. E in un noto bar del quartiere Chiaja di Napoli si dichara «simpatizzante borbonico», schierandosi nettamente a favore della reazione napoletana alle bugie del Risorgimento e alla denigrazione di origine settentrionale.

Il “Maschio Angioino”? È aragonese!

Angelo Forgione È uno dei monumenti simbolo di Napoli. È una delle testimonianze del Rinascimento italiano. È il Castel Nuovo, noto come “Maschio Angioino”, quantunque di angioino abbia davvero poco se non l’origine e qualche testimonianza architettonica, soprattutto interna. La prima edificazione è effettivamente dovuta a Carlo I d’Angiò, che nel 1266, sconfitti gli Svevi, si prese il trono di Sicilia e trasferì la capitale da Palermo a Napoli, all’epoca principale centro della Terra di Lavoro. La residenza della corte cittadina, a quel momento, era il normanno Castel Capuano, giudicato inadeguato alla funzione di corte di una capitale, e il Re decise di edificare un nuovo castello in prossimità del mare. Il Castrum Novum fu innalzato tra il 1279 e il 1282, ma Carlo I non riuscì a insediarvisi, cacciato da Pietro III d’Aragona in seguito alla rivolta dei Vespri Siciliani.
Le forme attuali si devono invece ad Alfonso V d’Aragona, che nel 1442 piegò la resistenza di Renato d’Angiò e trasferì immediatamente la capitale mediterranea dell’impero catalano-aragonese da Barcellona a Napoli. L’iberico si disinteressò della Catalogna e dell’Aragona, assegnate alle cure del fratello Giovanni, e si dedicò completamente al Regno di Napoli per farne un centro culturale di primaria rilevanza in Europa. Il Sovrano, uomo interessato alle lettere e alle arti, e perciò detto “il Magnanimo”, riversò sulla città partenopea fiumi di denaro per realizzare le necessarie opere pubbliche e suggellò il suo impulso urbanistico con il rifacimento dell’antica roccaforte capetingia, irrobustita dagli artisti catalani, guidati dall’architetto Guillem Sagrera. Gli iberici realizzarono cinque resistenti torri cilindriche, quattro in piperno e una in tufo, curiosamente somiglianti a quelle del forte provenzale di Saint-André a Villeneuve-lès-Avignon, al posto delle precedenti quattro squadrate. Furono invece dei maestri italiani della scultura ad impreziosire la facciata con un insigne arco trionfale di celebrazione del nuovo regno, esempio fondamentale della storia dell’arte rinascimentale italiana, ispirato alle antiche architetture romane. Per la realizzazione del portale marmoreo d’ingresso, re Alfonso avrebbe voluto Donatello a Napoli, ma il celebre fiorentino, impegnato a Padova nella fattura del monumento equestre al Gattamelata, dovette rifiutare l’incarico. La direzione dei complessi lavori fu quindi trasferita al milanese Pietro di Martino, che produsse un singolare arco doppio, uno sull’altro. In quello superiore avrebbe dovuto trovare posto un monumento equestre in bronzo dedicato a re Alfonso, sul modello di quello per il Gattamelata, iniziato da Donatello lontano da Napoli, ma limitato alla testa del cavallo per la morte dell’artista. Il fornice alto dell’arco rimase quindi vuoto, come lo si vede da sempre. La testa equina, in seguito, fu donata a Diomede Carafa, principale rappresentante della corte napoletana e amico di Lorenzo de’ Medici, che la installò nel cortile del suo palazzo di famiglia a San Biagio de’ Librai, dove restò fino al 1806, quando fu ri-donata al Real Museo (oggi Museo Archeologico Nazionale) e sostituita con una copia.
Il Castel Nuovo ospitò da subito una foltissima corte, tale da competere con quella fiorentina e degna dell’immagine che Alfonso voleva dar di sé in quanto Re di Napoli. Frequentarono la roccaforte reale i migliori uomini di cultura filosofica e letteraria del tempo, accolti da un sovrano che vi allestì una ricca biblioteca con opere di grande interesse e che diede vita, nel 1447, all’Accademia Alfonsina, la più antica delle accademie italiane. Per decreto, il Re sostituì il latino nei documenti e nelle assemblee con l’idioma napoletano antico, elevato a rango di lingua ufficiale del Regno, mentre lo contaminavano diversi termini catalani e castigliani pronunciati dai tanti iberici al seguito. Grazie a “Il Magnanimo” era nata la grande Cultura universale di Napoli, era nato l’Umanesimo e Rinascimento napoletano, diverso da quello fiorentino nei suoi aspetti, ma ugualmente fondamentale. Non celebrato sui libri di storia italiana di oggi perché stimolato da un sovrano di origine spagnola, la cui volontà di sentirsi napoletano è stata celata dietro l’italianità dei Medici di Firenze.
Il Castel Nuovo, bombardato dagli Alleati durante la Seconda guerra mondiale e ricomposto filologicamente nelle forme del Quattrocento, lo si continuerà pure a chiamare comunemente (e impropriamente) “Maschio Angioino”, ma fa bene all’identità napoletana sapere che in realtà, per come si mostra a noi, è un Maschio Aragonese.

Il sindaco di Cantù “guadagna” fama offendendo Napoli

In questa strana Italia accade anche che il sindaco di una piccola cittadina come Cantù si consenta di definire Napoli una “fogna infernale”. Claudio Bizzozero, il primo cittadino canturino, si è scagliato contro Napoli per attaccare Salvini. Lui, Bizzozzero, sostiene l’idea di una Lombardia indipendente, forse ignorando che senza la domanda che arriva dal resto d’Italia, soprattutto dal Sud, la Lombardia non sarebbe neanche a metà della classifica della competitività delle Regione Ue.
Luigi De Magistris ha dato mandato all’Avvocatura municipale per presentare all’Autorità giudiziaria querela per diffamazione: “È davvero vergognoso – ha scritto il primo cittadino di Napoli – che un eletto del popolo possa permettersi di usare un linguaggio simile nei confronti della nostra Città. La rozzezza umana di fronte alla nostra cultura e alla nostra bellezza. Prima di parlare di Napoli il Sindaco di Cantù prenda una brocca d’acqua pubblica bene comune e si sciacqui la bocca”.
Il primo dei canturini, capaci di eleggersi cotanto rappresentante, è salito all’onore delle cronache offendendo Napoli. Prima del suo rigurgito non lo conosceva nessuno, e nessuno si ricorderà più di lui molto presto.