25 anni senza Massimi’

Massimo TroisiPenso a quanto siano stati fortunati i napoletani negli anni Ottanta. Ridevano con Massimo, cantavano con Pino e gioivano con Diego.
Con quel triste 4 giugno 1994 finiva un periodo storico e irripetibile. Finivano le migliori risate, il Neapolitan Power andava in archivio e gli scudetti erano ormai alle spalle. Tutto diventava, da quel giorno, un bellissimo ricordo.

A. F.

 

Il rencido caffè napoletano secondo Godina

Angelo Forgione Report, con la coppia Bernardo Iovene – Andrej Godina, è tornato sul luogo del delitto, a Napoli, che dopo più di cinque anni si è fatta trovare ancora impreparata e un po’ vaga sulla sacra questione caffè.
Allora fu un massacro. Le tazzine napoletane descritte come ciofeche degne dei peggiori bar di Caracas. Il triestino Godina già allora non era uno qualunque. Dottore di ricerca in Scienza, Tecnologia ed Economia dell’Industria del caffè, dall’alto di questa qualifica si spese per sfatare il mito dell’espresso napoletano. In verità, il suo anatema era partito qualche mese prima con un tour personale in compagnia di un barista romano, e aveva trovato il tempo di fermarsi alla Feltrinelli della stazione centrale, comprare il mio Made in Naples e snobbare il capitolo “Il Caffè”, mentre Alberto Angela lo adottava come fonte per i suoi approfondimenti storici sul rito del caffè a Napoli. Poi era andato ad assaggiare qualche caffè in piazza Garibaldi, al Gambrinus e a Santa Lucia, dove aveva scattato qualche foto per la sua pagina facebook, sulla quale poi autocommentò che con la sua passeggiata partenopea aveva “definitivamente sfatato il mito del buon caffè a Napoli!”.

Una volta tornato a casa, il dottor degustatore scrisse un articolo che fece parlare il web già prima della messa in onda della prima inchiesta di Report. E lì capii che l’attenzione con cui analizzava il caffè non corrispondeva a quella con cui aveva letto il mio libro, visto che “minuscolizzò” la parola Naples, pluralizzò il mio cognome e sbagliò anche il nome dell’editore. Pazienza.

Sulle sua sentenza non fu d’accordo il blog “Espresso News and Reviews” di San Francisco, che commentò il lavoro con perplessità e chiuse la propria analisi scrivendo: “Difendiamo la nostra valutazione sullo standard dell’Espresso a Napoli, che batte quelli di qualsiasi altra città del mondo in cui siamo stati (e sono tantissime). Ma, come l’articolo di Mr. Godina dimostra, le opinioni variano”.

Scoppiò fragorosa la polemica già al solo trailer della trasmissione, tra Napoli e Report, ma anche tra Report e Godina, che al TgR Campania accusò la redazione del programma di averlo gettato in pasto ai leoni, cioè di aver calcato la mano su Napoli mentre lui era critico con tutti i caffè d’Italia.

A puntata ormai vista, la polemica si ingigantì ancor di più, ed entrò in campo la Scae (Speciality Coffee Association of Europe), di cui Godina è membro degustatore. L’Associazione si dissociò dai pareri dell’esperto triestino, dichiarando che egli aveva condotto le sue degustazioni a titolo personale.
Anche l’Istituto Internazionale Assaggiatori di Caffè diffuse una propria nota, suggerendo un metodo di assaggio scientifico basato sull’analisi sensoriale di un gruppo di esperti, mentre quello che avevano visto fare da Godina rientrava invece nell’inattendibile critica enogastronomica del tutto individuale.

Acque agitate ma acque calmate in questi anni, e allora ecco il ritorno a Napoli, stavolta in compagnia di un altro degustatore, il napoletano Mauro Illiano. Ritorno meno turbolento nelle reazioni anche se non troppo diverso nei contenuti: il caffè napoletano fa un po’ meno schifo di allora, ma sa sempre di straccio bagnato.

Chiariamoci, Godina e Iovene non avevano torto nel 2014 e non ce l’hanno oggi, perché punti deboli nei bar napoletani ve ne sono. Diversi seguono le cattive logiche commerciali di torrefattori che offrono ristrutturazioni e benefit in cambio della loro miscela, che può essere di qualità o, in molti casi, non così buona. Peggio ancora accade quando a imporre il proprio pessimo standard sono i marchi delle organizzazioni criminali, e lì non c’è possibilità di avere chicchi di qualità.
I torrefattori fanno spesso abuso della qualità “Robusta”, che costa la metà della “Arabica” perché inferiore, con aromi legnosi, se proviene dal Vietnam, e di terra, se di origine Africana. I baristi, in troppi casi, non sanno cosa vi sia nelle miscele che servono, non puliscono i filtri dove lasciano sedimentare residui cotti più volte, non puliscono la campana del macinino, non macinano il caffè al momento (pregiudicando l’aroma) e non effettuano il “purge”, l’operazione per la pulizia dell’acqua, che però, attenzione, è automatica con le macchine a leva ancora diffusissime a Napoli rispetto a quelle a bottone.
È evidente che certi guasti finiscano col pregiudicare la qualità, col rischio di cambiare il gusto e imporlo al pubblico. Insomma, anche sul caffè bisogna imparare a scegliere, e anche a pretendere. Perché non v’è alcun dubbio che il caffè napoletano, per tutta la storia e la ritualità che vi girano intorno, è da proteggere, soprattutto ora che il fatturato delle aziende napoletane del caffè è in crescita.
È bene che lo standard della “tazzulella” si alzi, tra miscela e preparazione, e ciò è possibile anche senza un’associazione di categoria (una chimera!) che pensi magari ad un disciplinare di preparazione, così come fatto per la pizza napoletana, salvata dallo scippo che negli anni Ottanta qualcuno pensò di fare a Napoli, e ora innalzatasi a livelli di qualità ben più alti rispetto a qualche tempo fa.

Godina è certamente credibile per competenza, ma qualche tassello gli manca quando parla di miscela napoletana, ed è di tipo storico. Così come la scienza dei degustatori è stata imposta dal marketing così la consistenza del caffè a Napoli è stata imposta dalla storia e dai gusti locali, ed è lì che bisogna andare a cercare il motivo per cui nell’ espresso napoletano si usi una piccola percentuale di qualità “Robusta-Canephora”, certamente inferiore alla “Arabica”. Quando la cultura del caffè iniziò a diffondersi a Napoli, nel Settecento, per influenza della viennese regina Maria Carolina, i napoletani erano grandi consumatori di cioccolata. Nel 1771, il Bilancio del Commercio esterno del Regno, fatto d’ordine del Re, riportava una spesa davvero elevata per l’importazione di cacao, in quantità quasi tripla rispetto al caffè.

L’industrializzazione ottocentesca del cioccolato fece esplodere il consumo di cioccolatini e barrette, cioccolata in forma solida che relegò quella liquida in secondo piano rispetto al caffè, che divenne la bevanda da degustazione regina. Ma i napoletani erano abituati alla densità dell’infuso di cacao, e allora i produttori locali di caffè preferirono miscelare un po’ di “Robusta” alla “Arabica” per incontrare e soddisfare il palato dei napoletani. ‘A ciucculata ‘e café, a Napoli, era ed è sempre preferita al 100% Arabica, che è infuso più liquido. A patto però che si scelga una buona qualità di “Robusta”, che non si ecceda nella percentuale, e che il caffè si tosti e si prepari a regola d’arte. Su questo dobbiamo essere tutti d’accordo, senza presunzione.

In libreria l’edizione 2019 di ‘Dov’è la Vittoria’

È in distribuzione presso le librerie, su Amazon, Ibs, etc. l’edizione anno 2019 di Dov’è la Vittoria, la terza. Non solo aggiornamento di dati e statistiche ma anche integrazione dell’ultimo fattaccio del calcio italiano: “Calciomafia in Piemonte – porte aperte ai malavitosi in casa Juve”.
Consigliato dagli addetti ai lavori a chi vuol davvero capire il calcio italiano nonché la Questione meridionale.

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Whirlpool in rosso taglia l’eccellenza napoletana

Angelo Forgione Gli stabilimenti in Italia del gruppo statunitense Whirlpool sono quasi tutti sotto la capacità produttiva. L’azienda ha perso quote di mercato e i conti sono in rosso.
Via alle cessioni, e si comincia da Napoli, dove vengono realizzate le lavatrici di fascia alta. Una fabbrica di eccellenza, premiata nel 2012 come la migliore tra le 66 del gruppo disseminate nel mondo per coinvolgimento delle risorse umane e capacità manageriale di trasferire ai dipendenti la strategia dell’azienda.

Dunque, si inizia a tagliare dall’eccellenza, non certo da un sito che produce male. Si comincia a dismettere da Sud, come sempre, ma poi vedrete che toccherà anche agli altri siti del gruppo. Perché gli statunitensi sono abituati a operare secondo le logiche del mercato internazionale, e se ne fregano degli accordi presi recentemente col governo italiano se gli obiettivi non sono stati raggiunti.

Ormai non c’è più la possibilità che certi elettrodomestici vengano prodotti in Europa occidentale, e men che meno in Italia, neanche se si tratta di produzione di alta gamma come quella di Napoli che garantisce margini di guadagno molto maggiori di quelli degli elettrodomestici destinati al mercato di massa.
È un problema di costi e di concorrenza cinese e, in generale, di altri mercati competivi. Ormai l’ovest europeo non è più concorrenziale, e i governi stanno abituando lentamente i loro operai a salari sempre più bassi e flessibilità per non soccombere alla produzione a basso costo dell’est. La domanda occidentale di prodotti di gamma alta è più bassa delle capacità produttive, e Napoli è esattamente il paradigma del problema.

La produzione delle migliori lavatrici Whirlpool, quelle made in Naples, sarà spostata in Polonia, che negli ultimi venti anni è diventata il centro della produzione di grandi elettrodomestici come lavatrici, frigoriferi, freezer e lavastoviglie, un po’ come la Cina lo è diventata per quelli più piccoli come ferri da stiro e forni a microonde. La manodopera polacca, quantunque cresciuta in quanto a costi rispetto a qualche anno fa, resta inferiore a quella italiana, così come il costo dell’energia, passando per la più bassa tassazione rispetto all’eccessiva pressione italiana ricca di balzelli.
La Polonia, insomma, favorisce lo sviluppo e l’occupazione, mentre l’Italia la ostacola. E non è un caso che quello polacco sia uno dei paesi più capaci di aggiudicarsi l’accesso ai fondi europei, mentre l’Italia è tra gli ultimi.

C’è da dismettere e si comincia dal sempre più desertificato Mezzogiorno, che sta tornando ai drammatici livelli del dopoguerra, quello delle valigie di cartone chiuse con lo spago. Fu allora che il varesino Giovanni Borghi scese a Napoli dalla Lombardia per un viaggio di lavoro, avvertendo il padre che sarebbe stato via per qualche giorno. Si innamorò della città e della sua umanità, e iniziò così la storia della fabbrica napoletana Ignis, rilevata nel 1991 dagli americani di Whirlpool.

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Illuminare Cruciani

Angelo Forgione Miserabile furto di faretti nei nuovi bagni della Curva A dello stadio San Paolo denunciato qualche giorno fa da Spazio Napoli, una secchiata gelida sulla città perbene. Trent’anni per dare decoro a uno stadio deturpato dall’affarismo politico-edilizio degli anni Ottanta e cinque minuti per allarmare tutti sull’esito del restyling, che rischia di essere vanificato dall’inciviltà e dall’incuranza sempre più diffuse. Ma è davvero accaduto durante la partita o dopo? Sono stati i tifosi o altri soggetti? Nessuno ha visto i responsabili arrampicarsi lassù a smontare e tagliare cavi?
Subito scattata la solita campagna denigratoria di Giuseppe Cruciani, nella sua trasmissione radiofonica La Zanzara su Radio24, pronto a chiedersi, con il suo solito canovaccio e con tanto di tarantella di sottofondo, in quale città spariscano faretti dell’illuminazione dai luoghi pubblici. Ormai famosa la telefonata dai toni a dir poco accesi con l’attore-pasticcere Germano Bellavia, che gli augurava le peggio cose prima di scusarsi col suo pubblico sui social per l’eccesso di bile.
A beneficio di Cruciani, che si rispondeva da solo affermando che «solo in una città sono stati trafugati dodici faretti», un lungo elenco di faretti rubati qua e là lungo lo Stivale, stilata da me, contrario al confronto verbale con il provocatore ma pur costretto controvoglia a
l poco divertente gioco del mal comune. Ricevuta la lista sulla sua posta elettronica, il buon Giuseppe la ricusava sostenendo che si trattava di stadio, e che altri luoghi diversi non facevano troppo testo, perché per lui il bagno di uno stadio in rifacimento è diverso da un altro luogo pubblico. Avrei dovuto quindi elencargli furti avvenuti in altri bagni di stadi in rifacimento. È questo il livello del Nostro.
L’elenco lo rendevo pubblico sulla mia pagina facebook, e così gli veniva ripetutamente proposto fino allo sfinimento e alla necessità di rispondere anche in diretta radiofonica. E ancor lo ricusava, come fatto in privato, con tono eloquente, non aggressivo, come suo solito; e non poteva esserlo di fronte ai fatti schiaccianti. Perché le zanzare sanno arrampicarsi sugli specchi ma prima o poi qualcuno le schiaccia.

Capodichino, il vero volano del turismo napoletano in crescita

Angelo Forgione – Dopo il nuovo volo diretto New York-Napoli della statunitense United, è atterrato oggi a Capodichino il primo Boeing di Flydubai partito dagli Emirati Arabi Uniti. Per il primo effettivo volo da Napoli verso Dubai bisognerà attendere il prossimo 4 giugno, quando saranno attivati fino a cinque voli a settimana. Flydubai è la prima compagnia aerea araba ad offrire collegamenti diretti verso Napoli.

Capodichino è una realtà di eccellenza sul territorio e cresce nel suo ruolo di vero stimolatore di crescita del turismo a Napoli e in Campania, mentre altri si affannano a prendersene meriti quando invece non riescono a dotare la città di sufficienti servizi. Una crescita perpetua, evidente nel grafico dei passeggeri annuali, dai 5,5 milioni del 2013, quando gli internazionali hanno superato i nazionali, ai 10 milioni attuali. Evidente l’impennata negli ultimi due anni. Una crescita dovuta alle numerose compagnie che hanno scelto l’approdo di Napoli. Importanti la bellezza e l’attrattiva della città, certo, ma va detto che le tante low-cost che affollano la pista napoletana scelgono gli aeroporti meno complessi per ridurre il carico fiscale. Scali come Capodichino, inoltre, sfruttano agevolazioni fiscali e fondi pubblici per scontare il prezzo dei servizi che pagano a certe compagnie per portare i loro aerei sulle loro piste. Infine, aeroporti poco complessi e vicini alle mete di vacanza come Capodichino sono molto apprezzati dai viaggiatori.
La crescita del “Niutta” di Napoli è evidente, 
e certificata nel giugno 2017 dal prestigioso ACI Europe Award, il premio come miglior aeroporto d’Europa nella categoria degli scali fino ai 10 milioni di passeggeri. Soglia ormai sfondata.

Oggi Capodichino offre 15 destinazioni nazionali e 91 internazionali, di cui 4 hub. In quanto a traffico passeggeri in Italia, se si eccettuano gli “aeroporti strategici” di Roma Fiumicino (43 milioni), Milano Malpensa (24 milioni) e Venezia (11 milioni), è dietro solo allo scalo di Milano/Bergamo Orio al Serio (13milioni).

Destinazioni-Aeroporto-Napoli-Estate2019

Salvini, “benvenuto” al Sud

lega_sudAngelo Forgione – Proprio come Napoleone, che fu incoronato Re d’Italia nel Duomo di Milano il 26 maggio del 1805, Salvini si prende la corona politica del Paese il 26 maggio 2019, e lo fa con i crescenti voti del Sud.
Sembrava un film surreale qualche anno fa, e invece la sceneggiatura si sta avverando: Matteo Salvini sta scendendo nel Regno del Sud, che resta al momento feudo pentastellato, sì, ma con meno certezze di prima. Partendo dalla conquista dell’Abruzzo, i consensi meridionali per la Lega (Nord) sono aumentati. Anni di odio e di offese, di cori e di strali, improvvisamente mandati in archivio con una svolta non culturale ma di facciata, finalizzata all’espansione del consenso oltre il recinto padano, perché si sa, i napoletani e i meridionali puzzano ma i voti e i soldi non hanno odore.

Ai meridionali sembra non interessare più di tanto che la conversione leghista non abbia trovato alcuna corrispondenza nell’attività parlamentare. Piuttosto, avanti con i referendum per le autonomie di Lombardia e Veneto, che da soli sarebbero bastati a prendere le distanze. Eppure i meridionali sono cascati nei discorsi alla pancia di Matteo Salvini, e in tanti stanno lentamente voltando le spalle all’ultimo baluardo della protesta, il Movimento 5Stelle, per aprire le porte al nemico padano di ieri, l’ammazza-terroni. Altri elettori pentastellati, delusi dall’accordo di governo giallo-verde, hanno deciso di non decidere, ingrossando il vero primo partito d’Italia, quello dell’astensionismo, che al Sud supera il 50%, con picchi vertiginosi del 62-63% nelle regioni insulari.

Probabilmente quella dei meridionali verso la Lega (Nord) è solo un’infatuazione passeggera, come tante altre negli ultimi decenni seguiti al crollo del populismo cattolico-nazionale della Democrazia Cristiana e alla mancanza di certezze, ma ciò che sembrava impossibile è compiuto.
Di sovrani e conquistatori venuti dal Nord e accolti con entusiasmo dalle genti meridionali sono pieni i secoli andati. È pur sempre il Sud che rifiutò la conquista piemontese, che rimpianse i Borbone dopo aver toccato con mano le promesse tradite dei Savoia, ai quali però restò fedele al referendum del 1946 pur di respingere il “vento del Nord” che voleva decidere per tutti.

Lo scorso anno, alle Politiche, il Mezzogiorno tributò ai 5Stelle un consenso popolare che nemmeno la DC dei tempi migliori. Un mix di protesta e di aspettative portò a un voto contro il potere e per il reddito di cittadinanza, che sta forse diventando un boomerang, poiché la platea degli inclusi è inferiore a quella degli esclusi, quelli che prima nutrivano aspettative e ora risentimenti.

Oggi, per una coincidenza di fattori favorevoli, abbiamo un presidente della repubblica siciliano, un premier pugliese, un vicepremier e un presidente della Camera napoletani. Non accadeva da decenni, ma non cambia la realtà: il Sud non fa opinione politica, e non la fa perché il meridionalismo intellettuale non è più espressione politica come fino al periodo bellico del Novecento, restando esclusivamente espressione culturale che evidentemente non riesce a formare l’idea politica (autenticamente legata agli interessi territoriali) delle classi dirigenti meridionali.

A giudicare dall’aria che tira, il Sud sta imboccando la strada di Salvini. Cosa sta succedendo? Cosa si aspetta dalla Lega (Nord) il meridione che assiste a uno svuotamento senza precedenti? Figli ne nascono persino meno che al Nord, i giovani vanno a studiare o a lavorare altrove, e i genitori si arrendono alla depressione se non decidono di seguirli per accudire i nipoti. Restano gli anziani, i meno istruiti, i migranti e le mafie, che però tarpano le ali allo slancio meridionale e fanno grandi affari con quella settentrionali. Può essere Salvini la soluzione?

La Campania resta la regione meno leghista d’Italia, ma anche qui il consenso per il Carroccio è sensibilmente cresciuto, ed equivale il secondo posto tra i partiti. E #Napoli, l’antica capitale che ne ha subite di tutti i colori dalla Lega (Nord), che conserva la sua identità e non dimentica le offese, resta la provincia meno tollerante verso Salvini, anche se qualcuno che non tira avanti coi sussidi sembra più disposto a chiudere un occhio di quanto non lo fosse in passato.

Intanto il momento politico in Italia sorride alla Lega (Nord), e quello al Sud e da neo-colonizzazione in corso. Una neo-colonizzazione che è tutta nelle parole e nei fatti di Luigi Di Maio. Fu lui a dire in Rai, nel giugno 2017, «io sono del Sud, sono di Napoli, di quella parte d’Italia cui la Lega diceva “lavali col fuoco”, e non ho nessuna intenzione di allearmi con la Lega Nord».
Ha fatto lui per primo quello che sta facendo l’elettorato meridionale, da “mai con Salvini” a “noi con Salvini”.
La dignità calpestata è sempre il principio della fine.

Rissa di Cadice, il festival della generalizzazione

Angelo Forgione – Rissa tra giovani studenti Erasmus all’esterno di una discoteca di Cadice, in Spagna, e via alla caccia alle streghe. La notizia, come inoltrata al Tg1, recita così:

“Tutti e quattro campani gli arrestati, due sono di Napoli”.

Come se essere di Napoli sia un’aggravante degna di essere sottolineata, mentre per gli altri due può essere anche risparmiata l’origine. La notizia la si legge così un po’ ovunque, e pazienza se il “napoletano” che ha mandato lo spagnolo in ospedale è in realtà di Villa di Briano (Caserta), e uno dei quattro non è neanche campano ma brasiliano di origine e residente a Catania.

il Giornale fa anche peggio, iniziando il pezzo così:

“È di Napoli l’autore del violentissimo calcio rifilato ad un giovane spagnolo durante la rissa scoppiata ieri mattina a Cadice”.

La notizia essenziale, dunque, non è aver individuato il colpevole ma aver individuato la provenienza del colpevole. L’avesse indovinata, almeno.

ilmessaggeroIl Messaggero è invece esemplare nel dimostrare il problema: nel sottotitolo definisce “napoletano” il colpevole, mentre nel pezzo si legge a chiare lettere che è di Villa di Briano, paesino del Casertano.

Guasti dell’informazione a parte, ciò che sgomenta della rissa non è solo l’atto incosciente di violenza portato dal ragazzo italiano che sferra un calcio alla testa dello spagnolo come se si trattasse di un Super Santos da colpire di collo pieno. Sconvolge anche l’addetto alla sicurezza della discoteca, che decide di non intervenire e di filmare tutto con lo smartphone, con freddezza singolare, nonostante una ragazza disperata gli chieda di agire.
Almeno ci ha consegnato un filmato che inchioda facilmente le responsabilità del “calciatore”, e che mostra, almeno nelle immagini carpite, tre spagnoli accerchiare un italiano, il quale prende un pugno in volto da dietro. Uno dei tre assalitori, visibilmente ubriaco,viene colpito da un ceffone in pieno viso dagli amici dell’aggredito e cade stordito, ed è allora che prende il calcio alla testa. Cosa sia successo prima, non si sa.
È una di quelle situazioni in cui non c’entrano le provenienze. L’idiozia non ha nazionalità. Quando due branchi – di cosa sceglietelo voi – vengono alle mani, la vigliaccheria anima l’istinto di sopravvivenza e la lucidità svanisce. Le bestie che decidono di scontrarsi in rissa, spesso sotto effetto di alcolici e stupefacenti, sanno come si comincia ma non come andrà a finire, e in certe situazioni è sempre il più sfortunato a rischiare la peggio. Se la vittima non fosse caduta a terra, le sorti sarebbero potute essere diverse, e forse anche la notizia sarebbe stata diversa. Ma il destino ha voluto che uno sconsiderato andasse in ospedale a limitare i danni permanenti e un altro sconsiderato in tribunale a rispondere di tentato omicidio. Due vite segnate.

Due anni fa un ragazzo fiorentino fu ucciso in una discoteca di Lloret de mar da un coetaneo di nazionalità cecena sotto l’effetto di alcol e droga, anch’egli “calciatore”. Tanto per dimostrare che di risse in discoteca è pieno il mondo, e non tutte vengono filmate… e che il comune denominatore è lo sballo, non la provenienza territoriale, che poi non è neanche napoletana.

Quanto vale il Napoli?

de-laurentiis_commissoAngelo Forgione – Aurelio De Laurentiis ha confidato al Corriere dello Sport di aver rifiutato ben 900 milioni di euro per vendere la SSC Napoli. Una cifra esorbitante che rende poco credibile la dichiarazione, anche se, come ho scritto sulla mia pagina facebook a caldo, un tentativo di avvicinamento pare esserci stato davvero da parte dell’imprenditore italo-americano di Calabria Rocco Commisso, patron di Mediacom, presidente della squadra di calcio dei New York Cosmos e tifoso della Juventus. Dopo poche ore, il New York Times informava che proprio Commisso era ormai in procinto di accaparrarsi la proprietà della Fiorentina, dopo aver provato qualche mese fa a prendere il Milan, dopo aver rifiutato Sampdoria e Cagliari, e dopo essere stato a un passo dalla Roma.
Ma quanto vale il Napoli? Ospite della trasmissione radiofonica Un calcio alla radio (CRC) con l’economista Marcel Vulpis di Sport Economy, imbeccati dalle domande di Umberto Chiariello e Marco Giordano, abbiamo provato a dare una quotazione club azzurro.

L’emozionante varo che rinnova la tradizione cantieristica stabiese

Angelo Forgione – Emozionante varo ai cantieri navali di Castellammare di Stabia della più grande unità navale mai costruita in Italia, la supernave ‘Trieste’.
Si rinnovano 233 anni di tradizione stabiese, dal Regio Arsenale borbonico, inaugurato nel 1783, all’odierna Fincantieri.

Nel 1786 il primo varo, quello della ‘Partenope’.

Nel 1831 il primo piroscafo da crociera al mondo, il ‘Francesco I’, straordinariamente veloce rispetto alle navi dell’epoca grazie ai 120 cavalli motore, contro il massimo degli 80 francesi.

Nel 1847 la prima nave con propulsione a elica, il ‘Giglio delle onde’.

Nel 1850 il veliero a motore ‘Monarca’, l’ammiraglia della Real Marina delle Due Sicilie.

Nel 1931 la più ammirata imbarcazione al mondo e vanto della Marina Militare italiana, la nave-scuola ‘Amerigo Vespucci’, un’imbarcazione gemella del ‘Monarca’, ricavata dai disegni dell’ammiraglia borbonica.

Oggi l’emozionante varo della ‘Trieste’.

I cantieri-arsenali di Castellammare di Stabia furono tra i migliori al mondo nella prima metà dell’Ottocento, costantemente aggiornati con ampi piani industriali che ne fecero un’eccellenza del Regno di Napoli.
Quella borbonica si consacrò come la terza Marina europea per tonnellaggio complessivo, a tal punto da spaventare la Marina britannica in vista del taglio dell’Istmo di Suez, più prossimo alle Due Sicilie.
Guglielmo Ludolf, ambasciatore del Regno delle Due Sicilie presso Istanbul, scrisse nel 1856 la relazione ‘Del perforamento dell’Istmo di Suez in quanto principalmente influirà sull’odierno commercio d’Italia’, un trattato in cui preconizzò il notevolissimo sviluppo economico che l’apertura del gran naviglio egiziano avrebbe generato per le Due Sicilie, rendendo Napoli e le città del sud d’Italia “stazioni della strada delle Indie”.
E qui chi ha curiosità trova lo spunto per comprendere le “volontà” internazionali, non solo piemontesi, che condussero alla fine del Regno delle Due Sicilie (per approfondimenti: Napoli Capitale Morale).