Brevissima storia del Presepe napoletano a “la Radiazza” di Gianni Simioli su Radio Marte.
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Presepe, tombola, canzoni, dolci. Il Natale è napoletano.
Angelo Forgione per napoli.com – A molti sfugge ma è giusto ricordare che a Natale, ovunque ci si trovi, quando si canta in coro “tu scendi dalle stelle” davanti ad un presepe per poi riunirsi attorno a un tavolo con le cartelle numerate della Tombola tra le mani, in realtà si sta proseguendo negli usi e nei costumi la tradizione del Natale per come si è configurata nel Settecento a Napoli.
Da alcuni antichi documenti in cui se ne fa menzione, a Napoli sarebbero attribuite le primissime tracce di una rappresentazione lignea della nascita di Cristo già nel 1025 in una chiesa situata in piazza San Domenico Maggiore e scomparsa ad inizio Settecento, prima detta “la Rotonda” e poi dedicata alla “Santa Maria ad praesepe”. È una testimonianza ben più antica di quella del 1223, anno cui risale quella che è considerata la prima natività di Gesù a Betlemme con figure umane rievocata nella notte santa a Greccio, nella provincia di Rieti, per volontà di San Francesco d’Assisi.
In ogni caso, la grande tradizione presepiale napoletana del Settecento è stata capace di cambiare i canoni della rappresentazione religiosa e avviare una diffusione della stessa in tutti gli Stati preunitari e oltre i confini italiani. L’ispiratore fu il frate domenicano Gregorio Maria Rocco, personaggio popolarissimo e influente, che andava in giro per i vicoli del centro e del porto per incontrare i peccatori e cercare di convincerli a pentirsi a colpi di bastone. Padre Rocco adottò il presepe come strumento di propaganda religiosa e di redenzione, esortando i malfattori a riprodurre la scena della Natività nel tentativo di accendere in loro la fede. Carlo di Borbone amava molto intrattenersi con il religioso e la sua passione per l’intaglio del legno lo condusse a dedicarsi personalmente all’allestimento di un presepe a corte col coinvolgimento della moglie Maria Amalia nella cucitura dei vestiti e dei principini nelle creazioni di creta. Fu solo l’inizio di un filone che contagiò tutta la città e l’intero Regno per poi essere svilita dall’avvento della tradizione pagana dell’albero priva di qualsiasi contenuto artistico-culturale.
Senza dimenticare i dolci natalizi, Napoli ha lasciato la sua impronta culturale anche sul Natale, partendo dall’Italia dove, accanto alla tradizione borbonica del presepe, è stata adottata anche quella della tombola, frutto della creatività dei napoletani che non vollero rinunciare al gioco del Lotto quando lo stesso padre Rocco riuscì a convincere Re Carlo a bandirlo durante le feste natalizie; quella della smorfia, forma folcloristica di cabala legata all’esoterismo mediterraneo per l’interpretazione dei sogni legata etimologicamente ed esotericamente alla divinità greca dei sogni Morfeo; quella della canzone natalizia, creazione del teologo moralista napoletano Alfonso Maria de’ Liguori, nato a Marianella, che durante la novena del Natale 1754 compose l’inno “Tu scendi dalle stelle”, il più famoso tra i canti natalizi in lingua italiana che Giuseppe Verdi consacrò come colonna sonora «senza la quale non sarebbe Natale». Per rendere comprensibile a tutti la sacralità del Natività, nel 1758 il religioso scrisse “Per la nascita di Gesù” poi pubblicata nel 1816 col titolo di “Quanno nascette Ninno a Bettalemme”, una pastorale in napoletano derivata nella struttura musicale da quella in italiano.
Perché il Natale occidentale è Napoli, e Napoli è Natale. E spesso gli altri si adeguano senza saperlo.
(le storie accennate sono approfondite con completezza nel libro “Made in Naples”)
Carditello, speranza esercizio di prelazione
Angelo Forgione – Altra asta deserta a Carditello, l’undicesima in tre anni. Ma la situazione è diversa da qualche mese fa. Salvo imprevisti, il Ministero dei Beni Culturali dovrebbe acquisire la Real Tenuta per poi pensare di realizzare i già esistenti progetti di recupero e valorizzazione del bene. Il problema è che non si conoscono i tempi e, intanto, la reggia continua ad essere in balia delle intemperie e dei vandali. Il Governatore della Campania Stefano Caldoro ha sollecitato proprio il Governo, tramite il Ministero dei beni culturali, a esercitare il suo diritto di prelazione, assicurando supporto e attenzione ai progetti di ripristino dei luoghi. Il ministro Bray, che proprio nei giorni scorsi da Fazio ha detto che ha molto a cuore le dimore borboniche, lo scorso ottobre, in una visita alla piccola reggia di San Tammaro in compagnia di alcuni esponenti del tenace forum di “Agenda 21” e Tommaso Cestrone, il volontario che si sta prendendo materialmente cura del sito borbonico, aveva promesso: “Riapriremo Carditello”.
Intervistato da Nadia Verdile per Il Mattino, Philippe Daverio ha invocato che i nuovi rappresentanti al Parlamento di Strasburgo sappiano fare propria la causa del sito borbonico in quanto “patria della mozzarella e della rivoluzione fisiocratica”. Il noto critico d’arte ci vedrebbe bene un bureau delle politche agricole della Comunità Europea ma anche un museo dello spaghetto e della mozzarella.
Una passeggiata con re Nasone
di Francesco Canessa – “La Repubblica” Napoli, pag I e VIII, 18 dicembre 2013
“Sarà stata l’imprevista rilettura del poemetto digiacomiano Lassammo fa’ Dio capitatomi la sera prima tra le mani mentre cercavo altro nello scaffale, ma la storia di Nostro Signore che decide di trascorrere una giornata a Napoli con San Pietro che gli fa da guida, l’ho rivissuta assai simile in sogno.” (clicca sull’immagine per ingrandire il seguito dell’articolo)
Lino Patruno: “Made in Naples, libro stupefacente!”
recensione di Made in Naples a cura di Lino Patruno per la Gazzetta del Mezzogiorno
Leggi Napoli e poi… impara perché ti piace
“Made in Naples”, una storia senza nostalgia
di Lino Patruno
C’è una città che unanimemente è considerata una meraviglia “unica e irripetibile” nel mondo. Una città italiana.
È fra le più antiche d’Europa e della Terra. Anzi per l’Unesco è la “culla della civiltà europea”. E il suo centro storico è il più vasto fra quelli inclusi nel patrimonio universale dell’umanità dallo stesso organismo dell’Onu. Dalle sue parti è nata l’Italia con lo sbarco di Enea col ramo d’oro e coi Romani che la elessero luogo “dove il dolore svanisce”.
È la città che, diversamente da capitali come Roma Parigi Londra, è fiorita su una straordinaria bellezza del luogo. Una cultura trimillenaria in un paradiso terrestre. Per questo c’è chi la considera “l’unica vera capitale che abbiamo”.
La sua lingua è la più parlata nel Paese dopo l’italiano. E fra le più parlate dell’emigrazione mondiale.
È l’unica città che non ha mai perso il suo carattere e la sua identità, più forte di ogni americanizzazione e ogni cinesizzazione. Oltre che la lingua, non hanno imitazioni la sua tradizione, la sua musica, il suo cinema, il suo teatro, la sua letteratura, il suo mito.
Vanta il più grande e antico teatro d’opera d’Europa. Sotto il suo cielo sono nati il Melodramma, l’Opera comica, l’Opera buffa, Qui venne ad abbeverarsi Mozart per poter diventare Mozart.
Qui sono nati (o sono diventati grandi) Paisiello, Cimarosa, Mercadante, Piccinni, Scarlatti, Pergolesi, Traetta, Jommelli, Porpora, Leo.
Qui è nata la Canzone melodica che ha traversato tutti i confini. Il suo Festival di Piedigrotta non era meno famoso del Carnevale di Rio e dell’Oktoberfest di Monaco di Baviera. Qui è nata “O’ sole mio” conosciuta quanto l’Inno di Mameli.
Qui sono nate la Sceneggiata, la Tarantella, l’Avanspettacolo, la Macchietta, il Varietà. Qui sono nate due maschere planetarie come Pulcinella e Totò.
Frutto dell’inventiva di questa città e della sua anarchica energia vitale sono icone, bandiere universali come la Pizza, il Caffè, il Caffè e Cornetto, il Babà, la Pasta, i Macaroni, la Mozzarella, la Pastiera, la Zeppola, la Parmigiana, il Ragù, la Salsa di pomodoro, la Mpepata, il Tiramisu. E se non sono nati tutti qui, da qui sono arrivati ovunque non meno di una Cocacola.
Da qui si è diffuso il Presepe. E qui è nata anche la Musica sacra popolare: è il suo Alfonso Maria de’ Liguori ad aver composto “Tu scendi dalle stelle”.
Qui sono stati nati il Lotto e la Tombola. Qui hanno inventato la Smorfia.
Ospitale e tollerante, è la città che ha scacciato il nazismo e non ha mai costruito ghetti. Laicamente cattolica e sola nel rifiuto dell’Inquisizione, ora è impreziosita da un patrimonio inesauribile di un migliaio di chiese e conventi.
La sua sartoria di lusso da uomo ne ha fatto uno stile che dalla città prende il nome. E la cui perizia artigianale si traduce in un culto che va oltre i pur conosciutissimi marchi multinazionali.
I suoi tesori artistici, culturali, archeologici, monumentali, ambientali ne spiegano l’attrattiva turistica ancòra vivissima insieme all’area circostante dai nomi entrati nella leggenda.
Il biglietto da visita di questa città finora ripercorso è tutt’altro che enfasi per quanto troppo dimenticato. Tutto è così. E lo è anche se non si citano suoi primati del passato che fanno parte di una storia più controversa. Ma non è storia controversa che a cavallo fra ‘700 e ‘800 sia stata la culla della Filosofia, della Scienza economica e dell’Illuminismo italiano. E che il suo economista Gaetano Filangieri con la sua “Felicità delle nazioni” abbia ispirato la Costituzione degli Stati Uniti e preceduto il molto più celebrato scozzese Adam Smith e la “Ricchezza delle nazioni”. Questa è la città in cui sono nati (o sono diventati grandi) Tommaso Campanella, Giordano Bruno, Pietro Giannone, Giovanbattista Della Porta, Antonio Genovesi, Celestino Galiani, Francesco Maria Pagano, Giuseppe Maria Galanti, Giovanbattista Vico. Questa è la città in cui Giovanbattista Basile col suo “Lo cunto de li cunti” e Giovanbattista Marino sono stati i precursori della letteratura fiabesca che poi ha avuto, da Perrault in poi, successori foresti puntualmente più celebrati. Questa è la città cui nel 1224 Federico di Svevia donò la prima università pubblica del mondo.
PS. La città di cui finora si è parlato è Napoli. E tutto ciò che finora ne è stato detto è raccontato da Angelo Forgione (giovane scrittore, giornalista, grafico) nel libro “Made in Naples” (prefazione di Jean Noel Schifano, Magenes ed., pag. 315, 15 euro). Sottotitolo:
“Come Napoli ha civilizzato l’Europa (e come continua a farlo)”. Libro stupefacente! Forgione rifugge dalle nostalgie e non nasconde drammi, raccontando anche perché la sua sia una città “baciata da Dio e stuprata dagli uomini”. Spiega perché in fondo Napoli rappresenti tutto il Sud. Ma aggiunge che un Paese più amante di se stesso dovrebbe avere più Napoli, non meno Napoli nell’anima. Perché Napoli è qualcosa di grandioso che non dovrebbe sfuggire. A cominciare dalla capacità di resistenza che la fa sopravvivere e vivere, nonostante tutto, così “giovane e irriducibile” da 29 secoli.
Torna la testa di sfinge nel quartiere nilense
un buon segno per Napoli che recupera lentamente i suoi “pezzi”
Angelo Forgione – È stata ritrovata la testa di sfinge di cui, negli anni ’50, è rimasta orfana la statua del Nilo, anche detta “Corpo di Napoli”. Fu sistemata nel Regio Nilensis, là dove un tempo era il quartiere nilense dei mercanti Alessandrini d’Egitto, nel cuore della Neapolis greco-romana. La scultura, sepolta con la partenza dei mercanti e dimenticata, poi rinvenuta anch’essa acefala dal sottosuolo nel 1476 e sistemata nel 1657, rappresenta il dio Nilo in sembianze ellenistiche pagane di vecchio uomo, coricato fra una cornucopia, in segno di prosperità e ricchezza, e la stessa sfinge, circondato da puttini che simboleggiano le ramificazioni del fiume egiziano. Manca la testa del coccodrillo, all’altezza dei piedi del Nilo. L’attuale basamento con l’epigrafe fu sistemato nel 1734, con l’ingresso di Carlo di Borbone a Napoli, quando la statua fu restaurata.
Dove è stata rinvenuta la testa di sfinge? Era in Austria, finita in possesso di un collezionista locale che l’aveva acquistata decenni fa in buona fede e non ha fatto problemi a riconsegnarla al patrimonio culturale italiano qualche mese fa. Ora partirà la raccolta fondi per riposizionare la testa sfingea al suo posto, missione a cui tutti i napoletani possono partecipare (istruzioni sul sito comitatocorpodinapoli.it). L’operazione è stata illustrata in una conferenza stampa nella Cappella Sansevero, altro luogo simbolo della Napoli esoterica, voluta nel Settecento da Raimondo di Sangro, ispiratore proprio del Rito Egizio di Napoli fondato da Alessandro di Cagliostro, che si propose di unificare le logge massoniche iniziatiche nell’obiettivo di purificare le varie religioni, compresa quella cattolica inquinata dal dogma della Chiesa, e raccogliere gli elementi appartenenti alla vera Tradizione sparpagliati nei diversi culti.
La statua del Nilo simboleggia anche l’importazione di culti della tradizione ermetica egizio-alessandrina. Vale la pena ricordare che la trilogia egizia delle forze spirituali è Ka-Ba-Akh, ossia forza vitale, anima e aura. È chiara la forte assonanza con il termine ebraico qabbaláh. Napoli capitale, nel Settecento, fu proprio punto di contatto della Tradizione egizia con quella ebraica, in un ambiente già pregno di Tradizione ellenica. Tutti questi fermenti crearono tutto ciò che la città, a livello popolare, ha ricamato attorno al gioco del Lotto. Il più significativo prodotto di questi fervori fu la Smorfia napoletana, una forma folcloristica di cabala per l’interpretazione dei sogni, legata etimologicamente ed esotericamente alla divinità greca dei sogni Morfeo. La Tradizione esoterica ispirò quella popolare, portando i napoletani, già affezionati al lotto da circa un secolo, a non puntare più casualmente ma per interpretazione dei sogni e dei particolari eventi della vita quotidiana, dando al gioco i suoi connotati attuali e facendone un fenomeno unico in Europa e nel mondo.

Joe Bastianich: «innamorato della cucina di Napoli». Ma cade sulla parmigiana.
Angelo Forgione – Il popolare giudice di “MasterChef” Joe Bastianich, in occasione della manifestazione Eataly di Roma, ha confessato di prediligere la napoletana (ma anche la città) tra tutte le buonissime cucine d’Italia: «sono particolarmente innamorato della cucina di Napoli». Ma poi è cascato sulla parmigiana e sulla sua provenienza: siciliana o campana? «Io penso che sia una cosa siciliana, direi» (guarda il video da Repubblica.it). Risposta a sensazione, senza troppa convinzione. E il popolare quotidiano online ritiene svelato l’arcano. Macché!
Come ho scritto in Made in Naples, ne Il Cuoco galante del napolitano di origini pugliesi Vincenzo Corrado, il primo trattato scritto di cucina mediterranea (1773), compare una spiegazione per cuocere le melanzane come le zucchine, alla napoletana (a Napoli si fa anche la parmigiana di zucchine; ndr). Spiegazione poi ripresa dall’aristocratico napoletano Ippolito Cavalcanti nella Cucina teorico-pratica (1839), dove è proposta la prima ricetta delle “Milinsane alla parmegiana“, gloria culinaria di Napoli, e poi anche di Sicilia, giacché i due regni, in quegli anni, erano unificati sotto i Borbone. Sono infatti tanti i punti di unione tra la cucina napoletana e quella siciliana, a cominciare dalla rosticceria, innovata dai monzù, napoletanizzazione dei cuochi francesi monsieur, voluti a corte dalla regina Maria Carolina. Fu proprio la sovrana la vera ispiratrice della fortunata fusione della cucina francese con la tradizione napoletana e siciliana, capace di regalare ai posteri incredibile varietà e rinomata bontà. Sartù, arancini e supplì furono proprio una vittoria degli chef d’Oltralpe che riuscirono a imporre con grande difficoltà il riso alla pastaiola Napoli, capitale delle Due Sicilie.
Di Parmigiana ognuno fa la sua variante, a Napoli, in Sicilia e pure in Emilia. Già, proprio in Emilia. Ma perché la ritroviamo anche lì? Non bisogna dimenticare che i Borbone di Napoli erano imparentati coi Borbone di Parma e che Carlo di Borbone, Re di Napoli, figlio della parmigiana Elisabetta Farnese, era stato Duca di Parma e Piacenza. Il nome “Parmigiana”, o alla parmigiana, deriverebbe proprio da un modo di cucinare alla parmigiana – adottato anche nelle cucine borboniche del Regno meridionale – se è vero che proprio nel testo del Cavalcanti si trovano altre ricette “alla parmegiana”: strati sovrapposti di ortaggi fritti, inframezzati da formaggio parmigiano e poi cotti al forno. Tra Parma, Napoli e Palermo, l’asse culinario ha una storia comune tra il Settecento e l’Ottocento.
“Sedotta da Napoli”, la passione dell’inviata del New York Times
“più di Firenze, Roma e Venezia, è una delle città più romantiche del mondo”
Angelo Forgione – Un lungo reportage è stato pubblicato nei giorni scorsi dal New York Times, titolato “Sedotti da Napoli” (articolo sul sito del NYT). La firma è di Rachel Donadio, inviata in Europa per il noto quotidiano americano, prima a Roma e ora a Parigi. E proprio dal suo soggiorno romano che la giornalista ha iniziato a conoscere da vicino la città partenopea: “Ogni volta che potevo allontanarmi da Roma, città paludosa e sempre capace di sedurti, ma mai di sorprenderti, venivo a Napoli, una scarica di adrenalina infallibile, uno schiaffo in faccia, a solo un’ora di treno a Sud”. Come spesso accade da un punto di vista straniero, la Donadio ha cancellato la banalità, pur non nascondendo le insidie di cui anche a Napoli, come dappertutto, bisogna difendersi, esaltando un luogo sorprendente: “La sua magia può essere potente. Più dell’elegante e sobria Firenze o della sgargiante Roma con la bellezza perfetta delle sue rovine, e dell’ultraterrena Venezia, direi che è la grossolana, squallida e leggermente minacciosa Napoli ad essere una delle città più romantiche del mondo”. Certo, grossolana e squallida non si direbbe, ma solo la Donadio potrebbe chiarirci se si tratta di sarcasmo o sensazione concreta.
C’è spazio anche per un po’ di revisionismo storico, anche se infarinato da qualche imprecisione cronologica: “Il passato della città brilla più del presente. Dopo il periodo più tranquillo nei secoli 13° e 14° in cui gli angioini hanno lasciato l’impronta nell’architettura medievale della città, i Borbone hanno contribuito a trasformare Napoli nella capitale cosmopolita e vivace dell’Impero spagnolo (Napoli, al tempo dei Borbone, era indipendente). Ed è rimasto per secoli un centro di commercio e di apprendimento. Il giovane Cervantes fu di stanza qui per cinque anni come militare, e i Quartieri Spagnoli furono costruiti per ospitare le truppe spagnole al tempo del Regno delle Due Sicilie (i quartieri spagnoli furono costruiti al tempo del Vicereame spagnolo, molto prima delle Due Sicilie), il periodo in cui l’Italia meridionale era sotto il dominio spagnolo. In quel periodo, il Sud-Italia era molto più ricco rispetto al più povero Nord. Dopo l’Unità d’Italia, alla metà del 19° secolo, il tenore di vita e il reddito pro-capite del Sud sono crollati. Oggi, a Napoli, molti ritengono che il Sud stava meglio prima dell’unificazione”.
Notte d’arte 2013
Bellissima iniziativa di valorizzazione del magnifico Centro Storico di Napoli, patrimonio mondiale dell’Umanità. Sabato sera andrà in scena una “Notte d’arte” e Cultura. La seconda municipalità di Napoli, dopo il successo dello scorso anno, ha riproposto l’iniziativa ampliando la zona interessata all’evento che partirà, quindi, dai Quartieri Spagnoli fino ad arrivare a Piazza Mercato, proponendo come tema “la cultura delle differenze”, accostata allo slogan in napoletano “Nun restà ‘o scuro”, per esaltare il mix di culture che caratterizza da sempre il cuore urbano di Napoli. Un misto di arte, cultura, musica e cucina che inizierà alle 18 per finire alle 4 del mattino, e sarà supportato dal potenziamento dei mezzi pubblici: metropolitane e funicolari chiuderano alle ore 3, mentre il traffico veicolare prevede la chiusura al traffico dalle 18 nella zona delimitata da via Pessina angolo via Broggia, via Monteoliveto, via Gesù e Maria, Calata Trinità delle Monache altezza corso Vittorio Emanuele.
A margine va evidenziato, per amore della lingua napoletana, che lo slogan “NUN RESTA’ O’ SCURO” è scritto male. Sull’articolo LO si pone l’aferesi che fa cadere la consonante L, e non l’accento (‘O SCURO). Può apparire una facezia, ma l’iniziativa è culturale e un errore del genere è un autogoal.
Londra e Milano si inchinano a Napoli
Angelo Forgione – Affascinato dal paradigma dell’Economia Civile di Antonio Genovesi, che, come più volte ho scritto in questo blog e, soprattutto, nel mio libro Made in Naples, è la teoria economica che può risolvere i problemi italiani e dell’Europa contemporanea, ho scovato un’interessante confessione di Phillip Blond, il teologo anglicano e uomo politico inglese che ha formulato per il Primo Ministro britannico David Cameron la Big Society, un programma di riforme apparentemente rivoluzionario col quale lo stesso Cameron ha vinto le elezioni nel 2010. Qualche mese dopo il suo arrivo al n. 10 di Downing Street, Phillip Blond presenziò a un convegno all’Università Cattolica di Milano. Da quanto si può leggere in una relazione di Stefano Zamagni, professore ordinario di Economia Politica all’Università di Bologna e presidente dell’Agenzia per il terzo settore, in quell’occasione il consulente di Cameron dichiarò al pubblico:
«Noi inglesi credevamo di essere arrivati per primi ma dobbiamo riconoscere agli italiani e ai napoletani in particolare di averci anticipato.»
E infatti, in Made in Naples scrivo:
“Nel maggio 2010, il premier britannico David Cameron vinse le elezioni con un programma di riforme contenente la rivoluzione della Big Society, un modello sociale per assegnare ai cittadini parte del potere detenuto interamente dallo Stato e del mercato. Niente di nuovo per una teoria completamente mutuata dall’Economia Civile di Antonio Genovesi di due secoli e mezzi più vecchia. La patria del capitalismo, pur ricca e dinamica, si sta evidentemente accorgendo che il proprio modello necessita di modifiche. Il paradosso, dunque, è che l’Italia lasci inaridire le radici napoletane dell’Economia, pur essendo detentrice del modello economico più valido e moderno. Il delitto è che non lo rivaluti, tenendo in vita quello straniero (l’Economia Politica di Adam Smith) che l’ha inginocchiata.”
Stefano Zamagni, che in un’altra relazione orale sul web smaschera Blond (guarda il video), si rammarica nello scritto che l’Italia abbia disimparato quello che gli inglesi vengono a imparare in Italia, e si irrita per il fatto che “non sappiamo valorizzare le nostre radici che sono di gran lunga superiori a quelle degli altri”. Il cattedratico riminese afferma anche che “l’illuminismo napoletano ha una marcia in più rispetto a quello milanese – anche se c’è Beccaria”, affermando questo concetto pure negli ambienti accademici milanesi, tant’è che lo scorso 14 novembre ha tenuto una discussione all’Istituto Lombardo di Milano in occasione del convegno internazionale “Antonio Genovesi maestro degli economisti lombardi nell’età dell’Illuminismo”, sulla cui presentazione si leggeva: “gli economisti dell’Illuminismo lombardo hanno mostrato rara efficacia nel recepire e interpretare prontamente il messaggio di Genovesi”.
L’esigenza di un ripensamento dell’economia mondiale ha coinvolto anche papa Francesco, che, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium dello scorso 26 novembre, ha chiesto pubblicamente un’economia più umana, diversa da quella imperante che uccide. In privato, alla vigilia del G8 dello scorso giugno, aveva già avuto uno scambio epistolare con David Cameron, ricordandogli che “il fine dell’economia e della politica è proprio il servizio agli uomini”. La sua lettera era piena di concetti formulati a Napoli da Antonio Genovesi circa due secoli e mezzo fa; concetti che Cameron, evidentemente, conosceva già benissimo, visto il consulente di cui si avvaleva.
Londra e Milano, capitali finanziarie, si inchinano alla cultura economica della povera Napoli, ma questo nessuno lo racconta. Tocca agli economisti illuminati come Zamagni organizzare convegni che facciano luce sulla vera cultura universale di Napoli, e agli scrittori, come il sottoscritto, che sentono il dovere di raccontare un’altra Napoli, all’avanguardia per cultura e dentrice di soluzioni per i mali del mondo moderno. Ma qualcuno ha voluto e vuole che resti in silenzio ed economicamente arretrata. Riflettiamo!


