Nuove inesattezze sull’origine della pizza “margherita”

Angelo Forgione  Ho letto con interesse l’articolo pubblicato stamane su Il Fatto Quotidiano online circa la genesi della pizza “margherita” (pomodoro e mozzarella), che secondo il professor Alberto Grandi, docente di storia dell’alimentazione all’Università di Parma, sarebbe nata in America.

Nell’articolo, di introduzione a un podcast di dodici puntate su spotify che pure ho ascoltato, il docente sostiene giustamente che “la pizza, fino al secolo scorso, la maggior parte degli italiani non sapeva neppure cosa fosse”, ma anche che “Quella che conosciamo e mangiamo anche oggi è nata in America e fino agli anni’50 gran parte degli italiani non la conosceva”.

Premetto che è giusto, tranne l’errore grave di attribuire la nascita della pizza con pomodoro e mozzarella agli americani.

Sostiene infatti il professor Grandi:
“Vero che la pizza è nata a Napoli ma si trattava di una pizza bianca, senza pomodoro e mozzarella, ricca di aglio e olio, mangiata per strada. Una sorta di street food primordiale”.
E ancora:
“Gli italiani imparano a fare la pizza con pomodoro e mozzarella negli Stati Uniti e poi, una volta tornati in Italia, portano con sé questo modo di prepararla che entra a far parte della nostra tradizione”.

L’errore enorme che commette Grandi è nel sostenere che la pizza con il pomodoro e la mozzarella nasca in America e la si impari a fare lì. Nel mio libro Il Re di Napoli, circa la storia del pomodoro, riporto le documentazioni che attestano come la pizza con il pomodoro e la mozzarella nasca indubitabilmente a Napoli nella prima metà dell’Ottocento.

È vero che la prima pizza dei napoletani, nel Seicento (così come le antiche preprazioni dei Greci e persino degli Egiziani) era bianca, poiché il pomodoro non era ancora abituale in alimentazione, e quello lungo ancora non era conosciuto in Europa. Intanto non era ricca di aglio e olio, come sostiene Grandi, ma di strutto, formaggio di pecora, pepe e basilico, e si chiamava “mastunicola”, nome derivante dalla storpiatura del lemma dialettale “vasinicola”, che in napoletano significa “basilico”.

Con l’inizio della coltivazione del pomodoro a bacca lunga attorno al Vesuvio, a fine Settecento, il cibo di strada del popolo napoletano iniziò a colorarsi di rosso. Quel pomodoro si chiamava “Fiascone di Napoli”, poi estintosi a metà del Novecento, quando era ormai stato sostituito dal “San Marzano”. L’uso del pomodoro su maccheroni e pizza inizia a diffondersi a inizio Ottocento, ed è attestato in numerosi scritti e ricettari.

Circa l’argomento in oggetto, è Alexandre Dumas a riportarne l’uso sulla caratteristica pizza nel suo Le Corricolo, scritto dopo aver visitato Napoli nel 1835 e pubblicato otto anni più tardi a Parigi:

“[…] La pizza è con l’olio, la pizza è con salame, la pizza è al lardo, la pizza è al formaggio, la pizza è al pomodoro, la pizza è con le acciughe. […]”.

Quasi tutte pizze “in bianco” quelle descritte dal romanziere francese, e una già “in rosso”, preparata soprattutto d’estate e d’autunno, perché il pomodoro era un prodotto molto più soggetto alla stagionalità di quanto non lo sia oggi, e lo si comprende da quello che si legge nella ricerca scientifica Sull’alimentazione del popolo minuto in Napoli, pubblicata nel 1863 dai medici Achille Spatuzzi, Luigi Somma ed Errico De Renzi:

“I Napoletani mangiano a dovizia le pizze: […] pizze condite alla superficie con olio o sugna in abbondanza, con formaggio, origano, aglio, prezzemolo, foglie di menta, con pomidoro specialmente in està, ed infine talvolta anche con piccoli pesciolini freschi. […] I pomidoro sono in Napoli adoperati moltissimo nell’està freschi, e nell’inverno o secchi o ridotti a conserva; […]”.

E la mozzarella? Insieme al pomodoro, ne fu stimolata la produzione nello stesso periodo, e insieme al pomodoro finì sulla pizza nella prima metà dell’Ottocento, a Napoli e non in America, a dispetto del romantico racconto riferito all’invenzione tricolore della pizza dedicata alla regina Margherita di Savoia datato 1889. Come più volte riportato in passato, lo attesta il filologo Emmanuele Rocco nel secondo volume dell’opera Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti, pubblicato nel 1858, scrivendo nel capitolo “Il pizzajuolo” che il trittico pomodoro-mozzarella-basilico era già una delle possibilità di condimento nelle strade di Napoli:

“La pizza non si trova nel vocabolario della Crusca, perché […] è una specialità dei napoletani, anzi della città di Napoli. […]
Le pizze più ordinarie, dette coll’aglio e oglio, han per condimento l’olio, e sopra vi si sparge, oltre il sale, l’origano e spicchi d’aglio trinciati minutamente. Altre sono coperte di formaggio grattugiato e condite collo strutto, e allora vi si pone disopra qualche foglia di basilico. Alle prime spesso si aggiunge del pesce minuto; alle seconde delle sottili fette di muzzarella. Talora si fa uso di prosciutto affettato, di pomidoro, di arselle ec. Talora ripiegando la pasta su di sé stessa se ne forma quel che chiamasi calzone.”

È evidente che nella complessità di quel periodo venivano sfornate anche pizze fatte con strutto, pomodoro, sottili fette di mozzarella, basilico e formaggio grattugiato. Basta sostituire l’olio allo strutto per avere proprio una margherita di metà Ottocento almeno.

Persino Carlo Collodi, nel 1886, testimonia dell’uso del pomodoro sulla pizza di Napoli, descrivendo quell’alimento agli scolari italiani nel suo Il viaggio per l’Italia di Giannettino – Parte terza: l’Italia meridionale:

“Vuoi sapere cos’è la pizza? È una stiacciata di pasta di pane lievitata, e abbrustolita in forno, con sopra una salsa di ogni cosa un po’. Quel nero del pane abbrustolito, quel bianchiccio dell’aglio e dell’alice, quel giallo-verdacchio dell’olio e dell’erbucce soffritte e quei pezzetti rossi qua e là di pomidoro danno alla pizza un’aria di sudiciume complicato che sta benissimo in armonia con quello del venditore.”

Il professor Grandi commette dunque un autogol citando il “pizza effect” circa la pizza. Il cosiddetto “pizza effect” è proprio il fenomeno sociologico per cui un elemento della cultura di un particolare popolo viene conosciuto e diffuso maggiormente in un altra nazione, e successivamente reimportato nella nazione del popolo che l’ha creato. E infatti la pizza con il pomodoro e la mozzarella, nata a Napoli nella prima metà dell’Ottocento, divenne ampiamente italiana solo oltre un secolo dopo, nel dopoguerra. Prima di allora, come dimostra lo scritto di Carlo Collodi, era considerata un alimento malsano da straccioni napoletani in odor di colera che lo preparavano per strada, discriminato come il popolo che lo mangiava. Poi, conosciuta dagli americani grazie agli emigranti napoletani che a inizio Novecento erano andati a farla negli States (il primo fu Gennaro Lombardi nel 1905, che sostituì la mozzarella con il formaggio locale), ne fu diffuso l’uso prima dai soldati americani impegnati sul fronte italiano per la Seconda Guerra Mondiale, che peraltro scoprirono il gusto originale a Napoli, e poi dai turisti statunitensi negli anni Sessanta, che la chiedevano nei ristoranti italiani negli anni del benessere economico. Come il fisiologo statunitense Ancel Keys, codificatore della Dieta Mediterranea, che assaggiò quella originale durante i suoi soggiorni a Napoli nei primi anni Cinquanta per osservare e studiare sul posto la virtuosa alimentazione locale, e provò ad ordinarla invano in un ristorante della vicina Roma. Raccontò lui stesso nei suoi scritti che la risposta fu: «Spiacenti, niente pizza qui, quella è roba da napoletani». A quei tempi, a Milano si diceva «Mi la pizza la mangi a Napoli e el pess el mangi al mar».

In conclusione, la pizza con pomodoro e mozzarella, creazione napoletana della prima metà dell’Ottocento, fu conosciuta dagli americani a inizio Novecento grazie agli emigranti napoletani, prima che la abbracciassero gli italiani negli anni Sessanta. Questa è storia.


Gli struffolli, napoletani sì, ma di adozione

Angelo Forgione Che gli struffoli, le palline fritte e immerse in miele, frutta candita e confettini detti “diavolini”, siano una tipicità natalizia napoletana lo sanno tutti. Ma anche la loro origine non è esattamente partenopea. Una certa teoria non dimostrata li riconduce ai coloni Greci, ma spulciando nei testi di cucina antichi ci si imbatte nelle prime ricette scritte degli struffoli, o strufoli, in età altomedievale-barocca, indicanti una radice romana della preparazione.
Domenico Romoli, uno scalco fiorentino di grande successo che prestò servizio presso le più prestigiose corti italiane, pubblicò nel 1560 La singolare dottrina, una sorta di enciclopedia dell’arte gastronomica, in cui illustrò il procedimento A far strufoli alla Romanesca. Ricetta antesignana di quella moderna, alla fine della quale l’autore avvertì: “Questi si fanno per il più nel tempo del Carnevale, e si mantengono poi gran pezze oltre”. E in effetti, ai nostri giorni, in Abruzzo, Marche e Umbria, nel periodo carnevalesco, si prepara la cosiddetta cicerchiata, simile agli struffoli.

Nel 1694, Antonio Latini, cuoco di origini marchigiane con grande esperienza di lavoro a Napoli, pubblicò nella città partenopea il suo trattato Lo scalco alla moderna, in cui propose la preparazione della “Pasta di Strufoli, alla Romana”.

È addirittura Catone, un secolo e mezzo prima di Cristo, a informarci che certe palline dolci erano già gustate dagli antichi Romani, perché nel suo De agri cultura, opera composta attorno al 160 a.C. con cui affermò la superiorità dell’agricoltura sulle altre attività, indicò una specialità italica molto nota, i “globos”, delle palline preparate con formaggio fresco mescolato a farina di farro, fritte nello strutto, bagnate nel miele e arricchite con semi di papavero. Insomma, degli struffoli ante-litteram.

Dunque, gli struffoli, se non tratti direttamente dei Greci, sarebbero presumibilmente una preparazione nota agli antichi Romani, adottata anche dai napoletani e da questi sublimata e resa celebre nei secoli successivi come dolce di Natale anziché di Carnevale.

Il pugliese Vincenzo Corrado, nella sua opera Il cuoco galante scritta a Napoli e qui pubblicata nel 1793, nel capitolo Delle paste bignè illustrò la ricetta All’Innumerabile. Innumerevoli erano le palline, e l’enorme abbondanza divenne probabilmente simbolo di prosperità, di buon augurio in tempo di Natale.

Successivamente, gli struffoli furono arricchiti di diavolini e frutta candita, per l’affermazione della versione più nota, quella napoletana. Sull’etimo è ben più arduo far ricostruzioni, e perciò qui mi fermo.

“Vedi Napoli e poi muori”, quale la vera origine del detto?

Angelo Forgione “Vedi Napoli e poi muori!” è un aforisma assai diffuso nell’ambito della letteratura internazionale per descrivere il fascino della città del Vesuvio, così unica da doverla visitare almeno una volta prima di morire. E però proprio nessuno conosce l’origine del celebre detto. Erroneamente, un certa convinzione diffusa vuole che a inventarlo sia stato Johann Wolfgang Goethe, nel secondo Settecento, ma il letterato tedesco, folgorato dalla bellezza di Napoli ben più di qualsiasi altra città italiana visitata, raccolse quanto già dicevano i napoletani e lo riportò nei suoi appunti di viaggio, nella cronaca del 2 marzo 1787:

[…] Della posizione della città e delle sue meraviglie tanto spesso descritte e decantate, non farò motto. “Vedi Napoli e poi muori!” dicono qui. […]

“Siehe Neapel und stirb!”, in lingua madre, e dalla pubblicazione del suo diario nel Viaggio in Italia, datata 1816, quel detto divenne sempre più famoso. Chi ne sia stato il padre nessuno lo saprà mai, ma nel corso delle ricerche e delle letture per la scrittura del manoscritto di Napoli svelata mi sono imbattuto in qualcosa che può giustificare un’ipotesi plausibile.
Ne Il vetusto calendario napoletano nuovamente scoverto, pubblicato nel 1744, si legge:

[…] in Napoli vi è una strada, la quale avea nome, la Regione degli Alessandrini: […] per quest’antica strada degli Alessandrini scendon coloro, che debbono andare ad essere giustiziati su d’un patibolo; dal volgo coll’idiotismo Napoletano è chiamata questa strada, lo vico de li mpisi: […]
Perché d’intorno la Città di Alessandria in Egitto scorre il celebre fiume Nilo, perciò in questa strada dagli antichi Napoletani fu eretta una statua rappresentante il medesimo fiume: […]

“Dunque, la strada degli Alessandrini, conosciuta dal popolo come vico de li mpisi, corrisponde all’attuale via Nilo, lo stretto cardo del Centro Storico Unesco che dal Decumano maggiore scende verso il largo Corpo di Napoli, là dove troneggia la statua del Nilo. Lo conferma il tredicesimo volume della rivista Napoli Nobilissima, anno 1904, con un articolo scritto illo tempore da Alfonso Miola per affrontare la questione della confusione sui nomi delle vie della città, oggetto di cambio di odonimi negli anni precedenti. Vi si legge che nel 1850, tra i vari mutamenti, c’era stato anche quello del vico Bisi, già trasformazione dal vernacolare mpisi, cioè impiccati, diventato Via Nilo.

La strada degli Alessandrini, anticamente, era pertanto divenuta più nota come vico de li mpisi, ossia degli impiccati, perché da lì transitavano a gruppi i condannati al patibolo, e lo facevano obbligatoriamente, percorrendo un itinerario cittadino dettato dalle autorità del tribunale del Regno di Napoli. Non lontano era ubicato il Castel Capuano, che nel Cinquecento era stato convertito in sede della Gran Corte della Vicaria (palazzo di Giustizia) dal viceré don Pedro de Toledo. Lì operava il Sacro Regio Consiglio, che esaminava le principali cause civili e, in ultimo appello, le sentenze civili e criminali dell’intero Regno, mentre i sotterranei erano adibiti a prigioni. E infatti nella pubblicazione Il Decumano Maggiore da Castelcapuano a San Pietro a Maiella – cronache dei secoli passati si legge:

[…] Anche perduto infine, in tempi più felici, è l’altro passaggio (da non rimpiangere affatto) di condannati a morte che, da quando il Castello di Capuana era divenuto sede di tribunale penale e di carcere fino a quando le esecuzioni furono anche pubbliche, uscivano per essere portati, ad esempio terrificante, fino ai vari luoghi del supplizio: perciò l’attuale via Nilo, successivo tratto del percorso, si guadagnò il non invidiabile toponimo popolare di vico “degli Mpisi”, ossia degli impiccati, e così fu detto dal Sei all’Ottocento, salvo che, forse per mascherare il significato macabro del nome, fu anche chiamato dei Bisi. […]

E ancora…

[…] Circa i veri e propri crimini, la giustizia non riusciva a colpire tutti i delinquenti, ma quando ci riusciva, era severissima. Era continua la corrispondenza, così frequente da sembrare immediata, tra i reati commessi e la loro punizione, la quale, secondo la universale convinzione, doveva essere pubblica e in certi casi spettacolare. Con ripetizione quasi quotidiana e spesso con partecipazione molteplice, nella piazza davanti al Castello [Capuano] cominciava il macabro rito delle esecuzioni, col banditore o “trombetta della Vicaria”, che annunciava le sentenze. Poi il corteo avanzava per il decumano finché non svoltava per il già ricordato vico degli Mpisi. […]
[…] i criminali vengono giudicati in Castel Capuano e sono chiusi nelle sue carceri, essi passeranno per la strada di Capuana, fino alla svolta del vico degli Mpisi, per andare a pagare i loro misfatti in piazza Mercato, nel Largo del Castello o al Ponte Licciardo. E i tristi cortei, cominciati nella prima metà del Cinquecento, continuano, sebbene forse meno frequenti ancora nella seconda metà del Settecento, quando Napoli ha raggiunto in tutta l’Europa il colmo del suo prestigio culturale. […]

Pertanto, non vi è alcun dubbio che, tra il Cinquecento e il primo Ottocento, alcuni tra i delinquenti più feroci del Regno erano detenuti nei sotterranei di Castel Capuano, e che, una volta condannati in gruppo, erano obbligati a camminare in processione lungo un percorso prestabilito per raggiungere i luoghi delle esecuzioni. Dovevano perciò attraversare la città e la sua folla, alla pubblica gogna, percorrendo l’attuale Decumano maggiore, alias via dei Tribunali, per poi svoltare a sinistra immettendosi in via Nilo, il vico degli impiccati, e dirigersi in piazza Mercato, in largo Castello e al ponte della Maddalena. In sintesi, una volta usciti dalle buie segrete di Castel Capuano, vedevano per l’ultima volta la luce del sole, la folla, le strade e i palazzi della città, prima di essere giustiziati. Vedevano Napoli e poi morivano.
E quale Napoli vedevano? Quella che certamente al tempo di Goethe, il secondo Settecento, e ancora nel primo Ottocento, era considerata la più bella città d’Europa, come testimonia uno scritto dello storico austriaco Benedikt Pillwein in una sua opera del 1839:

Secondo i rapporti dei viaggiatori che hanno visto le città e le abitudini di molti popoli, Napoli è la prima tra le più belle città d’Europa, Costantinopoli la seconda, Salisburgo la terza.

La testimonianza non è solo nei documenti scritti ma anche nel dipinto seicentesco di Ascanio Luciani ritraente l’esterno del Tribunale della Vicaria. Nella scena compare anche un gruppo di sette condannati incatenati al collo, vigilati da alcune guardie.

Come si evince dalle testimonianze riportate, il rituale dei cortei dei condannati tra la folla era ancora in uso nella seconda metà del Settecento, il periodo in cui Goethe visitò Napoli e apprese dell’esistenza del detto “Vedi Napoli e poi muori”. È verosimile che il tedesco possa averlo riportato nei suoi appunti per descrivere la folgorazione avuta dalla città, facendo l’esperienza personale e comprendendo il padre, che vi era stato prima di lui e ne era rimasto altrettanto estasiato.
Il più grande letterato tedesco di tutti i tempi si convinse che bisognasse assolutamente vedere Napoli almeno una volta nella vita, e quel detto, ascoltato dalla bocca di qualche napoletano, gli sembrò perfetto per comunicare il suo pensiero. Forse vi era un retroscena un po’ macabro all’origine, ma questa è solo una mia ipotesi sia pur fondata su una consuetudine della città antica, quella di vedere la bellissima Napoli prima di morire… al patibolo.

Per approfondimenti: Napoli svelata (A. Forgione)

È napoletana la prima ricetta della cotoletta (fritta)

Angelo Forgione — Milano e Vienna, città legate dalla storia, condividono il tipico piatto della fetta di vitello impanata e fritta. Wiener Schnitzel e Cotoletta alla milanese, due piatti simili per certi aspetti eppure assai diversi per particolarità di preparazione, a partire dalla presenza dell’osso (milanese) o meno (viennese), ma certamente imparentati, dacché all’inizio del Settecento la città lombarda cadde sotto il dominio austriaco e, passando per il periodo francese-napoleonico, vi rimase fino al 1859. In quel periodo vi furono certamente fitti scambi culturali tra dominati e dominanti.

Sebbene Vienna e Milano abbiamo affermato la cotoletta secondo i loro dettami, la paternità della pietanza non è di nessuna delle due. Di fatto, l’esordio della ricetta della cotoletta di vitello impanata e fritta avviene a Napoli con Vincenzo Corrado, che la descrive nel 1773 nel suo Il Cuoco Galante. A pagina 14, la ricetta delle Coste di Vitello imboracciate indica di tirare la carne al burro per portarla a mezza cottura, e poi, una volta raffreddata, bagnarla nelle uova sbattute, impanarla con pan grattato e formaggio parmigiano (grattugiato), e infine friggerla nello strutto.

Nel 1814, il Dizionario milanese-italiano curato da Francesco Cherubini riporta la parola “coteletta“, così tradotta: “Braciuola. Spezie di vivanda nota. Dal francese cotelette”. Erano infatti i cuochi francesi a fare particolari braciole insaporendo le costolette (con l’osso) di vario tipo, cuocendole e ricoprendole di una panatura complicata, per poi cuocere in forno. È dunque chiaro che ancora alla vigilia della Restaurazione, quindi del crollo di Napoleone e del ritorno degli austriaci a Milano, la coteletta/cotoletta non fosse per i meneghini qualcosa di fritto.

La comparsa della ricetta della “cotoletta alla milanese” è infatti datata 1855: nel ricettario Gastronomia Moderna di Giuseppe Sorbiatti si legge di “Costoline di vitello fritte alla Milanese”, immerse nell’uovo battuto, “imborraggiate” di pane e soffrite. Sono già trascorsi più di ottant’anni dalla comparsa a Napoli delle “Coste di Vitello imboracciate”.

Ed è del 1831 la comparsa della ricetta della Wiener Schnitzel von Kalbfleisch (Cotoletta viennese di Vitello) nel ricettario tedesco Allerneuestem allgemeinen Kochbuch di Maria Anna Neudeckers.

Secondo i ricettari, dunque, Vienna prima di Milano, e Napoli prima di Vienna. Va da sé che la prima cotoletta impanata e fritta sia napoletana. Verosimilmente, i cucinieri napoletani, a contatto con i monzù francesi alla corte dei Borbone, la frissero nello strutto invece di cuocerla in forno. Vienna e Milano, finalizzandola e sublimandola alla propria maniera, ne hanno fatto evidentemente specialità locali.

Il primato dei vini delle Due Sicilie

Angelo Forgione Dicembre 1858. In quei giorni, Rivista contemporanea pubblicò la tabella degli ettolitri di vino prodotti ed esportati dagli stati preunitari stilata dal prestigioso statistico milanese Pietro Maestri, che nel 1861 avrebbe coordinato il primo censimento del Regno d’Italia. Alla vigilia dell’Unità d’Italia risultavano 7,150,000 ettolitri prodotti nel Regno delle Due Sicilie, di cui 5,200,000 nelle province peninsulari e 1,950,000 in Sicilia, per un valore economico superiore anche a quello del maggior produttore di quel momento, lo Stato Pontificio, comprendente le tante vigne laziali, umbre, marchigiane, emiliane e romagnole.

Alcuni vini siciliani, calabresi e campani, particolarmente quelli di Napoli e di Terra di Lavoro, erano considerati tra i migliori dell’intera Penisola, come si evince dal valore in franchi. Tra i più famosi figuravano il Lacryma Christi, i vini di Capri e Ischia e il Marsala di Sicilia.
In Piemonte, la principale produzione vinicola era stata fino a un decennio prima quella del liquoroso Vermouth. Il Barolo era nato da qualche anno mentre il Chianti di Toscana neanche esisteva.
Gli stati che esportavano qualcosa in più delle Due Sicilie, in realtà, non portavano significative quantità in altri stati europei ma avevano come sbocco gli altri territori italiani, dacché a quel tempo le quantità prodotte in Italia non superavano la domanda e il consumo interno. Difatti, Pietro Maestri chiariva: “gli ettolitri 652,462 […] recati da noi nella bilancia del commercio di esportazione, debbono essere considerati piuttosto come un articolo richiesto e smerciato tra le stesse provincie italiane, che come un oggetto di cambio internazionale”. E infatti il prodotto di Sardegna andava in buona parte ai genovesi, mentre i vini piemontesi, quelli veneti e gli emiliani erano esportati soprattutto in Lombardia, che non produceva a sufficienza per il suo fabbisogno, così come la Toscana, che si approvvigionava dalle Marche e dall’Umbria. Nei più ampi territori del Regno di Napoli, portare un vino calabrese negli Abruzzi non era esportazione.

Il primato dei vini campani e siciliani era dovuto a una vivacità testimoniata dalla nascita a Napoli, nel 1833, della Compagnia Enologica Industriale, la primissima azienda enologica d’Italia, istituita privatamente con sovrana approvazione borbonica per il miglioramento della vinificazione dell’intero Regno e per favorire il commercio interno e l’esportazione, così da emancipare le Due Sicilie dalla passività straniera.I giornali italiani e stranieri, compresi quelli dei maestri di Francia, ne annunciarono i cimenti e ne riportarono i grandi successi ottenuti in poco tempo. Alcuni vini delle Due Sicilie riuscirono a fare una minima concorrenza a quelli francesi, e furono i primi d’Italia a raggiungere tale scopo.
Dopo cinque anni, nel 1838, l’esperienza napoletana fu replicata a Milano con la costituzione della Società Enologica Lombardo-Veneta. Nell’introduzione all’atto costitutivo si leggeva:
“[…] a’ premurosi inviti di molti distinti proprietari e industriali di fondare una Ditta enologica sulle basi della Compagnia delle Due Sicilie […], ove l’industria vinaria ha fatto tali progressi, di aver potuto emancipare quel regno dalla passività estera, e metterlo in grado di far concorrenza colla Francia nella esportazione”.

Dopo l’Unità, le vicende del settore vitivinicolo nazionale seguirono quelle più generali dell’agricoltura italiana, con le aree economicamente avvantaggiate del Nord investite da importanti trasformazioni tecniche e organizzative, tradotte nella creazione di un divario tra aree avanzate verso una viticoltura moderna e altre rimaste indietro. Le attività enologiche di Camillo Benso di Cavour, con il Barolo in Piemonte, e di Bettino Ricasoli con il Chianti in Toscana, furono fondamentali per la crescita dei vini delle due regioni, che iniziarono a farsi onore insieme a quelli della Campania, in particolar modo della provincia di Napoli, e della Sicilia all’Esposizione Universale di Parigi del 1867 e a quella di Vienna del 1873.
Da contraltare allo sviluppo industriale dell’enologia piemontese e toscana della seconda metà dell’Ottocento fecero gli effetti della repressione del brigantaggio al Sud, per la quale nel primo decennio del Regno d’Italia risultavano interdette e saccheggiate le case coloniche di campagna ritenute possibili rifugi per i ricercati, con incarcerazioni e processi sommari a danno dei proprietari. E poi la requisizione dei siti reali e delle antiche proprietà borboniche, polmoni di uve importanti lasciate all’abbandono.

Pur nella decadenza sociale e politica del Mezzogiorno, la sola Campania, tra le prime regioni produttrici, significava ancora un decimo abbondante del vino italiano prima della Grande guerra del ’15-’18. I meridionali, tagliati fuori dallo sviluppo industriale e relegati all’agricoltura, svuotarono ancor più massivamente le campagne per il reclutamento militare al fronte con lo scoppio del conflitto bellico.
Pure alla vigilia della Seconda guerra mondiale la Campania eccelleva per quantità media complessiva prodotta, insieme a Puglia, Sicilia, Piemonte, Toscana ed Emilia Romagna. La provincia di Napoli, allargata fino al Garigliano per riforma fascista, risultò addirittura in testa alla produzione vinicola nell’annata 1938.Dopo il conflitto mondiale, durante il ventennio Cinquanta-Sessanta, l’abbandono delle terre coltivate al Sud proseguì con l’ingrossamento dei flussi migratori dei meridionali in direzioni delle ricostruite industrie del Nord. Le regioni meridionali si ridussero alla fornitura di vino da taglio da destinare al Nord per irrobustire alcuni vini settentrionali e la Campania andò via via scivolando fuori dall’élite produttiva.

Solo nell’ultimo decennio del Novecento una nuova politica di valorizzazione del vino italiano ridestò la sete delle tantissime uve autoctone regionali e prese corpo anche la tardiva valorizzazione dei vitigni meridionali.
Oggi gli italiani bevono meno rispetto al secolo scorso, ma bevono assai meglio e con consapevolezza, orientandosi sempre più verso la qualità dei vini autoctoni. Piemonte, Veneto e Toscana sono in assoluto le regioni con più incidenza di denominazioni di origine controllata e garantita, le DOCG, ma un significativo progresso qualitativo ha interessato la lavorazione dei vini del Meridione, riducendo la supremazia di quelli nordici. I vini ottenuti dai vitigni autoctoni di Sicilia, Puglia, Campania, Calabria, Basilicata, Abruzzo, Lazio e Sardegna hanno guadagnato gradimento all’estero, certificato dalla crescente esportazione delle bottiglie del Sud Italia.

Quanto narrato è solo un compendio assai sintetico di uno dei capitoli del mio prossimo libro, ricco di documenti e ricostruzioni storiche relative a diverse eccellenze. Relativamente a quella vitivinicola, le aree produttive del Sud e del Centro pagano ancora una certa percezione di inferiorità, un pregiudizio e un ostracismo di radice commerciale esercitato da alcuni produttori settentrionali, come denunciato dal produttore siciliano Lucio Tasca d’Almerita, ospite nel febbraio del 2018 della rubrica Tg2diVino della Rai.

Igiene, sempre!

Angelo Forgione Premiata fabbrica napoletana di cessi Vincenzo Coccoli, con quella enne speculata. Cessi ottocenteschi comodi e inodori, fabbricati in terracotta e porcellana decorata nella zona di Sant’Anna alle paludi, l’attuale stazione centrale.
Sì, propriamente detti cessi, che non è affatto parola volgare ma neutra poiché derivante dal latino cessus, cioè cedere, inteso come ritirarsi e appartarsi nel luogo di re-cesso.
E poi lui, il bidet, non quello settecentesco di Maria Carolina alla Reggia di Caserta ma un modello in legno e ottone da appartamento, tanto per zittire chi dice che non era roba per il popolo.
Testimonianza dei tanti primati di Napoli, questo di natura igienica. E tantissimi altri, in ogni campo, li potete conoscere non solo leggendo i miei libri ma anche visitando la Collezione Bonelli, il Museo di Napoli, presso la Casa dello Scugnizzo nel popolare rione Materdei. Farete un viaggio nella Storia di una città unica e sempre all’avanguardia, checché se ne dica

La più feroce malattia della storia? Sconfitta con la vaccinazone alla napoletana

Angelo Forgione Il discusso Green Pass, senza girarci troppo intorno, è il nuovo motore per convincere al trattamento vaccinico gli incerti che non vogliano essere colpiti da forti limitazioni, cioè il modo per introdurre surrettiziamente un obbligo vaccinale virtuale.
È sempre accaduto, nella storia delle vaccinazioni, che si utilizzassero metodi alternativi per spingere le persone a sottoporvisi, partendo dall’Ottocento, in epoca di prime inoculazioni della storia, quelle contro il terribile vaiolo, quando le paure erano ben più diffuse di quanto non lo siano oggi. A quel tempo, il nemico da combattere era la malattia infettiva più feroce di sempre, decisamente più contagiosa e letale del Covid. Prima della scoperta assoluta del metodo di immunizzazione si contavano ogni anno 400.000 morti da virus “variola”, soprattutto fanciulli. Ne moriva uno su tre di quelli contagiati, e solo negli stati italiani ne risultavano colpiti sei giovani su dieci. Chi si salvava, restava comunque sfigurato, e spesso cieco.L’epocale scoperta fu fatta in una campagna inglese, inoculando in un bambino di otto anni del pus estratto dalle pustole sviluppate da una mungitrice di vacca che aveva contratto il vaiolo bovino, più blando di quello umano. Il ragazzino non sviluppò il vaiolo in forma grave, quella umana, ma contrasse l’assai meno pericoloso “variola vaccinae”. Da qui il nome che arriva fino a noi, un aggettivo divenuto sostantivo, con cui si procedette alle prime inoculazioni anche nei territori italiani.

Partendo da un’epidemia scoppiata nel 1801 a Palermo e contrastata da alcuni medici inglesi, il primo programma di vaccinazione di massa della Penisola italiana fu avviato nel più grande e popoloso stato preunitario, il Regno di Napoli e Sicilia, dove il re, Ferdinando di Borbone, per inoculare bambini, orfanelli e trovatelli, istituì nel 1802 una “Direzione vaccinica” nel Real Albergo dei Poveri di Napoli, con succursali nelle altre province del Sud. E però, in un periodo di arretratezza culturale della popolazione, la paura per quel nuovo metodo che immetteva nel braccio un virus di origine bovina non era inferiore a quella per il vaiolo. Il metodo, per la commistione tra animale e uomo, veniva considerato un insulto alla natura dagli ambienti più conservatori, che diffondevano enormi timori con la previsione di apocalittiche conseguenze per le persone appena inoculate con il vaiolo bovino, dai cui corpi sarebbero dovute spuntare intere teste di mucca o anche solo corna, code e zoccoli. Nulla di tutto questo si verificò, ovviamente, ma per le paure di eventuali conseguenze mortali, per l’avversione di certi ambienti religiosi per i quali infettare volontariamente le persone sane significava andare contro la volontà di Dio e anche per la divisione dei medici sull’opportunità dell’inoculazione, nei primi due decenni dell’Ottocento non si fece vaccinare che il quindici percento della popolazione napoletana.E allora, nonostante le problematiche che l’inoculazione poteva comportare, Ferdinando di Borbone decise di imprimere una svolta, stabilendo cioè nel 1821, per la prima volta nei territori italiani, che la vaccinazione fosse obbligatoria, almeno per i bambini, i più esposti al rischio. La legge prevedeva la misura di interdizione dalla pubblica amministrazione dei cittadini disertori, che così non avrebbero potuto richiede alcunché ai ministeri e avrebbero perso il posto in graduatoria se avevano già chiesto sussidi. Sempre per legge, toccava ai parroci, fin lì restii a diffondere la pratica vaccinica, di imbonire e convincere i fedeli, dovendo “incolpare” i genitori più riluttanti a sottoporre i loro figli alla vaccinazione. C’era poi l’incentivo economico di una sorta di lotteria di Capodanno per ogni distretto, affidata agli stessi parroci, che alla fine di ogni anno dovevano provvedere ad estrarre a sorte un nome ogni cento vaccinati, vincitore di un premio in denaro.Il decreto numero 141 del 6 novembre 1821 riguardante la “inoculazione del vajuolo vaccino” era chiarissimo:

“Abbiamo risoluto di decretare, e decretiamo quanto segue.Art. 1. Tutti coloro i quali han tenuto la riprensibile condotta di trascurare la vaccinazione onde preservare la propria prole, o gl’individui della famiglia ch’essi governano, non potranno godere di alcun tratto della nostra sovrana munificenza, sotto qualunque titolo. Le loro petizioni non avranno corso ne’ nostri reali ministeri, né saranno accolte in qualsivoglia amministrazione, se non sieno accompagnate dal documento, che il petizionario è stato vaccinato, e che convive in famiglia i di cui individui o sono stati vaccinati, o hanno sofferto il vajuolo naturale prima del presente decreto.
[…]
Art. 7. I parrochi e tutti coloro che preseggono alla istruzione morale del popolo, dovranno inculcare l’uso del vajuolo vaccinico, e far rilevare nelle istruzioni catechistiche ed omelie qual grave colpa commettasi da’ genitori che lasciano esposta la vita de’ figliuoli al pericolo del vajuolo umano.”

L’obbligo di vaccinazione produsse evidenti effetti. Un rapporto riguardo l’attività vaccinica nel 1822, riportato nel settimo volume della Biblioteca vaccinica del 1823, diede conto di 103.079 vaccinazioni nelle varie province del Regno, quasi il triplo rispetto alle circa 40.000 degli anni precedenti. L’andamento restò crescente nei decenni a seguire, diversamente dal vicino Stato Pontificio, dove l’obbligo, imposto nel 1822, fu ritirato nel 1824.
A quel tempo il metodo di vaccinazione internazionale era quello scoperto in Inghilterra, ovvero la vaccinazione umanizzata, consistente nell’inoculare più persone con la linfa vaccinica recuperata dalle pustole del braccio di un uomo affetto dal vaiolo più blando di origine bovina. Ma a Napoli, nel 1801, era stato inventato un metodo alternativo, la vaccinazione animale, per la quale l’inoculazione avveniva con la linfa vaccinica recuperata direttamente dalle pustole sulle mammelle bovine.
L’esistenza di due metodi, anche se uno conosciuto solo a Napoli, equivaleva a dire che esistevano due vaccini diversi, e quello napoletano era non solo più efficace ma anche più sicuro. Con la vaccinazione umanizzata all’inglese le proprietà immunizzanti della linfa vaccinica si affievolivano dopo numerosi passaggi da uomo a uomo, e la pratica provocava facilmente l’insorgenza di sifilide, epatite e tubercolosi. Con la vaccinazione animale alla napoletana, invece, la linfa vaccinica assicurava l’immunizzazione e, non essendo contaminata da germi umani, eliminava il problema della trasmissione di malattie veneree.

Il metodo napoletano della vaccinazione animale fu reso noto alla comunità scientifica internazionale solo nel 1864, durante un convegno in Francia, quando l’Italia venne indicata come la terra della sifilide da vaccino, più di altre nazioni, per via delle epidemie verificatesi al Nord, soprattutto in Piemonte. Lì, come in Lombardia e Liguria, la vaccinazione dei bambini contro il vaiolo era stata imposta per legge solo nel dicembre del 1859, trentotto anni dopo l’obbligo di inoculazione infantile emanato a Napoli. Con quella legge, i bambini non avrebbero potuto frequentare le scuole, misura estesa a tutto il nuovo Regno d’Italia nel 1861.

Dopo il convegno francese, il vaccino animale ideato a Napoli iniziò a trovare applicazione in Francia, in Inghilterra, Germania, Belgio, Russia e poi in altri paesi, soppiantando lentamente il vaccino umanizzato, messo in forte dubbio durante lo stesso convegno. La superiorità della vaccinazione animale rispetto a quella umanizzata, in termini di efficacia e di sicurezza, si fece sempre più evidente, ma il metodo fu adottato con lentezza nello stesso Regno d’Italia, se è vero che alla vigilia della legge del 1888, con cui la vaccinazione antivaiolo fu riorganizzata in modo più organico e resa obbligatoria per tutti i nuovi nati, la vaccinazione animale risultava ancora estesa soprattutto nell’Italia meridionale. Secondo notizie raccolte dalla Reale Società Italiana d’Igiene, ai primi posti per numero di comuni in cui si praticava l’innesto di linfa vaccinica ricavata dai bovini vi erano Calabria, Campania e Puglie, in proporzione pressoché doppia rispetto a Lombardia e Veneto e quadrupla rispetto ai fanalini di coda Piemonte e Sardegna.La vaccinazione umanizzata fu definitivamente abbandonata a inizio Novecento per procedere esclusivamente con la vaccinazione sicura ed efficace, quella animale made in Naples, con cui l’umanità si avviò alla trionfale vittoria contro il vaiolo. L’aggiunta di glicerina, introdotta negli anni Cinquanta per diminuire ulteriormente la carica batterica, unitamente ai progressi della microscopia e della metodologia di conservazione degli antidoti, contribuì sostanzialmente alla campagna avviata nel 1966 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’eradicazione definitiva della malattia, ufficialmente decretata nel 1980, a tre anni dall’ultimo caso diagnosticato in Somalia. Un anno più tardi, l’Italia revocò l’obbligo di vaccinazione contro il non più terrificante vaiolo, ormai sconfitto. Un risultato straordinario se si considera che si trattava, e si tratta tuttora, della più diffusa e devastante tra le malattie dell’uomo, capace di uccidere e far soffrire miliardi di persone, e attualmente l’unica debellata. Un risultato reso possibile dal prezioso contributo della medicina napoletana, modello di un’attenta politica di vaccinazione nell’Europa dell’Ottocento.Scommetto che non ne avevate mai sentito parlare, vero?

Quanto evidenziato è solo la sintesi di uno degli argomenti del mio prossimo libro.
Leggerete, se vorrete.

Ferdinando di Borbone, protettore della cultura d’Europa

il Ferdinando di Canova al MANN

Angelo Forgione Ancora oggi Ferdinando di Borbone viene definito “il Re lazzarone” e descritto come un rozzo sovrano. Così la tradizione patriottica ce l’ha presentato, perché colpevole di essere profondamente napoletano e di essere capitato sul trono nell’epoca dei Lumi e delle rivoluzioni. E invece, pur mancandogli l’approfondimento dello studio, non gli fece affatto difetto l’intuito per ingrandire la dimensione culturale di Napoli, portandovi la parte marmorea della Collezione Farnese da Roma, rendendo pubbliche tutte le raccolte artistiche private di famiglia, istituendo il primo museo dell’Europa continentale e stimolando la crescita artistica di Napoli.
Gli incoraggiamenti all’arte concessi dal “Re lazzarone” furono tanti e incontrarono convinti elogi nei vari territori italiani, tra cui quello del letterato lombardo Carlo Castone della Torre di Rezzonico, che in una corrispondenza di fine Settecento commentò la realizzazione della scultura “Adone e Venere” di Canova per il marchese napoletano Francesco Berio, per la quale Ferdinando concesse l’esenzione del dazio doganale per l’importazione dell’opera dallo Stato Pontificio, e riconobbe alla capitale borbonica un insuperabile patrimonio classico, accresciuto negli ultimi anni:

“[…] non vi sarà discaro […] il sapere in qual pregio tengasi dall’illuminato governo un’opera sì bella, e quali facilità si concedano, e laudi, ed incoraggiamento a facoltosi personaggi, che con illustri monumenti cospirano a volgere quella deliziosissima capitale in un’Atene novella, avvegnacchè per quelli dell’antichità possa di già entrare in contesa coll’istessa Roma.”

Canova scolpì lo stesso Ferdinando in un’enorme statua per accogliere i visitatori del Museo borbonico, e lo rappresentò proprio nelle vesti di Minerva, protettrice delle arti con l’elmo della saggezza in capo, allegoria in onore di un sovrano che, raggruppando le collezioni di Antichità, aveva lanciato l’immagine neoclassica di Napoli, veicolando il messaggio borbonico di protezione delle arti e della tutela dell’antico in una cornice, quale quella del prestigioso museo, che rappresentava il contributo decisivo di Napoli e dei Borbone, Carlo e Ferdinando, per la formazione della cultura classica in Europa e oltre. L’uno stimolò l’archeologia e l’altro la raccolta artistica, assicurando gran prestigio internazionale alla Città. Al padre, ben più magnificato del figlio, il merito enorme dei musei a cielo aperto, le città antiche riportate alla luce. Al figlio, quello di aver compiuto l’atto più colto nell’Europa di fine Settecento con la volontà di assegnare ai napoletani le collezioni di famiglia e di creare un museo che è ancora oggi il massimo riferimento culturale dell’antica capitale, l’esposizione di arte classica più bella e importante del mondo.
E cosa fecero i veri zotici, quelli del regno dei Savoia, quando conquistarono Napoli? Rimossero la colossale scultura dalla nicchia che la ospitava sullo scalone del Museo e la nascosero in un ambiente secondario, facendo uno sgarbo enorme anche alla memoria di Canova. Sulle pareti della scalinata fecero apporre delle epigrafi, alcune proprio contro colui che aveva voluto il museo stesso e altre di esaltazione di Giuseppe Bonaparte, Murat, Garibaldi e Vittorio Emanuele II.
Il ritorno della preziosa statua al suo posto è avvenuto solo nel 1997, per volontà di un impavido sovrintendente ai beni archeologici, Stefano De Caro, deciso a rendere giustizia tanto all’artista più celebrato tra fine Settecento e primo Ottocento, che a Napoli scoprì la devozione per l’Antico e così divenne il più grande scultore neoclassico, quanto all’artefice iniziale del più grande e più importante contenitore di arte classica d’Occidente. E lo chiamano ancore “lazzarone”.

L’inganno Nazionale

Angelo Forgione L’Italia di Mancini entusiasma agli Europei dopo le vacche magre della gestione Ventura, e i tifosi si appassionano tutti, da Nord a Sud. Persino Matteo Salvini, da sempre tifoso contro, è magicamente diventato tifoso degli Azzurri, anche se non casualmente indossa la maglia in versione verde.Effetto Nazionale, che nei percorsi vincenti genera euforia e crea un inganno, quello dell’unione del Paese, nascondendo le divisioni economiche e le cattive pulsioni territoriali, ma anche tutti i guasti dello stesso movimento calcistico italiano, vedi Calciopoli 2006.
È una forma di incoerente patriottismo a corrente alternata che si manifesta quando si svolgono le grandi competizioni internazionali per nazioni, in tutti gli sport. Un falso patriottismo a tempo che, quando si tratta di pallone, dura 90 minuti più recupero ed eventuali supplementari e rigori. Poi l’euforia e l’inganno si spengono e tutto torna alla realtà, almeno fino al prossima partita, sperando che non interrompa il campionato. Con buona pace dei meridionali, figli di quella parte marginalizzata ma non marginale della Penisola, la fu Magna Graecia dove è nata la civiltà italica e dalla quale proviene il nome Italia, che in tempi antichi fu la parte meridionale della Calabria.
E non venitemi a dire che le differenze territoriali si annullano quando gioca l’Italia. Non provate a sostenere che l’incultura discriminatoria, esistente in Italia, riguardi solo il tifo sportivo, perché altrimenti Riccardo Muti, salito giovane e sconosciuto da Napoli a Milano negli anni Sessanta, non sarebbe stato chiamato “il terrone” negli anni trascorsi tra le mura di un istituto culturale qual è un conservatorio, nella fattispecie meneghino.
No, non chiedetemi di slegare lo sport dal contesto sociale di cui è espressione solo perché l’Italia di Mancini vi sta facendo divertire dopo tante restrizioni pandemiche. L’oppio calcistico non lo fumo più dai tempi dell’indignazione nazionale per le porcherie di Calciopoli spenta dalla vittoria della Nazionale di Lippi, e lucidamente vi risponderei in terza persona citando un passaggio della prefazione scritta per il mio Dov’è la Vittoria dal maestro Oliviero Beha, uno che non slegava lo sport dal contesto sociale di cui è espressione:

“Lo “screanzato” Forgione ha fatto benissimo a osare. È un libro che ha diritto di cittadinanza tra quelli che finora raramente sono stati capaci di intrecciare il Calcio con la società che lo contiene e di cui è espressione macroscopica. Mi sarà e vi sarà utile prima come lettura e poi come consultazione, tra le molte cose che si dimenticano e quelle che si ignorano. Perché in realtà al centro del libro e della realtà che dispiega non c’è la palla, bensì noi stessi”.


interventi tratti dalla rubrica “Punto Nuovo Sport Show” (Radio Punto Nuovo)

Garibaldi bianconero? Forse sarebbe stato antijuventino.

Angelo Forgione “Garibaldi era juventino!”. Lo ha voluto chiarire, in modo anacronistico, una sigla politica che fa capo a Enzo Rivellini e Roberto Lauro, che hanno mandato qualcuno lassù, in cima al colossale monumento a Garibaldi, nella piazza della stazione centrale di Napoli, a porre un mantello a strisce bianconere per chiedere che la statua “ritorni in Piemonte, in quelle risaie che si bonificarono grazie ai soldi che lo juventino Garibaldi rubò alle casse del Banco di passato”. E di fianco, per ironia della sorte, un’immagine pubblicitaria griffata “Borbone”.
Mantello bianconero poi rimosso da alcuni addetti comunali, ma resta il gesto verso uno dei simboli meno amati dai napoletani, al pari delle statue di Vittorio Emanuele II in piazza Bovio e sulla facciata di Palazzo Reale.

Ovvio che quella di questa notte sia stata una forte provocazione, dacché quando Garibaldi scese al Sud per consegnarlo ai Savoia il Football era agli albori nella sua culla di Sheffield. Ma stiamo al gioco, quantunque poco ludico, e proviamo a capire se il Dittatore delle Due Sicilie, come egli stesso si autoproclamò nel settembre del 1860, sarebbe davvero divenuto juventino, a inizio Novecento.
Intanto bisognerebbe chiarire se sia la Juventus la squadra dei Savoia, e non il Torino. Certo, in casa Savoia, solo Vittorio Emanuele IV si è permesso di voltare le spalle alla Juventus per sostenere il Napoli, la squadra della città in cui è nato e cresciuto. Suo padre, Umberto II, era stato padrino di battesimo di Umberto Agnelli. E la Juventus, non il Torino, fu l’unica squadra che, per volontà di Gianni Agnelli, il 20 marzo 1983, due giorni dopo la morte del “Re di Maggio” a Ginevra, portò il lutto al braccio, in un match a reti inviolate contro il Pisa. Fu quella l’unica manifestazione di cordoglio pubblico per l’ex sovrano, che non mancò di suscitare aspre polemiche politiche, e già questo basterebbe per certificare il legame tra Casa Savoia e la squadra della «famiglia».

E però non credo che Garibaldi, se pure si fosse appassionato al Football, sarebbe diventato juventino. Forse simpatizzante di qualche squadra inglese; il Nottingham Forest, per esempio, i cui fondatori, nel 1865, scelsero esattamente il “Garibaldi Red”, il rosso garibaldino delle camicie dei protagonisti della spedizione dei Mille per le loro maglie. O magari milanista, visto che il fondatore del Milan, Herbert Kilpin, un inglese di Nottingham, a tredici anni, partecipò alla creazione del Garibaldi Nottingham 1883, compagine che scendeva in campo indossando delle camicie rosse garibaldine, come il Nottingham Forest. Anche per il Milan Kilpin scelse il rosso, ma abbinato al nero, perché quella fosse – come disse l’inglese fondatore – “una squadra di diavoli che doveva impaurire gli avversari”. Un po’ come i garibaldini.

No, non credo che Garibaldi sarebbe diventato juventino. Lui non amò né Carlo Alberto, da cui fu condannato a morte in contumacia per aver cospirato contro Casa Savoia, salvo poi ottenere il ritiro del provvedimento in cambio del suo servizio nei moti del 1848, e neanche apprezzò Vittorio Emanuele II, al quale diede una fondamentale mano nella conquista di Napoli e del Sud per interessi degli amici inglesi, che, cancellando Napoli capitale, intesero addomesticare l’Italia nell’imminenza dell’apertura del Canale di Suez.
Conquistata Napoli, nel settembre del 1860, tra Garibaldi e Vittorio Emanuele la tensioni furono altissime. Il nizzardo, una volta compreso di essere stato usato dal piemontese, sciolse il suo esercito, non prima di aver schierato in riga tutti i suoi uomini davanti alla saccheggiata Reggia di Caserta, sperando di poter ricevere gli onori da quel re al quale aveva regalato il Mezzogiorno. L’attesa durò ore, e fu vana, poiché Vittorio Emanuele II puntò direttamente su Napoli. Garibaldi lo raggiunse più adirato che mai, dando vita a un’asprissima discussione per chiedere di essere nominato viceré dell’Italia Meridionale, ma ottenendo rifiuto.
Il Generale abbandonò Napoli per Caprera il 9 novembre, dopo aver salutato privatamente l’ammiraglio Kodney Mundy sull’incombente nave da guerra inglese Hannibal, ringraziandolo per il decisivo aiuto ricevuto dal regno britannico. Il Re di Sardegna, invece, lasciò la città solo il 26 dicembre, una volta accertatosi che le operazioni belliche nella decisiva battaglia di Gaeta volgevano a favore dell’esercito piemontese. Proprio quel giorno si disputava a Sheffield la primissima partita di calcio della storia, un’amichevole tra Sheffield FC e Hallam FC.
Tra il Re e il Generale la tensione crebbe, come dimostra lo scontro a fuoco in Aspromonte. Garibaldi fu invece sempre grato ai “Fratelli” di Gran Bretagna, cui diede libera manifestazione nell’aprile del 1864, recandosi a Londra per ricevere la cittadinanza onoraria. Fu accolto dal delirio di una folla straripante, un milione di persone lungo le strade percorse dalla sua carrozza, e al Crystal Palace, durante una delle tante tappe del suo viaggio, per rispondere alle dimostrazioni di simpatia, pubblicamente dichiarò:

«Senza l’aiuto di lord Palmerston, Napoli sarebbe ancora sotto i Borbone; senza l’ammiraglio Mundy, io non avrei giammai potuto passare lo stretto di Messina. Se l’Inghilterra si dovesse un giorno trovare in pericolo, l’Italia si batterà per essa».

Alla fine si rese conto anche Garibaldi di cos’era l’Italia dei Savoia da lui favorita, dimettendosi dalla carica di deputato al Parlamento nel settembre del 1868, disgustato per la condotta del Governo della Destra nei confronti del Mezzogiorno. In una lettera scritta per chiarire il suo disimpegno alla rammaricata patriota Adelaide Cairoli, il nizzardo si mostrò pentito del suo apporto alla causa sabauda in alcuni significativi passaggi:

“[…] E mi vergogno certamente di avere contato, per tanto tempo, nel novero di un’assemblea di uomini destinata in apparenza a fare il bene del paese, ma in realtà condannata a sancire l’ingiustizia, il privilegio e la prostituzione! […] Ebbene, esse [le popolazioni meridionali] maledicono oggi coloro, che li sottrassero dal giogo di un dispotismo, che almeno non li condannava all’inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame. Ho la coscienza di non aver fatto male; nonostante, non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genìa che disgraziatamente regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato”.

Dieci anni più tardi, l’anziano Garibaldi, frustrato e deluso dai governi sabaudi, apprese del tentato regicidio di Umberto I a Napoli ad opera del lucano Giovanni Passannante, animato dalla rabbia per la miseria e le tasse al Sud, e commentò così:

“Il malessere politico altro non è che una conseguenza dei pessimi governi; e questi sono i veri creatori dell’assassinio e del regicidio”.

Giuseppe defunto non seppe mai dell’assassinio di Umberto I, al quarto tentativo, quello letale di Gaetano Bresci, che lo fece fuori il Re nel luglio del 1900, a Monza, perché quel sovrano era odiato anche in Lombardia.
Quattro anni dopo, a Napoli, veniva inaugurato il monumento in bronzo a Giuseppe Garibaldi, issato su un alto piedistallo. Il titolo di campione d’Italia era per la sesta volta su sette edizioni nelle mani del Genoa, vincitore dei primi tornei riservati esclusivamente a squadre piemontesi, liguri e lombarde che escludevano il resto d’Italia e assegnavano i primi “titoli”, oggi ben ostentati nelle bacheche e nell’albo d’oro. Erano i colori rossoblu, ispirati proprio alla bandiera britannica tanto amata da Garibaldi, a dominare i primi calci al pallone italico. Ma sì, forse Garibaldi, peraltro nato a duecento chilometri da Genova, da grande opportunista qual era, sarebbe diventato un genoano della prima ora, e chissà, forse anche antijuventino. Una cosa però è sicura: molti napoletani non sono diventati garibaldini.