io, Benjamin Taylor, innamorato di Napoli… nel bene e nel male

«All’inizio avevo la testa piena di paure e pregiudizi, ora amo tutto di questa città. Non esiste nel mondo popolo più ospitale e raffinato di quello napoletano»

Benjamin Taylor è uno scrittore di origine texana che vive a New York dove è titolare della cattedra di Letteratura alla “Columbia University”. In questi giorni, per la dodicesima volta, è a Napoli per guidare una troupe di Discovery Channel alla scoperta della città. Lui Napoli la conosce benissimo e recentemente ha pubblicato il libro “Naples Declared – a walk around the bay”, dedicato alla memoria di Giancarlo Siani, che negli Stati Uniti sta raccontando obiettivamente una Napoli diversa e sorprendente pur senza nascondere le sue vergogne, giungendo nella “top 10” americana dei libri dedicati ai viaggi.
Taylor in realtà racconta un po’ la sua esperienza personale, la sua scoperta di Napoli che ha sgretolato i suoi pregiudizi e l’ha condotto ad innamorarsene. Scoperta Iniziata per caso proprio dalla lettura in America di un fatto di cronaca nera accaduto a Napoli. Alla metà degli anni ’90 vi si recò per la prima volta ma per vedere gli scavi vesuviani e Capri. Poi, si legge dal Corriere del Mezzogiorno del 14 Settembre ’12, prima di spostarsi sull’isola per un po’ di relax, volle conoscere la scrittrice Shirley Hazzard residente a Posillipo, vedova di quel Francis Steegmuller di cui aveva letto un racconto. Gli era capitato di essere rapinato con violenza a Napoli ed era finito in ospedale; lì aveva avuto modo di conoscere l’altra faccia della realtà: circondato da mille attenzioni, da grande umanità e comprensione, di quella brutale esperienza, alla fine, gli era rimasto un ricordo assolutamente positivo. Anche la Hazzard, nonostante tutto, era follemente innamorata di Napoli e invogliò Taylor a restare in città e a scoprire le cose veramente importanti, quelle nascoste nel cuore della città. «Furono giorni indimenticabili. Per questo sono sempre tornato», dice lo scrittore americano.
Taylor non ama i luoghi comuni, nel bene e nel male, ma questo è il suo preciso e lusinghiero pensiero sui napoletani: «Non ho mai trovato, in nessun’altra città del mondo, un così spiccato senso dell’ospitalità. E non credo che esista un popolo più raffinato del napoletano. Credo che la generosità e l’apertura mentale dei napoletani siano incomparabili. E credo che nessuno dovrebbe mai pensare che la camorra possa rappresentare la realtà di Napoli. No: la camorra è un esercito di invasori e conquistatori, niente di più. Anch’io prima di venire a Napoli avevo la testa piena di pregiudizi. E una certa paura. Quando arrivai in città e feci la mia prima visita al centro storico, decisi di infilare il passaporto in una sacca che portavo ben assicurata sottobraccio. Andai a vedere il duomo — posto fantastico! — e forse dovetti chinarmi o fare un movimento strano. Fatto sta che qualche ora dopo, quando ormai ero molto lontano da lì, mi accorsi che il passaporto non era più nella sacca. Tornai quasi di corsa sui miei passi fino al duomo, ma lo trovai chiuso e sbarrato: era ormai quasi sera. Disperato, mi guardai intorno con un senso d’impotenza, e fu allora che, seduto su un gradino del sagrato, vidi un tizio che si faceva vento con una specie di libretto. Era il mio passaporto, e lui mi stava aspettando per restituirmelo. Fu la mia iniziazione alla favolosa gentilezza dei napoletani. E del resto lo so bene anch’io che basta andare a Roma, a un’ora da Napoli, e avere la sensazione di essere quasi in Scandinavia, in tutt’altro mondo. Ma il problema è sempre quello: non bisogna fermarsi alla superficie, si deve andare più a fondo».
La domanda da porsi è: cosa sarebbe Napoli se anche il senso civico fosse generalmente diffuso? Ma forse è una domanda inutile.

leggi l’articolo sul Corriere del Mezzogiorno

Forgione e Villaggio, duro e civile confronto culturale a “La Radiazza”

Villaggio: «Non ho mai detto certe frasi sul Sud».
Forgione: «Gliele ricordo io due o tre cosette»

Dopo l’intervista rilasciata a calcionapoli24.it alla vigilia di Sampdoria-Napoli e terminata con un forte scontro di opinioni nato dalle sue dichiarazioni rilasciate a SKYtg24 al tempo dell’alluvione di Genova, la posizione di Paolo Villaggio rispetto alla responsabilità esclusiva del Sud rispetto al disastro italiano meritava di essere chiarita.
Nel corso del programma “La Radiazza” di Gianni Simioli su Radio Marte, abbiamo contattato l’attore genovese che, remissivo e cauto, ha negato l’evidenza (documentata) di aver espresso certi giudizi circa la migliore cultura meridionale. Ne è comunque venuto fuori un confronto dialettico molto interessante, interrotto per esigenze di programmazione non prima di aver fornito a Villaggio degli spunti di riflessione. Speriamo ne faccia tesoro, e non solo lui.

Jean-Noël Schifano, un Masaniello per la verità storica

Premio “Masaniello” all‘intellettuale francese che non teme lobby e consorterie

Angelo Forgione – Non da oggi, Jean-Noël Schifano è ambasciatore della cultura e della storia napoletana in Europa e nel mondo. Per chi non lo sappia, non è italiano l’intellettuale di nazionalità francese nato in Francia da madre lionese e padre siciliano, e questo lo pone al di fuori da ogni interesse di divulgazione di parte. Lui, come Ledeen e Gilmoure, arricchisce quel fronte di intellettuali stranieri che possono per questo raccontare senza filtri la storia di Napoli e dell’Italia.
Ma Napoli, consegnandogli il “premio Masaniello – napoletani Protagonisti”, scultura del maestro napoletano Domenico Sepe, lo ha formalmente investito del ruolo che tutti i conoscitori della storia, quella vera, gli attribuiscono da sempre, ribadendo che, al di là della sua cittadinanza napoletana onoraria, è più napoletano di tanti napoletani di nascita, “civis neapolitanus” come lui stesso si autodefinisce. Il premio, di fatto, è assegnato ai migliori esempi di napoletani protagonisti nell’evidenziare la cultura, l’intraprendenza e l’arte partenopea.
Il letterato non qualunque, critico di Le Monde, direttore editoriale di N.R.F. e traduttore dei romanzi di Umberto Eco, è autore di tanti libri dedicati a Napoli (“Cronache napoletane”, “Neapocalisse”, “La danza degli ardenti” – Tullio Pironti editore), ultimo della serie il “Dictìonnaire amoreaux de Naples” (Plon) pubblicato in Francia e in attesa di un editore italiano, che in 579 pagine ripercorre storia, luoghi ed emozioni di una città che l’autore considera tuttora «una delle capitali d`Europa». E proprio nell’ultimo lavoro analizza la figura di Masaniello in chiave revisionistica, come sempre opportuna. “Masaniello non è per nulla rivoluzionario, non si rivolta contro la nobiltà spagnola, ma contro la nobiltà napoletana che lo riduce letteralmente alla fame, che affama la plebe di tutta la Città: senza tregua giurerà fino alla morte la propria autentica fedeltà alla Spagna. I suoi alleati camorristi dell’inizio, per compiacere la nobiltà e raccogliere favori e benefici, lo uccidono alla fine, nello stesso momento in cui lui rinuncia a un potere che non ha mai esercitato (…)”.
A questa osservazione si riallaccia lui stesso in un intervista di Salvo Vitrano per “Il Mattino” del 30 Settembre ’12 in cui, ancora una volta e con la solita franchezza, ha espresso il suo pensiero controcorrente che da fastidio a quei pochi storici schierati (italiani e napoletani) che ancora si ostinano a difendere lo schema narrativo precostituito. Partendo dall’attacco alla falsa rivoluzione della Repubblica Partenopea del ’99 e ai suoi simboli lontani dalla figura popolare di Masaniello: «Lottò contro i nobili non per la presa del potere ma per una presa della libertà e per dare al popolo giustizia, non come quella boriosa di Eleonora Pimentel Fonseca che con i suoi amici nobili giocò nel 1799 a fare la rivoluzione mentre continuava a trattare sprezzantemente i suoi domestici dando loro ordini in latino».
Schifano non si è mai lasciato irretire per amore di Napoli e del suo destino. «Cerco di liberare questa storia da tutti i bugiardi luoghi comuni che le sono stati sovrapposti, soprattutto come effetto dell`Unità d`Italia, che per la città è stata un saccheggio di beni materiali e di memoria. I giornali hanno scritto in questi giorni che ci vorrebbero 400 anni per far recuperare a Napoli e al Sud il divario col Nord italiano. Nessuno ricorda però che prima dei 150 anni di Unità il divario non c`era (ovviamente noi che siamo in trincea con lui si, n.d.r.). Anzi Napoli era all`avanguardia in molti settori, dalle arti alle industrie. È banchiere Salomon Rotschild nel 1821 mandò i suoi figli, perché studiassero il mondo e gli affari, in 5 capitali europee che erano Parigi, Londra, Berlino, Vienna e Napoli, non aTorino o a Roma».
Poi la domanda che inizia a farsi sempre più assillante nell’opinione pubblica: “Erano meglio i Borbone dello Stato italiano?”E Schifano risponde così: «Senza dubbio. E dicendo questo non voglio discolpare i Borbone, che certo commisero errori gravi. Voglio dire che con loro, come con altri governanti nel passato, Napoli aveva avuto rango di capitale di uno Stato che aveva come territorio il Sud Italia. Con l`Unità il Sud e Napoli diventarono una colonia a cui sottrarre ricchezze e memoria. Altro che assistenzialismo al Sud! Napoli dovrebbe chiedere un risarcimento all`Italia per i danni subiti con l`Unità».
Infine il giudizio sulla capitale di oggi: «Il mio rapporto con la città contemporanea è sempre stato molto attivo: ho condiviso i suoi entusiasmi e i suoi drammi, dal colera, alle speranze di svolta e al degrado dei rifiuti. A me appare chiaro che il problema dei rifiuti non si è prodotto a Napoli, Napoli ne ha solo subito il danno». Era possibile gestire meglio i problemi? «Considerando le condizioni storielle e l`atteggiamento dello Stato verso il Sud, era molto difficile. Due sindaci importanti hanno reagito. Bassolino, che io definisco il “realista”, capace di osservare con la lente ogni aspetto della realtà locale spicciola, senza trascurare l`immagine internazionale della città,  con il G7, ma che poi è andato a scontrarsi con l`ossessione dell`inceneritore. De Magistris, che ora vediamo all`opera, lo definisco un sindaco “imperiale”: vuole restituire ai napoletani l`imperio, il dominio della loro storia, della loro memoria, del loro futuro. Senza compromessi. Spero che, dopo aver liberato il lungomare, sappia affrontare con la stessa determinazione i problemi del centro storico».
Val la pena ricordare che Schifano è anche autore della prefazione del pamphlet “Malaunità, 1861-2011, centocinquant’anni portati male”.

Ancora l’ignoranza storica di Paolo Villaggio

Angelo Forgione – Per un napoletano che ha studiato (Nino D’Angelo), un genovese che non ha fatto tesoro degli errori. Paolo Villaggio, intervistato da calcionapoli24.it, si è visto costretto a tornare sulle sue dichiarazioni post-alluvione di Genova e ha rincarato la dose finendo con mandarsi letteralmente a quel paese con il giornalista Dino Viola che vi si confrontava.
Esplicita la domanda: Dopo l’alluvione di Genova lei ha detto: “I liguri hanno la presunzione di essere una cultura anglosassone diversa dalla cultura sudista borbonica, che è la piaga di tutta l’Italia”Non le sembra fuoriluogo ed ingenerosa questa dichiarazione? Ci motiva il nesso tra la disgrazia Borbone? Paolo Villaggio ha risposto così: “Noi sfortunatamente abbiamo avuto una cultura e l’abbiamo imparata dai Borbone, l’abbiamo imparata dalla mafia siciliana, dalla ‘ndrangheta calabrese e voi in casa avete una camorra che non scherza. Quindi lasci perdere ingenerosa. Si faccia un giro per Napoli con un turista inglese quando c’è la monnezza e poi senta i commenti. Lei capisce che Napoli è una grande capitale ma è diventata una città, purtroppo, più criticata. Una vergogna assoluta. La cultura borbonica l’ha presa la politica italiana. Io ho ottant’anni e non me ne frega un cazzo, ma c’è bisogno che i giovani di Napoli e del sud capiscono che devono liberarsi da quel cancro maledetto. (…) “La cultura dei Borbone era solo mafia”. Dichiarazioni che hanno fatto alzare i toni della conversazione e chiudere nettamente l’intervista.
Villaggio continua nell’equivoco di fondo, e cioè a pensare che l’Italia l’abbiano unita (con la forza) i Borbone e non i Savoia, a pensare che l’Italia è napoletanizzata mentre è piemontesizzata. Un grande uomo di cultura qual è Philippe Daverio, che non è certo meridionale, dice che lo Stato ha fallito in confronto ai Borbone. La cultura mafiosa di cui parla Villaggio non è certo borbonica, visto che Garibaldi si fece dare una grossa mano da mafia e camorra, avversarie dei Borbone, per risalire la penisola. Piccole organizzazioni di quartiere sostituite da quel momento allo Stato che al Sud non ha mai veramente messo piede.
La risposta, il comico genovese se la da da solo; Napoli è diventata una città criticata proprio da quel momento mentre prima era la capitale, e non solo del Sud. E la politica italiana non ha preso alcuna cultura borbonica ma semmai il burocratismo piemontese. La tutela del territorio era una priorità dello Stato borbonico (guarda il video), devastato ad esempio dall’applicazione a tutto il Paese dello Statuto Albertino che, essendo tarato per il territorio piemontese a bassissimo rischio sismico, non prevedeva norme edilizie antisismiche e di contrasto alle calamità naturali. Il Sud ne rimase improvvisamente sprovvisto e le conseguenze si palesarono molto presto poichè, secondo la cultura governativa sabauda, non era compito dello Stato preoccuparsi del soccorso per le popolazioni sinistrate. L’Italia che frana, tra torritorio e monumenti, è conseguenza di quegli errori mai veramente riparati.
La smetta il nostro di parlare di cultura (borbonica) alludendo a sottocultura senza essere acculturato in materia e senza conoscere veramente la differenza tra cultura borbonica, fatta di arte e difesa attiva del territorio, e cultura piemontese basata sul militarismo e sulle spese belliche che necessitavano di risorse da incamerare, comprese quelle del Sud. Se l’Italia è famosa nel mondo per essere truffaldina è perchè è nata da una truffa. Piemontese, non Napoletana. La cultura è cultura ed è napoletana la sola aristocrazia europea d’Italia, è meridionale la lingua italiana nel mondo, la buona cucina e il buon gusto. Questo ha preso l’Italia da Napoli e dal Sud ma non vuole prenderne atto.
Solo in una considerazione Villaggio ha in parte ragione: i giovani di Napoli e del Sud devono capire che bisogna liberarsi di un cancro maledetto. Gran parte ne farebbe volentieri a meno, ma se lo Stato non fa la sua parte al Sud, lasciandolo in mano alle mafie, non possono essere i cittadini onesti a dover andare in guerra contro la malavita organizzata, quella che, rubando il futuro a tutti, dà da mangiare ai disoccupati. Perchè questi dovrebbero decidere di morire di fame?
Insomma, un Villaggio tra ignoranza cronica e demagogia pura. E pure presunzione visto che, a differenza dell’umile Nino D’Angelo, ha snobbato tutte le precisazioni dopo il suo “peccato originale”. Anche in questo la Napoletanità ha vinto, ancora una volta.

informazioni@paolovillaggio.com

Nino D’Angelo e la storia di Napoli, da ignorante a consapevole!

“La Juventus non può non essere odiata dai napoletani, è questione storica”.
Storia di un percorso di conoscenza, vittoria della diffusione culturale vigile

Angelo Forgione – E alla fine Nino D’Angelo studiò e divenne consapevole della storia di Napoli! E la cosa felicita perchè dimostra quanto sia efficace il lavoro di chi non accetta le falsità storiche e cerca di riattivare un senso di orgoglio in un popolo che è l’unico artefice del cambiamento o dell’immobilismo.
Nino D’Angelo è tornato a parlare attraverso le pagine de “Il Mattino” e ha spiegato perchè, secondo lui, i tifosi napoletani detestano la Juventus. Alla domanda “Perchè la Juve è antipatica ai tifosi del Napoli?”, il cantante ha così risposto: “Un vero sostenitore azzurro non può non odiarla, sportivamente. Fa parte del nostro dna, forse dipende anche dai retaggi derivanti dalla storia, con i piemontesi che vennero a saccheggiare il Sud”.
Dichiarazione frutto di una conoscenza da poco approfondita e sollecitata da tutti noi divulgatori delle verità storiche. Tutto comincia nel Febbraio di due anni fa, quando D’Angelo partecipa a Sanremo e sempre a “Il Mattino”, alla vigilia della kermesse, rilascia un’intervista-denuncia sulla condizione sociale di Napoli e del Sud che il quotidiano titola “D’Angelo, la camorra e i sottotitoli”. Tanti i temi toccati dibattendo il testo della sua canzone “Jammo jà”, compresa la questione meridionale, e D’Angelo scivola così: «Quella cartolina (Napoli) l’abbiamo inventata noi, a partire dalle canzoni. Le bandiere bianche, la resa evocata nei versi, sono colpa nostra quanto degli altri. Della destra come della sinistra. Di chi ci tratta con razzismo e di chi ha fatto tanto perché questo accadesse. Dei Borbone come dei Savoia». Insomma, chi aveva avviato un progresso di Napoli accomunato nelle colpe a chi gliel’aveva rubato. Tante le proteste dal fronte meridionalista, da diversi movimenti e associazioni, compresa quella di chi scrive: “Mi rammarico del fatto che siano stati accomunati i Borbone di Napoli ai Savoia, quest’ultimi capaci di invadere una terra ricca di monete d’oro e risorse per renderla schiava, costringendo i meridionali ad emigrare e facendo si che la camorra proliferasse. Esprimersi senza conoscenza delle vicende storiche rischia di far ancora più male alla città e fare il gioco di chi, 150 anni fa, ci ha rubato tutto”.
Nino D’Angelo fu cortese a rispondere, ammettendo la sua falla: “Non volevo dare giudizi, né prendere posizione, perchè la mia “ignoranza in materia” non me lo permette, quindi lascio a Voi, che conoscete bene la storia, la riflessione su chi abbia fatto più o meno meglio per il nostro amato Meridione. Credetemi, Nino D’Angelo è e resterà sempre uno del popolo, un “suddito”, a cui non piacciono a priori i Re….”.
Gli fu precisato che non si trattava di amare la monarchia ma di rispettare la storia di Napoli, ieri come oggi; che si trattava di guardarsi dal pericolo di vedere la sua pur bella canzone meridionalista sacrificata al cospetto di una canzone di chiaro stampo “fintopatriottico” di Emanuele Filiberto di Savoia (Italia amore mio) che faceva molto comodo alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
Ci mise poco l’artista napoletano a scontrarsi con la realtà. Lui e Maria Nazionale eliminati al festival, il principe promosso fino alla finale. Ci mise poco anche a scoprire la verità e dopo soli pochi giorni, in una nuova intervista a “Il Mattino”, si scagliò contro Emanuele Filiberto e la sua canzone definita “molto più che una chiavica” che era arrivata fino in fondo. Eloquente lo sfogo: “È un altro schiaffo dei Savoia a Napoli. Mi sento un Masaniello bastonato. In questi giorni ho studiato, mi sono documentato, ora so meglio quello che hanno combinato a Napoli e all’Italia. Ma, a parte il fatto che uno venuto dal popolo come me non ha simpatia per nessun re, il problema è musicale. Ed è grave”.
A distanza di due anni arrivò Aldo Cazzullo a sondare l’identità meridionalista napoletana per il Corriere.it e nel suo reportage fu tirato in mezzo anche Nino D’Angelo che raccontò la sua conoscenza con il mondo meridionalista dichiarandosi ignorante in storia del Risorgimento e fecendo riferimento all’episodio sanremese che lo aveva visto oggetto di un “richiamo generale” per alcune affermazioni superficiali (guarda a -02:16). Ma nelle sue parole ancora un po’ di timidezza mista ad una ritrovata consapevolezza, con molta cautela nel parlare di monarchia. Oggi Nino D’Angelo spiega il motivo per cui i tifosi napoletani diventano sempre più insofferenti alla Juventus, e in chiave contemporanea ci prende in parte. Finalmente parlando di dinamiche di popolo, a prescindere dai re. “I piemontesi che vennero a saccheggiare il Sud”, prima non sapeva, ora sa. Se non è maturazione culturale questa?!

Caruso e quei fischi al “San Carlo” mai ricevuti

Angelo Forgione – Portò la musica napoletana in giro per il mondo, decretandone il successo. Fu un pioniere dell’industria discografica, superando per primo al mondo la soglia del milione di dischi venduti. Si tratta di Enrico Caruso, il più grande tenore del Novecento, figlio illustre di Napoli. Eppur si narra che proprio la sua Napoli sia stata inclemente con lui, riservandogli fischi al San Carlo quando aveva soli 28 anni e spingendolo a non tornarvi più a cantare. Andò davvero così?

All’Emeroteca Tucci di Napoli sono conservate le cronache del 31 Dicembre 1901 e del 5 Gennaio 1902 tratte da Il Pungolo, il quotidiano che monitorava attentamente la vita teatrale della città, in cui si legge dell’emozione che irretì il tenore al principio della sua performance al San Carlo, rotta dagli applausi sempre crescenti.
Il giovane ed evidentemente ancora ingenuo Enrico non aveva reso omaggio ai loggionisti in prima fila che decretavano promozione e bocciatura degli artisti, i quali silenziarono i fragorosi applausi in piccionaia quando il sipario si aprì. Il tenore s’innervosì e la sua voce restò inizialmente ingabbiata. Dalle cronache non risulta però che qualcuno si sia permesso di fischiare, quella sera, e anzi gli applausi montarono fino alla richiesta del bis.

Il giorno seguente, Caruso non gradì quanto scritto su Il Pungolo dal barone Saverio Procida, rispettato e temuto critico dell’epoca che lo giudicò con competenza, rimproverandogli la scelta di un repertorio al di sotto delle sue possibilità e l’incertezza con cui aveva affrontato “L’elisir d’amore” di Donizetti, opera adatta a un tenore di grazia:

“1 gennaio 1902: Diciamo la verità serena se non vogliamo togliere serietà al successo finale d’iersera. Tanto più che questa verità ridonda a beneficio dello stesso Caruso. Il giovane e fortunato Divo mi parve ieri sera, nel primo atto, atterrito dalla sua stessa fama, se ne risentì persino il buon metallo della sua voce; (…). Più tardi, gli applausi amabili rinfrancarono l’artista e noi potemmo, dopo che venne richiesto il bis del duetto finale del primo atto, e dopo che il cordiale saluto al proscenio rassicurò il tenore sulle intenzioni favorevolissime del pubblico, giudicarlo equamente. Ecco la mia impressione schiettissima: il Caruso ha una voce di valido timbro baritonale, di bel volume eguale, abbastanza estesa, gagliarda in certi suoni che costituiscono il segreto del suo successo teatrale, con note di una potenza rara. Ma pari alle qualità naturali di un organo privilegiato, a me non risulta il possesso di una sapienza tecnica che disciplini codesti spontanei doni e renda più pastosa la voce, più eguale la successione dei suoni, più elastiche le agilità d’un canto leggero e fiorito come quello dell’Elisir, più impeccabili i passaggi, più precisa l’intonazione, che ieri, e mi auguro per la commozione del debutto, fu talvolta incerta: insomma, io non scorgo ancora nel Caruso l’artista che stia all’altezza cui lo colloca la fama e lo destinerebbe un organo singolarmente dotato. E c’è di più. lo non so perché il Caruso si ostini a cantare la musica di mezzo carattere come l’Elisir. So bene: alla Scala di Milano ebbe un successo strepitoso proprio in quest’opera frivola e leggiadra del sommo bergamasco. E che conta? Un artista deve studiare le proprie facoltà e non esaltarsi a un giudizio, mettiamo errato, di pubblico. Ora il Caruso dà colore e fiamma alla sua voce, non ancora levigata e domata, con un accento profondo, impetuoso di una stupenda passionalità. Accento che ieri sera gli valse un gran successo soltanto in fondo all’opera, dopo cioè la celeberrima “Furtiva lagrima” bissata da Caruso a furor di popolo. E con qualità così passionali, elementi di un temperamento drammatico così esplicito, egli s’illude di poter coltivare anche un tipo di musica che richiede una disciplina paziente, quasi glaciale, inesorabile della sua voce? (…) Occorrerebbe possedere la magistralità di uno Stagno, avere avvezzata la propria gola a tale elasticità, averla resa così duttile da non temere le insidie del doppio repertorio. Ma il Caruso, non si dolga della mia franchezza affettuosa, è ben lontano da quest’arte prodigiosa che ci dette i Duprez e i Tiberini e i Gayarre e gli Stagno e, per ora, deve optare per uno dei due generi. lo non gli consiglio certo il virtuosismo. Mi pare che lo stile adatto gli manchi, che non senta più quel modo di fraseggiare, tanto che a volte Nemorino ha il gesto, il fragore vocale e l’accento eroico di Raul o di Enzo Grimaldo. lo credo che il Caruso debba fissarsi in un genere drammatico che, senza levarsi all’eroico, spazi fra l’ardore della passione moderna. Accento caldo, vibrazione intensa, suono poderoso, costituiscono il bel patrimonio della sua voce, e ieri, nella romanza, l’accento di dolore fu così caldo, così schietto e l’innestò in certi ardui passaggi così bene, che non fece più dubitare della meta cui deve tendere il Caruso”.
Meglio ancora pare sia andata alle repliche: «Ieri sera Caruso cantò meravigliosamente quella patetica melodia. La progressione di voce onde compie il passaggio dalla prima alla seconda parte della romanza è davvero degna di un grande cantante, di un grande artista. Il pubblico ne restò entusiasta».

Fu questa competente critica, prodotta del severo ma non prevenuto Procida, a infastidire fortemente un Caruso fiero dei suoi recenti successi alla Scala di Milano, cui il critico napoletano rimproverò la scelta di un repertorio al di sotto delle sue possibilità. Il tenore, risentito anche per la spocchia dei nobiluomini in teatro, giurò in seguito che sarebbe tornato a Napoli soltanto per mangiare spaghetti. Fu di parola e non cantò più al San Carlo, ma in realtà non più in Italia perché andò incontro al suo straordinario successo negli Stati Uniti, dove la sua incredibile carriera si concretizzò proprio abbracciando il genere che il Procida gli aveva suggerito.

Vent’anni più tardi fu sempre il Procida a scrivere un’epigrafe per l’appena defunto Caruso su Il Mattino, sottolineando il ruolo avuto nella più spinosa vicenda artistica del tenore:

Dotato di una voce di stupenda robustezza (e per averne tecnicamente fissato il carattere, vent’anni fa, il grande artista mi votò un inestinguibile rancore, fino a non voler più cantare in Napoli e a non voler comprendere che nel mio rilievo c’era il maggiore elogio alla intensità della sua espressione drammatica), guidato da un sentimento che amplificava sempre il contenuto lirico del personaggio, sicuro dell’elasticità incomparabile dei suoni, che vibravano nella gola, perché erano temprati sulla sensibilità quasi morbosa del suo temperamento artistico, scevro di pregiudizi stilistici, che non arrestavano mai la fiamma di cui il napoletano autentico a dispetto della vernice transatlantica aspersa più sulle sue scarpe che sulla sua fantasia bruciava, tutto istinto e intuito, tutto estemporaneità di senzazione, il tenore che non ebbe emuli nel suo tempo e potè per antonomasia accettare per lui soltanto la lettera maiuscola della chiave in cui cantò, fu il prototipo del tenore moderno. Egli incarnò il realismo musicale, fu il vocabolario della nuova lingua».

Caruso tornò a Napoli per l’ultima volta nell’estate del 1921, non per mangiare spaghetti ma per morire e per esservi seppellito, portando con sé il suo mito e quello dei fischi al San Carlo mai davvero ricevuti.

Il soprintendente Cozzolino si presenta. Che eredità!

al nuovo responsabile dei beni culturali chiediamo risposte mai avute da Gizzi

Si è insediato il 20 Settembre il nuovo soprintendente ai beni architettonici e ambientali Giorgio Cozzolino, presentato a Palazzo Reale da Gregorio Angelini, direttore regionale per la Campania dei beni culturali. Cozzolino ha detto di essere diverso da Gizzi, quindi meno opinionista e più dedito a far rispettare le leggi. Tanti i temi toccati, dalle “Vele” di Scampia ai baffi della scogliera sul lungomare, dallo stadio San Paolo al palazzo dello sport Mario Argento. Noi vorremmo accoglierlo chiedendogli che posizioni intende avere rispetto a questioni come la Cassa Armonica amputata, i monumenti equestri del Canova di Piazza del Plebiscito nell’oblio e nel degrado dell’intero colonnato, le Mura Greche di Piazza Bellini usate come discarica, i monumenti senza illuminazione notturna, l’orologio storico EAV sparito a Piazza VII Settembre e il parcheggio ai piedi della facciata del Museo Archeologico Nazionale. Tanto per dargli il benvenuto…
È tempo di dare risposte e sollecitare interventi seri perchè questa città non può consentirsi ulteriore immobilismo.

Napoli e il Sud non si facciano offendere da Lotito! Tra lui e Cellino…

Claudio Lotito commenta la vicenda dello stadio di Quartu Sant’Elena e offende, come troppi, la storia di Napoli con quel solito aggettivo di stampo post-risorgimentale che i vocabolari continuano a riportare. Per il presidente della Lazio i nuovi stadi in Italia non si faranno per colpa de “l’atteggiamento borbonico della burocrazia italiana che lascia a persone singole di decidere di una norma al Senato”.
Vicenda grottesca che coinvolge due tra i presidenti più discutibili della Serie A. Lotito offende Napoli e il Sud e contesta lo Stato da posizione di condannato nell’ambito del processo di “calciopoli” per illeciti commessi nel suo primo anno di gestione, nonchè per aggiotaggio e ostacolo all’attività degli organi di vigilanza sui titoli in borsa del suo club, ma anche inibito per violazione del regolamento FIGC agenti calciatori. Giudizi espressi circa l’azione a tutti gli effetti sovversiva del presidente del Cagliari Cellino che scavalca la decisione di un Prefetto, organo monocratico dello Stato, e incita migliaia di persone a infrangere la legge per poi difendersi affermando che in ventun anni con il Cagliari non è mai stato deferito per vicende legate ai passaporti, al doping, agli arbitri, a evasioni fiscali o falsi in bilancio. Peccato che i falsi in bilancio li abbia commessi nella sua attività imprenditoriale, cosa per la quale è stato condannato a 1 anno e 3 mesi di reclusione, per poi patteggiare la condanna nell’ambito di una truffa all’Unione Europea (dichiarate quantità di grano inferiori a quelle esistenti nei suoi silos). Cellino, tra l’altro, per 7 anni non ha pagato l’affitto del “Sant’Elia” e nemmeno ha speso un soldo di manutenzione che ricadeva sul Comune di Cagliari mentre lui intascava gli incassi. Poi è stato eletto il sindaco Zedda che ha messo fine a questo vergognoso vassallaggio in tempo di crisi economica, Cellino ha sloggiato smontando i tubi innocenti delle tribune costruite all’interno dello stadio “rimodernato” nel 1990 e ha sbattuto la porta rimontandole a Quartu Sant’Elena. Tanto per dirla breve, il Tribunale di Milano ha disposto il pignoramento di 1,7 milioni di euro del Cagliari derivanti dai contributi Sky/Lega Calcio per risarcire almeno in parte il Comune di Cagliari, riconosciuto parte lesa.
Se le alluvioni colpiscono il Nord per un comico di Genova è colpa del Sud. Se la Giustizia non funziona per un giudice di Treviso è colpa del Sud. Se gli stadi in Italia non si fanno per un imprenditore romano è colpa del Sud. È sempre colpa del Sud se si tira in ballo quel termine che ha utilizzato anche Claudio Lotito, il quale dovrebbe imparare (non è il primo e non sarà l’ultimo cui lo insegniamo) che l’inefficienza e la macchinosità della pubblica amministrazione attribuita ai Borbone di Napoli non sono altro che un falso storico. Anzi, in realtà l’aggettivo attribuisce ai napoletani un difetto dell’amministrazione piemontese e il Cavalier Vittorio Sacchi, amico di Cavour, direttore delle contribuzioni e del catasto del Regno di Sardegna, fu inviato a Napoli per capire come erano ordinati i tributi e le finanze delle Due Sicilie. Da Napoli, Sacchi spedì una lunga lettera a Torino annotando che era partito per la grande metropoli con forti pregiudizi, smentiti da ciò che aveva visto con gli occhi e toccato con mano. Una lunga serie di apprezzamenti coi quali consigliò di applicare la burocrazia napoletana al nuovo Regno d’Italia in luogo di quella piemontese. “Nei diversi rami dell’amministrazione delle finanze napoletane si trovavano tali capacità di cui si sarebbe onorato ogni qualunque più illuminato governo”. Questo fu il sunto di quanto riportò minuziosamente il Sacchi. Non lo presero in considerazione, e pare che non gli consentirono di proseguire più i suoi incarichi. Finì in disgrazia, come Napoli cui bastarono 62 giorni di dittatura garibaldina per distruggere le floride finanze e l’economia del Sud.
Francesco Saverio Nitti demolì la leggenda del “burocratismo” meridionale con un’analisi puntuale, dimostrando come gli uffici dello Stato fossero prevalentemente concentrati al Nord (scuole, magistratura, esercito, polizia, uffici amministrativi ecc.). Il solo Piemonte ebbe, fino al 1898, 41 ministri contro 47 dell’intero Sud e la situazione era la stessa per tutti gli alti gradi dello Stato.
Il “Sole 24 Ore”, nel Marzo del 2011, ha attribuito al Piemonte il parto del debito pubblico. La causa? La burocrazia esasperata finalizzata alla sparizione di soldi pubblici, da cui derivò una sfrenata “creatività” tributaria e la necessità di unirsi, avete letto bene, con chi aveva i conti in ordine. Per giustificarla bisognava inventarsi una propaganda per legittimare un’aggressione contro le Due Sicilie creando attorno ai Napolitani delle “leggende nere” che ancora infestano tanti manuali scolastici e il lessico popolare figlio dei vocabolari. L’efficienza borbonica è riscontrabile in molti campi, ma di sentire inesattezze non si finisce mai. In Italia, e soltanto in Italia, “borbonico” dice male; non in Spagna, non in Francia, dove non c’è stato un Risorgimento.

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Il fast-food napoletano parte da Bari

la grande cultura enogastronomica di Napoli innova la ristorazione veloce

La cucina di Napoli non è solo pizza e pasta ma un universo enogastronomico ricco di varietà e qualità che ha eguali solo in Sicilia e che è parte della cultura della città stessa, rendendola da secoli la capitale europea della cucina ma anche la patria del “cibo da strada”. Ispirato a questa filosofia è nato a Bari “Napoleat”, il primo fast-food/take-away napoletano che offre al pubblico leccornìe e genuinità tipiche della cucina partenopea con i metodi di ristorazione veloce… ma non troppo (dicono i proprietari). E allora “Napoleat” non offre la pizza ma una cucina partenopea alternativa fatta di panuozzo di Gragnano, mozzarella di bufala, vini e salumi campani, conserve vesuviane, pasticceria napoletana e l’immancabile caffè. Un successo di partecipazione nella prima serata di inaugurazione e poi il primo giorno di apertura il 19 Settembre, proprio nella festività di San Gennaro. Gli ideatori, di origini napoletane, promettono la conquista del mercato italiano e europeo partendo dal capoluogo barese ritenuto fortemente probante per il gradimento del pubblico. Immancabili le pagine Facebook e Twitter.

contributo video di AntennaSud

Il prodigio del sangue di San Gennaro a Madrid

Archbishop of Naples Cardinal CrescenzioAngelo Forgione – Che si creda o no al prodigio dello scioglimento del sangue di San Gennaro, devoti, atei e agnostici, saranno tutti d’accordo sul fatto che la figura del patrono di Napoli sia legata indissolubilmente alla storia della città. E attorno al mistero della liquefazione del sangue c’è n’è un altro più piccolo, poiché oltre alle due ampolle nella teca custodita nella Cappella del Tesoro nel Duomo di Napoli ce ne sarebbe anche una terza, e pure preziosa perché contenuta in una teca d’oro, ma scomparsa. È stata portata via secoli fa, e se ne sono perse le tracce. Del resto, il sangue di San Gennaro è segnalato un po’ dovunque tra il Sud-Italia e la Spagna. In un convento di Monforte de Lemos, un piccolo comune nel sud della provincia galiziana di Lugo, tra presepi napoletani e reliquiari vari, è conservata una teca indicata con una targhetta su cui vi è scritto “Sangue di San Gennaro”. Una monaca dà per certo che di questo si tratti, e ogni 19 settembre vi si piazza davanti pregando, sperando forse che prima o poi possa assistere alla liquefazione. Mai successo! Eppure un legame tra Napoli e Monforte de Lemos c’è, perché nel paese spagnolo nacque Pedro Fernandez de Castro, conte di Lemos, Viceré di Napoli a inizio Seicento, epoca in cui ancora era abitudine di nobili e sovrani prelevare reliquie. Per impedirlo, proprio nello scorrere di quel secolo furono apposti dei sigilli alle ampolle, fatto che rende misterioso anche l’atto di Carlo di Borbone, Re di Napoli nel cuore del Settecento, devotissimo al Santo Patrono, che pare abbia sottratto del sangue dall’ampolla più grande, oggi piena al 60 per cento, per portarlo a Madrid nel 1759, allorché ereditò il trono di Spagna.
Da quanto si evince da uno scritto del primo ministro del Regno di Napoli Bernardo Tanucci indirizzato all’erede napoletano Ferdinando IV, papà Carlo fece custodire l’ampolla nella cappella dell’Escorial e ogni 19 settembre faceva celebrare una messa per San Gennaro a Madrid. Il sangue si scioglieva anche lì? In ogni caso, San Gennaro deve aver comunque ceduto alle lusinghe borboniche visto che il prodigio non si é mai verificato in presenza dei sovrani di Casa Savoia (nel 1861, 1870 e 1931).
Carlo di Borbone portò con sé il sangue di San Gennaro o inconsapevolmente quello di qualche altro santo napoletano? Del resto, pare che il prodigio necessiti della presenza del busto-reliquiario del Santo che contiene i resti del suo cranio. Fu voluto nel Trecento da Carlo II d’Angiò ed è ornato da una mitra aggiunta nel Settecento, considerata uno degli oggetti più preziosi del mondo.
I responsabili del Museo del Tesoro di San Gennaro hanno attivato da qualche tempo le ricerche della terza teca per via diplomatica. Per il momento si sa solo che a Madrid il Monasterio de la Encarnación custodisce ufficialmente il sangue di san Pantaleone e quello di San Gennaro. Il primo si scioglie il 27 luglio, il secondo no. Per una semplice coincidenza (?), la data del 27 luglio del 1892 è legata alla benedizione della prima pietra della chiesa di San Gennaro al Vomero. Da dove è arrivato il sangue del patrono di Napoli? È quello portato via da Carlo di Borbone? E quel sangue era nell’ampolla parzialmente svuotata o in un’altra? Mistero, appunto.