––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
Mimmo Pesce, chi è costui? Napoli non accetta l’esasperata caricatura del sedicente tifoso azzurro costruito in laboratorio ad hoc per scimmiottare il folklore napoletano e renderlo deleterio a fini televisivi. Trecce d’aglio, corni, mortaretti, coriandoli, asciugamani, giacca appariscente, occhiali scuri, urla sguaiate, invadenza fisica, balli improbabili e tutto quello che a un certo settentrione piace pensare e proiettare di Napoli.
7Gold e “Diretta Stadio” lo fermino, subito, invece di promuoverlo in homepage del proprio sito per fare audience e “rumore”. Centinaia di messaggi di rabbia li riceviamo noi, che invitiamo a dirottare civilmente a direttastadio@7gold.tv, al profilo Facebook del cabarettista e, alla prossima diretta (qualora si ripresenterà il personaggio), tramite il form di contatto sul sito.
il giornalista di Sportitalia non riesce più ad uscire dallo smarrimento
Michele Criscitiello, giornalista-anchorman di Sportitalia, durante la trasmissione “Calcio€Mercato” di Venerdì scorso, ha annunciato di non aver ricevuto l’accredito al match Napoli-Udinese: “Il Napoli mi ha negato l’accredito per Napoli-Udinese affermando prima di aver chiuso la lista, poi di non accettare determinate presenze allo stadio perchè sgradite alla piazza”.
Detto che la richiesta è arrivata fuori tempo massimo, va ricordato che Criscitiello, sul suo profilo Twitter, ha in bella vista la descrizione “Nato ad Avellino! 29 anni fa. Vive a Milano da 7 anni! Squadra del cuore: Avellino. In A solo Ùdin”. La dichiarazione di appartenenza all’ambiente friulano non farebbe comunque scattare l’esclusione dalla lista degli accrediti, ma è un dato di fatto che certe esplicitazioni seguite da manifestazioni poco eleganti come quella durante la festa dell’accesso ai preliminari di Champions League, allorchè Criscitiello accompagnò il coro “odio Napoli” cantato da tutta la piazza della Libertà (ma il loro idolo è il napoletano Di Natale, n.d.r.) dicendo che anche lui, anni prima, l’aveva cantato tante volte. Il ruolo di giornalista in una rete nazionale, peraltro delicata perchè dedicata allo sport e al calcio, quindi un argomento che per anni ha contribuito e continua a contribuire a diffondere malcostume, divisione e razzismo, implica cautela. Le simpatie possono essere chiarite ma le cadute di stile andrebbero evitate accuratamente e necessiterebbero di quelle scuse che Criscitiello ha sempre detto di non dovere a nessuno.
Ma forse c’è dell’altro, molto di più, ad infastidire il Napoli più che i napoletani. Certe allusioni sibilline in riferimento al sodalizio azzurro (?) e a certe operazioni di mercato che assumerebbero un certo peso alla luce dei controlli della Guardia di Finanza nelle sede azzurra della settimana scorsa. Rispondendo ad un telespettatore napoletano, a suo dire comandato, Criscitiello dichiarò così: “Bisognerebbe spiegare cosa hanno fatto in passato di nascosto alcuni amici di alcuni presidenti, quelle plusvalenze e quelle operazioni fantasma per questo o quell’attaccante. Perchè i soldi non sono rimasti in Italia? Quando paghi le tasse, tutte quante…” (guarda il video al minuto 2:19). Non è certo possibile stabilire se siano state quelle frasi ad attivare la curiosità della Finanza che dopo un mese è arrivata a Castelvolturno, ma di certo non possono aver fatto piacere alla dirigenza napoletana che già in passato aveva incassato con classe alcune dichiarazioni sui suoi rappresentanti e sull’intero ambiente napoletano.
Ma a prescindere dalla tempistica della richiesta di accredito e da incidenti diplomatici, Criscitiello al “San Paolo” rappresenta di fatto un problema di ordine pubblico e di conseguenza un rischio per la stessa società nell’ottica di eventuali ammende e diffide in caso di disordini.
Il giornalista avellinese, da conoscitore della realtà, ha in passato difeso i tifosi napoletani dal razzismo continuo negli stadi. Così come ha preso le distanze dalle discutibili frasi di Silvio Baldini circa gli appassionati di calcio napoletani. La sua emittente aveva buoni rapporti col Napoli se è vero che nell’estate 2011 trasmise la presentazione della squadra da Dimaro, presentata peraltro dalla napoletanissima Marica Giannini e da Silver Mele, con De Laurentiis in esclusiva. Ma a Sportitialia, che offre supporto alla piattaforma “Udinese Channel”, ha dato per questo un colpo al cerchio e un altro alla botte negli ultimi tempi. E dalla festa a Udine è deragliato non sapendo più riprendersi dall’uscita infelice, finendo con l’andare allo scontro frontale con Napoli, il Napoli e i napoletani. Per sua stessa ammissione, ha simpatie a Udine e non a Napoli, e ha preferito compiacere quelle. Criscitiello è un giovane e valido professionista che ha iniziato la sua avventura nazionale con obiettività ed equilibrio. La vasta utenza meridionale e napoletana di Sportitalia meriterebbero che riprendesse quelle prerogative. Purtroppo, per via della sua scaltrezza e “riconoscenza” verso l’ambiente settentrionale che l’ha stanato dall’oblio (su Twitter scrisse “Nato ad Avellino, rinato a Milano”), ha perso la bussola e si sta smarrendo. Peccato.
intervista ad Angelo Forgione a “Rapporto Napoli” (TeleCapriNews)
Ragazzini che si calano nei reperti delle Mura Greche di Piazza Bellini. Ragazzini che entrano nottetempo in Galleria “Umberto I” in sella agli scooter per sgommare sul marmo. Il pericolo, identico per i due siti come per tutti i monumenti della città, non riguarda solo la pulizia me è anche e soprattutto minorile, ma non solo minorile.
Urge una lastra trasparente di copertura delle antiche murazioni e l’immediato ripristino della pattuglia di sorveglianza h24 in galleria per evitare danni al patrimonio ma anche alle persone. È una battaglia senza fine, ma se anche le istituzioni mollano è anche senza speranza.
fondi insufficienti dal Ministero che spreme il monumento… che infatti crolla!
Angelo Forgione – Ancora crolli alla Reggia di Caserta. Ieri pomeriggio, intorno alle 17:30, un capitello si è staccato dalla facciata alta ed è precipitato sulla Piazza Carlo III, a poca distanza da alcune persone presenti. Strada transennata dai vigili del fuoco e sindaco Pio del Gaudio che nella mattinata di oggi dovrebbe essere a Roma per discutere col ministro dei beni culturali Lorenzo Ornaghi delle condizioni di abbandono della monumento patrimonio dell’umanità documentate anche dalla RAI.
La realtà è che il Ministero tratta la reggia vanvitelliana come un limone da spremere e destina fondi a ritrovate regge del Nord mentre quelle al Sud crollano a pezzi. A volte, dopo le stagioni dei favolosi percorsi di luce, non si riescono a pagare neanche le bollette della luce col rischio di lasciare gli appartamenti al buio. Eppure la reggia è tra i monumenti italiani che incassano di più e tra biglietti di ingresso, royalties e diritti vari, si arriva a circa 2 milioni di euro all’anno. I soldi però finiscono a Roma nelle casse del Ministero del Tesoro che tramite il Ministero dei Beni Culturali rigira a Caserta appena 400mila euro per la manutenzione. Come dire che Caserta produce una torta di cinque fette e ne mangia una sola. Il saldo è sempre passivo ed è facile dedurre che le risorse sottratte a Caserta finiscano altrove. La conseguenza è che gli appartamenti non possono essere aperti completamente, che la reggia resta chiusa nei giorni festivi per mancanza di fondi da destinare agli straordinari dei dipendenti e che il parco e la facciata versano in condizioni gravissime. Caserta resta in piedi ma la gravità non è dissimile da quella di Pompei e di tutti i siti monumentali del Sud mentre a Venaria Reale è boom di visitatori.
La mancanza di manutenzione e le infiltrazioni d’acqua stanno mettendo a rischio l’integrità del prezioso edificio che solo sette giorni aveva perso un timpano della facciata venuto giù a causa della marcescenza del perno di fissaggio. Nel 2009 una grossa foglia di pietra si staccò dal capitello di una lesena della facciata interna, sfiorando cavalli e cocchieri parcheggiati al di sotto. Del resto basta osservare proprio il lato destro della facciata del parco per notare decine di foglie scolpite mancanti sui capitelli, pezzi d’intonaco staccati ed erbacce selvatiche che con le proprie radici pregiudicano l’integrità dei marmi.
La nostra grande, immensa Storia, continua ad essere cancellata lentamente. Ha ragione Daverio, lo Stato italiano ha fallito!
«All’inizio avevo la testa piena di paure e pregiudizi, ora amo tutto di questa città. Non esiste nel mondo popolo più ospitale e raffinato di quello napoletano»
Benjamin Taylor è uno scrittore di origine texana che vive a New York dove è titolare della cattedra di Letteratura alla “Columbia University”. In questi giorni, per la dodicesima volta, è a Napoli per guidare una troupe di Discovery Channel alla scoperta della città. Lui Napoli la conosce benissimo e recentemente ha pubblicato il libro “Naples Declared – a walk around the bay”, dedicato alla memoria di Giancarlo Siani, che negli Stati Uniti sta raccontando obiettivamente una Napoli diversa e sorprendente pur senza nascondere le sue vergogne, giungendo nella “top 10” americana dei libri dedicati ai viaggi.
Taylor in realtà racconta un po’ la sua esperienza personale, la sua scoperta di Napoli che ha sgretolato i suoi pregiudizi e l’ha condotto ad innamorarsene. Scoperta Iniziata per caso proprio dalla lettura in America di un fatto di cronaca nera accaduto a Napoli. Alla metà degli anni ’90 vi si recò per la prima volta ma per vedere gli scavi vesuviani e Capri. Poi, si legge dal Corriere del Mezzogiorno del 14 Settembre ’12, prima di spostarsi sull’isola per un po’ di relax, volle conoscere la scrittrice Shirley Hazzard residente a Posillipo, vedova di quel Francis Steegmuller di cui aveva letto un racconto. Gli era capitato di essere rapinato con violenza a Napoli ed era finito in ospedale; lì aveva avuto modo di conoscere l’altra faccia della realtà: circondato da mille attenzioni, da grande umanità e comprensione, di quella brutale esperienza, alla fine, gli era rimasto un ricordo assolutamente positivo. Anche la Hazzard, nonostante tutto, era follemente innamorata di Napoli e invogliò Taylor a restare in città e a scoprire le cose veramente importanti, quelle nascoste nel cuore della città. «Furono giorni indimenticabili. Per questo sono sempre tornato», dice lo scrittore americano. Taylor non ama i luoghi comuni, nel bene e nel male, ma questo è il suo preciso e lusinghiero pensiero sui napoletani: «Non ho mai trovato, in nessun’altra città del mondo, un così spiccato senso dell’ospitalità. E non credo che esista un popolo più raffinato del napoletano. Credo che la generosità e l’apertura mentale dei napoletani siano incomparabili. E credo che nessuno dovrebbe mai pensare che la camorra possa rappresentare la realtà di Napoli. No: la camorra è un esercito di invasori e conquistatori, niente di più. Anch’io prima di venire a Napoli avevo la testa piena di pregiudizi. E una certa paura. Quando arrivai in città e feci la mia prima visita al centro storico, decisi di infilare il passaporto in una sacca che portavo ben assicurata sottobraccio. Andai a vedere il duomo — posto fantastico! — e forse dovetti chinarmi o fare un movimento strano. Fatto sta che qualche ora dopo, quando ormai ero molto lontano da lì, mi accorsi che il passaporto non era più nella sacca. Tornai quasi di corsa sui miei passi fino al duomo, ma lo trovai chiuso e sbarrato: era ormai quasi sera. Disperato, mi guardai intorno con un senso d’impotenza, e fu allora che, seduto su un gradino del sagrato, vidi un tizio che si faceva vento con una specie di libretto. Era il mio passaporto, e lui mi stava aspettando per restituirmelo. Fu la mia iniziazione alla favolosa gentilezza dei napoletani. E del resto lo so bene anch’io che basta andare a Roma, a un’ora da Napoli, e avere la sensazione di essere quasi in Scandinavia, in tutt’altro mondo. Ma il problema è sempre quello: non bisogna fermarsi alla superficie, si deve andare più a fondo».
La domanda da porsi è: cosa sarebbe Napoli se anche il senso civico fosse generalmente diffuso? Ma forse è una domanda inutile.
messaggio per il Comandante Auricchio: “una vittoria che ci è stata scippata!”
di Angelo Forgione – Per due anni la Galleria “Umberto I” ha goduto di una relativa tranquillità. Ora pare sia finita. Come mai? Semplice. In Galleria, per due anni è stato garantito un servizio di vigilanza h24 della Polizia Municipale. Recentemente è stato sospeso e la pace è finita! E sono già tornate le bande di ragazzini che si divertono a colpire i passanti con pistole a gommini ad aria compressa che non saranno di piombo ma fanno comunque male. Turisti, donne, anziani, coetanei impauriti dalle pistole che sembrano vere e colpiti con incosciente sadismo. Qualche giorno fa è scattata la reazione dei commercianti che hanno “sequestrato” con una colluttazione le armi-giocattolo.
La situazione era già divenuta insostenibile in passato tra partite di pallone notturne e vandalismi vari. La rabbia esplose alla vigilia di Natale del 2009, quando il rituale albero dei desideri fu rubato come ogni anno. Cittadini ancora una volta umiliati, e V.A.N.T.O. lasciò un eloquente messaggio di sdegno sul vaso riverso sul pavimento: “SIETE IL NOSTRO CANCRO”. Accorsero i telegiornali nazionali che quella volta, diversamente agli anni precedenti, mostrarono si l’ennesima figuraccia ma anche lo sdegno della città. Come se non bastasse, nella notte di Capodanno fu fatto esplodere un pericoloso ordigno pirotecnico sui marmi preziosi con i protagonisti della bravata soddisfatti nel riprendere la scena (denunciati alla Polizia Postale, ma con quale esito?)
Ne conseguì un forte dibattito, stimolato da V.A.N.T.O., dai commercianti e dall’allora consigliere comunale Raffaele Ambrosino, che coinvolse anche il Presidente della I Municipalità Fabio Chiosi nella richiesta di chiudere i varchi nelle ore notturne con delle cancellate. La proposta fu bocciata dalla Soprintendenza e alla fine ne scaturì un emendamento per l’istituzione del presidio fisso di sorveglianza 24 ore su 24 che fu votato in consiglio comunale dall’ex sindaco Iervolino e inaugurato il 1 Giugno 2010.
Ci fu solo una piccola ritorsione ma da allora i grossi problemi vennero arginati, e così per due anni e due festività natalizie durante le quali la triste tradizione del furto dell’albero fu interrotta. Poi, in tempi di crisi economica ma con troppa leggerezza, il servizio è stato interrotto. È accaduto due settimane fa e i piccoli balordi sono immediatamente tornati alla carica.
E a noi ora tocca tornare a battagliare con gli stessi partner di allora per sollecitare il ripristino della vigilanza. Messaggio che recapitiamo al comandante della Polizia Municipale Auricchio. Anche perchè Natale non è lontano e altre brutte figure vorremmo risparmiarcele. Per non parlare del pericolo che corre l’integrità monumentale del sito.
Villaggio: «Non ho mai detto certe frasi sul Sud».
Forgione: «Gliele ricordo io due o tre cosette»
Dopo l’intervista rilasciata a calcionapoli24.it alla vigilia di Sampdoria-Napoli e terminata con un forte scontro di opinioni nato dalle sue dichiarazioni rilasciate a SKYtg24 al tempo dell’alluvione di Genova, la posizione di Paolo Villaggio rispetto alla responsabilità esclusiva del Sud rispetto al disastro italiano meritava di essere chiarita.
Nel corso del programma “La Radiazza” di Gianni Simioli su Radio Marte, abbiamo contattato l’attore genovese che, remissivo e cauto, ha negato l’evidenza (documentata) di aver espresso certi giudizi circa la migliore cultura meridionale. Ne è comunque venuto fuori un confronto dialettico molto interessante, interrotto per esigenze di programmazione non prima di aver fornito a Villaggio degli spunti di riflessione. Speriamo ne faccia tesoro, e non solo lui.
arbitri e ispettori federali non sentono i cori razzisti indirizzati ai napoletani
Siamo al pastrocchio totale. Un’ammenda di 15mila euro è stata comminata dal giudice sportivo Tosel alla Juventus per cori offensivi nei confronti dell’allenatore della Roma Zdenek Zeman nel corso del match disputato sabato allo Juventus Stadium. Nel comunicato ufficiale si legge che la Juve è stata multata “per avere suoi sostenitori, nel corso della gara, rivolto continuativamente all’allenatore della squadra avversaria grida e cori insultanti e costituenti espressione di discriminazione etnica”.
Dunque, gli ispettori federali o uno dei sei arbitri ha ascoltato i cori volgari, non discriminatori, all’indirizzo di Zeman. Cosa che non accade mai, e dico MAI, quando i cori razzisti, non solo volgari. vengono indirizzati ai Napoletani. Come a Genova, ad esempio, quando i napoletani sono stati etichettati al solito come colerosi; o come proprio a Torino la settima scorsa quando i tifosi bianconeri, durante Juventus-Chievo, al minuto 13 e 30″ hanno intonato un coro di pulizia etnica inneggiante al Vesuvio. “Zeman tu sei un figlio di…” e “Noi vogliamo morto il boemo”, per quanto volgari, non sono cori razzisti. La multa arriva per il “Seiuno zingaro”. Insomma, gli juventini, e non solo loro, non possono urlare “zingaro” a Zeman ma “coleroso” ad un napoletano si. Poi piovono bottigliette dagli spalti del “Ferraris” sulla testa di Hamsik in diretta tv e viene in mente la confezione di yogurt che costò la squalifica del “San Paolo”.
Ribadisco che il problema non è Tosel ma gli ispettori federali e la sestina arbitrale. Sono loro che non riportano al giudice sportivo il quale si limita ad applicare sanzioni in base ai referti. Se nei referti non c’è scritto un fatto, quel fatto non può essere punito. E la conferma sta nel fatto che solo una volta c’è stata sanzione per cori razzisti contro i napoletani. La cosa stupì tutti a Napoli perchè gli azzurri non erano neanche in campo; si trattava di Inter-Genoa di Coppa Italia del Gennaio scorso. E sapete perchè Tosel ebbe la notifica a referto? Perchè l’arbitro era Russo… di Nola. Tutto chiaro, no?
Angelo Forgione – Per un napoletano che ha studiato (Nino D’Angelo), un genovese che non ha fatto tesoro degli errori. Paolo Villaggio, intervistato da calcionapoli24.it, si è visto costretto a tornare sulle sue dichiarazioni post-alluvione di Genova e ha rincarato la dose finendo con mandarsi letteralmente a quel paese con il giornalista Dino Viola che vi si confrontava.
Esplicita la domanda: Dopo l’alluvione di Genova lei ha detto:“I liguri hanno la presunzione di essere una culturaanglosassone diversa dalla cultura sudista borbonica, che è la piaga di tuttal’Italia”. Non le sembra fuoriluogo ed ingenerosa questa dichiarazione? Ci motiva il nesso tra la disgrazia e i Borbone? Paolo Villaggio ha risposto così: “Noi sfortunatamente abbiamo avuto una cultura e l’abbiamo imparata dai Borbone, l’abbiamo imparata dalla mafia siciliana, dalla ‘ndrangheta calabrese e voi in casa avete una camorra che non scherza. Quindi lasci perdere ingenerosa. Si faccia un giro per Napoli con un turista inglese quando c’è la monnezza e poi senta i commenti. Lei capisce che Napoli è una grande capitale ma è diventata una città, purtroppo, più criticata. Una vergogna assoluta. La cultura borbonica l’ha presa la politica italiana. Io ho ottant’anni e non me ne frega un cazzo, ma c’è bisogno che i giovani di Napoli e del sud capiscono che devono liberarsi da quel cancro maledetto. (…) “La cultura dei Borbone era solo mafia”. Dichiarazioni che hanno fatto alzare i toni della conversazione e chiudere nettamente l’intervista. Villaggio continua nell’equivoco di fondo, e cioè a pensare che l’Italia l’abbiano unita (con la forza) i Borbone e non i Savoia, a pensare che l’Italia è napoletanizzata mentre è piemontesizzata. Un grande uomo di cultura qual è Philippe Daverio, che non è certo meridionale, dice che lo Stato ha fallito in confronto ai Borbone. La cultura mafiosa di cui parla Villaggio non è certo borbonica, visto che Garibaldi si fece dare una grossa mano da mafia e camorra, avversarie dei Borbone, per risalire la penisola. Piccole organizzazioni di quartiere sostituite da quel momento allo Stato che al Sud non ha mai veramente messo piede.
La risposta, il comico genovese se la da da solo; Napoli è diventata una città criticata proprio da quel momento mentre prima era la capitale, e non solo del Sud. E la politica italiana non ha preso alcuna cultura borbonica ma semmai il burocratismo piemontese. La tutela del territorio era una priorità dello Stato borbonico (guarda il video), devastato ad esempio dall’applicazione a tutto il Paese dello Statuto Albertino che, essendo tarato per il territorio piemontese a bassissimo rischio sismico, non prevedeva norme edilizie antisismiche e di contrasto alle calamità naturali. Il Sud ne rimase improvvisamente sprovvisto e le conseguenze si palesarono molto presto poichè, secondo la cultura governativa sabauda, non era compito dello Stato preoccuparsi del soccorso per le popolazioni sinistrate. L’Italia che frana, tra torritorio e monumenti, è conseguenza di quegli errori mai veramente riparati.
La smetta il nostro di parlare di cultura (borbonica) alludendo a sottocultura senza essere acculturato in materia e senza conoscere veramente la differenza tra cultura borbonica, fatta di arte e difesa attiva del territorio, e cultura piemontese basata sul militarismo e sulle spese belliche che necessitavano di risorse da incamerare, comprese quelle del Sud. Se l’Italia è famosa nel mondo per essere truffaldina è perchè è nata da una truffa. Piemontese, non Napoletana. La cultura è cultura ed è napoletana la sola aristocrazia europea d’Italia, è meridionale la lingua italiana nel mondo, la buona cucina e il buon gusto. Questo ha preso l’Italia da Napoli e dal Sud ma non vuole prenderne atto.
Solo in una considerazione Villaggio ha in parte ragione: i giovani di Napoli e del Sud devono capire che bisogna liberarsi di un cancro maledetto. Gran parte ne farebbe volentieri a meno, ma se lo Stato non fa la sua parte al Sud, lasciandolo in mano alle mafie, non possono essere i cittadini onesti a dover andare in guerra contro la malavita organizzata, quella che, rubando il futuro a tutti, dà da mangiare ai disoccupati. Perchè questi dovrebbero decidere di morire di fame?
Insomma, un Villaggio tra ignoranza cronica e demagogia pura. E pure presunzione visto che, a differenza dell’umile Nino D’Angelo, ha snobbato tutte le precisazioni dopo il suo “peccato originale”. Anche in questo la Napoletanità ha vinto, ancora una volta.
“La Juventus non può non essere odiata dai napoletani, è questione storica”.
Storia di un percorso di conoscenza, vittoria della diffusione culturale vigile
Angelo Forgione – E alla fine Nino D’Angelo studiò e divenne consapevole della storia di Napoli! E la cosa felicita perchè dimostra quanto sia efficace il lavoro di chi non accetta le falsità storiche e cerca di riattivare un senso di orgoglio in un popolo che è l’unico artefice del cambiamento o dell’immobilismo.
Nino D’Angelo è tornato a parlare attraverso le pagine de “Il Mattino” e ha spiegato perchè, secondo lui, i tifosi napoletani detestano la Juventus. Alla domanda “Perchè la Juve è antipatica ai tifosi del Napoli?”, il cantante ha così risposto: “Un vero sostenitore azzurro non può non odiarla, sportivamente. Fa parte del nostro dna, forse dipende anche dai retaggi derivanti dalla storia, con i piemontesi che vennero a saccheggiare il Sud”.
Dichiarazione frutto di una conoscenza da poco approfondita e sollecitata da tutti noi divulgatori delle verità storiche. Tutto comincia nel Febbraio di due anni fa, quando D’Angelo partecipa a Sanremo e sempre a “Il Mattino”, alla vigilia della kermesse, rilascia un’intervista-denuncia sulla condizione sociale di Napoli e del Sud che il quotidiano titola “D’Angelo, la camorra e i sottotitoli”. Tanti i temi toccati dibattendo il testo della sua canzone “Jammo jà”, compresa la questione meridionale, e D’Angelo scivola così: «Quella cartolina (Napoli) l’abbiamo inventata noi, a partire dalle canzoni. Le bandiere bianche, la resa evocata nei versi, sono colpa nostra quanto degli altri. Della destra come della sinistra. Di chi ci tratta con razzismo e di chi ha fatto tanto perché questo accadesse. Dei Borbone come dei Savoia». Insomma, chi aveva avviato un progresso di Napoli accomunato nelle colpe a chi gliel’aveva rubato. Tante le proteste dal fronte meridionalista, da diversi movimenti e associazioni, compresa quella di chi scrive: “Mi rammarico del fatto che siano stati accomunati i Borbone di Napoli ai Savoia, quest’ultimi capaci di invadere una terra ricca di monete d’oro e risorse per renderla schiava, costringendo i meridionali ad emigrare e facendo si che la camorra proliferasse. Esprimersi senza conoscenza delle vicende storiche rischia di far ancora più male alla città e fare il gioco di chi, 150 anni fa, ci ha rubato tutto”. Nino D’Angelo fu cortese a rispondere, ammettendo la sua falla: “Non volevo dare giudizi, né prendere posizione, perchè la mia “ignoranza in materia” non me lo permette, quindi lascio a Voi, che conoscete bene la storia, la riflessione su chi abbia fatto più o meno meglio per il nostro amato Meridione. Credetemi, Nino D’Angelo è e resterà sempre uno del popolo, un “suddito”, a cui non piacciono a priori i Re….”.
Gli fu precisato che non si trattava di amare la monarchia ma di rispettare la storia di Napoli, ieri come oggi; che si trattava di guardarsi dal pericolo di vedere la sua pur bella canzone meridionalista sacrificata al cospetto di una canzone di chiaro stampo “fintopatriottico” di Emanuele Filiberto di Savoia (Italia amore mio) che faceva molto comodo alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
Ci mise poco l’artista napoletano a scontrarsi con la realtà. Lui e Maria Nazionale eliminati al festival, il principe promosso fino alla finale. Ci mise poco anche a scoprire la verità e dopo soli pochi giorni, in una nuova intervista a “Il Mattino”, si scagliò contro Emanuele Filiberto e la sua canzone definita “molto più che una chiavica” che era arrivata fino in fondo. Eloquente lo sfogo: “È un altro schiaffo dei Savoia a Napoli. Mi sento un Masaniello bastonato. In questi giorni ho studiato, mi sono documentato, ora so meglio quello che hanno combinato a Napoli e all’Italia. Ma, a parte il fatto che uno venuto dal popolo come me non ha simpatia per nessun re, il problema è musicale. Ed è grave”.
A distanza di due anni arrivò Aldo Cazzullo a sondare l’identità meridionalista napoletana per il Corriere.it e nel suo reportage fu tirato in mezzo anche Nino D’Angelo che raccontò la sua conoscenza con il mondo meridionalista dichiarandosi ignorante in storia del Risorgimento e fecendo riferimento all’episodio sanremese che lo aveva visto oggetto di un “richiamo generale” per alcune affermazioni superficiali (guarda a -02:16). Ma nelle sue parole ancora un po’ di timidezza mista ad una ritrovata consapevolezza, con molta cautela nel parlare di monarchia. Oggi Nino D’Angelo spiega il motivo per cui i tifosi napoletani diventano sempre più insofferenti alla Juventus, e in chiave contemporanea ci prende in parte. Finalmente parlando di dinamiche di popolo, a prescindere dai re. “I piemontesi che vennero a saccheggiare il Sud”, prima non sapeva, ora sa. Se non è maturazione culturale questa?!