Gennaro De Crescenzo vs Alessandro Barbero e Renata De Lorenzo

“Borbonia felix”? Nessuno lo ha mai scritto o detto, ma non è un caso se tutti i primati positivi nel Regno delle Due Sicilie diventano negativi solo dal 1860 con una inversione di tendenza che resiste nel tempo e arriva fino a oggi. È un dato di fatto. Il monopolio della cultura ufficiale è finito e da qui parte quella nuova storiografia degli storici “senza patente” che costituiscono davvero un fenomeno nuovo e dilagante, che costringono gli storici “professionisti” a scrivere libri per rispondergli (anche se fingono di ignorarli), che costringono e costringeranno (e spesso hanno già costretto) gli stessi storici a cambiare i loro libri in attesa di testi che ricostruiscano, finalmente e veramente, tutta la nostra memoria storica: la base di classi dirigenti finalmente e veramente nuove e degne di rappresentare il Sud di domani.
Dalla prefazione di Lorenzo Del Boca: “Gennaro De Crescenzo li ha fatti ‘neri’. Nell’alto della loro cattedra universitaria, pur circondati da titoli accademici, utili per vantare meriti didattici, Alessandro Barbero e Renata De Lorenzo non possono scampare alle contraddizioni che le pagine di questi capitoli mettono a nudo. Le loro tesi sono state vivisezionate, analizzate, contestate e, qualche caso, persino messe alla berlina, con un rigore e una puntualità che – francamente – tolgono spazio e argomenti a repliche difensive”.

Autore: Gennaro De Crescenzo
Titolo: Il Sud – Dalla Borbonia felix al carcere di Fenestrelle
Descrizione: Volume in formato 8° (cm 21 x 15); 288 pagine;  illustrazioni a colori
Luogo, Editore, data: Milano, Magenes
Collana: Voci dal Sud
ISBN: 9788866490593
Prezzo: Euro 15,00

“Caserta palace dream”, un corto per il gioiello di Vanvitelli

56f0bea827a2510c9cc66db274123fe9Angelo Forgione – La pasta di grano duro ha nel periodo borbonico la sua esplosione, ed è perciò centrata la scelta da parte di Pasta Garofalo di produrre un cortometraggio alla Reggia di Caserta per risollevare l’immagine e il destino turistico del palazzo vanvitelliano attraverso il progetto «Garofalo firma il cinema». Sarà infatti presentato a Roma il prossimo 25 marzo il cortometraggio dal titolo “Caserta Palace Dream”, un tributo al sogno da cui nacque il più bel palazzo al mondo, cui spettano le attenzioni dovute. Il breve film, girato la scorsa estate, è diretto dal regista australiano James McTeigue e vede come attore protagonista il premio Oscar Richard Dreyfuss nei panni di Luigi Vanvitelli, affiancato da Kasia Smutniak in Maria Amalia di Sassonia e Valerio Mastandrea in Carlo di Borbone. Nel cast anche la partecipazione di Ennio Fantastichini e Malika Ayane.
Il corto viaggia col fantasma della Regina dal 1751 attraverso l’Ottocento, il 1930, il 1945, fino ai giorni nostri, e racconta in modo romanzato del grande sogno di Maria Amalia e della passione del suo architetto, Vanvitelli. Nella sinossi si legge che “il loro amore, che supera la loro stessa esistenza umana, prende corpo e vive nella bellezza incommensurabile del Palazzo Reale, delle sue maestose sale, dei suoi infiniti corridoi e del suo ineguagliabile e lussureggiante parco. Ogni dettaglio, ogni angolo ideato, progettato e poi realizzato dal geniale architetto, parla del loro amore, di un legame capace di trasfondersi in un’opera architettonica senza eguali al mondo, espressione di una bellezza destinata a sopravvivere nei secoli e a perpetrarsi negli occhi di chi questa bellezza avrà la fortuna di poterla vivere. Un sogno, quello della Reggia di Caserta, a cui Maria Amalia non vuole sottrarsi neanche dopo la morte”.
James McTeigue, noto per la regia di “V per Vendetta”, ha spiegato la sua missione: “Ero già stato alla Reggia di Caserta nel 2000, durante le riprese di ‘Star Wars episodio 2 – L’attacco dei cloni’, con George Lucas. Quando mi hanno chiesto di dirigere questo corto mi è stata offerta un’opportunità unica, una rarità per l’industria di Hollywood: la possibilità di scrivere, realizzare e dirigere un film con la più completa libertà artistica da un’azienda visionaria di Gragnano, Pasta Garofalo. Avevo il desiderio di fare un film che mostrasse questo luogo incredibile, progettato da un architetto straordinario, la cui musa ispiratrice era la moglie del re Carlo, Maria. Mi piaceva raccontare la Reggia attraverso l’amore senza tempo che unì i due e i diversi eventi che, in epoche differenti, l’hanno caratterizzata. E di come la presenza di Maria pervada ancora oggi quegli spazi”.
Richard Dreyfuss ha invece motivato il perché ha accettato la parte: “Ho voluto fare questo film non solo perché vent’anni fa scrissi una storia simile, su un amore che trascende vita e morte, ma anche perché luoghi magnifici come la Reggia di Caserta, forse ancor più bella di Versailles, e anche Pompei, devono essere valorizzati”.
Emidio Mansi, direttore commerciale di Pasta Garofalo, ha aggiunto che “il soggetto di James McTeigue è sembrata una splendida occasione per raccontare la storia di uno dei luoghi più suggestivi e sottovalutati della Campania”. E noi aggiungiamo del mondo, visto tutto quel che significa la Reggia di Caserta per l’architettura e i gusti occidentali.

Giornata mondiale della felicità: diritto formulato a Napoli nel ‘700

Angelo Forgione – Si celebra oggi, 20 marzo, la Giornata Internazionale della Felicità, ricorrenza istituita il 28 giugno 2012 dall’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite allo scopo di riconoscere il benessere e la felicità quali aspirazioni universali della persona umana e dunque obiettivi fondamentali delle politiche pubbliche.

“L’Assemblea generale […] consapevole che la ricerca della felicità è un scopo fondamentale dell’umanità, […] riconoscendo inoltre di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, invita tutti gli stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altri organismi internazionali e regionali, così come la società civile, incluse le organizzazioni non governative e i singoli individui, a celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità in maniera appropriata, anche attraverso attività educative di crescita della consapevolezza pubblica […]”

Tre i pilastri riconosciuti dall’ONU: la crescita economica, il progresso sociale e la maggiore attenzione nei confronti dell’ambiente. “Solo queste tre componenti messe insieme definiscono la felicità globale”. Ma per Napoli tutto questo non è una novità e chi frequenta questo blog o ha letto Made in Naples lo sa bene. Crescita economica, progresso sociale e rispetto dell’ambiente, in quanto fondamenti della felicità, furono teorizzati proprio a Napoli nel Settecento dal maestro dei più noti illuministi e dei più grandi riformatori del Mezzogiorno, padre della Scuola Napoletana di Economia che è cardine dell’analisi del rapporto tra economia e “pubblica felicità”. L’Economia Civile di Genovesi impostò lo sviluppo della vita civile e urbana in funzione proprio della “pubblica felicità”, a differenza dell’Economia Politica britannica di Adam Smith che subordinò tutto ciò alla ricchezza della Nazione.
Il “diritto alla felicità” fu messo per iscritto nella Scienza della Legislazione da Gaetano Filangieri. Correva l’anno 1780 e fu ben presto inserito nella Costituzione degli Stati Uniti d’America da Banjamin Franklin, che con il giurista napoletano intrattenne dal 1871 una fitta corrispondenza.
Il primo statuto fondato sulla felicità fu quello di San Leucio, voluto da Ferdinando di Borbone e Maria Carolina d’Asburgo, che anche il repubblicano Pietro Colletta, mai tenero con la monarchia napoletana, definì “documento del secolo e impulso non leggiero alle opinioni civili”. La pubblicazione del Codice Leuciano avvenne proprio a un anno dalla morte di Gaetano Filangieri e la sua principale incoraggiatrice fu proprio Maria Carolina, che basò la sua politica riformista sull’opera Della pubblica felicità dello storico e sacerdote modenese Ludovico Antonio Muratori. Uno scritto pubblicato nel 1749 che poneva la felicità e la soddisfazione dei sudditi al centro della  politica di governo. Nel 1765, Antonio Genovesi, convinto della “pubblica felicità”, la mise in correlazione allo sviluppo economico, prima che Filangieri ne facesse un vero e proprio diritto dell’uomo.
L’ONU, dal 2011, esorta dunque la politica a fare ciò che si faceva nella Napoli dei Lumi, invitando cioè a smettere di concentrarsi su risultati puramente economici e a tenere in maggior considerazione i fattori che determinano la percezione di benessere nelle popolazioni del pianeta. Insomma, un invito indiretto a desistere dall’Economia Politica imperante a beneficio di un recupero dell’Economia Civile che rispetta i lavoratori, protegge l’ambiente, sviluppa i servizi e migliora i beni.
Sempre dal 2011, le Nazioni Unite stilano annualmente la classifica degli Stati più felici sulla base di 6 fattori principali: il reddito effettivo pro capite, l’aspettativa di una vita in salute, l’avere qualcuno su cui contare, la libertà di fare le proprie scelte di vita, la libertà dalla corruzione e la generosità dell’ambiente che ci circonda. L’Italia, nell’ultimo report, è giù in fondo, al 45° posto, prima di Guatemala, Sud Corea, Malta, Ecuador, Bolivia, Polonia ed El Salvador, lontana dagli altri Paesi europei che si trovano quasi tutti fra i primi 30, tranne pochi altri “infelici” come noi, che sono la Grecia e la Croazia.
A proposito, il Regno delle Due Sicilie, quello che formulò paradigmi economici, diritti e statuti basati sulla felicità, si presentò all’appuntamento con l’Unità come Stato dal debito pubblico più esiguo d’Europa, il meno indebitato, privo di emigrazione e meta di immigrazione. Operoso, con una percentuale totale del 50% della forza lavoro e con il 16,3% della popolazione impiegato nell’industria crescente (contro l’11,8% di tutto il Settentrione). Oggi, invece, Napoli e il Sud sono afflitti dalla “pubblica infelicità”, ovvero dall’emorragia di un popolo schiacciato dalla disoccupazione, dall’assenza di sviluppo e dal vuoto di prospettive di benessere sociale. Ecco perché il messaggio di Genovesi è un’ancora di salvezza per tutti, ora che la “pubblica felicità” è soltanto una chimera. Ecco perché l’ONU, Papa Bergoglio e alcuni economisti contemporanei cercano di riportare l’economia al servizio della felicità.

17 marzo, festa di ciò che non riguarda il 17 marzo

IO NON FESTEGGIO adesivoAngelo Forgione – Si celebra oggi, 17 marzo, la “Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera”, istituita con la legge 23 novembre 2012, n. 222. Pura propaganda, perché l’Unità nazionale non fu conseguita il 17 marzo 1861, quando mancavano lo Stato della Chiesa, il Veneto, la Venezia Giulia, il Friuli e il Trentino Alto Adige, ma il 20 settembre 1870, con la breccia di Porta Pia che aprì la strada a Roma capitale; la Costituzione italiana ha visto la luce il 22 dicembre 1947, dopo ben ottantasei anni di Statuto Albertino, ovvero lo Statuto Fondamentale della Monarchia di Savoia; altrettanti anni durò “La Marcia Reale”, l’inno nazionale monarchico del Regno di Sardegna esteso all’intera Italia, che fu sostituito nel 1946 dall’inno repubblicano di Mameli, cioè “Il canto degli italiani” (vero titolo, nda). Resta la bandiera italiana, sempre tricolore, certo, ma che in quel 17 marzo aveva lo stemma sabaudo al centro. E allora diciamolo che il 17 marzo è la festa dell’apologia sabauda, non quella della proclamazione dell’Unità ma quella dell’auto-incoronazione di Vittorio Emanuele II quale “Roi d’Italie”, cioè Re d’Italia in rigorosa lingua francese, non italiana, con la quale il sovrano piemontese estese la sua sovranità sui territori invasi. “Victor Emmanuel II assume, pour lui et pour ses successeurs, le titre de Roi d’Italie” si legge nell’atto di incoronazione del parlamento di Torino.
Chissà se i parlamentari attuali hanno appreso tutto questo, visto che l’ignoranza circa le vicende storiche della storia d’Italia fu smascherata dalla trasmissione Le Iene nel giorno delle celebrazioni del “150esimo”, quando all’esterno di Montecitorio i politici italiani, fatto salvo Matteo Renzi, andarono nel panico per le domande sul 17 marzo 1861 (guarda il video).
Continua dunque la confusione voluta delle massime Istituzioni, sulla falsa riga delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità, non ancora compiuti di fatto (accadrà solo nel 2020, ndr). Celebrazioni condotte in maniera anti-repubblicana dal Presidente della Repubblica che festeggiò il giorno della monarchia, rendendo omaggio alla tomba del re Vittorio Emanuele II.

Nuovi fondamenti scientifici sulle “case baraccate”

Angelo Forgione – Le notizie sulla lungimiranza borbonica in tema di prevenzione antisismica continuano a diffondersi. Dopo il test di settembre del Cnr-Ivalsa di San Michele all’Adige (Trento) e Università della Calabria, altri approfondimenti arrivano dalle sezioni di Bologna e di Pisa dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (leggi notizia Ansa).
La soddisfazione personale non è quella di essermene occupato prima, nel mio saggio Made in Naples (pubblicato a maggio scorso e scritto in precedenza), ma di aver dimostrato che chi studia e approfondisce oltre i luoghi comuni, sfidando la cultura storica tradizionale, in certi casi può arrivare da solo alla verità, senza supporti accademico-scientifici. Se oggi la voglia di scoprire genera una pubblicistica considerata “di improvvisazione” da qualcuno è perché gli storici cosiddetti “patentati” hanno evidentemente condotto la macchina verso una strada senza uscita. La saggistica seria può anticipare la scienza e riequilibrare l’ottica storica.

Erri De Luca: «Napoli ancora capitale alla sua maniera»

In occasione del ciclo di conferenze “Ciutat Oberta” al CCCB di Barcellona, Erri De Luca ha raccontato l’importanza della città di Napoli nella sua vita e nella storia del Mediterraneo. «Napoli appartiene al Mediterraneo più che all’Italia. L’accordo tra Napoli e Italia – ha detto ancora una volta lo scrittore – non è stato un contratto alla pari tra Nord e Sud ma tra conquistati e conquistatori». Il riassunto della conferenza “Mediterraneo, mare di popoli” è intervallato da un’intervista di Marco Rossano.

La Voce del Sangue

Presentato in anteprima il 21 novembre, al rinato cinema Astra di via Mezzocannone a Napoli, il cortometraggio La voce del sangue firmato dal regista porticese Francesco Afro de Falco è ora disponibile online sul canale youtube di Federico Salvatore. Ambientato nel 1753, il lavoro racconta la vicenda di Giuseppe Sanmartino, scultore del Cristo Velato, la famosa opera custodita nella Cappella Sansevero. Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero, gli commissiona il compimento della scultura a causa della prematura morte del veneto Antonio Corradini, che ha fatto in tempo a terminare solo un bozzetto in terracotta del Cristo (oggi conservato al Museo di San Martino). Sanmartino, che fino a quel momento si è distinto per la creazione di bellissimi pastori da presepe, si scontra con la paura di un fallimento e viene colto da una improvvisa paralisi emotiva, ma poi, avvalendosi di un corpo femminile (nella realtà era la giovane e bella Iris, berbera tunisina al servizio a casa Sansevero dal 1747), affronta a modo suo la sfida di realizzare l’opera secondo l’indicazione dell’esigentissimo committente: deve superare in bellezza e perfezione la Pietà di Michelangelo.
Il “corto” è un concentrato di suggestioni, simboli e riferimenti esoterici, alla base della creazione dello storyboard, e trasferisce allo spettatore notevoli spunti a livello vibrazionale, riprendendo i fili con la Città illuminista abitutata a pensare e far pensare e con un discorso tutto napoletano abbandonato forzatamente e sommerso dalla prostituzione intellettuale del filone “liberale”, che ha condotto alla schiavitù del grande Pensiero napoletano e alla sepoltura della sua produzione intellettuale.
La riproduzione a grandezza naturale del Cristo velato realizzata dall’artista Luca Nocerino e Federico Salvatore nei panni del Principe rendono l’opera molto accattivante. Un Giuseppe Sanmartino più anziano della realtà (quando scolpì il Cristo velato aveva 33 anni) è interpretato da Lello Serao, anche produttore. Il cast è completato da Lucia Rocco.

Il meridiano di Napoli

Castel Sant’Elmo, punto “Greenwich” per la cartografia moderna

L’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, il primo istituto in Italia per la misurazione del tempo esatto, la rilevazione meteorologica e le diverse scienze, fu pensato nel 1791, quando Ferdinando IV di Borbone avviò dei lavori per adibire una sezione del Museo Archeologico con quegli scopi. Lavori poi sospesi perché la zona infossata non si prestava agli obiettivi. Il primissimo osservatorio operante fu allora ospitato nel 1807 nel monastero di San Gaudioso, poi soppresso, che rimase attivo fino all’inaugurazione dell’edificio di Capodimonte, avviato a costruzione nel 1812 da Gioacchino Murat, progettato in perfetto stile neoclassico dai fratelli Gasse e inaugurato nel 1819 dallo stesso Ferdinando IV, diventato I di Borbone dopo il secondo ritorno sul trono.
Pur in mancanza di un osservatorio astronomico in città, il Sovrano volle degli esperti per “correggere” la carta topografica del regno e così Ferdinando Galiani, Segretario dell’Ambasciata del Regno di Napoli a Parigi, individuò il talento del grande cartografo padovano Giovanni Antonio Rizzi-Zannoni (Padova, 1736 – Napoli, 1814) che soggiornava in Francia e lo segnalò allo Stato Maggiore dell’Esercito del Regno di Napoli, interessato a disporre di carte geografiche precise e a grande scala.
Rizzi-Zannoni operò a Napoli per circa un trentennio, producendo 32 fogli dell”Atlante Geografico del Regno di Napoli di grande pregio tecnico e scientifico, dando luogo alla nascita, nel Mezzogiorno d’Italia, della moderna Cartografia geodetica, basata sulla conoscenza esatta della posizione di alcuni punti. Sul terrazzo di Castel Sant’Elmo, scelto per la vastità dell’orizzonte visibile, il cartografo effettuò il 24 gennaio 1782 una serie di osservazioni astronomiche per calcolare il corretto posizionamento degli elementi da cartografare. Le coordinate di Castel Sant’Elmo ebbero per Rizzi-Zannoni lo stesso ruolo delle coordinate dell’Osservatorio di Greenwich nel Regno Unito (poi designato nel 1884 come “meridiano zero” per la determinazione della longitudine della Terra dalla Conferenza Internazionale dei Meridiani, nda). Il meridiano di Napoli passava esattamente sul bastione nord della fortezza, incrociando anche il litorale dell’attuale Villa comunale.
Recentemente, in occasione del bicentenario della morte Giovanni Antonio Rizzi-Zannoni, proprio sulla Piazza d’Armi di Castel Sant’Elmo è stata apposta una targa in ricordo dell’opera napoletana del grande cartografo. Da lì, fino alla soglia del 1960, veniva sparato un suggestivo e fragoroso colpo di cannone a mezzogiorno in punto, udibile in tutta la città. Chi non aveva l’orologio al polso veniva avvisato dell’ora di metà giornata e chi ce l’aveva lo controllava per regolarlo. Quel colpo era preciso, affidabile e di riferimento per tutti perché collegato alla misurazione del tempo con lo Strumento dei passaggi di Bamberg, un macchinario della seconda metà dell’Ottocento che rilevava l’istante di passaggio di una stella sul meridiano del luogo di osservazione, registrandone la posizione esatta. Era il congegno con cui si misurava l’ora precisa all’epoca, brevettato da Carl Bamberg, imprenditore tedesco figlio di un orologiaio autodidatta. Il suo telescopio nacque da una particolare montatura di lente detta “a cannocchiale spezzato”, ideata dall’astronomo ungherese Franz Xaver von Zach, chiamato a Napoli da Gioacchino Murat nel 1815 per dirigere l’Osservatorio di Capodimonte. Istituto che oggi mostra lo strumento nel padiglione Bamberg del suo museo.

Attacco al caffè napoletano

Un esperto triestino prova a demolire la “tazzulella”. Cosa c’è dietro?

Angelo Forgione – Andrej Godina è un triestino che vive a Firenze, dottore di ricerca in Scienza, Tecnologia ed Economia dell’Industria del caffè, e dall’alto di questa qualifica sta provando a sfatare il mito del caffè napoletano. Quando un triestino si occupa di caffè per professione è facile che sulla sua strada incroci uno studioso di cultura napoletana che ha scritto nel suo ultimo libro un intero capitolo dedicato alla storia del caffè napoletano. Perché si sa, Napoli e Trieste rappresentano due scuole e due filosofie in tema, capitali italiane della bevanda nera, legate a doppio filo dal retaggio viennese di Maria Teresa d’Austria, il cui impero aveva in Trieste un importante porto e la cui figlia Maria Carolina portò a Napoli il costume asburgico. Il gusto dei triestini predilige un infuso delicato, fruttato, acido e dolce nel retrogusto. I napoletani preferiscono invece un caffè corposo, intenso, forte, deciso nel retrogusto dal tono amaro e non acido, e lo ottengono con una tostatura controllata e una piccola aggiunta di robusta di buona qualità alla pregiata arabica.
Andrej Godina ha fatto di recente una puntatina a Napoli per verificare la qualità del caffè partenopeo e ne ha scritto un articolo distruttivo (clicca qui per leggere), poco credibile, che è stato pubblicato su un manciata di portali tematici. Il suo viaggio alla volta del caffè di Napoli, a quanto si apprende dall’incipit dello scritto, è stato il primo della sua vita, dettato da quell’opinione diffusa sulla superiorità partenopea rispetto a tutte le scuole italiane, compreso la triestina, ascoltata dai tempi dell’università. Il racconto personale degli assaggi di Godina e del suo accompagnatore Andrea Matarangolo, trainer barista romano, nel titolo, apostrofa come “presunto” il mito del caffè di Napoli, e in effetti lo demolisce senza appello. L’esperto, secondo la sua cronaca, parte da Firenze con il sapore in bocca di un buon caffè Illy 100% Arabica preparato con perizia ineccepibile. Lo raggiunge sul treno il barista Andrea, salito a Roma Tiburtina dopo aver anch’egli bevuto un 100% Arabica preparato secondo una propria ricetta. Giungono a Napoli e subito la loro bocca si guasta con un caffè di un bar della stazione. Ma c’è il tempo di passare alla Feltrinelli e acquistare il mio Made in Naples per la lettura del capitolo dedicato al caffè, che dev’essere stata veramente spasmodica, al punto da “minuscolizzare” Naples, pluralizzare il mio cognome e sbagliare anche il nome dell’editore. E così parte il tour “ricco di buone speranze e di voglia di degustare il famoso caffè napoletano”. Tre sono le tappe in piazza Garibaldi e tre sono i fiaschi. Il voto medio assegnato ai caffè assaggiati nella piazza della stazione è quattro (4).
Godina cita il paragrafo in cui descrivo il vero segreto del caffè napoletano, che non è la leggendaria acqua ma la tostatura della miscela “cotta al punto giusto”, ma lui e Andrea preferiscono non commentarlo, e lo scrivono. Perché lo ritengono tutt’altro che un segreto? O perché lo ritengono il segreto del cattivo gusto dell’infuso partenopeo? Mistero.
I primi quattro assaggi dei due esperti risultano disgustosi a tal punto da sconsigliare di proseguire verso piazza del Plebiscito. Ma loro insistono e sfidano le ulteriori tre tazze ingerite al corso Umberto. Altro disgusto, e anche sporcizia in un bar. Il voto qui è ancor più basso: tre (3).
Eccoli nel salotto della città, dove c’è Gambrinus, uno dei locali storici d’Italia, quello della Belle Époque di Napoli. Ma che delusione! Voto quattro (4) alla tazzina del più famoso bar di Napoli, che riesce solo a incuriosire per la complessa ritualità.
Prova d’appello a Santa Lucia, in un piccolo e moderno locale dove il barista si intrattiene a discutere amabilmente dell’arte della preparazione. Ma niente da fare, nonostante la mancata attribuzione del voto (basso) e qualche aggettivo negativo in meno rispetto alle degustazioni precedenti, anche questo test è insoddisfacente.
Le conclusioni sono senza attenuanti: “Piazza Garibaldi, corso Umberto I, via San Carlo, piazza del Plebiscito, via Santa Lucia. Per gli appassionati del buon caffè, un percorso da non farsi se lo scopo è quello di degustare un caffè espresso di qualità”. La loro consolazione è la sfogliatella con la meravigliosa vista del Vesuvio dal Plebiscito. Come dire che il caffè non è arte napoletana.
C’è spazio anche per definire vetuste e desuete le abitudini che ruotano attorno al caffè partenopeo descritte in Made in Naples. È vero, il caffè sospeso non è più un rito diffuso come lo era una volta, ma non è completamente estinto; e in tutto il mondo si parla ultimamente di questo atto di solidarietà tutto napoletano che prende piede un po’ ad ogni latitidine e in tutti i Continenti. Chi parla di storia e cultura racconta anche di una Napoli che nei periodi più poveri ha profuso la sua generosità, magari sotto le bombe degli Alleati che oggi non cadono più. E non vuole essere Cassazione scientifica ma fornire una visione istruttiva, possibilmente approfondita, sulle specifiche tematiche trattate.
Diciamolo subito che il caffè a Napoli non è ottimo dappertutto, perché qualche azienda minore inquina il mercato. Semmai è di qualità soddisfacente nella media, con punte di eccellenza. Non tutti i bar offrono una tazzina di qualità superiore ma nessuna è addirittura imbevibile come capita in altre città. Napoli è molto orgogliosa delle sue eccellenze, ma sa anche ammettere che altre sono di pari livello, se non superiore, quando il mondo lo confermi. I napoletani, selettivi nella scelta dei bar come delle pizzerie, sanno bene che il caffè Illy è buono, così come i triestini sanno bene che il Passalacqua, il Kimbo, il Kenon e tante altre miscele napoletane sono altrettanto buone. Del resto, alcuni bar napoletani preparano caffè con miscela triestina, senza farne mistero, e la stessa Illy scrive sul suo sito che “è Napoli a creare gran parte del carattere del caffè“. Nessuna rivalità, dunque, ma rispetto che non può essere rotto da un attacco così diretto e tranchant alle tazzine che si bevono a Napoli, descritte come ciofeche degne dei peggiori bar di Caracas. Forse saranno stati i nove caffè bevuti in una mattinata ad agitare Godina (che nemmeno alla scrivania è riuscito a scrivere correttamente l’autore e l’editore del libro sfogliato), ma mai nulla di simile si era letto sul caffè napoletano.
Non sono un tecnico e non ho la competenza e la preparazione indiscutibile di Godina, che per studi è definibile uno scienziato del caffè, ma dico che con la scienza dei degustatori è stata imposta dal marketing una cultura sbagliata. Ogni prodotto, compreso il caffè, bisogna saperlo prima di tutto preparare e la corretta degustazione deve essere solo una maniera per apprezzarlo meglio. Ogni arte è riconosciuta tale se arriva alla massa con apprezzamento, e un singolo esperto che la giudica negativa non può fare sentenza. Ho imparato a conoscere il mondo del caffè da studioso autodidatta e ho l’onesta di riconoscere e rispettare il grande valore delle due più importanti scuole in Italia. La provenienza di Godina appartiene al fronte del caffè più dolciastro e comunque di diversa tostatura, e qualche dubbio sull’onestà della sua operazione mi è sorta dopo aver visitato il suo profilo facebook, dal quale si evince che nel suo “espresso coffee tour in Naples” ha incontrato – e non credo per caso – Bernardo Iovene di Report, lo stesso inviato che mi ha intervistato a Dicembre per un approfondimento sulla filiera del caffè, tra Napoli e Trieste, in onda prossimamente. Il commento alle foto (in cui si vede Andrea Matarangolo intervistato) è una sentenza da Cassazione che suona come un campanello d’allarme: “in questa passeggiata partenopea ho definitivamente sfatato il mito del buon caffè a Napoli!”. Un po’ azzardato l’uso dell’avverbio che mi ha fatto pensare a Schwarzenegger nella locandina di Terminator. E allora ho appreso che Godina ha anche storto il naso per l’accordo commerciale Illy-Kimbo sulla commercializzazione delle capsule per contrastare la leadership di Nespresso, definendo l’azienda napoletana “una concorrente che offre al mercato caffè difettati“. E ho appreso anche che il suo articolo ha colpito per i toni usati pure oltreoceano, dove il blog “Espresso News and Reviews” di San Francisco ha commentato con perplessità e chiuso l’analisi scrivendo: Difendiamo la nostra valutazione che lo standard dell’Espresso a Napoli batte quelli di qualsiasi altra città del mondo in cui siamo stati (e sono tantissime). Ma, come l’articolo di Mr. Godina dimostra, le opinioni variano“.
Il dubbio è che Godina non sia andato a Napoli per iniziativa personale e a risolvere un proprio interrogativo, ma sia stato convocato. Lui che ha dichiarato di aver bevuto il miglior caffè della sua vita in piazza San Marco a Venezia (pagato 15 euro), ha testato dei bar a caso nel percorso che l’ha forse condotto a un appuntamento? La domanda, dunque, sorge spontanea: se due più due fa sempre quattro, cosa ne verrà fuori prossimamente, magari in tivù? Il timore è che sia partita un’offensiva al caffè napoletano. I baristi di Napoli stiano in campana: qualche punto debole c’è ed è bene che lo standard della “tazzulella” resti alto, tra miscela e preparazione, e che nasca una vera associazione di categoria che pensi magari ad un disciplinare di preparazione, così come fatto per la pizza napoletana, salvata dallo scippo che negli anni Ottanta qualcuno pensò di fare a Napoli.

Benitez: «napoletani e italiani devono valorizzare Napoli»

Rafa Benitez, nel corso di un incontro alla redazione del Corriere del Mezzogiorno, ha lanciato ancora un messaggio di ammirazione per la città. Lui, che è un giramondo, ha capito che le antichità della città non hanno rivali al mondo, e che c’è assoluto bisogno bisogno di valorizzarle.

«La grande bellezza è qua, è Napoli, e si deve sfruttare. Tutti devono capire che qui si deve venire. Una settimana non basta per vedere tutte le bellezze che ci sono in questa cittá, i napoletani e gli italiani devono capirlo e farla vedere a tutti. La città è bellissima! Gli americani fanno marketing e si esaltano per costruzioni di duecento anni. E qui, altro che duecento anni! Avete tutto, ma i napoletani devono essere orgogliosi e devono difendere questo patrimonio con correttezza, rispetto ed educazione. È una bellezza che può attrarre molta più gente di quanto già non faccia. Quando sono arrivato, ho chiesto a ogni giocatore cosa gli piacesse e cosa no della città. Nessuno mi parlasse male di Napoli, perché la città piace a tutti. Ieri, ad esempio, ci siamo allenati col sole, poi ho fatto una passeggiata e ho goduto tantissimo. Qui c’è il potenziale e adesso bisogna migliorare. Napoli può insegnare tanto. Devo dire che mia moglie è una guida fondamentale e mi indica tutto quello che hanno fatto i Borbone mentre io penso alla formazione da mandare in campo.»