Angelo Forgione –
“Mafia de’ noantri”, “Mafia romana”, “Mafia capitale”… Chiamiamola pure come ci pare. È solo una questione di nome. Il fatto è che la nuova questione romana si annusava da decenni e non stupisce. La maestà del “cupolone“, nello specifico, è qualcosa che il capo-procura di Roma definisce «originario e originale, autoctono, con caratteri suoi propri rispetto alle altre organizzazioni mafiose cui è anche collegato». È una “Quarta Mafia” forse meno potente, sul piano militare, di quelle tradizionali perché poggia maggiormente su coperture politiche, e perciò più lacerante e invasiva, temuta e corteggiata, con grandi capacità di includere e condividere.
Scorretto però puntare il dito sulla sola Roma. Dove vi è politica vi è corruzione italiana, e se Roma, centro nevralgico del sistema nazionale, non poteva restarne immune lo stesso vale per ogni parte del Paese, zona più e zona meno. Le bande del MoSE e dell’Expo insegnano che certe organizzazioni hanno molteplici facce e diverse latitudini, ed è importante anche il loro contributo al non formidabile primato raggiunto quest’anno dal Belpaese: L’Italia è prima per corruzione tra i paesi dell’Ue. Il dato è fresco di notifica, consegnata da Transparency International, l’organizzazione internazionale non governativa che si occupa di stilare annualmente una classifica della corruzione percepita, il Corruption Perception Index, sulla scorta delle valutazioni degli osservatori internazionali sul livello di corruzione di 175 paesi del mondo. L’indice 2014 vede l’Italia al posto 69, fanalino di coda per trasparenza tra i paesi membri dell’Unione Europea. È la stessa posizione della classifica 2013, pressoché identica anche ai risultati degli anni precedenti, a testimonianza di una poco invidiabile stabilità conseguita in argomento, e per giunta le uniche europee che la precedevano, Bulgaria e Grecia, l’hanno appaiata, migliorando la loro posizione. Sullo scenario mondiale, in una scala da zero (massima corruzione) a 100 (corruzione assente), l’Italia fa segnare 43 punti e si colloca tra le nazioni che non raggiungono la sufficienza in trasparenza.
Ci si affretta a parlare di “meridionalizzazione”, riprendendo l’ormai antica identificazione scorretta del solo Sud con la parola «corruzione». La storia recente ha detto invece che la “Tangentopoli” di “Mani Pulite” degli anni Novanta è nata nella Milano di Bettino Craxi, da inchieste sugli amministratori del capoluogo lombardo, preludio ai crac emiliani di Parmalat e Bipop Carire e alle più recenti e note vicende. «La corruzione non è confinata solo al Sud-Italia ma sempre più nazionale», disse il mezzobusto che conduceva il TG1 Economia del 29 settembre per lanciare un servizio sulla corruzione italiana. In quel servizio (guarda) il presidente della Corte dei Conti Raffaele Squitieri precisava che «sostenere che il Sud sia il luogo dove la corruzione è maggiore è assolutamente falso».
L’impostazione conserva un certo retaggio storico della Nazione. Sembra che sia stato il Mezzogiorno a infettare il resto d’Italia, ma chi conosce la storia della corruzione in Italia sa bene che il teorema è facilmente sovvertibile, perché fu il governo del Regno d’Italia a delegare i politici meridionali a sostenere rapporti con le mafie per ricorrervi in occasione di tornate elettorali, mentre da Roma in su si verificava un’incredibile esplosione di scandali e fallimenti bancari che scandivano lo sviluppo politico post-unitario.
Da allora, nella capitale non è cambiato molto, ma poco è cambiato pure a nord e a sud del cupolone. Oggi il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ci racconta che Roma non è marcia, e che va punito chi ha rubato senza criminalizzare la città, forse allontanando l’ipotesi dello scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazione mafiosa. Atto che in un altra città sarebbe già scattato automaticamente, ma che per la capitale prefigura un gravissimo danno per la sua immagine all’estero, e per quella dell’Italia tutta. È la stessa dinamica dell’abolizione della chiusura degli stadi per discriminazione territoriale, sanzione cancellata per evitare ulteriori figuracce mondiali dopo lo scivolone estivo sulla buccia di banana del candidato presidente della FIGC Carlo Tavecchio, poi eletto. Alfano ridimensiona il fenomeno della corruzione romana e usa parole diverse rispetto a quelle che normalmente si adoperano per definire Napoli, Palermo, Reggio Calabria e tutte le città del Sud in cui il mondo imprenditoriale che conta non investe più per evidente massacro mediatico, vera metastasi del meridione. Da Roma in su invece sembra esserci sempre una cura per eliminare il tumore senza lasciare tracce dell’infezione. Il fatto è che, proprio come sui Rom e sui profughi che fruttano più della droga, anche sui meridionali – che non producono e comprano merci del Nord – poggiano i privilegi della ricchezza prodotta, e chi la detiene non intende perderla.
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Quando gli Squallor cantarono l’Africa italiana
Angelo Forgione –
Era il 28 gennaio 1985 quando fu registrato il brano We are the World, scritto da Michael Jackson e Lionel Richie; fu prodotto da Quincy Jones e inciso a scopo benefico da USA for Africa, un supergruppo di celebrità della musica pop, riunitesi secondo l’esempio della Band Aid di Do They Know It’s Christmas?. I circa 50 milioni di dollari raccolti con We Are the World, su idea di Harry Belafonte, furono devoluti alla popolazione dell’Etiopia, afflitta in quel periodo da una disastrosa carestia. Il brano uscì il 7 marzo dello stesso anno e fu un successo planetario. Vinse infatti il Grammy Award come “canzone dell’anno”, come “disco dell’anno”, e come “miglior performance di un duo o gruppo vocale pop”. Solo negli Stati Uniti ne furono vendute 7,5 milioni di copie.
In Italia, scimmiottando le ipocrisie e i luoghi comuni che il gran successone americano conteneva, fu incisa una parodia dai demenziali Squallor, intitolata Usa for Italy. Il gruppo abbandonò per un momento i suoi tipici testi “coloriti” e scrisse un brano che, diversamente dagli altri ricchi di turpiloqui, poté essere sdoganato dalle radio nazionali. Non a caso, l’album Tocca l’albicocca che conteneva Usa for Italy si rivelò il maggior successo commerciale della band.
Gli Squallor, trent’anni fa, non persero l’occasione data dal filone americano di denunciare a modo loro le povertà locali e composero una geniale denuncia delle due Italie, dove una delle due era associata metaforicamente all’Africa. Qualcuno pure non si rese conto che dietro la parola Italia si nascondeva il Mezzogiorno, nonostante il testo fosse estremamente chiaro: “Caro Michael Jackson, tu che mandi i soldi in Africa (…), ricordati di noi che stiamo a Napoli e un disco faccelo anche per noi. E poi, mandaci i danari. E se tu vuoi, mandali anche a Bari… e a tutti i meridionali for Italy. (…) E in riva al mar, dollari in contanti perché l’Africa canti for Italy.”
Napoletani e londinesi, differenti per clima e… bevande
Limonata e cognac per spiegare come Napoli fosse meno pericolosa di Londra
Angelo Forgione – Quando Johann Wolfgang Goethe giunse a Napoli, nel 1787, non era impreparato. Ricordava le belle parole che il padre, dopo averla visitata, aveva sempre usato per descriverla, racchiuse in una definizione che lui stesso immortalò su carta:
“[…] mio padre non riuscì mai ad essere del tutto infelice, perché il suo pensiero tornava sempre a Napoli”.
Da buon viaggiatore, il drammaturgo tedesco, prima di partire alla volta dell’Italia, aveva letto il volume Notizie storico-critiche d’Italia dell’amico Johann Jacob Volkmann, in cui, nel capitolo Napoli e i suoi dintorni, era scritto che per le strade della città c’erano dai trenta ai quarantamila oziosi. Goethe volle verificare di persona prima di scrivere le sue memorie e si mischiò tra la gente, sperimentando con curiosità la realtà napoletana, in cui individuò evidenti differenze col mondo nordico ma attribuendole a motivi climatici e sociali. Solo dopo aver osservato coi propri occhi la Napoli capitale negò l’esistenza di un atteggiamento refrattario al lavoro, ed entrò in polemica con Volkmann.
Per Goethe, i napoletani erano semplicemente diversi dai tedeschi di Prussia ma non per questo da considerare peggiori. Era la diversa piattaforma sociale a far apparire il popolo partenopeo una massa di mendicanti per vocazione. Apprezzata invece la possibilità di godersi la vita, vero motivo per cui coloro che erano impossibilitati a farlo – i più laboriosi nordici – consideravano inoperosi quelli che non lavoravano tutto il giorno. Il 28 maggio 1787 scrisse:
“[…] Non tardai a sospettare che il ritenere fannullone chiunque non s’ammazzi di fatica da mane a sera fosse un criterio tipicamente nordico. Rivolsi perciò la mia attenzione preferibilmente al popolo, sia quando è in moto che quando sta fermo, e vidi, bensì, molta gente mal vestita, ma nessuno inattivo.
[…] Più mi guardavo intorno, più attentamente osservavo, e meno riuscivo a trovare autentici fannulloni, nel popolino minuto come nel ceto medio, sia al mattino sia per la maggior parte del giorno, giovani o vecchi, uomini o donne che fossero.
[…] Sarei quasi tentato d’affermare per paradosso che a Napoli, fatte le debite proporzioni, le classi più basse sono le più industriose. Non si può pensare, beninteso, di mettere a paragone quest’operosità con quella dei paesi del Nord, la quale non ha da preoccuparsi soltanto del giorno e dell’ora immediati, ma nei giorni belli e sereni deve pensare a quelli brutti e grigi e nell’estate deve provvedere all’inverno. Postoché è la natura stessa che al Nord obbliga l’uomo a far scorte e a prendere disposizioni, che induce la massaia a salare e ad affumicare cibi per non lasciare sfornita la cucina nel corso dell’anno, mentre il marito non deve trascurare le riserve di legna, di grano, di foraggio per le bestie e così via, è inevitabile che le giornate e le ore più belle siano sottratte al godimento e vadano spese nel lavoro. Per mesi e mesi si evita di stare all’aperto e ci si ripara in casa dalla bufera, dalla pioggia, dalla neve e dal freddo; le stagioni si succedono inarrestabili, e l’uomo che non vuol finire malamente deve per forza diventare casalingo. […] È la natura che lo costringe ad adoperarsi, a premunirsi. Senza dubbio tali influenze naturali, che rimangono immutate per millenni, hanno improntato il carattere, per tanti lati meritevole, delle nazioni nordiche; le quali però applicano troppo rigidamente il loro punto di vista nel giudicare le genti del Sud, verso cui il cielo s’è dimostrato tanto benigno.
[…] E un cosiddetto accattone napoletano potrebbe facilmente sdegnare il posto di viceré in Norvegia e declinare l’onore, se l’imperatrice di Russia gliel’offrisse, del governatorato della Siberia.
[…] Se si pensa alla quantità di alimenti che offre questo mare pescoso, dei cui prodotti la gente è obbligata per legge a nutrirsi in alcuni giorni della settimana; a tutti i generi di frutta e d’ortaggi offerti a profusione in ogni tempo dell’anno; al fatto che la contrada circostante Napoli ha meritato il nome di Terra di Lavoro (dove lavoro significa lavoro agricolo) e l’intera sua provincia porta da secoli il titolo onorifico di Campania felix, campagna felice, ben si comprende come là sia facile vivere.”
[…] Si giungerebbe forse allora a concludere che il cosiddetto lazzarone non è per nulla più infingardo delle altre classi, ma altresì a constatare che tutti, in un certo senso, non lavorano semplicemente per vivere ma piuttosto per godere, e anche quando lavorano vogliono vivere in allegria.
Nel quinto capitolo della sua Storia Naturale Plinio concede soltanto alla Campania una descrizione diffusa. «Quelle terre» egli dice, «sono così felici, amene e beate che vi si riconosce evidente l’opera prediletta della natura.
[…] Su questo paese i Greci, popolo che aveva una smisurata opinione di sé, hanno espresso il più lusinghiero giudizio dando a una sua parte il nome di Magna Grecia.”
Lo scrittore britannico Harold Acton, nella sua opera The Bourbons of Naples del 1956, racconta che un contemporaneo inglese di Goethe ne condivise l’analisi e l’approfondì con uno straordinario esempio utile a spiegare perché la delinquenza napoletana non era più spaventosa di quella di Londra. Tutto racchiuso nelle bevande preferite dai due popoli:
“A Napoli vi è un numero molto inferiore di moti rivoltosi o di reati di qualsiasi tipo di quanto non ci sarebbe aspettati di avere in una città dove la polizia è ben lungi dall’essere severa, e dove ogni giorno si incontrano moltitudini di poveri disoccupati. Questo deriva in parte dal carattere nazionale [napolitano] che, secondo me, è quieto, sottomesso e rifugge dalle sommosse e dalle ribellioni; e in parte deriva anche dal fatto che il popolo è universalmente sobrio, e mai infiammato dall’alcool, come avviene invece nei paesi nordici. L’acqua ghiacciata e la limonata sono cose di lusso tra la gente più povera; […] Il lazzarone seminudo ha spesso la tentazione di spendere quel poco denaro che è destinato al mantenimento della sua famiglia in questa magica bibita, come il più dissoluto tra i poveri di Londra lo spende in gin e in cognac, così che ciò che rinfresca la povera gente di una città tende ad eccitare quella di un’altra fino a far compiere atti di smoderatezza e di brutalità.”
Certe abitudini, evidentemente, non sono cambiate granché.
1860/1861, L’Irpinia in rivolta – Appuntamento con ‘Made in Naples’ alla presentazione del docufilm
Appuntamento con Made in Naples ad Avellino, sabato 29 novembre presso la sala congressi dell’Hotel de la Ville di via Palatucci 20. Alle ore 17 si terrà la presentazione del film-documentario “1860/1861 l’Irpinia in rivolta“, realizzato da Antonio Di Martino con il contributo artistico del maestro Pino Lucchese, autore delle immagini presenti nel filmato. All’incontro, organizzato dall’Accademia dei Dogliosi, parteciperà anche lo scrittore e giornalista Angelo Forgione, che parlerà della cultura napoletana e meridionale. Durante la cerimonia saranno in mostra le tavole di Pino Lucchese, appositamente ideate e realizzate a corredo del documentario.
La storia del docufilm racconta le drammatiche scene di violenza durante l’invasione piemontese nei territori irpini, dalla rivolta di Carbonara (Aquilonia) fino ai moti del luglio del 1861 nelle valli del Sabato e del Calore, che coinvolsero anche Montefalcione e Montelmiletto.
Garibaldi, Mazzini e La Marmora per l’affiliazione alla ‘ndrangheta
Angelo Forgione –
«Nel nome di Garibaldi, Mazzini, La Marmora». Così come ci aveva raccontato l’ex presidente della Commissione parlamentare Antimafia Francesco Forgione nel libro ‘ndrangheta (La Zisa, 2008), si giura per diventare “saggio fratello” della ‘Santa’. Con i tre patrioti inizia il rito di affiliazione della ‘ndrangheta, come documenta un video registrato da una telecamera nascosta e diffuso dai Ros, che hanno arrestato una quarantina di persone e sgominato tre sodalizi radicati nel Comasco e nel Lecchese. Così il celebrante, mentre gli affiliandi sono col capo chino, dice nel video:
«(…) Nel nome di Garibaldi, Mazzini e La Marmora, con parole di umiltà formo la santa società. Dite assieme a me: “Giuro di rinnegare tutto fino alla settima generazione, tutta la società criminale fino a oggi da me riconosciuta per salvaguardare l’onore dei miei saggi fratelli”. (…)»
Nella ricostruzione degli investigatori, Giuseppe Garibaldi rappresenta il capo del Locale di ‘ndrangheta (l’organizzazione locale), Giuseppe Mazzini il contabile e Alfonso La Marmora riveste invece la carica di “236 mastro di giornata”, tra le più alte dell’associazione. Ma il riferimento ai padri della patria non è solo gerarchico-simbolico. I personaggi di richiamo e protezione prescelti dalla ‘Santa’ non sono più i mitici cavalieri spagnoli Osso, Mastrosso e Carcagnosso ma tre potenti uomini settentrionali del Risorgimento appartenuti a logge massoniche. Garibaldi il generale di Sinistra, Mazzini il politico filosofo e La Marmora il generale di Destra. Il sistema massonico-mafioso, attraverso la fusione dei due mondi, consente da sempre l’accesso al sistema di potere affaristico dominante sin dalla nascita della nazione italiana. Il riferimento alla procreazione del potente fenomeno mafioso, che ebbe nell’Unità il suo momento decisivo, è chiarissimo.
L’indipendentismo è Veneto. Sud più unitario, nonostante tutto.
Angelo Forgione – L’indipendentismo non è una novità per la Catalogna, per la Scozia e per altre comunità europee che provano a consultare in modo più o meno ufficiale la volontà popolare. E in Italia che aria tira? Prova a dircelo la società demoscopica Demos&Pi con un sondaggio realizzato nello scorso mese di ottobre sulla base di un campione nazionale di 1.265 casi rappresentativo per i caratteri socio-demografici (genere, età) e la distribuzione territoriale (area geografica e dimensione urbana) della popolazione italiana di età superiore ai 18 anni. 12 le regioni analizzate, escludendo tutte le altre per limitata numerosità di casi.
Il 31% del campione, uno su tre, si dichiara favorevole all’indipendenza della propria regione dall’Italia. Tra le categorie professionali, i più separatisti sono gli operai, i lavoratori autonomi e disoccupati. È il Veneto la regione più indipendendista, con il 53%. Seguono le due grandi Isole a statuto autonomo. Percentuali superiori alla media anche in Piemonte e Lombardia, così come pure nel (sorprendente) Lazio e in Toscana. Più quiescenti sembrerebbero i meridionali della terra ferma, che non vanno oltre il 22% della Puglia, con Campania e Calabria al 18%.
Evidentemente la “Questione meridionale” è davvero diventata “settentrionale”, a carattere regionalistico, mentre il Mezzogiorno, per troppi aspetti coloniale, continua evidentemente a credere nell’Unità nazionale dalla quale ha avuto molto meno.
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Eduardo e quel peso eccessivo al fujitevénne
Angelo Forgione – A trent’anni dalla morte di Eduardo De Filippo, credo sia per via di un certo modo di interpretare Napoli che la rassegnazione del suo fujitevénne sia stata caricata di un peso maggiore della speranza affidata al messaggio di Napoli milionaria!, di cui è passata alla storia la frase Ha da passà ‘a nuttata. Credo che il neorealismo eduardiano meriterebbe invece di essere rivisitato più a fondo e non ridotto a sentenza ma ampliato al complesso degli interrogativi globali, tuttora irrisolti, che condividono le stesse esperienze degli spettatori a cui si rivolgono e ne agitano i sentimenti. Ecco perché Eduardo è universale e contemporaneo. Ecco perché, a partire dall’Argentina e dall’Eritrea, nel 1947, è stato tradotto e rappresentato in giro per il mondo, da Jaime de Armiñán, Fernando Fernán Gómez e Pau Mirò in Spagna e Karolos Koun in Grecia, passando per la Francia, la Germania e lo straordinario successo in Inghilterra con la regia di Franco Zeffirelli. Continuo a pensare che ha da passà ‘a nuttata. Intanto che passa (e sembra non farlo), s’ha da jì, non s’ha da fujì.
Bandiera delle Due Sicilie in caserma, storia di sconfinamenti.
Angelo Forgione – Corre sul web la notizia della denuncia (non arresto) di due persone, Ferdinando Ambrosio (36) e Nicola Terlizzi (38), per aver esposto la bandiera del Regno delle Due Sicilie al termine della Corsa Storica dei Bersaglieri a Monte di Dio del 22 ottobre. Sarebbero stati fermati dalla Digos e denunciati per vilipendio alla nazione italiana e introduzione in luogo vietato.
Ambrosio e Terlizzi, evidentemente, intendevano lanciare un messaggio preciso, ben consci che i Bersaglieri (come i Carabinieri) sono un’Arma di origine piemontese, costituita nel 1836, utilizzata negli stupri e nei saccheggi dei territori meridionali durante l’invasione del Regno delle Due Sicilie, e rappresentano un simbolo di piemontesizzazione della Penisola. Il problema, nella poco chiara vicenda di cui sono protagonisti i due manifestanti, sta proprio nel luogo in cui sarebbe avvenuto il fermo: la caserma “Nino Bixio”, tra l’altro assegnata alla Polizia di Stato ma un tempo “Gran Quartiere di Pizzofalcone”, fortezza del Seicento costruita per accogliere le truppe fino ad allora alloggiate ai Quartieri Spagnoli e poi assegnata dopo l’Unità al 1° Reggimento dei Bersaglieri di Napoli, dedicata a Nino Bixio, colui che nel 1863 scrisse alla sorella riguardo al Meridione: “[…] Se io dovessi vivere in queste regioni preferirei bruciarmi la testa… […] Questo insomma è un paese che bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandarli in Affrica a farsi civili!”.
Storie di altri tempi che qualcuno cerca di riaffermare. «Abbiamo mostrato la bandiera alla fine della parata – dice Nando Ambrosio – quando alcune telecamere della Rai stavano riprendendo i bersaglieri che si salutavano. A quel momento è successo un pandemonio, coi bersaglieri intorno che ci gridavano di tutto. Siamo stati circondati e poi condotti in una stanza, dove ci hanno perquisiti, interrogati e denunciati».
È bene chiarire che non esiste una legge che vieti l’esposizione di uno stato preunitario, ma esiste un Cerimoniale di Stato, secondo il quale è vietato esporre sugli (e negli) edifici pubblici istituzionali bandiere e vessilli non istituzionali o privati o di parte, ovvero possono essere esposte esclusivamente bandiere pubbliche istituzionali. Il fatto è che i manifestanti hanno evidentemente mostrato la bandiera in un edificio istituzionale d’ambito militare, durante un evento celebrativo, e questo giustificherebbe il sequestro del corpo del reato, ossia il vessillo. Altra faccenda è il vilipendio alla Repubblica, alle istituzioni, alle forze armate e alla bandiera italiana, che non appare chiaro dai fatti denunciati dai due manifestanti, i quali assicurano (e se ne assumono la responsabilità) di non aver lanciato insulti o frasi ingiuriose. L’Articolo 290 del Codice Penale prevede una multa da euro 1.000 a euro 5.000 “a chi pubblicamente vilipende le forze armate dello Stato o quelle della liberazione”. Gli articoli 291 e 293 prevedono la stessa sanzione per chi vilipende la nazione italiana e chi offende la bandiera o altro emblema di Stato attraverso ingiuria, distruzione, dispersione, deterioramento, occulatamento e imbrattamento della bandiera nazionale. Il verbale di sequestro indica il vilipendio alla nazione italiana. Non risulterebbe insulto o atto di manomissione da parte dei fermati, la cui colpa sembra essere quella di aver esposto la loro amata bandiera in un luogo in cui non potevano neanche entrare, per giunta in prossimità di telecamere, non di averla esposta. Insomma, una storia di sconfinamenti. Del resto, l’Italia è nata da un’invasione.
La cultura è petrolio in Basilicata
Angelo Forgione – Sapevate che Matera, la Capitale Europea della Cultura 2019 appena designata, non è servita dalla rete ferroviaria nazionale? Sì, lo sapevate voi che conoscete la Questione meridionale. Gli altri no. Raggiungere la Città dei Sassi in treno è impossibile perché manca persino la stazione, a meno che non si parta da Bari sul trenino delle Ferrovie Apulo Lucane; un’ora e quaranta su binario unico per fare settanta chilometri.
Sapevate che Matera, la Capitale Europea della Cultura 2019 appena designata, è nei confini lucani? Sì, lo sapevate voi che conoscete la geografia. Gli altri no. E sapevate che la Basilicata è la principale riserva italiana di estrazione di petrolio e gas? Sì, lo sapevate voi che siete al corrente del fatto che il Sud è un eldorado energetico. Gli altri no.
La Basilicata è al 4º posto fra i paesi europei produttori di petrolio ed al 49º come produttore mondiale. Il problema è che lo sfruttamento dei pozzi è venduta senza una sensibile ricaduta virtuosa sul territorio di sfruttamento e alla beffa si aggiunge il danno, anzi il dramma di una porzione di territorio in cui le estrazioni energetiche e lo smaltimento scorretto dei rifiuti producono danni terrificanti all’ambientale e alla salute pubblica.
Il fatto è che la Val d’Agri è il più grande giacimento di petrolio dell’Europa continentale e la sfruttamento, che può essere allargato, fa gola. Il recente decreto “Sblocca Italia” presentato dal premier Renzi toglie agli enti locali il veto su ricerca di petrolio e trivellazione, ovvero accentra a Roma il potere di rilasciare le autorizzazioni per le nuove attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi. Il Decreto può essere impugnato dal Presidente della Regione fino al 12 Novembre, altrimenti verrà convertito in legge, spremendo la Basilicata e la sua popolazione.
Indicativo il servizio andato in onda al TGR Basilicata all’indomani della proclamazione di Matera Capitale Europea della Cultura 2019. All’improvviso, durante i festeggiamenti, un cittadino alza un cartello con il marchio di una compagnia petrolifera e la scritta “No Triv”. Secondo i giornalisti della sede Rai lucana sarebbero 51 i milioni di euro da spendere fino al 2020, di cui 25 “messi in campo dalla Regione Basilicata attraverso fondi propri, comunitari e derivanti dalle royalties. L’altra cifra più cospicua deriva dallo stesso comune di Matera con 5 milioni di euro. Dall’Europa solamente un premio di un milione e mezzo di euro che sarà disponibile nel 2019. Il resto del pacchetto previsto è finanziato in parte dal Governo che partecipa con il 14% del totale dell’investimento e in parte da sponsor privati, che – assicura il sindaco Adduce – stanno già partecipando attivamente”.
Insomma, sono chiaramente decisive per Matera Capitale Europea della Cultura 2019 anche le cosiddette royalties, le percentuali per lo sfruttamento dei pozzi che le compagnie petrolifere “concedono” alle casse regionali del territorio di estrazione. Quali sono gli sponsor privati citati cripticamente nel servizio giornalistico? Le compagnie petrolifere? Trivellazioni selvagge in cambio di ricaduta turistica?
Territorio italiano disastrato? Perché cancellati gli insegnamenti borbonici.
Angelo Forgione – L’ennesima alluvione a Genova ha creato di nuovo distruzione e lutto, per la seconda volta nell’arco di tre anni. Al di là degli sconvolgimenti climatici ormai irreversibili, le cause sono note e raccontano di una delle tante emergenze del territorio italiano, in cui le conseguenze delle calamità naturali producano sempre più danni. Corsi d’acqua ingovernabili, pareti montuose ad alta possibilità di frana, rischio sismico ignorato dal metodo edilizio… lo stato d’allerta ha ormai da tempo superato la soglia dell’imponderabilità. Oggi Genova è di nuovo in ginocchio e rivoltata come un calzino, e nel frattempo abbiamo dovuto assistere al disastro sismico in Emilia. E ritorna in testa la famosa frase di Paolo Villaggio, che tre anni fa tuonò contro la “cultura sudista meridionale borbonica, piaga di tutta l’Italia”, che, al contrario, insegnò a governare il territorio e a limitare gli effetti catastrofici della natura. Se i canali di scolo non fossero stati cementificati e si fosse costruito utilizzando il legno in muratura, così come ci insegnarono i Borbone, non saremmo arrivati a questo. Ribadire con i videoclip quanto ho scritto con maggiore approfondimento in Made in Naples consolida il messaggio, soprattutto se dopo la pubblicazione del lavoro ci hanno pensato scienziati e ricercatori a rafforzarne la veridicità, sconfessando la cultura storica tradizionale e tutti coloro che accusano di nostalgie chi indaga nella storia con serietà. Il passato, invece, può insegnarci a magliorare le conoscenze e la società futura. Vi siete mai chiesti, ad esempio, perché nelle università italiane di ingegneria non si insegna a progettare in legno, col risultato che nelle zone ad alto rischio sismico si costruisce con solo cemento armato, spesso di scarsa qualità?


