200 anni fa l’addio al bistrattato Re Ferdinando

Angelo Forgione – 4 gennaio 1825. Esattamente due secoli fa si spegneva Ferdinando di Borbone, il più longevo dei re italiani. Fu davvero un pessimo sovrano, rozzo donnaiolo perdigiorno e poco incline alle faccende politiche, come la tradizione risorgimentale ce l’ha presentato, o c’è dell’oltre da sapere?

Certo, l’approfondimento dello studio gli mancò, ma fu una scelta del suo precettore, il Principe di San Nicandro, consapevole che il quintogenito di Re Carlo, essendo di gracile costituzione in tenera età, dovesse rimediare a una salute malferma con attività motorie all’aperto. Caccia, Equitazione, Canottaggio e Pesca gli assicurarono un benefico e salutare irrobustimento, e continuò a praticarle anche da adulto. A tal proposito viene a noi una testimonianza firmata da Goethe, testimone diretto a Napoli, che ne descrisse senza pregiudizi la disciplina fisica nella biografia del pittore di corte Jakob Philipp Hackert:

“Fin dalla gioventù il Re era un cacciatore appassionato. Lo avevano educato alla caccia. Nei suoi verdi anni era stato delicato di salute. Fu l’esercizio della caccia a renderlo forte, sano e scattante. Hackert ebbe un giorno l’onore di essere invitato a caccia insieme con lui e con sorpresa vide che, su cento colpi, ne mancava solo uno. Non era solo la caccia, ma anche la vita all’aria aperta che lo manteneva in buona salute. Ciò che il Re ha imparato lo fa bene e con esattezza.
[…] Il Re sapeva remare come il più bravo dei marinai e si arrabbiava molto se i suoi compagni di remo non andavano al giusto ritmo. Tutto quello che sa, lo fa esattamente e se vuole apprendere qualcosa, non si dà pace fino a quando non l’ha imparato. […]”

Carente di istruzione, vero, ma a Ferdinando non fecero affatto difetto l’intuito per ingrandire la dimensione culturale di Napoli e la volontà di accrescerla artisticamente.

Gli incoraggiamenti all’arte concessi dal “Re lazzarone” furono enormi, e incontrarono convinti elogi nei vari territori italiani, tra cui quello del letterato lombardo Carlo Castone della Torre di Rezzonico, che in una corrispondenza di fine Settecento commentò la realizzazione della scultura Adone e Venere di Antonio Canova per il marchese napoletano Francesco Berio, per la quale Ferdinando concesse l’esenzione del dazio doganale per l’importazione dell’opera dallo Stato Pontificio:

“[…] non vi sarà discaro […] il sapere in qual pregio tengasi dall’illuminato governo un’opera sì bella, e quali facilità si concedano, e laudi, ed incoraggiamento a facoltosi personaggi, che con illustri monumenti cospirano a volgere quella deliziosissima capitale in un’Atene novella, avvegnacchè per quelli dell’antichità possa di già entrare in contesa coll’istessa Roma.”

Ferdinando esentò la ricca committenza privata napolitana dai dazi doganali affinché potessero lavorare a Napoli gli artisti residenti oltreconfine e arricchissero i nobili palazzi napoletani con importanti opere d’arte, proprio a partire da quelle di Canova, che lavorò anche per lo stesso sovrano e lo ritrasse in un’enorme statua per accogliere i visitatori del Real Museo, oggi il più importante archeologico d’Occidente e il primo realizzato nell’Europa continentale, voluto proprio dallo stesso Re nel secondo Settecento. Ma come? Un museo così importante voluto da uno zotico sovrano? Sì, lo zotico sovrano fu artefice dell’atto culturale più significativo del secondo Settecento facendo allestire proprio un museo in cui fece raggruppare tutti i tesori di famiglia, partendo dai preziosi reperti vesuviani, ai quali tolse la proprietà privata per donarli a Napoli e a tutti i suoi visitatori.
In quel museo vi fece trasferire anche le preziosità scultoree dei Farnese, ereditate dalla nonna Elisabetta insieme a quelle pittoriche e oggettistiche già raccolte a Capodimonte dal padre, Carlo di Borbone, prelevando le imponenti statue da Roma per farle giungere via Tevere e mare fino a Napoli, amplificando enormemente il richiamo della sua capitale e riconoscendole un insuperabile patrimonio classico, accresciuto negli anni. Chissà oggi dove sarebbe tutta quella ricchezza se egli non fosse stato così lungimirante come il padre.

Antonio Canova lo rappresentò proprio nelle vesti di Minerva, protettrice delle arti con l’elmo della saggezza in capo: allegoria in onore di un sovrano che, raggruppando le collezioni di Antichità, aveva lanciato l’immagine neoclassica di Napoli greco-romana, nuova Atene ma anche nuova Roma, veicolando il messaggio borbonico di protezione delle arti e della tutela dell’antico in una cornice, quale quella del prestigioso museo, che rappresentava il contributo decisivo di Napoli e dei Borbone, Carlo e Ferdinando, per la formazione della cultura classica in Europa e oltre. L’uno aveva stimolato l’archeologia e l’altro stimolava la raccolta artistica, assicurando gran prestigio internazionale a Napoli. Al padre, ben più magnificato del figlio, il merito enorme dei musei a cielo aperto, le città antiche riportate alla luce. Al figlio, quello di assegnare ai napoletani le collezioni di famiglia e di creare un museo che è ancora oggi il massimo riferimento culturale dell’antica capitale, l’esposizione di arte classica più bella e importante del mondo occidentale.

Da quel che si legge qua e là, parrebbe che il celebratissimo Carlo fosse ben più istruito del figlio, ma in realtà non lo fu affatto, ed era anche molto più superstizioso e bigotto di Ferdinando, che, pur essendo cattolico, superò le paure del tempo circa le prime immunizzazioni contro il terribile vaiolo, (altro che Covid!), fregandosene degli iniziali anatemi della Chiesa e dei rimproveri dello stesso cattolicissimo padre quando decise di sottoporre se stesso e la sua famiglia a un pioneristico e rischioso esperimento, la variolizzazione, al quale, dopo qualche anno, fece seguire l’avvio della prima vaccinazione di massa in Italia, resa obbligatoria per i bambini.

Il diplomatico milanese Giuseppe Gorani scrisse a fine Settecento nelle sue memorie così:

“Non solo Carlo III di Spagna non è più istruito del re di Napoli (Ferdinando), pur avendo ricevuta un’educazione meno cattiva, ma lo supera nei pregiudizi, e si rende ridicolo pretendendo d’essere sapiente”.

Carlo, nato altrove, si affezionò a Napoli profondamente, ma Ferdinando, napoletano di nascita e di spirito, ne fu anche più innamorato. Perciò non cancellò nulla di ciò che creò, neanche quando arrivarono gli invasori francesi, a differenza del padre, che non esitò a far distruggere la Real Fabbrica di Capodimonte prima di andarsene a Madrid per impedire proprio all’erede al trono partenopeo di proseguire le pregiate produzioni di porcellana, per poi scoprire che questi le aveva rimesse in piedi. Era lo stesso Carlo che aveva fatto sterminare i gatti di Procida, per impedire loro di attentare alla vita dei fagiani della riserva di caccia isolana, salvo poi dover fare marcia indietro di fronte alla rivolta dei procidani per la conseguente proliferazione di topi.

Ferdinando incentivò l’artigianato di qualità, a partire da quello serico di San Leucio, e fu inoltre vero stimolatore di una rivoluzione agricola di cui beneficiamo tutti noi oggi, tra produzione di pasta di grano duro, coltivazione di pomodoro lungo, lavorazione della mozzarella di bufala, protezione della vitivinicoltura e tanto altro ancora; e se le abitudini alimentari napoletane sono così peculiari e “nazionali” è perché egli fece da congiunzione tra quelle del popolo e dell’aristocrazia del suo tempo.

La verità è che Ferdinando fu decisivo quanto Carlo per la crescita del prestigio di Napoli e per la formazione della cultura classica in Europa e oltre. E se lo si racconta come non si fa per il padre è perché paga nella reputazione le teste fatte tagliare dopo la repressione della Repubblica partenopea del 1799. Avrebbe voluto concedere patti onorevoli di resa ed essere più clemente di quanto non fu la consorte Maria Carolina, assetata di vendetta nei confronti dei traditori che aveva portato a corte per il progresso civile di Napoli, pure rabbiosa per la sorte della carissima sorella Maria Antonietta, decapitata a Parigi. Fu la Regina a consentire all’ammiraglio inglese Horatio Nelson, inviato dal governo di Londra a salvaguardare gli interessi britannici in Sicilia, di decidere la sorte dei prigionieri in cambio di protezione del trono borbonico.

Dopo il tumultuoso periodo francese, a cavallo tra la Rivoluzione e gli sconvolgimenti napoleonici, l’ormai anziano Ferdinando rientrò a Napoli dall’esilio palermitano. Privo di risentimento, pensò solo a vivere l’ultima stagione della sua vita in serenità, finalmente nella sua città, libero dal peso della presenza di una consorte autoritaria e rasserenato da una nuova compagna docile e affettuosa, Lucia Migliaccio Contessa di Floridia, con la quale si rifugiò sulla collina del Vomero, in un’ovattata villa ad ella dedicata.
Prossimo alle 74 primavere e dopo 65 difficili anni di regno, si spense, non prima di aver fatto approntare la nuova piazza reale di Napoli e, in soli otto mesi, la ricostruzione della sala del Real Teatro San Carlo, assai più bella di quella fatta realizzare dal padre ottanta anni prima. Stendhal, milanese di adozione, la giudicò assai più bella della Scala, grazie alla volontà e alla determinazione di Ferdinando:

“La prima impressione è d’esser piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. […] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. […] Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al Re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare. […] Io stesso, quando penso alla meschinità e alla pudica povertà delle repubbliche che ho visitato, mi ritrovo completamente monarchico. […]”

Storiograficamente, Ferdinando non paga solo il sangue del 1799 ma anche la propensione al diletto e al dialetto, il fatto che fosse napoletano. Non era piemontese come Vittorio Emanuele II, vero zotico senza alcuna sensibilità artistica ma di esclusiva cultura militare sabauda, vero sovrano volgare e rozzo donnaiolo della prima Italia unita, i cui uomini fecero occultare la preziosa scultura di Canova sullo scalone del Museo Archeologico di Napoli. Tornò al suo posto solo nel 1997, per volontà di un impavido sovrintendente ai beni archeologici, Stefano De Caro, deciso a rendere giustizia tanto all’artista più celebrato tra fine Settecento e primo Ottocento, che a Napoli scoprì la devozione per l’Antico, quanto all’artefice iniziale del più grande e più importante contenitore di arte classica d’Occidente. E lo chiamano ancora “lazzarone”.

Il Caravaggio a Napoli

Angelo ForgioneMilano, Roma, Napoli, e poi ancora Malta e la Sicilia. Questo il percorso di Michelangelo Merisi di Caravaggio, diverso in ogni luogo in cui si è espresso artisticamente. Il Caravaggio napoletano è senza dubbio il più impattante, diverso da quello romano e totalmente distante da quello milanese. Nella sua evoluzione influirono certamente i suoi turbamenti personali ma anche, e sensibilmente, l’ambiente partenopeo, che non fu solo foriero di ripetuti incharichi e commesse. Nel documentario “Le Caravage à Naples”, prodotto da prodotto da ARTE, importante canale culturale franco-tedesco a vocazione europea, ho raccontato l’influenza che la città partenopea esercitò sul Merisi, che visse inizialmente nei “quartieri spagnoli” e osservò quotidianamente la già complessa umanità dei vicoli, per poi essere ospitato nel panoramico Palazzo Cellammare, la residenza nobiliare a Chiaja della famiglia Carafa-Colonna. Tormentato dalla condanna papale per l’omicidio commesso a Roma, portò nei suoi quadri l’umanità complessa, le particolarità somatiche e la profonda fede del popolo partenopeo, sostituendo un certo realismo descrittivo con un più deciso pathos esistenziale dei corpi e un drammatico uso di luci e ombre con cui cavò letteralmente le figure dall’oscurità. Basta vedere Le Sette Opere di Misericordia per capire che la scena si svolge in un vicolo di Napoli, un crocicchio dei “quartieri”.

Per approfondimenti: Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017)

Per vedere il documentario “Le Caravage à Naples” completo, clicca qui.

Tributo a Maradona

Un mio ritratto a matita in grafite di D10S. È il Maradona cittì dell’Argentina, con lo sguardo fiero del leader. Anno 2010, alla soglia dei 50 anni, disintossicato, non l’uomo accompagnato dal mostro, della droga prima e dell’alcol poi. Ho scelto di ritrarre un Diego in buona salute, come lo vorremmo oggi.

La statua di D10S

Angelo Forgione – Prende vita il modello della prima statua di Maradona post mortem, e a dargliela è Domenico Sepe, scultore di quelli bravi davvero. Spontanea ispirazione dal giorno della scomparsa, scintilla emotiva che ha innescato una fiamma di faticosa creazione tuttora ardente per donare al popolo che ha osannato il Campione un monumento che lo immortala all’acme del suo estro. Tutto cuore, niente affari, e dopo solo una decina di giorni è già perfettamente riconoscibile la figura del fuoriclasse giovane, aitante, frutto di un lirismo chiaro e di un’attenzione maniacale ai rilievi del volto, crisol de razas, e del resto del corpo.
Un modello che ho visto venir fuori dai disegni e poi dall’argilla, consigliando per quanto possibile Domenico sul dinamismo e sui dettagli di quel Diego che fu, idolo e supereroe nostro, di tutti i napoletani e gli argentini di quel tempo e di sempre. Una creazione di cui l’autore ha voluto rendermi partecipe dal principio – mio onore – in nome della nostra amicizia sincera nata dal comune orgoglio e amore per la cultura di Napoli, per le sue radici greche, per il classicismo e il neoclassicismo al quale si ispira la figura di questo atletico Maradona, che è mitizzazione della divinità pagana del pallone e riproposizione delle mitologiche sculture di Atene antica. Sì, visto da vicino, questo argentino in corsa, sia pur non finito, è già profondamente greco, e quindi napoletanissimo, e non risulterebbe blasfemo neanche tra l’Ercole Farnese e il Supplizio di Dirce, quantunque non sarà di marmo ma di più duraturo bronzo, inscalfibile e immortale come D10S comanda.

Domenico Sepe fecit 2020

L’arte del pizzaiuolo napoletano

pizzaiuoloAngelo Forgione – L’Arte tradizionale del pizzaiuolo napoletano” è riconosciuta come parte del patrimonio culturale dell’umanità, identificata come espressione di una cultura che si manifesta in modo unico, perché la manualità del “pizzajuolo”, cioè il mestierante della pizza nelle strade della Napoli del Settecento, non ha eguali e fa sì che questa produzione alimentare possa essere percepita come marchio di napoletanità, ma anche italianità, nel mondo.
Del resto, nella parola “pizzaiuoli” vi è una “u” in più a differenziare i napoletani dagli altri; u come unicità, u come universalità. I “pizzajuoli” venivano dal popolo, e il popolo sfamavano. Loro per primi hanno messo mano al pomodoro delle Americhe, unendolo al frumento della Mesopotamia, all’olio della Grecia, alla bufala e al basilico delle Indie; hanno messo insieme il mondo e hanno modellato la pizza mediterranea, che per circa tremila anni era rimasta bianca. È a Napoli che è nata come cibo di strada, ed è da Napoli che è divenuta ciò che è dappertutto, filante e meravigliosamente rossa.

Bruciore profondo

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Angelo Forgione – Brucia Notre Dame. Un inferno doloroso, riconducibile alle cronache europee del 12 febbraio 1816, la notte in cui, ad addolorare il Continente fu il disastroso incendio del Real Teatro di San Carlo a Napoli, il tempio del melodramma, che da circa ottant’anni era il riferimento internazionale della grande passione del tempo, l’Opera.
In meno di due ore la sala interna andò completamente perduta. Le fiamme erano scaturite da qualche lucerna e si erano velocemente propagate sulle ali del vento di una serata illuminata dalla luna. Crepitii e grida dei presenti, travi di legno incandescenti e pendenti, crolli di muri, fumo e fiamme visibili da ogni punto della città. L’intervento tempestivo dei “travagliatori” e dei soldati borbonici riuscì a evitare che le fiamme si propagassero alla magnifica facciata neoclassica, rifatta solo qualche anno prima dall’architetto Antonio Niccolini. Senza né televisione né radio, con lentezza giunse all’estero la notizia attraverso la diffusione delle tristi cronache provenienti dalla capitale continentale della Musica. Quello che oggi fanno gli obiettivi fotografici e televisivi lo fecero gli artisti che si affrettarono a immortalare il tragico evento con tele, pennelli e tavolozze. Senza Salvatore Fergola e Luigi Gentile nessuno avrebbe potuto “vedere” quelle scene.

Sull’Europa di Napoleone era da poco calato il sipario e la Restaurazione sancita dal Congresso di Vienna aveva recentemente riportato Ferdinando di Borbone sul trono di Napoli. Ecco perché il popolo napoletano, in preda allo sconforto, accusò i giacobini di essersi vendicati colpendo il simbolo internazionale della città, un po’ come oggi si accusano i jihadisti per il rogo del simbolo cattolico di Parigi. Qualcuno sospettò di Domenico Barbaja, l’impresario del Real Teatro sopravvissuto al cambio di potere, pure proprietario dell’impresa edile che aveva rifatto la facciata.

Ferdinando di Borbone, a soli nove giorni dal rogo, formò una commissione composta da cinque importanti nobili, incaricati di sovrintendere, senza badare a spese, alla rinascita del tempio europeo dell’Opera, affinché superasse in bellezza se stesso e ogni teatro del mondo, anche il più giovane Teatro alla Scala di Milano. Per meriti acquisiti con i lavori per la facciata, il progetto e l’appalto dei lavori furono aggiudicati ancora a Niccolini e Barbaja.

In soli otto mesi il miracolo fu compiuto. Andò a verificarlo di persona Stendhal la sera dell’inaugurazione, il 12 gennaio 1817, quando in scena fu portato Il sogno di Partenope di Giovanni Simone Mayr, melodramma allegorico composto espressamente per l’occasione, perché quel giorno fu davvero sognato da tutta Napoli. Alla vista dello scrittore si mostrò una straordinaria sala, completamente diversa da quella andata in fiamme: dal Barocco ormai démodé della precedente sala di Antonio Medrano al Neoclassico in voga di Antonio Niccolini. I suoi occhi, esperti di teatri francesi e italiani, rimasero sbarrati all’esperienza del ricostruito teatro:

“La prima impressione è d’esser piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. […] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. […] Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al Re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare; e Napoli è ubriaca di patriottismo. Chi volesse farsi lapidare, non avrebbe che da trovarvi un difetto. Appena parlate di Ferdinando: ha ricostruito il San Carlo, vi dicono, tanto semplice è l’arte di farsi amare dal popolo. Io stesso, quando penso alla meschinità e alla pudica povertà delle repubbliche che ho visitato, mi ritrovo completamente monarchico. […] Il raso azzurro, i fregi in oro, gli specchi sono distribuiti con un gusto di cui non ho visto l’eguale in nessun’altra parte d’Italia.”

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Grazie alla trasformazione stilistica, l’incendio del San Carlo non lasciò alcun rimpianto e segnò la mutazione classicheggiante del gusto architettonico occidentale che, partendo proprio da Napoli con gli scavi vesuviani, accompagnò le trasformazioni stilistiche tra Sette e Ottocento.
Se non vi fu rimpianto, anzi, se l’incendio fu occasione per fare del San Carlo un tempio ancor più bello è perché quello era un mondo in cui l’arte e la cultura in generale erano ancora in evoluzione. Al bello del Barocco superato fu possibile sostituire il bello del Neoclassico alla moda.

L’estetica costruttiva è finita con l’affermazione della società industriale ed è divenuta un nostalgico ricordo dopo la guerra, quando l’Europa, per ripudiare il Nazifascismo, ha optato delittuosamente e opportunisticamente per la semplice costruzione selvaggia, senza architettura e priva di ricerca stilistica del bello.
L’ultimo capolavoro per l’Umanità è la Sagrada Familia di Barcellona, ancora in lenta costruzione sui progetti ottocenteschi di Antonio Gaudì, l’ultimo architetto capace di rivisitare modernisticamente il passato e di lasciare una vera Eredità artistica al futuro.

Ecco perché il rogo di Notre Dame è evento drammatico. Quando brucia un capolavoro così antico, testimonianza di un passato e di una stratificazione d’arte irripetibile, brucia un pezzo di storia dell’umanità. Brucia il nostro miglior percorso fin qui. Brucia qualcosa che appartiene a tutti, non solo alla città che quel capolavoro rappresenta simbolicamente.
Se dopo le barbare devastazioni della guerra, nell’era industriale, è nata l’Unesco è perché ci siamo resi conto che il passato culturale andava necessariamente assicurato al futuro. Non possiamo permetterci di perdere nulla di così significativo perché non siamo più in grado di creare nulla di davvero significativo. E questo deve farci capire il valore umanitario di quel vituperato evo che ci ha dato Notre Dame e quel che questo tempo non riesce a stimolare. Guardino il cuore di Parigi in fiamme e riflettano sul moto emotivo collettivo tutti coloro che a sproposito usano la parola “medioevo”.
Brucia la vera Europa, quella dei popoli, che soffrono compatti per un capolavoro universale in fiamme, non quella della tecnocrazia e delle banche.

Curiamo gli Incurabili

Lanciamo l’hashtag #CuriamoGliIncurabili con un video di sensibilizzazione.

Perché il complesso degli Incurabili crolla per cedimento strutturale causato da abusivismo sottostante (un’autorimessa), e ha bisogno di cure.
Oltre alle testimonianze artistiche nella chiesa di Santa Maria del Popolo, vanno messi al sicuro i preziosi manufatti conservati nella settecentesca farmacia. Nella scaffalatura in noce, 427 vasi in maiolica con le stesse cromie del pavimento, tutto realizzato dai fratelli Giuseppe e Donato Massa, i più grandi “maestri riggiolari” napoletani, gli artefici del bellissimo Chiostro delle Clarisse di Santa Chiara, chiamati a ripetersi per l’antica spezieria, che doveva essere bella, bellissima, per rappresentare il prestigio di un antico ospedale di eccellenza nell’Europa del Settecento.
Nessuna ricostruzione o assemblaggio museale. Si tratta di un luogo rimasto identico a come è nato, sopravvissuto integro, così come fu pensato.
Bisogna dunque salvare una delle più importanti testimonianze del tardo-barocco di Napoli (insieme alla Cappella San Severo), e preservarne la continuità storica nella Napoli del futuro. I napoletani restino vigili!

video per condivisione facebook: www.facebook.com/AngeloForgioneOfficial/videos/2261564037437927

 

Macron: «Napoli è l’Italia a me cara»

Angelo Forgione – A rivelare l’amore del discusso Emmanuel Macron per Napoli ci aveva già pensato qualche tempo fa Caterina Avanza, una bresciana nello staff del presidente francese. «Per lui, Napoli è la città più bella del mondo», disse qualche tempo fa l’unica italiana al servizio del leader transalpino. «Ama Napoli, è stato lì a Natale del 2015. Mi ha confidato di avere una passione forte per quella città, per i suoi musei eccezionali, ed era davvero convinto di quanto mi raccontava».
Parole confermate a Fabio Fazio dal diretto interessato, folgorato dal teatro di Eduardo, dalle scritture del mio amico Jean-Noël Schifano e dalle storiche parole di Stendhal sulla bellezza di Napoli. E dire che il gran francese di Grenoble disse ciò da grande innamorato di Milano, di cui si sentiva cittadino, tanto da farlo scrivere suo sepolcro al cimitero parigino di Montmartre.
E mi viene in mente anche Gerard Depardieu, per il quale «L’Italia inizia a Napoli».
L’amore dei francesi per l’intellettualità di Napoli è forte, e spiega anche il motivo per cui i turisti transalpini scelgono di sostarvi più di altri, mentre i tedeschi preferiscono le isole e gli inglesi la costiera sorrentina.

7 dicembre, apertura del Meeting D’Arte Internazionale Biennale di Napoli

Venerdì 7 dicembre, presso il Centro di Cultura Domus Ars di Napoli, in via Santa Chiara 10, prende il via il “Meeting D’Arte Internazionale Biennale di Napoli” che durerà sino al 17 dicembre. La manifestazione nasce dall’esigenza di valorizzare la Campania, da sempre fucina di talenti che unisce tradizione e innovazione in tutte le arti. Da Parthenope a Neapolis la città vanta eccellenze e primati unici al mondo. Un’occasione per evidenziare la creatività, la bravura, la dedizione, la tenacia dei giovani figli della nostra terra. E non solo.

Prenderanno parte al dibattito d’apertura, programmato per le ore 11:
Giuseppe Gaeta, direttore Accademia Belle Arti di Napoli;
Ferdinando Sorrentino, curatore e organizzatore dell’evento;
Domenico Sepe, Maestro d’Arte e direttore artistico dell’evento;
Giovanni Conzo, procuratore aggiunto della Repubblica di Benevento;
Luigi Sorrentino, presidente Gruppo Archeologi Terre di Palma Campania;
Federica Colucci, magistrato del Tribunale di Napoli.

Ospiti invitati al dibattito saranno:
Gaetano Daniele, assessore alla Cultura e Turismo del Comune di Napoli;
Ferdinando Ceraso, avvocato del foro di Napoli;
Domenico Ciruzzi, presidente Fondazione Premio Napoli;
Gianfranco Gallo scrittore e critico;
Jean Noel Schifano, attore e drammaturgo;
Luca Signorini, primo violoncello del Teatro San Carlo;
Angelo Forgione, scrittore e giornalista;
Francesco Tranfaglia, presidente Associazione Carabinieri Sez. Salvo D’Acquisto;
Virginia Ciaravolo, presidente Associazione Mai Più Violenza Infinita;
Mario Di Costanzo, Formazione Socio/Politica Diocesi di Napoli.
Modera la giornalista Pina Stendardo.

Quattro intermezzi musicali del Maestro Angelo Mosca, accompagnato dalla voce di Carla Maria De Michele, scandiranno i tempi della conferenza.

Nel pomeriggio, ore 17, incontro con gli scrittori Angelo Forgione, Leandro Del Gaudio e Mariella Gargotta, con presentazione dei rispettivi libri.

PROGRAMMA
Mattina
ore 10,30: Vernissage
ore 11 – 13: Dibattito
Pomeriggio
ore 17: Incontro con gli autori
Angelo Forgione, scrittore e opinionista
Leandro Del Gaudio, scrittore e giornalista del Mattino
Mariella Gargotta, scrittrice e docente del Liceo Artistico di Napoli

Dal 7 al 17 di dicembre sarà possibile visitare la “Mostra di arti visive” dei Maesti d’Arte: Domenico Sepe, Michelangelo della Morte, Raffaele Sanmarco, Salvatore Russo, Alfredo Troise, e di altri importanti artisti del panorama nazionale e internazionale, unitamente alle opere di 90 studenti del Liceo Artistico Statale SS. Apostoli di Napoli che si metteranno in gioco con tecniche ed opere artistiche.

L’evento è curato dal dott. Ferdinando Sorrentino con direzione artistica del Maestro d’Arte Domenico Sepe.
La manifestazione è contro ogni tipo di organizzazione criminale.

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Pizza e Mandolino, da stereotipo ad archetipo del buon vivere

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Angelo Forgione – Stereotipi e luoghi comuni li avverso da sempre. E mi ha sempre dato fastidio l’etichetta “pizza e mandolino”, perché siamo tanto altro… il Rinascimento, l’Illuminismo e tutto ciò che abbiamo offerto al mondo… e tutto è stato eclissato dietro un’accezione umiliante che si è data a due simboli di Napoli che sono stati svuotati dei loro messaggi e resi immagine stereotipata dell’Italia nel mondo.
Il cibo e la musica di Napoli sono parte di una cultura immensa e sommersa, ma in fase di riscoperta. Sono strumento di studio per capire la storia. Sono aspetti di un’identità che trascende la geografia e il linguaggio, e perciò divenuti universali senza che però se ne conoscano davvero i significati che si portano appresso.
Altro che stereotipo, pizza e mandolino sono prima di ogni cosa archetipo napoletano del buon vivere, e in un mondo che smarrisce il vero piacere di vivere meritano di essere disincagliati dallo sterotipo imposto, insieme a tutto il resto dell’eccellenza napoletana.
Ne parliamo lunedì 4 giugno, alle ore 18, nell’Area Ospitalità del Pizza Village (ingresso libero), sullo splendido lungomare di Napoli, tra una mandolinata e l’altra. Un convegno a più voci da me moderato, per celebrare l’Arte del Pizzaiuolo Napoletano patrimonio dell’Umanità UNESCO e per aprire un dibattito concreto su quel che c’è da fare per tirare fuori la napoletanità dal cono d’ombra della banalizzazione.