Elogio del kayak, andar per mare a Posillipo

La spiaggia cancellata a Napoli è un grosso scempio compiuto tra il 1884 e il 1904. Un forte limite al rapporto dei napoletani con il loro mare, ma non per la mia libertà di andare in paradiso, che è un consiglio per tutti. Perché in fondo la serenità deve avere in sé qualcosa di immenso, ingovernabile, selvaggio.

1836, Pulcinella va sulla Luna

Angelo Forgione – Cinquant’anni sono passati dal 20 luglio del 1969, giorno del primo allunaggio, ma già nell’Ottocento, agli albori della tecnologia di volo che preludeva ai palloni aerostatici, si iniziava a fantasticare l’approdo sul nostro satellite.
Nel lontano 1835, Sir John Herschel, figlio del famoso astronomo William, costruì in Sudafrica il più grande telescopio dell’epoca. Fu così che un giornale americano, il New York Sun, cominciò a fantasticare su ciò che si vedeva con quello strumento, e pubblicò una lunga serie di servizi con immagini di improbabili creature alate che abitavano la Luna. Il giornale divenne popolarissimo, raddoppiando le vendite, ma dopo alcune settimane il direttore capì che era il caso di piantarla con quell’enorme bufala, pur senza smentirla. Si inventò che il gran telescopio era stato bruciato inavvertitamente dal Sole e che non si poteva più proseguire con le cronache.

Le fake news americane arrivarono fino a Napoli, dove nel 1836 furono date alle stampe 13 litografie firmate da Fergola, Wenzel, Gatti e Dura con illustrazioni lunari fantastiche e bizzarre. Tra queste, tre tavole di un immaginario viaggio sulla Luna di Pulcinella che raffiguravano la partenza, l’arrivo e il ritorno della maschera napoletana.

Pronto ad accertarsi della veridicità della storia, Pulcinella partì a bordo di un piccolo veliero spaziale con ruote dentate che si incastravano negli anelli di una catena tesa tra il molo Beverello e la Luna, e una vela tesa a sfruttare il vento e, nello spazio, l’aria generata da un soffietto per camino. In quell’immagine c’era tutta l’avanguardia cantieristica della Napoli borbonica, che solo cinque anni prima aveva varato il primo piroscafo da crociera al mondo, il Francesco I, straordinariamente veloce rispetto alle navi a vapore dell’epoca grazie ai 120 cavalli motore, contro il massimo degli 80 francesi.

Nella stampa della partenza venne illustrato il telescopio di Herschel orientato verso la Luna, inquadrando una città lunare nella quale gli abitanti alati puntavano a loro volta un grandioso telescopio verso la Terra. E Pulcinella, come san Tommaso, esclamava:

S’io no lo bbevo / s’io non lo ttocco / io no lo credo / non mme lo mmocco!

Varie stampe illustravano l’escursione satellitare di Pulcinella, la prima maschera sulla Luna, mentre in quella del ritorno sulla Terra scendeva brindando al successo dalla sua missione e al funzionamento della sua spaziale barca a vela, con le catene ormai arrotolate:

Mirabbilia aggio visto e aggio toccato / Ercel le scoperte toje frietelle / io cchiù sfunno de te songo arrivato / e aggio visto cose strane e belle / ’nfaccia a sta vela videle pittate.

Sulla vela erano rappresentati gli straordinari animali che popolavano quel mondo lontano, che solo 133 anni più tardi sarebbe stato raggiunto davvero dagli americani, stavolta mostrando al mondo la verità dell’immenso deserto lunare.

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Professor Bellavista, stateve buono!

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Angelo Forgione – Luciano De Crescenzo va via e ci lascia un’improvvisa, profonda sensazione di vuoto. Come fai a non sentirla quando sai che non vedrai più i suoi bellissimi occhi azzurri come il cielo, il suo sorriso attraverso il quale faceva passare la filosofia con leggerezza, il suo accento che sapeva di polipo alla luciana?
E già, lui era di Santa Lucia e si chiamava Luciano. C’era tanta Napoli in lui, e l’ha espressa bene. Da piccolo abitava nello stesso palazzo di Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, e se lo scelse come amico. Con lui accanto si sentiva al sicuro, a scuola e in strada.
Molto giovane, si appassionò alla filosofia greca, e non è per caso che, da adulto, sia diventato cittadino onorario di Atene, che lo ha tributato per aver promosso e diffuso la cultura classica in tutto il mondo con la sua intensa attività letteraria. Sì, perché noi conosciamo il professor Bellavista, un successo enorme che ci fa considerare erroneamente le sue opere come trattatelli comici, ma lui ha pubblicato una decina di libri dedicati alla cultura della Grecia classica, tradotti in trentacinque paesi e venduti complessivamente in otto milioni di copie.
Ecco, De Crescenzo coniugava la filosofia di vita napoletana alla filosofia universale dei classici greci, era cittadino di Napoli e di Atene, uomo di Grecia e Magna Grecia.
Delle sue riflessioni, una ce l’ho scolpita addosso:

“Il tempo è un’emozione, ed è una grandezza bidimensionale, nel senso che lo puoi vivere in due dimensioni diverse: in lunghezza e in larghezza. Se lo vivete in lunghezza, in modo monotono, sempre uguale, dopo sessant’anni, voi avrete sessant’anni. Se invece lo vivrete in larghezza, con alti e bassi, innamorandovi, magari facendo pure qualche sciocchezza, allora dopo sessant’anni avrete solo trent’anni. Il guaio è che gli uomini studiano come allungare la vita, quando invece bisognerebbe allargarla”.

Luciano ha vissuto in lunghezza per bontà di Dio, quasi novantun’anni, ma ha saputo allargare la sua vita. Se l’è goduta. Un gran donnaiolo, ma molto di più. Insomma… nun ha fatto na vita ‘e merda, e ha regalato qualcosa di bello a tutti noi.
E ora va via, ma alla fine resterà in circolazione, come Eduardo, come Totò, come Troisi, come il suo amico Bud e come tutti i Napoletani di buono spirito.
Stateve buono, Professo’, e grazie assaje!

Napoli culla della Dieta mediterranea

Angelo Forgione Pochi sanno che la Dieta Mediterranea, il più suggerito dei modelli nutrizionali, ispirato all’alimentazione di alcuni Paesi del Mediterraneo, nasce nella Napoli del dopoguerra.
In occasione di un convegno internazionale sull’alimentazione mondiale svoltosi a Roma nel 1951, il fisiologo statunitense Ancel Keys apprese da un collega napoletano, Gino Bergami, di una ridottissima incidenza delle patologie cardiovascolari in Campania. Folgorato dalla rivelazione e dagli elementi raccolti, un anno dopo si recò a Napoli con la moglie Margaret Haney, biologa, per osservare l’alimentazione locale e la relativa incidenza sullo stato di salute dei cittadini, conducendo le ricerche nei laboratori del Vecchio Policlinico, sulla scorta degli esperimenti condotti sui Vigili del Fuoco e sugli impiegati comunali. Il basso consumo di carne e le sane abitudini alla pasta ricca di carboidrati, alle verdure, all’olio d’oliva, al pane, ai legumi e al pesce, lo convinsero che la riduzione dei grassi animali era alla base della buona salute dei napoletani. Al termine dei suoi studi, nei suoi appunti annotò:

A Napoli la dieta comune era scarsa di carne e prodotti caseari, la pasta generalmente sostituiva la carne a cena. Nei mercati alimentari scoprii montagne di verdura e le buste della spesa delle donne erano cariche di verdura frondosa. Nello stesso tempo, i campioni di sangue degli uomini sotto controllo medico che noi stavamo visitando presentavano un basso livello di colesterolo. I pazienti con disturbi cardiaci alle coronarie erano rari negli ospedali e i medici locali ci dissero che gli attacchi di cuore alle coronarie non erano molto frequenti. I disturbi cardiaci alle coronarie erano ritenuti essere più comuni nelle classi benestanti dove la dieta era più ricca di carne e prodotti caseari. Mi convinsi che la dieta salutare era un motivo dell’assenza di disturbi cardiaci.

A Napoli trovammo la conferma che Bergami aveva ragione riguardo alla rarità della malattia ischemica coronarica nella popolazione generale, ma in ospedali privati che ricoveravano persone ricche vi erano pazienti con infarto al miocardio. La dieta della popolazione generale era ovviamente molto povera in carne e formaggi, e Margaret trovò livelli di colesterolo sierico molto bassi in numerose centinaia di operai e impiegati presi in esame dal Dott. Flaminio Fidanza, un assistente di Bergami nell’Istituto di Fisiologia. Fui invitato a cena con i membri del Rotary Club. La pasta era condita con sugo di carne e tutti la ricoprivano con formaggio parmigiano. Un arrosto di carne era il secondo piatto. Il dessert era una scelta di gelato o ricchi dolci. Persuasi alcuni commensali a venire da me per essere esaminati, e Margaret trovò il loro livello di colesterolo molto più alto che negli operai.

In fondo, prima di essere i “mangiamaccheroni”, i napoletani erano i “mangiafoglia”, i più grandi vegetariani d’Europa per secoli, e il broccolo era stato il loro stereotipo alimentare prima di pizza e spaghetti.

Il fatto è che i napoletani seguivano da tempo una dieta molto prossima a quella che è oggi è considerata la più sana ed equilibrata del pianeta. Consumavano molta frutta e verdura, divoravano pasta e pizza, e condivano con olio di oliva. La dieta napoletana era la madre di quella “mediterranea”.

La scintilla napoletana fu l’origine di un’ampia indagine ventennale che portò Ancel Keys, insediatosi nella cilentana Pioppi, a sondare le diete di vari paesi con culture e stili di vita differenti, elaborando e codificando il modello nutrizionale dei popoli del Mediterrano quale misura alimentare per prevenire l’infarto, ispirata alle usanze di Italia, Grecia, Spagna e Marocco, osteggiata dai potentati americani e riconosciuta patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’UNESCO nel 2010.

L’apprezzata e salutare tradizione culinaria partenopea ha mantenuto nei secoli tutta la sua qualità e varietà, resa ancor più rinomata dagli studiosi della nutrizione, che si sono precipitati a certificarne la completezza di valori alimentari su base scientifica durante la penetrazione globale dell’alimentazione veloce all’americana, nefasta a tal punto da rendere proprio la Campania la regione più affetta da obesità d’Italia (che è uno dei Paesi europei più affetti da sovrappeso adulto e infantile), a causa di scarso consumo di frutta e verdura e alto di bevande zuccherate o gassate.

Insomma, è necessario tornare a mangiare alla napoletana e respingere lo stile americano per neutralizzare l’influenza negativa del mondo esterno globalizzato che, inquinando il pensiero individuale, omologa e sconvolge la specificità.

E ora Olimpiadi a Napoli… perché no?

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Angelo Forgione – Cala il sipario sull’Universiade di Napoli2019. Non pervenute, le cassandre della vigilia, pronte a dire che sarebbe stato un flop organizzativo, che Napoli non avrebbe potuto fare che una figuraccia raccogliendo con ritardo la rinuncia di Brasilia, e invece…
E invece atleti entusiasti per il programma, i luoghi, l’accoglienza e il cibo, e addetti ai lavori col pollice all’insù, a cominciare dal presidente della Federazione Internazionale Sport Universitari, Oleg Matytsin:
“Non è stato facile organizzare queste Universiadi, ma alla fine sono state un successo grazie allo spirito e all’energia dei napoletani. Gli impianti sono stati ristrutturati e ora sono pronti per ospitare altri eventi. Questa è una delle eredità che lasciamo. Abbiamo avuto dei problemi, ma abbiamo trovato sempre delle soluzioni. Napoli ci ha dato una grande lezione”.
In verità Napoli, con la Campania tutta, ha dato una lezione a se stessa e a tutta l’Italia: senza sprechi e speculazioni, ma lavorando a testa bassa, si possono fare anche buone nozze con i fichi secchi.

E se non fossero solo fichi secchi? Perché non prenderla come una prova generale per il più importante degli eventi sportivi? Napoli dovrebbe ambire all’organizzazione di un’Olimpiade, l’unico modo per risollevare definitivamente la città. I Giochi olimpici sono motivo di rigenerazione territoriale e non c’è nessuna città italiana che necessiti di rinnovamento urbano ed extraurbano quanto Napoli. In tal senso, l’esempio massimo è quello di Barcellona, l’unica città spagnola ad aver ospitato l’evento. Nel 1992 non fu la più grande capitale Madrid ad accogliere il mondo dello sport ma la metropoli catalana.

La Barcellona degli anni Ottanta era nelle stesse condizioni di Napoli, arenata in un preoccupante vuoto di modernità, bisognosa di riconversione industriale e afflitta dai problemi urbanistici ereditati da decenni di dittatura franchista. La politica locale lanciò una sfida apparentemente impossibile, in un momento pure particolare. La candidatura fu infatti avanzata nel 1981, cioè soltanto due anni dopo le prime elezioni democratiche di Spagna. In quel momento, gli enti locali potevano contare su pochissime risorse economiche, che mai avrebbero potuto attuare il cambiamento necessario. Andò a finire che, sostenuti da Juan Antonio Samaranch, ex politico locale e fresco presidente del Comitato Olimpico Internazionale, i soggetti governativi catalani si imposero alla politica nazionale e riuscirono a trascinarla nel sostegno alla trasformazione urbana del secondo centro spagnolo. Fu una scommessa, vinta nei presupposti.
Il turismo, pressoché inesistente, cominciò ad aumentare due anni prima dell’evento mondiale, solo perché il nome della città iniziò a circolare sui media, e fu l’inizio di un percorso che condusse Barcellona ad essere tra le mete preferite in Europa, con tutto ciò che ne consegue in termini di economia cittadina e occupazione nel settore. La città dovette affrontare il grave problema della sicurezza e quello dell’impreparazione del settore ricettivo, proprio come Napoli, che si rilancia oggi in modo parziale e poco strutturale. Con assoluta mancanza di visione prospettica, gli operatori alberghieri pensarono di poter fare tranquillamente fronte all’aumento della domanda nei soli quindici giorni di Giochi, contando anche sulle strutture della Costa Brava. E invece da lì dovettero necessariamente far crescere l’offerta, partecipando alla crescita del PIL, unica grande risorsa cittadina al cospetto dell’avanzata finanziaria di Madrid.
I tre chilometri di lungomare barcellonese che si apprezzano oggi non esistevano, come non esistono a Napoli da quando, nell’Ottocento, è stata cancellata la lunga spiaggia di Chiaja che attirò i viaggiatori del Grand Tour da tutt’Europa. I catalani, con le Olimpiadi, hanno restituito il mare alla città demolendo fatiscenti edifici industriali e realizzando una costa fruibile. La cittadella olimpica fu edificata dove fino ad allora c’erano solo vie ferroviarie e decadenti opifici del XIX secolo. Fu posto fine al completo stato di abbandono del vecchio porto e della montagna di Montjuïc, strutturando un complesso piano di localizzazione di impiantistica sportiva.
Certo, furono fatti anche degli scempi in nome della modernità speculativa, e tanti se ne vedono in giro per la città. Ad esempio, per un porto turistico rilanciato alla grande si paga il prezzo di due orribili torri, la Mapfre e la Arts nel quartiere di Sant Martì, che deturpano la già piatta linea di costa. Ma nel complesso fu l’Olimpiade di Barcellona l’esempio universale di come sfruttare l’evento per migliorare lo spazio urbano.
«Le Olimpiadi hanno aiutato a far entrare il nome di una cittá nell’ideale collettivo universale», affermò Juan Carlos Montiel, direttore generale di Barcelona Regional, l’azienda pubblica creata dopo i Giochi Olimpici per dare continuità al movimento innescato. E oggi la città catalana è quella che in Europa accoglie più turisti in proporzione alla popolazione residente.

Napoli ha oggi pressappoco le stesse problematiche della Barcellona pre-olimpica, ma anche potenzialità decisamente maggiori per patrimonio paesaggistico, culturale e storico. Penso solo alla presenza di uno dei siti archeologici più visitati al mondo, Pompei, servito da una linea ferroviaria da terzo mondo anziché da un collegamento moderno con Napoli.
È per questo che un’ipotesi olimpica sarebbe non peregrina ma opportuna per affrontare criticità irrisolte, dalle infrastrutture alla rigenerante urbanistica del centro, di Bagnoli e di Napoli Est, dalla restituzione del mare a quella dell’immagine internazionale.
Napoli oggi, come Barcellona allora, ha bisogno di un evento davvero globale che consenta immissione di risorse ad investimento controllato. E ha bisogno di una politica locale forte, che spinga quella nazionale a sostenere un vero rilancio di una delle più antiche capitali della cultura europea.
Dalle Universiadi alle Olimpiadi il passo non è breve, certo, ma Napoli deve sapere che può compierlo, perché no?

Universiade Napoli2019, vince solo la Campania

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Angelo Forgione – Tutto pronto per l’edizione numero 30 delle Universiadi nella città della prima università pubblica al mondo.
Niente giri di parole, però: i Giochi olimpici dello sport universitario che stanno per aprirsi a Napoli non sono una scommessa vinta dell’Italia ma esclusivamente della Campania.
La storia della preparazione all’evento è paradigmatica di una certa vicenda politica che è il caso di ricordare a tutti.

Non doveva essere Napoli la sede dei Giochi universitari 2019 bensì Brasilia, la capitale di un enorme stato sudamericano, che nel novembre del 2013 vinse la concorrenza dell’azera Baku e dell’ungherese Budapest. Dopo solo un anno, però, la città brasiliana rinunciò per problemi finanziari, costringendo la Federazione Internazionale Sport Universitari a trovare una nuova sede.
Ci vollero due anni perché si facesse avanti una sola città, Napoli, per raccogliere la rinuncia brasiliana.
La Regione Campania lavorò per ottenere l’investitura che, dopo le opportune verifiche sul posto da parte degli ispettori FISU e l’illustrazione della candidatura alla Presidenza del Consiglio dei ministri, fu ufficializzata a marzo 2016, con soli tre anni di tempo utile per organizzare l’evento e, soprattutto, per rimettere in sesto un disastro impiantistico epocale della Campania.

Le istituzioni locali contavano sull’appoggio del CONI e del Governo, ma capirono che avrebbero dovuto fare da sole quando da Palazzo Chigi avanzarono l’ipotesi di uno slittamento dell’evento. A Roma, fiutate le divergenze tra il governatore campano De Luca e il sindaco De Magistris, nessuno credeva che Napoli ce l’avrebbe fatta e la rottura si completò quando Regione Campania e Comune di Napoli comunicarono di voler tenere ferma la data del 2019. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il leghista Giancarlo Giorgetti, giusto un anno fa, annunciò la decisione di restituire al territorio la gestione dell’evento, cioè di disinteressarsi all’organizzazione.

Oggi sembra un miracolo farsi trovare pronti senza aver fatto miracoli. 270 milioni di fondi pubblici stanziati dalla Regione Campania per la riqualificazione di impianti sportivi sul territorio regionale. Punta di diamante, il restyling del San Paolo, non più lo stadio della vergogna che è stato dal 1990 a qui, ma un impianto abbellito, più accogliente e arricchito di tecnologia moderna, quantunque sempre limitato strutturalmente.

Napoli ha fatto a tempo di record quello che non è riuscito a Brasilia, e quello che Roma non credeva riuscisse. Colta un’occasione unica anche per lasciare un’eredità e per la crescita della cultura sportiva in Campania, a patto che i rinnovati impianti siano curati come non in passato.

Il presidente del CONI Malagò, alla vigilia dell’apertura dei Giochi universitari, è onesto nel dire che «la Regione Campania ha avuto ragione a sostenere con forza e energia queste Universiadi». Idem Giorgetti: «la sfida è stata raccolta e vinta da altri, in particolare dalla Regione Campania».
Perché Napoli ha fatto sostanzialmente da sola, e lo rivendica, anche se concederà al Tricolore d’Italia le luci della ribalta nazionale, quelle della cerimonia d’inaugurazione pronte ad ammantare di bianco, rosso e verde i nuovi spalti orgogliosamente azzurri del San Paolo. Più per protocollo che per deferenza. Noblesse oblige.

SOS lungomare di Napoli

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Angelo Forgione – L’antico molo borbonico sul lungomare di Napoli rischia di collassare. Una testimonianza del passato, sopravvissuta al nuovo lungomare tardo-ottocentesco, che per puro caso non è crollata con la violenta mareggiata dello scorso ottobre. Da allora solo un lembo di pietra lo sostiene “in vita”, ma in otto mesi non è scattato alcun intervento di ripristino.
Al di là del suo valore storico, è anche una questione di interesse turistico, trattandosi di uno scorcio molto suggestivo, scelto dai turisti per fotografare il Castel dell’Ovo sullo sfondo.
La sensazione è che un altro colpo di mare butterebbe giù tutto, e il prossimo autunno non è lontano. Lo stiamo forse aspettando per poi piangere un altro scorcio di Napoli che fu?
Critiche, fatiscenti e pericolose sono anche le condizioni in cui versa da tempo il vicino molo della “colonna spezzata”, pure bisognoso di intervento.

Il lungomare di Napoli, privato della sua spiaggia a fine Ottocento, necessita di una seria riqualificazione che vada oltre la pur positiva pedonalizzazione.
Con Antonio Folle de Il Mattino, sono stato sul posto, ancora una volta, per sollecitare interventi. I finanziamenti pare che ci siano. È ora di operare.

Clicca qui per leggere l’articolo di Antonio Folle per Il Mattino

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La grande storia della cucina di Napoli a Livorno

Per gli amici di Livorno e dintorni, sabato sera arrivo a Villa Sansoni, zona Ardenza, per raccontare la fantastica storia del pomodoro e della cucina napoletana.
Dopo le mie chiacchiere, lo chef Francesco Riverso preparerà una cena napoletana per deliziare i presenti.
E poi, canzoni napoletane della grande tradizione.
Se siete in zona… prenotazione obbligatoria.

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Mughini, si informi!


Angelo Forgione 
Ospite dello speciale “C’era una volta il Sarrismo” (Canale 21) dal lungomare di Napoli, sto commentando la presentazione di Sarri alla Juventus quando Giampiero Mughini, dallo studio di Agnano, decide di entrarmi a gamba tesa, visibilmente irritato dalla lettura del mio scritto di commento alle (ipocrite) parole del nuovo allenatore bianconero. Un passaggio lo ha sconquassato, ovvero quello in cui è scritto “nessuno però ha chiesto a Sarri come si sente ad essere l’allenatore di una squadra che impoverisce il sistema”.

Non sa, Mughini, che la paternità della definizione non è mia ma di Maurizio Sarri in persona, pronunciata in conferenza stampa nel post Fiorentina-Napoli, match dello “scudetto perso in albergo”, riferita all’ininterrotta sequela di tricolori bianconeri che fa male a tutto il calcio italiano.

La ritiene, il disinformato Mughini, una mia «pagliacciata», e allora non vede l’ora di cogliermi in castagna. ‪Netta la sensazione che in passato abbia già letto qualcosa su di lui scritto da me quando chiede a Titti Improta se io sia Angelo Forgione. Riceve conferma e crede di farsi giustizia. ‬Gli andrà molto male.

Il canuto juventino scatta con la solita arroganza a base di urla e sbraiti, tra cui faticosamente gli arriva alle orecchie la mia risposta: «L’ha detto Sarri, non l’ho detto io. Mughini, Lei è disinformato!». E allora il catanese rinnegato la gira sull’opportunità, cioè sulla necessità da parte di Sarri di non ripetere una simile affermazione in casa Juve, che poi è esattamente quello che ho evidenziato ironicamente nel mio post.

Sono tra gente che cena e si volta capendo che sta accadendo qualcosa. Mi preoccupo di non disturbare e cerco di tenere i toni bassi, per quanto possibile, mentre il mio interlocutore, che sento ma non vedo, la butta in caciara. Svantaggiato dalla mancata sincronizzazione audio rispetto a quanto arriva dallo studio, ammonisco Mughini della sua incoerenza, di cui è maestro, ricordandogli che lui è la stessa persona che da una parte ha rimproverato ai napoletani di non tifare per la Juventus in Europa perché non si sentono italiani e dall’altra si è dichiarato uno sfortunato catanese che purtroppo non è nato a Parigi.

Più irritato che mai, colpito al centro, il mancato francese, mi dà del “pagliaccio”, anzi, «pagliaccio che non sa niente», incrociando le braccia in atteggiamento di difesa. Ed è lì che prende il colpo in pieno volto, realizzando che la frase incriminata è di Sarri, non di Forgione.
Risposta: «Non sapevo che Sarri avesse detto una tale cretineria. Non immaginavo possibile che avesse detto una tale cretineria». E chissà se il gran tifoso juventino ha capito che fariseo è l’allenatore che si è messo in casa la sua Juve.
Braccia aperte e la resa: «Le chiedo scusa, Angelo». Mughini in silenzio.

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Sarri al potere, il colpo è gobbo

Angelo Forgione per Vesuvio Live – E venne il gran giorno: Maurizio Sarri ha fatto ingresso a “palazzo”, entrandovi senza ariete, senza sfondare portoni o finestre ma calcando sorridente il tappeto rosso srotolatogli sotto i piedi. Doveva fare il colpo di stato e ora sarà egli stesso lo stato. Rischiò di essere la rivoluzione napoletana del calcio italiano e ora sarà la rivoluzione interna alla Juventus.
Benservito e cordiali saluti di facciata al pluriscudettato Allegri per virare sull’opposta filosofia, proprio quella che aveva provocato una crisi di nervi al licenziato. «Lo spettacolo, al circo», ammonì il defenestrato, ed ecco spuntare proprio il tendone a strisce bianconere, in attesa di capire se spettacolo sarà e se Champions finalmente arriverà.

Sarri al posto di Allegri è un guanto completamente rivoltato, e che lo si rovesci ora, a distanze dal Napoli aumentate, è ammissione implicita di uno scudetto immeritato, quello del 2018, anno di una rivoluzione azzurra riuscita sul campo e sventata fuori.

Ora che Sarri è alla corte di Andrea Agnelli sarebbe inelegante parlarne in termini diversi, quantunque ci abbia già pensato lui stesso a farlo, mostrandosi controfigura di quel che fu sulle pagine di Vanity Fair: «Il “sarrismo” è un modo di giocare a calcio e basta». E basta?

Così il tecnico di Figline Valdarno, nonostante le dediche europee ai napoletani, ne ha preso le distanze e recintato la fecondazione del “sarrismo” a una vicenda del tutto personale, attribuendone la nascita esclusivamente alle sconfitte e agli schiaffi presi, a prescindere dall’ambiente in cui è stata sublimata la sua idea di calcio. Vero è che Sarri si è fatto caparbiamente da sé, ma nessun suffisso era mai stato agganciato al nome di un allenatore italiano, neanche di quelli più vincenti della nostra storia. Se è accaduto con Sarri è perché Sarri, che nulla aveva vinto, ha esaltato il Napoli e Napoli ha esaltato Sarri. “Sarrismo” e “sarristi” sono sbocciati a Napoli, dopo una lunga e impervia gavetta dell’allenatore in giro per l’Italia.

Il fatto è che il mister ha preso le distanze anche dai linguisti della Treccani, che il neologismo l’hanno sdoganato sul loro dizionario di lingua italiana. Non lo avrebbero fatto se l’accezione non fosse ampiamente condivisa da Bolzano a Pantelleria. Lungo lo Stivale, tutti hanno ammirato e lodato la fantastica storia di Sarri a Napoli, quella di un pifferaio che scacciò i topi al suono del suo strumento magico mentre la folla lo portava in trionfo. Là, dove l’estetica concessa anche nella provincia empolese beneficiò dell’afflato partenopeo, del sostegno di un popolo che creò il personaggio. I napoletani gli infilarono i panni del condottiero, e a lui piacquero tantissimo.

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Sarri e le sue idee esistevano prima del loro travaso in quel fecondo bacile che è Napoli, dove fiorì il “sarrismo”, e perciò quelli della Treccani l’hanno sintetizzato per estensione ne “l’interpretazione della personalità di Sarri come espressione sanguigna dell’anima popolare della città di Napoli e del suo tifo“. Tanto vale pure per l’aggettivo “sarrista”, ovvero “chi vede nella figura di Sarri l’espressione sanguigna della passione dei tifosi napoletani”.

Anche se Sarri minimizza il neologismo per non estenderne il significato al mondo al di fuori di sé, il “sarrismo” è nato in quanto sintesi di una personalità calzata alla napoletanità, in quanto filosofia di un genio consacrata da un ambiente a lui congeniale. E i “sarristi” si sono moltiplicati perché esiste la smisurata passione calcistica napoletana, totalmente riflessa nella squadra della città più identitaria d’Italia.

Non Sarri ma la sua emanazione in un luogo preciso ha conquistato un posticino nella terminologia della lingua italiana. Nella Treccani è entrato un sostantivo, non un nome. Vi è entrato Sarri a braccetto con la gente di Napoli, non da solo. È accaduto nel settembre 2018, ad avventura finita, consegnata alla storia del calcio italiano, quando Maurizio era ormai a Londra, e nessun linguista, in questi nove mesi inglesi, è tornato sul significato dei due nuovi lemmi, perché il Sarri-ball londinese non era in antitesi e conflitto con il “sarrismo”. Il Sarri juventino sì, e depaupera automaticamente l’essenza semantica del neologismo, esattamente come ha fatto lo stesso Sarri riducendolo a solo gioco, così privandolo della sua grande forza: l’identità.

Il “sarrismo” puro è legato a una tifoseria omogenea che parla un solo dialetto ed è in cerca di una rivincita sportiva contro il Nord egemone e predone, e non può rifiorire con una tifoseria eterogenea che non ha polis e non è popolo, che non deve ribaltare nulla (in Italia) ma ha solo da mantenere lostatus quo. Il “sarrismo” che fu si annacqua e qui finisce, restando parola svuotata del suo intrinseco significato.

Sarri è pronto anche a spogliarsi della tuta, se dovessero vietargliela a corte, e a passare dal sarto a farsi prendere le misure per un nobile vestito. È il proletario che diventa dirigente. È il sindacalista che passa dalla difesa dei diritti dei lavoratori alla protezione degli interessi degli imprenditori. È l’anima popolare che lascia il posto all’aristocrazia del “palazzo”.

Sbaglia chi pensa che Sarri abbia tradito oggi. L’infedeltà è d’altri tempi, quelli in cui al Napoli era sposato e flirtava con il Chelsea nel bel mezzo del tentativo di golpe. Proclamò l’intenzione legittima di arricchirsi, ma attese l’abbraccio inglese perché in fondo il matrimonio non funzionava più come al principio. Mise il Napoli a bagnomaria, nascondendosi dietro l’amore dei tifosi e usandolo contro De Laurentiis. La voglia di separarsi chiara nelle dichiarazioni all’insegna del “ti lascio perché ti amo troppo“, cavalcando e acuendo il malcontento di parte della tifoseria verso un presidente spazientito che finì per lasciarlo per non rischiare di essere lasciato.

Oggi Sarri si appella alla sua professionalità, e non fa una piega per uno che ha imparato a fare egregiamente il suo lavoro e pure i suoi interessi. Perché mai avrebbe dovuto dire no alla Juventus? Quella è roba forte da veri revolucionari con gli attributi per dire «mai nessuno in Italia dopo il Napoli». Ma qui non si tratta di discutere il professionista quanto la persona, quella cui piacque prendere il comando di un popolo contro il potere d’Italia e ora ha preso il potere con l’alibi dell’umana nostalgia per l’Italia; non riesce più a stare lontano dagli affetti, e se gli si crede non si può pretendere che si autocondanni all’esilio.

È il professionismo ultraflessibile del dorato calcio a tirare strani scherzi al destino e al cuore dei più romantici appassionati. Difficile accettare di trovarsi contro chi ha ammiccato in modo spinto, quantunque credibile, alle lusinghe di una città storicamente mal abituata ad aggrapparsi a capipopolo e comandanti. Difficile digerire di vedere nella trincea nemica chi si schierò per la causa del popolo azzurro, chi evidenziò l’ipocrisia di un mondo del calcio sensibile al razzismo contro i neri e sordo alle violenze verbali contro i napoletani. Chissà come si comporterà quando, dall’altra parte della barricata, si leveranno le più classiche esortazioni al Vesuvio.

Che Sarri fosse un professionista bisognava capirlo quando strizzò l’occhio ad Abramovich. Bisognava capirlo quando fu l’unico ad abbracciare «come un figlio che ti ha fatto incazzare ferocemente per una scelta inaspettata e discutibile» l’inviso Higuain, mentre l’argentino neanche andava a salutare gli ex-compagni negli spogliatoi. Bisognava capire che Sarri era un professionista maniacale quando, concentratissimo su una partita ininfluente, non concesse a Maggio la dovuta passerella d’addio, lasciando che il suo commiato si consumasse mestamente fuori dal campo di gioco, a bocce ferme.

Ora che ha finalmente vinto qualcosa d’importante, Sarri piace ai vertici juventini, ma non a molti tifosi juventini, che hanno intercettato la dedica della vittoria ai tifosi napoletani. L’ex Comandante ha strizzato l’occhio al popolo azzurro persino a Baku, che poi è città gemellata con Napoli. Dal Tirreno al Caspio, l’onda lunga delle parole al miele fino al confine d’Europa, sgradite a chi vuole arrivare fino alla fine della Champions e ha messo nel conto le troppe frasi contro il potere bianconero, a strisce come le maglie che Sarri suggeriva ironicamente di cambiare al Napoli pur di ottenere un qualche rigore. Quel dito medio alzato a chi sputò al torpedone azzurro in arrivo allo Stadium, con tanto di volontà di scendere a menare le mani, se solo avesse potuto farlo. Gli striscioni d’amore azzurro intenso che fecero del Sarri fin qui quel che solo Maradona per sempre sarà.

Non hanno gradito, gli appassionati bianconeri, neanche le distanze prese dal concetto di vittoria ad ogni costo. “Dove pensa di essere questo filosofo del bel gioco?“, si chiedono ora gli adepti dell’avido pragmatismo juventino.

Sarri alla Juventus mette miracolosamente d’accordo tutti, napoletani e juventini con le rispettive delusioni, almeno al principio di questo nuovo matrimonio che impone alla nuova sposa di difenderlo dai nuovi parenti, come fatto con Allegri al principio. Sarri alla Juventus, via Londra, dopo il viaggio diretto di Giuda Higuain, con tutte le reazioni suscitate, è de facto la consacrazione di una rivalità reciproca, non unilaterale, come fa intendere il proverbiale snobbismo di parte bianconera.

«Il tifo è una cosa e la professione un’altra». Lo dice opportunamente Sarri, ora che, da tifoso di Napoli e Fiorentina, visceralmente antijuventino al quadrato, va ad allenare la squadra più detestata. A Napoli gli riuscì naturale coniugare tifo e professione ma a Torino dovrà prodursi in grandi equilibrismi. Pazienza, è la carriera, e lui ha tutto il diritto di scegliersi il posto di lavoro che crede, di arricchirsi sempre più. Dice che i napoletani sanno benissimo quanto amore prova per loro, ma saprà altrettanto bene che l’amore, autentico o no che sia, si fa in due, e che questo finisce evidentemente qui, perché i tifosi fanno tifo, non carriera.

Arrivederci in campo e niente drammi, l’abitudine agli sgarbi e all’imponderabile è fatta. Del resto, in un’Italia che ha visto la Lega Lombarda, poi Lega Nord, ora Lega e basta imporsi al Sud, non c’è da sorprendersi per un golpista che il colpo l’ha fatto davvero, sì, ma gobbo.