––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
Angelo Forgione –S’intitola Il racconto dei racconti il nuovo film di Matteo Garrone in uscita a maggio, adattamento cinematografico de Lo cunto de li cunti, la raccolta di 50 fiabe in lingua napoletana scritte dal giuglianese Giambattista Basile ed edite fra il 1634 e il 1636 a Napoli. Si tratta di un grande affresco in chiave fantastica del periodo barocco, prodotto dalla società di Garrone, Archimede, con Jean Labadie e Jeremy Thomas in collaborazione con Rai Cinema, e in parte finanziato dal MIBAC. Lo cunto de li cunti, noto anche con il titolo di Pentamerone (cinque giornate), è una pietra angolare per il mondo occidentale delle fiabe. Nel 1822 fu pubblicato in Germania il terzo volume dei Kinder und Hausmärchen dei fratelli Grimm, in cui fu attribuito un posto di rilevantissima importanza al Basile, la cui opera fu riconosciuta come fondamento delle raccolte di letteratura popolare. Insomma, le fiabe nascono a Napoli. Non tutti sanno che i racconti più famosi della tradizione fiabesca arrivano ai giorni nostri dall’adattamento dei suoi racconti, capaci di favorire il lavoro di celebri favolisti come Perrault, Gozzi, Wieland e tanti altri. La sua fiaba Zezolla de La gatta cennerentola è divenuta la Cenerentola; Sole, Luna e Talia ha ispirato La bella addormentata nel bosco; Il Cuorvo è diventato Il Corvo; Le tre cetre è stata la fonte de L’amore delle tre melarance; Ninnillo e Nennella ha suggerito Fratellino e Sorellina; Cagliuso ha partorito Il gatto con gli stivali. Il racconto dei racconti di Garrone è da accogliere quindi con molta soddisfazione e curiosità, anche perché è un progetto internazionale girato in lingua inglese che sarà proiettato anche all’estero, e darà spunto per approfondire la figura del letterato di Giugliano in Campania, colui che trovò grande risorsa nel vasto repertorio della tradizione orale napoletana e trasportò nel mondo fiabesco la realtà popolare e locale della città seicentesca. La specularità metaforica usata nel Pentamerone per raccontare la verità del mondo attraverso l’invenzione ha ispirato Garrone per un fantasy che partisse dal fantastico per arrivare alla realtà contemporanea.
(approfondimenti su G. Basile e Lo cunto de li cunti su Made in Naples)
L’aggiornamento del blog ha subito un rallentamento per la chiusura della scittura del prossimo libro, in procinto di andare in stampa per essere disponibile a maggio.
Si tratta di un saggio a carattere storico-sociologico-antropologico che indaga sulle cause delle differenti performance sportive dei movimenti calcistici del Nord e del Sud d’Italia, e delle cause che le hanno generate, inquadrate nell’ottica del divario interno italiano, con approfondimento delle dinamiche che regolano il “dietro le quinte” del nostro Calcio, su cui convergono la politica e la finanza nazionale.
Angelo Forgione –Cori dal 1′ al 90′ contro Napoli. Striscioni offensivi nei riguardi di Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito, accusata di lucrare sulla morte del figlio. Allo stadio Olimpico di Roma è andata in scena una nuova vergogna, e a nulla è servito il comportamento esemplare dei napoletani nel corso della partita di andata. Lasciamo stare che dal libro scritto la signora Leardi non caverà un euro e devolverà tutto in beneficenza (come in passato a beneficio del ‘Gemelli’ di Roma). Lo striscione più indecente è quello che recitava “Daniele con noi”, come a dichiararsi tutti idealmente solidali a un accusato di omicidio in quella curva giallorossa.
I romanisti non solo non si sentono colpevoli dell’omicidio di Ciro Esposito, dimenticando quanto odio razzista vomitano nei confronti dei napoletani anche quando non c’è il Napoli di scena nella capitale. Eppure l’Olimpico è l’unico stadio d’Italia che, in regime di squalifiche dei settori, ha subito la chiusura non solo delle curve ma anche delle tribune. Neanche la Roma, nel suo comunicato ufficiale, si è degnata di stigmatizzare il comportamento dei suoi tifosi fascisti, ma questo fa parte del teatrino. Come dello stesso teatrino fa parte l’atteggiamento del presidente della FIGC Carlo Tavecchio, che si è detto sorpreso per quanto accaduto e ha condannato il tutto annunciando l’interesse della Procura Federale, che non porterà a nulla. “Le partite del nostro campionato – ha detto Tavecchio – dovrebbero essere un luogo di gioia e non di insulto, per questo lavoriamo sulla trasmissione dei valori alla base del calcio: l’ignoranza e la violenza sono mali sociali che si estirpano con progetti comuni, di tutte le componenti sportive e politiche, oltre al contributo fondamentale dei media”. Parole vuote di un massimo dirigente federale inadeguato ed evidentemente già bruciato alla sua elezione, senza alcuna credibilità in tema di razzismo, artefice (per volontà altrui) della modifica con effetto immediato, alla sua elezione, dei rognosi articoli 11 e 12 del Codice di Giustizia Sportivo relativi alla chiusura dei settori per “discriminazione territoriale”. Con le manovre estive, risultato raggiunto: niente sanzioni dure, niente dibattiti televisivi, niente indignazione e tanti cori e striscioni offensivi nel luogo del delitto. Tutto come prima, peggio di prima. Un’ipocrisia senza fine.
Sfugge ai più che la modifica dell’articolo 12 stabiliva l’applicazione di ammende, invece delle tanto contestate chiusure parziali degli stadi, ma, nei “casi più gravi”, permaneva al comma 6 l’obbligo di disputare partite a porte chiuse; casi “da valutare in modo particolare con riguardo alla recidiva”. In sostanza, restò in piedi almeno la “valutazione”, ovvero l’interpretazione da parte del giudice sportivo, però soggettiva e influenzabile dalle già rumorose pressioni esterne. Quello della vigilia di Pasqua non è forse un caso così grave da meritare la chiusura dell’Olimpico?
Ariane, una tedesca di 49 anni che vive a Napoli da quando ne aveva 21, telefona a “Deejay chiama Italia” e spiega la sua felicissima esperienza in diretta. È una addetta alle pulizie, non una grande manager straniera, e vive di pane e amore all’ombra del Vesuvio. Linus conduce la telefona all’insegna delle dietrologia, mostrandosi sconcertato. «Avrebbe avuto tutto il tempo per cambiare idea, e invece no».
Non si comprende perché Ariane avrebbe dovuto cambiare idea. Forse è proprio Linus che dovrebbe cambiare le sue, alla luce di quanto ha già fatto intendere in tempi non sospetti circa il suo pensiero sulla cultura di Napoli e in merito alla sua conoscenza della città.
Angelo Forgione –La SUN, Seconda Università di Napoli, dovrebbe cambiare nome e diventare Università della Campania – Luigi Vanvitelli. La scelta di confermare l’intenzione, presa del Senato Accademico, del CdA e del rettore, non è stata una scelta accolta da tutti con favore. Il sindaco di Caserta Pio Del Gaudio, ad esempio, aveva chiesto che comparisse il nome della sua città (Università di Caserta).
Si può discutere sul riferimento regionale, ma la scelta di ribattezzare l’Ateneo nel nome di Luigi Vanvitelli appare opportuna. La SUN è infatti sorta su più poli distribuiti sulle province di Napoli e Caserta, luoghi di nascita e morte del genio dell’architettura settecentesca, colui che improntò al Neoclassicismo l’età dell’illuminismo europeo.
Angelo Forgione –Le immagini della consegna della pizza al Papa sul lungomare di Napoli hanno fatto parlare il mondo. È così la nuova pizzeria di Enzo Cacialli, il figlio del ‘Presidente’, è diventata per tutti, ormai, la “pizzeria del Papa”. In settimana è infatti spuntata una diversa tabella sotto l’insegna col logo Don Ernesto. Anch’esso in bella mostra sulle spalle del temerario pizzaiuolo, durante l’impresa del 21 marzo scorso. Il logo Don Ernesto – una mia creatività grafica – ha fatto il giro del globo insieme all’ormai famosa “pizza del Papa”.
Sulle modalità con cui fu realizzata l’annessione del Regno delle Due Sicilie a quello di Sardegna ne abbiamo lette di varie correnti, ma quelle che propone Paolo Guzzanti in un’intervista su Il Fatto Quotidiano del 26 marzo le battono davvero tutte in quanto ad originalità e fantasia.
Alla domanda “Lei crede alla Trattativa Stato-mafia?”, il giornalista-politico ha risposto così:
«Certo. C’è stata. Questo è un paese mafioso che con la mafia ha sempre trattato. […] Il Regno di Napoli fu concesso dalla camorra. I piemontesi erano sbalorditi. Non avevano nessuna intenzione di prendersi il sud di Italia e tantomeno la Roma papalina e si ritrovarono a gestire questo peso gigantesco. […]»
Vero che mafia e camorra si allearono con gli invasori, ma che tra loro non vi fosse una “trattativa” è in contraddizione con la risposta stessa, e che i malavitosi avessero imposto ai garibaldini di prendersi il Sud controvoglia è roba da farsi una bella risata.
Angelo Forgione –Polemiche per le parole sull’emergenza lavoro al Sud pronunciate da Antonio Polito (a 1:26:11) direttore del Corriere del Mezzogiorno ed editorialista Corriere della Sera, durante la diretta tv Rai della visita del Papa a Napoli:
«Il problema è che tutto questo [la mancanza di lavoro e il lavoro nero] non è neanche più un’emergenza, cioè qualcosa di destinato a migliorare sensibilmente quando ci sarà la tanto agognata ripresa. Il problema è che neanche quando l’Italia cresce il Sud cresce più. Si tratta di una piaga infetta sul corpo della Nazione che comporta anche un enorme costo sociale per l’Italia intera».
Polito sembra addossare colpe ai meridionali (anche lui lo è) col solito refrain del “Sud palla al piede”, che non è. Il direttore non considera evidentemente le interdipendenze economiche tra Nord e Sud che fanno del Meridione una colonia interna. Non considera che la politica nazionale, da un secolo e mezzo, lascia al Nord la maggior quota della ricchezza prodotta e le migliori infrastrutture, così tagliando fuori mercato il Sud, scientificamente assistito per essere diseducato alla produttività e per strozzarne l’autonomia, lasciandogli sussidi e trasferimenti statali, più funzionali ad accuse e lamenti (cui Polito si accoda), ma non infrastrutture e fabbriche, più utili alla produzione in concorrenza. Importanti studi economici dimostrano che la differenza tra dare e avere è a vantaggio del Nord. Ma Polito mostra di non comprendere che non è il Sud a zavorrare il Nord bensì il contrario, con ripercussioni su tutta l’economia nazionale. Insomma, non piaga infetta ma ferita mai curata.
Angelo Forgione –Il Bello dell’Italia (Albeggi Edizioni) è una vera e propria dichiarazione d’amore per lo Stivale da parte del giornalista olandese Maarten van Aalderen, presidente dell’Associazione della Stampa Estera in Italia, residente a Roma, che ha chiesto a 25 colleghi corrispondenti stranieri quali cose preferiscono del Paese che li ospita. In copertina un Icaro dolorante e a terra, chiamato a rialzarsi.
C’è spazio per tutte le bellezze della Penisola, compresa Napoli, che per van Aalderen è “è una città che è stata schiacciata dall’immagine della camorra e della delinquenza, invece è meravigliosa e deve essere conosciuta e visitata per i suoi inestimabili gioielli d’arte e architettura”. Due anni fa, prima che van Aalderen scrivesse il libro, lo accompagnai in giro per Napoli, parlandogli dell’anima della Città, della sua Storia e della sua Cultura, donandogli anche il mio libro Made in Naples. Ed è stato un gran piacere scoprire di essergli stato utile per decifrare Napoli, attraverso quanto mi ha indirettamente riconosciuto nella lusinghiera e gratificante citazione inserita nella sua introduzione:
In Italia si critica spesso una città in particolare: Napoli. Napoli rappresenta per me l’Italia al quadrato. Si parla frequentemente dei suoi aspetti negativi, come la corruzione e la criminalità organizzata. Per questi motivi, c’è perfino chi si rifiuta di andarci. Eppure, Napoli è una città con una fortissima identità, con una storia di cui può andare fiera e che la vede protagonista da secoli, dotata come è di una cultura unica e di una bellezza infinita. La bellezza di Roma, Firenze e Venezia è scontata, quella di Napoli invece è assolutamente sottovalutata. E quanto spesso ho incontrato dei napoletani impegnati per la loro città, come il blogger e scrittore Angelo Forgione, che ne conosce a fondo i problemi, ma continua ad amarla appassionatamente e a difenderne la bellezza contro ogni degrado e illegalità. Io a Napoli mi sono in ogni caso sempre sentito a casa.
Angelo Forgione – Festa di San Giuseppe, e si conclude la Quaresima, con la Pasqua alle porte. Una ricorrenza davvero molto sentita a Napoli almeno fino al secondo conflitto mondiale. Portava anticamente la fiera degli uccelli e quella dei giocattoli, che avevano luogo vicino alla chiesa cinquecentesca di San Giuseppe, da cui prendeva il nome l’intero rione di Monteoliveto, finché questa non fu demolita per il Risanamento, e allora la fiera fu spostata in via Medina. Oltre i volatili, si potevano trovare cuccioli di cani di tutte le razze, di gatti e di conigli. Di balocchi se ne regalavano più o meno come oggi a Natale e come, a quel tempo, all’Epifania. Non erano i figli a fare regali ai padri quando il 19 Marzo non era ancora la Festa del Papà ma una data particolare per i napoletani, perché segnava il cambio di stagione. Tutti gli uomini riponevano la bombetta nell’armadio per indossare la paglietta e i pantaloni bianchi di flanella. Anche le donne si alleggerivano un bel po’. Il giorno del Santo, di fronte alla chiesa di San Giuseppe si disponevano le bancarelle con le zeppole, dolci fritti a forma di serpe avvitata su se stessa, una serpula, dal latino serpens. Qualcuno dice che furono inventate da un cuoco dei Borbone, cui sarebbe stato chiesto di preparare un dolce per la Quaresima privo di uova e di grassi animali, allora proibiti. Qualcun altro, invece, sostiene che la maternità sia tutta da attribuire, in tempi più antichi, alle monache dei decumani. Sulla zeppola la confusione regna sovrana, anche sulle sue diverse versioni. Mettiamo un po’ d’ordine.
Si è incompleti nell’indicare per “zeppola” il dolce napoletano fatto con pasta a bignè e guarnito sopra con della crema pasticcera e un tocco di amarena. Attenzione: si tratta più precisamente di “Zeppola di san Giuseppe“, un’invenzione del 1840 firmata dal pasticcere Pasquale Pintauro sulla strada di Toledo, che prese spunto dalla tradizione locale delle antiche “zeppole napoletane“, semplici frittelle dolci partenopee. Secondo la prima ricetta, scritta nel ricettario in dialetto napoletano di Ippolito Cavalcanti del 1837, erano di farina buttata nell’acqua bollente arricchita da un po’ di vino bianco, e poi fritte con l’olio o con la sugna per averne un bigné da guarnire con zucchero o miele. Il grande cuoco-letterato usò il termine “tortanielli” per descrivere la forma a serpentelli avvitati su se stessi. Dopo qualche anno, la ricetta fu tradotta anche in italiano.
Le “zeppole napoletane” si preparavano in tutti i periodi dell’anno. A Carnevale, alla farina si aggiungevano delle patate lessate per dare una sensazione di straordinaria morbidezza al palato. Avrete capito che si tratta della tipica “graffa napoletana“, il cui nome è una napoletanizzazione del “krapfen” austriaco, a evidenziare il dialogo storico Napoli-Vienna anche in termini di leccornie.
Di “zeppole napoletane” se ne trovavano con maggior facilità per strada il 19 marzo, giorno in cui gli zeppolajuoli allestivano dei banchetti nel giorno del tradizionale struscio di primavera sulla centralissima strada di Toledo, quando i napoletani iniziavano a indossare abiti più leggeri. Finivano tutti per deliziarsi con una zeppola tradizionale a ciambelletta, e dal 1840 in poi, anche con una “tonda” o “del pasticciere”, come definì la nuova zeppola di Pintauro il filologo Emmanuele Rocco, che nel 1866, fantasiosamente, avrebbe voluto addirittura un monumento cittadino con la seguente epigrafe: “Napoli inventò le zeppole, tutta Italia se ne leccò le dita”. Doveva esserne ghiotto visto che le riteneva uno dei tanti privilegi che gli italiani avevano avuto in dono dai napoletani.
Pasquale Pintauro, che su Toledo stava (e ancora sta), aveva arricchito l’impasto di uova e ne aveva fatto un bignè corposo, in modo da poterlo guarnire come la sfogliatella Santa Rosa, con crema pasticciera e amarena. Aveva fatto la rivoluzione della zeppola, e inventato la più elaborata “zeppola di san Giuseppe”. E siccome, proverbialmente, “tene ‘a folla Pintauro”, è facile immaginare l’esito dell’operazione.
Il Rocco, da studioso di cose partenopee, aveva individuato anche una variante rettangolare destinata ai più poveri, detta “dello zeppolajuolo”, che vale a dire ‘oscajuozzolo, fatta con farina di granturco, fritta e priva di qualsiasi guarnizione, da cui l’uso contemporaneo del termine “zeppola” per definire anche la semplice pasta cresciuta, pastella lievitata, talvolta con alghe di mare, fritte e salate. Dunque, la zeppola, comunque sia, dolce o salata, è pastella rigorosamente fritta, non al forno. Del resto, san Giuseppe è anche il protettore di chi frigge, “i frittaruoli”, come si definivano nel Settecento napoletano. Li citò Goethe, curioso di termini partenopei, raccontandone le gesta vedendo le frittelle napoletane, cioè le zeppole antiche pre-Pintauro, nella strada di Toledo il 19 marzo 1787:
(traduzione) “Oggi poi ricorreva la festa di S. Giuseppe, patrono dei friggitoria, o «frittaruoli»; e siccome l’arte di questi richiede di continuo fuoco vivo, ed olio bollente, ogni tormento per mezzo del fuoco entra nella competenza del santo; epperciò, fin di ieri sera le case, le botteghe dei friggitori, erano ornate di quadri, di pitture, le quali rappresentavano il purgatorio, il giudizio universale, colle anime sottoposte alla pena delle fiamme. Ampie padelle stavano davanti alle porte, sopra focolari leggieri e portatili; un giovane porgeva il piatto dove stava la farina, un altro formava le frittelle (zeppole, ndr), e le gittava nella padella dove bolliva l’olio, ed ivi un terzo giovane, muoveva con un asta in ferro le fritelle, le traeva fuori quando erano cotte a dovere, porgendole ad un quarto giovane, il quale le infilava in uno spiedo più leggiero, e le offeriva agli astanti. […] Il popolo si affollava attorno alle padelle, imperocchè in quella sera le frittelle (zeppole, ndr) si vendono a minor prezzo, ed anzi una parte n’è riservata per i poveri. […]”
Quando, nel 1968, il giorno di san Giuseppe fu reso Festa del Papà, la fiera era già in via Medina e la zeppola era ormai famosa in tutt’Italia, conosciuta anche oltreoceano grazie agli emigranti. Da allora i ruoli si invertirono e iniziarono i figli a fare regali al proprio padre. Il Santo non proteggeva solo ogni papà ma anche, in modo specifico, tutti i falegnami, e di legno era il suo bastone, Un avanzo di questo legno, autentico o fasullo che fosse, finì a Napoli nel primo Settecento per essere custodito in una nicchia del palazzo di Chiaia del tenore Nicola Grimaldi, controllato a vista da un servitore il cui compito era quello di evitare che fosse toccato. “Nun sfruculia’ ‘a mazzarella ‘e San Giuseppe” era, in napoletano, l’esortazione a non usurare il sacro bastone, poi divenuta un diffuso e tipico modo di dire del popolo per invitare a non infastidire, mentre la famosa mazzarella finiva per essere tradotta nella congregazione di San Giuseppe dei Nudi a San Potito, in via Giuseppe Mancinelli, dove oggi è gelosamente conservata.
Napoli, Fiera di San Giuseppe in via Medina (Ph: Archivio Parisio – Renato Bevilacqua)