Angelo Forgione – L’iniziativa di massa supportata da Radio Marte volta alla sensibilizzazione verso le condizioni di Piazza del Plebiscito inizia a dare incoraggianti segnali. La Sovrintendenza di Palazzo Reale, nella quale da poco si è insediato Giorgio Cozzolino, sta rispondendo a tutti con il seguente messaggio:
“il Provveditorato alle OO.PP per la Campania compulsato da Questa Soprintendenza ha finanziato i lavori di restauro e di consolidamento del Complesso Monumentale di San Francesco di Paola. I lavori inizieranno tra breve dopo aver espletato le formalità amministrative. Il progetto è stato approvato da Questa Soprintendenza che eserciterà l’alta sorveglianza di competenza”.
Buona notizia certamente, in attesa di poter conoscere i dettagli dell’operazione e capire che valorizzazione sarà data ai monumenti equestri del Canova e che ne sarà del Palazzo Salerno che cade a pezzi, mentre anche per il Palazzo Reale sono già stati annunciati corposi interventi di restauro grazie allo stanziamento del CIPE. Resta ovviamente il problema dell’illuminazione e quello della conservazione del colonnato una volta ripristinato che, senza opportune misure di sicurezza, sarebbe comunque oggetto di aggressione umana.
Buone notizie anche sul fronte della Cassa Armonica in Villa Comunale, privata della pensilina policroma in vista delle “world-series” della Coppa America di vela (i cui pezzi sono riversi in un cantiere all’aperto nelle immediate prossimità). Lo staff del sindaco De Magistris ci informa che, stante la mancanza di fondi comunali e le lungaggini relative alla soluzione di eventuali contenziosi con l’azienda che non ha completato gli interventi pattuiti, si è deciso di risolvere la questione utilizzando il contratto di sponsorizzazione, nuovo strumento di cui si è dotato il Comune di Napoli. Già alcune aziende avrebbero manifestato la volontà di eseguire i lavori apponendo pubblicità sui ponteggi; a giorni dovrebbe arrivare in Giunta una delibera ad hoc per la sponsorizzazione della Cassa Armonica, che avverrebbe con manifestazione pubblica.
Tutto questo sperando che i lavori di restauro della pericolante Guglia dell’Immacolata di Piazza del Gesù, previsti in partenza dal prossimo Dicembre e per due anni di durata come si evince dal “Programma Triennale dei Lavori Pubblici” del Comune di Napoli approvato lo scorso Giugno. Il dubbio c’è perchè, sul documento online, cinque righi dopo l’intervento approvato per la guglia è segnalato quello per il restauro della Cassa Armonica previsto per Settembre ’13, ossia tra un anno.
È evidente che la certezza dei tempi e degli interventi è un optional, così come la volatilità di alcune promesse del passato non rispettate. Vigiliamo!
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Eddy Napoli e Francesca Schiavo “In Duo”
Angelo Forgione per napoli.com – Dici “Orchestra Italiana” di Renzo Arbore e pensi alle nobili voci di Eddy Napoli e Francesca Schiavo che negli anni Novanta seppero riaffermare il bel canto della migliore tradizione classica partenopea.
Lui napoletano purosangue e figlio d’arte, ambasciatore della canzone napoletana nel mondo. Lei romana con una spiccata attitudine alla tradizione classica partenopea. Due artisti diversi ma accomunati dalla grande passione, da una naturale sensibilità e da un particolare rigore nell’interpretazione della canzone napoletana che deve partire dal cuore per colpire i cuori.
Poi due percorsi da solisti differenti che ora, a distanza di anni e dopo aver regalato emozioni insieme in giro per il mondo, s‘incrociano nuovamente. Tre date consecutive sul proscenio del teatro Cilea per farle rivivere nuovamente in un viaggio che va dai grandi classici della tradizione fino ai successi contemporanei: Luna rossa, Anema e core, Voce ‘e notte, Fenesta vascia, Passione e tante altre. Ma anche inediti a sorpresa, perché Eddy e Francesca hanno lavorato all’evento con grande dedizione e senza concedere nulla all’improvvisazione.
Con loro, un’orchestra di sette giovani musicisti di talento selezionati con attenzione per un concerto che dovrà essere perfetto. Si, perché verrà registrato interamente in vista del tour europeo 2013. Gli assenti avranno sicuramente torto!
EDDY NAPOLI & FRANCESCA SCHIAVO “IN DUO”
19 – 20 – 21 Ottobre 2012
Teatro Cilea
Via San Domenico, 11 – Napoli / Tel. 081 7141801
Prezzi: Platea € 28,00 – Galleria € 22,00
Rivendite abituali, biglietteria teatro Cilea anche online
Organizzazione: “Palco Reale” e “Loro di Napoli”
La Reggia di Caserta perde ancora pezzi!
fondi insufficienti dal Ministero che spreme il monumento… che infatti crolla!
Angelo Forgione – Ancora crolli alla Reggia di Caserta. Ieri pomeriggio, intorno alle 17:30, un capitello si è staccato dalla facciata alta ed è precipitato sulla Piazza Carlo III, a poca distanza da alcune persone presenti. Strada transennata dai vigili del fuoco e sindaco Pio del Gaudio che nella mattinata di oggi dovrebbe essere a Roma per discutere col ministro dei beni culturali Lorenzo Ornaghi delle condizioni di abbandono della monumento patrimonio dell’umanità documentate anche dalla RAI.
La realtà è che il Ministero tratta la reggia vanvitelliana come un limone da spremere e destina fondi a ritrovate regge del Nord mentre quelle al Sud crollano a pezzi. A volte, dopo le stagioni dei favolosi percorsi di luce, non si riescono a pagare neanche le bollette della luce col rischio di lasciare gli appartamenti al buio. Eppure la reggia è tra i monumenti italiani che incassano di più e tra biglietti di ingresso, royalties e diritti vari, si arriva a circa 2 milioni di euro all’anno. I soldi però finiscono a Roma nelle casse del Ministero del Tesoro che tramite il Ministero dei Beni Culturali rigira a Caserta appena 400mila euro per la manutenzione. Come dire che Caserta produce una torta di cinque fette e ne mangia una sola. Il saldo è sempre passivo ed è facile dedurre che le risorse sottratte a Caserta finiscano altrove.
La conseguenza è che gli appartamenti non possono essere aperti completamente, che la reggia resta chiusa nei giorni festivi per mancanza di fondi da destinare agli straordinari dei dipendenti e che il parco e la facciata versano in condizioni gravissime. Caserta resta in piedi ma la gravità non è dissimile da quella di Pompei e di tutti i siti monumentali del Sud mentre a Venaria Reale è boom di visitatori.
La mancanza di manutenzione e le infiltrazioni d’acqua stanno mettendo a rischio l’integrità del prezioso edificio che solo sette giorni aveva perso un timpano della facciata venuto giù a causa della marcescenza del perno di fissaggio. Nel 2009 una grossa foglia di pietra si staccò dal capitello di una lesena della facciata interna, sfiorando cavalli e cocchieri parcheggiati al di sotto. Del resto basta osservare proprio il lato destro della facciata del parco per notare decine di foglie scolpite mancanti sui capitelli, pezzi d’intonaco staccati ed erbacce selvatiche che con le proprie radici pregiudicano l’integrità dei marmi.
La nostra grande, immensa Storia, continua ad essere cancellata lentamente. Ha ragione Daverio, lo Stato italiano ha fallito!
io, Benjamin Taylor, innamorato di Napoli… nel bene e nel male
«All’inizio avevo la testa piena di paure e pregiudizi, ora amo tutto di questa città. Non esiste nel mondo popolo più ospitale e raffinato di quello napoletano»
Benjamin Taylor è uno scrittore di origine texana che vive a New York dove è titolare della cattedra di Letteratura alla “Columbia University”. In questi giorni, per la dodicesima volta, è a Napoli per guidare una troupe di Discovery Channel alla scoperta della città. Lui Napoli la conosce benissimo e recentemente ha pubblicato il libro “Naples Declared – a walk around the bay”, dedicato alla memoria di Giancarlo Siani, che negli Stati Uniti sta raccontando obiettivamente una Napoli diversa e sorprendente pur senza nascondere le sue vergogne, giungendo nella “top 10” americana dei libri dedicati ai viaggi.
Taylor in realtà racconta un po’ la sua esperienza personale, la sua scoperta di Napoli che ha sgretolato i suoi pregiudizi e l’ha condotto ad innamorarsene. Scoperta Iniziata per caso proprio dalla lettura in America di un fatto di cronaca nera accaduto a Napoli. Alla metà degli anni ’90 vi si recò per la prima volta ma per vedere gli scavi vesuviani e Capri. Poi, si legge dal Corriere del Mezzogiorno del 14 Settembre ’12, prima di spostarsi sull’isola per un po’ di relax, volle conoscere la scrittrice Shirley Hazzard residente a Posillipo, vedova di quel Francis Steegmuller di cui aveva letto un racconto. Gli era capitato di essere rapinato con violenza a Napoli ed era finito in ospedale; lì aveva avuto modo di conoscere l’altra faccia della realtà: circondato da mille attenzioni, da grande umanità e comprensione, di quella brutale esperienza, alla fine, gli era rimasto un ricordo assolutamente positivo. Anche la Hazzard, nonostante tutto, era follemente innamorata di Napoli e invogliò Taylor a restare in città e a scoprire le cose veramente importanti, quelle nascoste nel cuore della città. «Furono giorni indimenticabili. Per questo sono sempre tornato», dice lo scrittore americano.
Taylor non ama i luoghi comuni, nel bene e nel male, ma questo è il suo preciso e lusinghiero pensiero sui napoletani: «Non ho mai trovato, in nessun’altra città del mondo, un così spiccato senso dell’ospitalità. E non credo che esista un popolo più raffinato del napoletano. Credo che la generosità e l’apertura mentale dei napoletani siano incomparabili. E credo che nessuno dovrebbe mai pensare che la camorra possa rappresentare la realtà di Napoli. No: la camorra è un esercito di invasori e conquistatori, niente di più. Anch’io prima di venire a Napoli avevo la testa piena di pregiudizi. E una certa paura. Quando arrivai in città e feci la mia prima visita al centro storico, decisi di infilare il passaporto in una sacca che portavo ben assicurata sottobraccio. Andai a vedere il duomo — posto fantastico! — e forse dovetti chinarmi o fare un movimento strano. Fatto sta che qualche ora dopo, quando ormai ero molto lontano da lì, mi accorsi che il passaporto non era più nella sacca. Tornai quasi di corsa sui miei passi fino al duomo, ma lo trovai chiuso e sbarrato: era ormai quasi sera. Disperato, mi guardai intorno con un senso d’impotenza, e fu allora che, seduto su un gradino del sagrato, vidi un tizio che si faceva vento con una specie di libretto. Era il mio passaporto, e lui mi stava aspettando per restituirmelo. Fu la mia iniziazione alla favolosa gentilezza dei napoletani. E del resto lo so bene anch’io che basta andare a Roma, a un’ora da Napoli, e avere la sensazione di essere quasi in Scandinavia, in tutt’altro mondo. Ma il problema è sempre quello: non bisogna fermarsi alla superficie, si deve andare più a fondo».
La domanda da porsi è: cosa sarebbe Napoli se anche il senso civico fosse generalmente diffuso? Ma forse è una domanda inutile.
leggi l’articolo sul Corriere del Mezzogiorno
Forgione e Villaggio, duro e civile confronto culturale a “La Radiazza”
Villaggio: «Non ho mai detto certe frasi sul Sud».
Forgione: «Gliele ricordo io due o tre cosette»
Dopo l’intervista rilasciata a calcionapoli24.it alla vigilia di Sampdoria-Napoli e terminata con un forte scontro di opinioni nato dalle sue dichiarazioni rilasciate a SKYtg24 al tempo dell’alluvione di Genova, la posizione di Paolo Villaggio rispetto alla responsabilità esclusiva del Sud rispetto al disastro italiano meritava di essere chiarita.
Nel corso del programma “La Radiazza” di Gianni Simioli su Radio Marte, abbiamo contattato l’attore genovese che, remissivo e cauto, ha negato l’evidenza (documentata) di aver espresso certi giudizi circa la migliore cultura meridionale. Ne è comunque venuto fuori un confronto dialettico molto interessante, interrotto per esigenze di programmazione non prima di aver fornito a Villaggio degli spunti di riflessione. Speriamo ne faccia tesoro, e non solo lui.
Jean-Noël Schifano, un Masaniello per la verità storica
Premio “Masaniello” all‘intellettuale francese che non teme lobby e consorterie
Angelo Forgione – Non da oggi, Jean-Noël Schifano è ambasciatore della cultura e della storia napoletana in Europa e nel mondo. Per chi non lo sappia, non è italiano l’intellettuale di nazionalità francese nato in Francia da madre lionese e padre siciliano, e questo lo pone al di fuori da ogni interesse di divulgazione di parte. Lui, come Ledeen e Gilmoure, arricchisce quel fronte di intellettuali stranieri che possono per questo raccontare senza filtri la storia di Napoli e dell’Italia.
Ma Napoli, consegnandogli il “premio Masaniello – napoletani Protagonisti”, scultura del maestro napoletano Domenico Sepe, lo ha formalmente investito del ruolo che tutti i conoscitori della storia, quella vera, gli attribuiscono da sempre, ribadendo che, al di là della sua cittadinanza napoletana onoraria, è più napoletano di tanti napoletani di nascita, “civis neapolitanus” come lui stesso si autodefinisce. Il premio, di fatto, è assegnato ai migliori esempi di napoletani protagonisti nell’evidenziare la cultura, l’intraprendenza e l’arte partenopea.
Il letterato non qualunque, critico di Le Monde, direttore editoriale di N.R.F. e traduttore dei romanzi di Umberto Eco, è autore di tanti libri dedicati a Napoli (“Cronache napoletane”, “Neapocalisse”, “La danza degli ardenti” – Tullio Pironti editore), ultimo della serie il “Dictìonnaire amoreaux de Naples” (Plon) pubblicato in Francia e in attesa di un editore italiano, che in 579 pagine ripercorre storia, luoghi ed emozioni di una città che l’autore considera tuttora «una delle capitali d`Europa». E proprio nell’ultimo lavoro analizza la figura di Masaniello in chiave revisionistica, come sempre opportuna. “Masaniello non è per nulla rivoluzionario, non si rivolta contro la nobiltà spagnola, ma contro la nobiltà napoletana che lo riduce letteralmente alla fame, che affama la plebe di tutta la Città: senza tregua giurerà fino alla morte la propria autentica fedeltà alla Spagna. I suoi alleati camorristi dell’inizio, per compiacere la nobiltà e raccogliere favori e benefici, lo uccidono alla fine, nello stesso momento in cui lui rinuncia a un potere che non ha mai esercitato (…)”.
A questa osservazione si riallaccia lui stesso in un intervista di Salvo Vitrano per “Il Mattino” del 30 Settembre ’12 in cui, ancora una volta e con la solita franchezza, ha espresso il suo pensiero controcorrente che da fastidio a quei pochi storici schierati (italiani e napoletani) che ancora si ostinano a difendere lo schema narrativo precostituito. Partendo dall’attacco alla falsa rivoluzione della Repubblica Partenopea del ’99 e ai suoi simboli lontani dalla figura popolare di Masaniello: «Lottò contro i nobili non per la presa del potere ma per una presa della libertà e per dare al popolo giustizia, non come quella boriosa di Eleonora Pimentel Fonseca che con i suoi amici nobili giocò nel 1799 a fare la rivoluzione mentre continuava a trattare sprezzantemente i suoi domestici dando loro ordini in latino».
Schifano non si è mai lasciato irretire per amore di Napoli e del suo destino. «Cerco di liberare questa storia da tutti i bugiardi luoghi comuni che le sono stati sovrapposti, soprattutto come effetto dell`Unità d`Italia, che per la città è stata un saccheggio di beni materiali e di memoria. I giornali hanno scritto in questi giorni che ci vorrebbero 400 anni per far recuperare a Napoli e al Sud il divario col Nord italiano. Nessuno ricorda però che prima dei 150 anni di Unità il divario non c`era (ovviamente noi che siamo in trincea con lui si, n.d.r.). Anzi Napoli era all`avanguardia in molti settori, dalle arti alle industrie. È banchiere Salomon Rotschild nel 1821 mandò i suoi figli, perché studiassero il mondo e gli affari, in 5 capitali europee che erano Parigi, Londra, Berlino, Vienna e Napoli, non aTorino o a Roma».
Poi la domanda che inizia a farsi sempre più assillante nell’opinione pubblica: “Erano meglio i Borbone dello Stato italiano?”. E Schifano risponde così: «Senza dubbio. E dicendo questo non voglio discolpare i Borbone, che certo commisero errori gravi. Voglio dire che con loro, come con altri governanti nel passato, Napoli aveva avuto rango di capitale di uno Stato che aveva come territorio il Sud Italia. Con l`Unità il Sud e Napoli diventarono una colonia a cui sottrarre ricchezze e memoria. Altro che assistenzialismo al Sud! Napoli dovrebbe chiedere un risarcimento all`Italia per i danni subiti con l`Unità».
Infine il giudizio sulla capitale di oggi: «Il mio rapporto con la città contemporanea è sempre stato molto attivo: ho condiviso i suoi entusiasmi e i suoi drammi, dal colera, alle speranze di svolta e al degrado dei rifiuti. A me appare chiaro che il problema dei rifiuti non si è prodotto a Napoli, Napoli ne ha solo subito il danno». Era possibile gestire meglio i problemi? «Considerando le condizioni storielle e l`atteggiamento dello Stato verso il Sud, era molto difficile. Due sindaci importanti hanno reagito. Bassolino, che io definisco il “realista”, capace di osservare con la lente ogni aspetto della realtà locale spicciola, senza trascurare l`immagine internazionale della città, con il G7, ma che poi è andato a scontrarsi con l`ossessione dell`inceneritore. De Magistris, che ora vediamo all`opera, lo definisco un sindaco “imperiale”: vuole restituire ai napoletani l`imperio, il dominio della loro storia, della loro memoria, del loro futuro. Senza compromessi. Spero che, dopo aver liberato il lungomare, sappia affrontare con la stessa determinazione i problemi del centro storico».
Val la pena ricordare che Schifano è anche autore della prefazione del pamphlet “Malaunità, 1861-2011, centocinquant’anni portati male”.
Ancora l’ignoranza storica di Paolo Villaggio
Angelo Forgione – Per un napoletano che ha studiato (Nino D’Angelo), un genovese che non ha fatto tesoro degli errori. Paolo Villaggio, intervistato da calcionapoli24.it, si è visto costretto a tornare sulle sue dichiarazioni post-alluvione di Genova e ha rincarato la dose finendo con mandarsi letteralmente a quel paese con il giornalista Dino Viola che vi si confrontava.
Esplicita la domanda: Dopo l’alluvione di Genova lei ha detto: “I liguri hanno la presunzione di essere una cultura anglosassone diversa dalla cultura sudista borbonica, che è la piaga di tutta l’Italia”. Non le sembra fuoriluogo ed ingenerosa questa dichiarazione? Ci motiva il nesso tra la disgrazia e i Borbone? Paolo Villaggio ha risposto così: “Noi sfortunatamente abbiamo avuto una cultura e l’abbiamo imparata dai Borbone, l’abbiamo imparata dalla mafia siciliana, dalla ‘ndrangheta calabrese e voi in casa avete una camorra che non scherza. Quindi lasci perdere ingenerosa. Si faccia un giro per Napoli con un turista inglese quando c’è la monnezza e poi senta i commenti. Lei capisce che Napoli è una grande capitale ma è diventata una città, purtroppo, più criticata. Una vergogna assoluta. La cultura borbonica l’ha presa la politica italiana. Io ho ottant’anni e non me ne frega un cazzo, ma c’è bisogno che i giovani di Napoli e del sud capiscono che devono liberarsi da quel cancro maledetto. (…) “La cultura dei Borbone era solo mafia”. Dichiarazioni che hanno fatto alzare i toni della conversazione e chiudere nettamente l’intervista.
Villaggio continua nell’equivoco di fondo, e cioè a pensare che l’Italia l’abbiano unita (con la forza) i Borbone e non i Savoia, a pensare che l’Italia è napoletanizzata mentre è piemontesizzata. Un grande uomo di cultura qual è Philippe Daverio, che non è certo meridionale, dice che lo Stato ha fallito in confronto ai Borbone. La cultura mafiosa di cui parla Villaggio non è certo borbonica, visto che Garibaldi si fece dare una grossa mano da mafia e camorra, avversarie dei Borbone, per risalire la penisola. Piccole organizzazioni di quartiere sostituite da quel momento allo Stato che al Sud non ha mai veramente messo piede.
La risposta, il comico genovese se la da da solo; Napoli è diventata una città criticata proprio da quel momento mentre prima era la capitale, e non solo del Sud. E la politica italiana non ha preso alcuna cultura borbonica ma semmai il burocratismo piemontese. La tutela del territorio era una priorità dello Stato borbonico (guarda il video), devastato ad esempio dall’applicazione a tutto il Paese dello Statuto Albertino che, essendo tarato per il territorio piemontese a bassissimo rischio sismico, non prevedeva norme edilizie antisismiche e di contrasto alle calamità naturali. Il Sud ne rimase improvvisamente sprovvisto e le conseguenze si palesarono molto presto poichè, secondo la cultura governativa sabauda, non era compito dello Stato preoccuparsi del soccorso per le popolazioni sinistrate. L’Italia che frana, tra torritorio e monumenti, è conseguenza di quegli errori mai veramente riparati.
La smetta il nostro di parlare di cultura (borbonica) alludendo a sottocultura senza essere acculturato in materia e senza conoscere veramente la differenza tra cultura borbonica, fatta di arte e difesa attiva del territorio, e cultura piemontese basata sul militarismo e sulle spese belliche che necessitavano di risorse da incamerare, comprese quelle del Sud. Se l’Italia è famosa nel mondo per essere truffaldina è perchè è nata da una truffa. Piemontese, non Napoletana. La cultura è cultura ed è napoletana la sola aristocrazia europea d’Italia, è meridionale la lingua italiana nel mondo, la buona cucina e il buon gusto. Questo ha preso l’Italia da Napoli e dal Sud ma non vuole prenderne atto.
Solo in una considerazione Villaggio ha in parte ragione: i giovani di Napoli e del Sud devono capire che bisogna liberarsi di un cancro maledetto. Gran parte ne farebbe volentieri a meno, ma se lo Stato non fa la sua parte al Sud, lasciandolo in mano alle mafie, non possono essere i cittadini onesti a dover andare in guerra contro la malavita organizzata, quella che, rubando il futuro a tutti, dà da mangiare ai disoccupati. Perchè questi dovrebbero decidere di morire di fame?
Insomma, un Villaggio tra ignoranza cronica e demagogia pura. E pure presunzione visto che, a differenza dell’umile Nino D’Angelo, ha snobbato tutte le precisazioni dopo il suo “peccato originale”. Anche in questo la Napoletanità ha vinto, ancora una volta.
informazioni@paolovillaggio.com
Nino D’Angelo e la storia di Napoli, da ignorante a consapevole!
“La Juventus non può non essere odiata dai napoletani, è questione storica”.
Storia di un percorso di conoscenza, vittoria della diffusione culturale vigile
Angelo Forgione – E alla fine Nino D’Angelo studiò e divenne consapevole della storia di Napoli! E la cosa felicita perchè dimostra quanto sia efficace il lavoro di chi non accetta le falsità storiche e cerca di riattivare un senso di orgoglio in un popolo che è l’unico artefice del cambiamento o dell’immobilismo.
Nino D’Angelo è tornato a parlare attraverso le pagine de “Il Mattino” e ha spiegato perchè, secondo lui, i tifosi napoletani detestano la Juventus. Alla domanda “Perchè la Juve è antipatica ai tifosi del Napoli?”, il cantante ha così risposto: “Un vero sostenitore azzurro non può non odiarla, sportivamente. Fa parte del nostro dna, forse dipende anche dai retaggi derivanti dalla storia, con i piemontesi che vennero a saccheggiare il Sud”.
Dichiarazione frutto di una conoscenza da poco approfondita e sollecitata da tutti noi divulgatori delle verità storiche. Tutto comincia nel Febbraio di due anni fa, quando D’Angelo partecipa a Sanremo e sempre a “Il Mattino”, alla vigilia della kermesse, rilascia un’intervista-denuncia sulla condizione sociale di Napoli e del Sud che il quotidiano titola “D’Angelo, la camorra e i sottotitoli”. Tanti i temi toccati dibattendo il testo della sua canzone “Jammo jà”, compresa la questione meridionale, e D’Angelo scivola così: «Quella cartolina (Napoli) l’abbiamo inventata noi, a partire dalle canzoni. Le bandiere bianche, la resa evocata nei versi, sono colpa nostra quanto degli altri. Della destra come della sinistra. Di chi ci tratta con razzismo e di chi ha fatto tanto perché questo accadesse. Dei Borbone come dei Savoia». Insomma, chi aveva avviato un progresso di Napoli accomunato nelle colpe a chi gliel’aveva rubato. Tante le proteste dal fronte meridionalista, da diversi movimenti e associazioni, compresa quella di chi scrive: “Mi rammarico del fatto che siano stati accomunati i Borbone di Napoli ai Savoia, quest’ultimi capaci di invadere una terra ricca di monete d’oro e risorse per renderla schiava, costringendo i meridionali ad emigrare e facendo si che la camorra proliferasse. Esprimersi senza conoscenza delle vicende storiche rischia di far ancora più male alla città e fare il gioco di chi, 150 anni fa, ci ha rubato tutto”.
Nino D’Angelo fu cortese a rispondere, ammettendo la sua falla: “Non volevo dare giudizi, né prendere posizione, perchè la mia “ignoranza in materia” non me lo permette, quindi lascio a Voi, che conoscete bene la storia, la riflessione su chi abbia fatto più o meno meglio per il nostro amato Meridione. Credetemi, Nino D’Angelo è e resterà sempre uno del popolo, un “suddito”, a cui non piacciono a priori i Re….”.
Gli fu precisato che non si trattava di amare la monarchia ma di rispettare la storia di Napoli, ieri come oggi; che si trattava di guardarsi dal pericolo di vedere la sua pur bella canzone meridionalista sacrificata al cospetto di una canzone di chiaro stampo “fintopatriottico” di Emanuele Filiberto di Savoia (Italia amore mio) che faceva molto comodo alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
Ci mise poco l’artista napoletano a scontrarsi con la realtà. Lui e Maria Nazionale eliminati al festival, il principe promosso fino alla finale. Ci mise poco anche a scoprire la verità e dopo soli pochi giorni, in una nuova intervista a “Il Mattino”, si scagliò contro Emanuele Filiberto e la sua canzone definita “molto più che una chiavica” che era arrivata fino in fondo. Eloquente lo sfogo: “È un altro schiaffo dei Savoia a Napoli. Mi sento un Masaniello bastonato. In questi giorni ho studiato, mi sono documentato, ora so meglio quello che hanno combinato a Napoli e all’Italia. Ma, a parte il fatto che uno venuto dal popolo come me non ha simpatia per nessun re, il problema è musicale. Ed è grave”.
A distanza di due anni arrivò Aldo Cazzullo a sondare l’identità meridionalista napoletana per il Corriere.it e nel suo reportage fu tirato in mezzo anche Nino D’Angelo che raccontò la sua conoscenza con il mondo meridionalista dichiarandosi ignorante in storia del Risorgimento e fecendo riferimento all’episodio sanremese che lo aveva visto oggetto di un “richiamo generale” per alcune affermazioni superficiali (guarda a -02:16). Ma nelle sue parole ancora un po’ di timidezza mista ad una ritrovata consapevolezza, con molta cautela nel parlare di monarchia. Oggi Nino D’Angelo spiega il motivo per cui i tifosi napoletani diventano sempre più insofferenti alla Juventus, e in chiave contemporanea ci prende in parte. Finalmente parlando di dinamiche di popolo, a prescindere dai re. “I piemontesi che vennero a saccheggiare il Sud”, prima non sapeva, ora sa. Se non è maturazione culturale questa?!
Caruso e quei fischi al “San Carlo” mai ricevuti
Angelo Forgione – Portò la musica napoletana in giro per il mondo, decretandone il successo. Fu un pioniere dell’industria discografica, superando per primo al mondo la soglia del milione di dischi venduti. Si tratta di Enrico Caruso, il più grande tenore del Novecento, figlio illustre di Napoli. Eppur si narra che proprio la sua Napoli sia stata inclemente con lui, riservandogli fischi al San Carlo quando aveva soli 28 anni e spingendolo a non tornarvi più a cantare. Andò davvero così?
All’Emeroteca Tucci di Napoli sono conservate le cronache del 31 Dicembre 1901 e del 5 Gennaio 1902 tratte da Il Pungolo, il quotidiano che monitorava attentamente la vita teatrale della città, in cui si legge dell’emozione che irretì il tenore al principio della sua performance al San Carlo, rotta dagli applausi sempre crescenti.
Il giovane ed evidentemente ancora ingenuo Enrico non aveva reso omaggio ai loggionisti in prima fila che decretavano promozione e bocciatura degli artisti, i quali silenziarono i fragorosi applausi in piccionaia quando il sipario si aprì. Il tenore s’innervosì e la sua voce restò inizialmente ingabbiata. Dalle cronache non risulta però che qualcuno si sia permesso di fischiare, quella sera, e anzi gli applausi montarono fino alla richiesta del bis.
Il giorno seguente, Caruso non gradì quanto scritto su Il Pungolo dal barone Saverio Procida, rispettato e temuto critico dell’epoca che lo giudicò con competenza, rimproverandogli la scelta di un repertorio al di sotto delle sue possibilità e l’incertezza con cui aveva affrontato “L’elisir d’amore” di Donizetti, opera adatta a un tenore di grazia:
“1 gennaio 1902: Diciamo la verità serena se non vogliamo togliere serietà al successo finale d’iersera. Tanto più che questa verità ridonda a beneficio dello stesso Caruso. Il giovane e fortunato Divo mi parve ieri sera, nel primo atto, atterrito dalla sua stessa fama, se ne risentì persino il buon metallo della sua voce; (…). Più tardi, gli applausi amabili rinfrancarono l’artista e noi potemmo, dopo che venne richiesto il bis del duetto finale del primo atto, e dopo che il cordiale saluto al proscenio rassicurò il tenore sulle intenzioni favorevolissime del pubblico, giudicarlo equamente. Ecco la mia impressione schiettissima: il Caruso ha una voce di valido timbro baritonale, di bel volume eguale, abbastanza estesa, gagliarda in certi suoni che costituiscono il segreto del suo successo teatrale, con note di una potenza rara. Ma pari alle qualità naturali di un organo privilegiato, a me non risulta il possesso di una sapienza tecnica che disciplini codesti spontanei doni e renda più pastosa la voce, più eguale la successione dei suoni, più elastiche le agilità d’un canto leggero e fiorito come quello dell’Elisir, più impeccabili i passaggi, più precisa l’intonazione, che ieri, e mi auguro per la commozione del debutto, fu talvolta incerta: insomma, io non scorgo ancora nel Caruso l’artista che stia all’altezza cui lo colloca la fama e lo destinerebbe un organo singolarmente dotato. E c’è di più. lo non so perché il Caruso si ostini a cantare la musica di mezzo carattere come l’Elisir. So bene: alla Scala di Milano ebbe un successo strepitoso proprio in quest’opera frivola e leggiadra del sommo bergamasco. E che conta? Un artista deve studiare le proprie facoltà e non esaltarsi a un giudizio, mettiamo errato, di pubblico. Ora il Caruso dà colore e fiamma alla sua voce, non ancora levigata e domata, con un accento profondo, impetuoso di una stupenda passionalità. Accento che ieri sera gli valse un gran successo soltanto in fondo all’opera, dopo cioè la celeberrima “Furtiva lagrima” bissata da Caruso a furor di popolo. E con qualità così passionali, elementi di un temperamento drammatico così esplicito, egli s’illude di poter coltivare anche un tipo di musica che richiede una disciplina paziente, quasi glaciale, inesorabile della sua voce? (…) Occorrerebbe possedere la magistralità di uno Stagno, avere avvezzata la propria gola a tale elasticità, averla resa così duttile da non temere le insidie del doppio repertorio. Ma il Caruso, non si dolga della mia franchezza affettuosa, è ben lontano da quest’arte prodigiosa che ci dette i Duprez e i Tiberini e i Gayarre e gli Stagno e, per ora, deve optare per uno dei due generi. lo non gli consiglio certo il virtuosismo. Mi pare che lo stile adatto gli manchi, che non senta più quel modo di fraseggiare, tanto che a volte Nemorino ha il gesto, il fragore vocale e l’accento eroico di Raul o di Enzo Grimaldo. lo credo che il Caruso debba fissarsi in un genere drammatico che, senza levarsi all’eroico, spazi fra l’ardore della passione moderna. Accento caldo, vibrazione intensa, suono poderoso, costituiscono il bel patrimonio della sua voce, e ieri, nella romanza, l’accento di dolore fu così caldo, così schietto e l’innestò in certi ardui passaggi così bene, che non fece più dubitare della meta cui deve tendere il Caruso”.
Meglio ancora pare sia andata alle repliche: «Ieri sera Caruso cantò meravigliosamente quella patetica melodia. La progressione di voce onde compie il passaggio dalla prima alla seconda parte della romanza è davvero degna di un grande cantante, di un grande artista. Il pubblico ne restò entusiasta».
Fu questa competente critica, prodotta del severo ma non prevenuto Procida, a infastidire fortemente un Caruso fiero dei suoi recenti successi alla Scala di Milano, cui il critico napoletano rimproverò la scelta di un repertorio al di sotto delle sue possibilità. Il tenore, risentito anche per la spocchia dei nobiluomini in teatro, giurò in seguito che sarebbe tornato a Napoli soltanto per mangiare spaghetti. Fu di parola e non cantò più al San Carlo, ma in realtà non più in Italia perché andò incontro al suo straordinario successo negli Stati Uniti, dove la sua incredibile carriera si concretizzò proprio abbracciando il genere che il Procida gli aveva suggerito.
Vent’anni più tardi fu sempre il Procida a scrivere un’epigrafe per l’appena defunto Caruso su Il Mattino, sottolineando il ruolo avuto nella più spinosa vicenda artistica del tenore:
“Dotato di una voce di stupenda robustezza (e per averne tecnicamente fissato il carattere, vent’anni fa, il grande artista mi votò un inestinguibile rancore, fino a non voler più cantare in Napoli e a non voler comprendere che nel mio rilievo c’era il maggiore elogio alla intensità della sua espressione drammatica), guidato da un sentimento che amplificava sempre il contenuto lirico del personaggio, sicuro dell’elasticità incomparabile dei suoni, che vibravano nella gola, perché erano temprati sulla sensibilità quasi morbosa del suo temperamento artistico, scevro di pregiudizi stilistici, che non arrestavano mai la fiamma di cui il napoletano autentico a dispetto della vernice transatlantica aspersa più sulle sue scarpe che sulla sua fantasia bruciava, tutto istinto e intuito, tutto estemporaneità di senzazione, il tenore che non ebbe emuli nel suo tempo e potè per antonomasia accettare per lui soltanto la lettera maiuscola della chiave in cui cantò, fu il prototipo del tenore moderno. Egli incarnò il realismo musicale, fu il vocabolario della nuova lingua».
Caruso tornò a Napoli per l’ultima volta nell’estate del 1921, non per mangiare spaghetti ma per morire e per esservi seppellito, portando con sé il suo mito e quello dei fischi al San Carlo mai davvero ricevuti.

Il soprintendente Cozzolino si presenta. Che eredità!
al nuovo responsabile dei beni culturali chiediamo risposte mai avute da Gizzi
Si è insediato il 20 Settembre il nuovo soprintendente ai beni architettonici e ambientali Giorgio Cozzolino, presentato a Palazzo Reale da Gregorio Angelini, direttore regionale per la Campania dei beni culturali. Cozzolino ha detto di essere diverso da Gizzi, quindi meno opinionista e più dedito a far rispettare le leggi. Tanti i temi toccati, dalle “Vele” di Scampia ai baffi della scogliera sul lungomare, dallo stadio San Paolo al palazzo dello sport Mario Argento. Noi vorremmo accoglierlo chiedendogli che posizioni intende avere rispetto a questioni come la Cassa Armonica amputata, i monumenti equestri del Canova di Piazza del Plebiscito nell’oblio e nel degrado dell’intero colonnato, le Mura Greche di Piazza Bellini usate come discarica, i monumenti senza illuminazione notturna, l’orologio storico EAV sparito a Piazza VII Settembre e il parcheggio ai piedi della facciata del Museo Archeologico Nazionale. Tanto per dargli il benvenuto…
È tempo di dare risposte e sollecitare interventi seri perchè questa città non può consentirsi ulteriore immobilismo.