Il fast-food napoletano parte da Bari

la grande cultura enogastronomica di Napoli innova la ristorazione veloce

La cucina di Napoli non è solo pizza e pasta ma un universo enogastronomico ricco di varietà e qualità che ha eguali solo in Sicilia e che è parte della cultura della città stessa, rendendola da secoli la capitale europea della cucina ma anche la patria del “cibo da strada”. Ispirato a questa filosofia è nato a Bari “Napoleat”, il primo fast-food/take-away napoletano che offre al pubblico leccornìe e genuinità tipiche della cucina partenopea con i metodi di ristorazione veloce… ma non troppo (dicono i proprietari). E allora “Napoleat” non offre la pizza ma una cucina partenopea alternativa fatta di panuozzo di Gragnano, mozzarella di bufala, vini e salumi campani, conserve vesuviane, pasticceria napoletana e l’immancabile caffè. Un successo di partecipazione nella prima serata di inaugurazione e poi il primo giorno di apertura il 19 Settembre, proprio nella festività di San Gennaro. Gli ideatori, di origini napoletane, promettono la conquista del mercato italiano e europeo partendo dal capoluogo barese ritenuto fortemente probante per il gradimento del pubblico. Immancabili le pagine Facebook e Twitter.

contributo video di AntennaSud

Bravo Pino Aprile, scelta giusta!

lo scrittore al servizio del Sud con un giornale nazionale

Angelo Forgione – Sala consiliare del Municipio di Bari piena per apprendere della risposta di Pino Aprile circa l’appello sottoscritto da intellettuali, artisti e movimenti per il Sud affinchè lo scrittore assumesse il ruolo di guida dell’universo meridionalista in vista delle prossime elezioni politiche. In tanti speravano in un “si” ma Aprile ha cambiato il tiro, preso applausi ma anche deluso qualcuno, inevitabilmente.
«Le persone ordinarie fanno cose straordinarie», così ha esordito nella sua dichiarazione d’intenti, indiziando e indirizzando la sua risposta. «Il Sud non ha la possibilità di essere raccontato. Se si racconta, come dice Angelo Forgione, viene censurato. Il Sud deve poter parlare e non deve essere descritto attraverso una visione distorta e piena di pregiudizi come avviene nell’informazione di oggi». Quindi l’annuncio: «So cosa c’è al primo posto delle cose da fare: fondare un giornale quotidiano da Sud nazionale, slegato dai partiti e fatto da noi. Risponderemo a tutte le stupidaggini che ci vengono rivolte e faremo incazzare tutti. Da oggi in poi mi dedicherò a questo».
In tanti speravano che Pino Aprile si calasse nei panni del leader politico ma io non l’ho mai pensato e sin dal momento della mia sottoscrizione ho avvisato i promotori dell’iniziativa (fruttifera nel suo risultato) che non avrei mai spinto con insistenza la sua candidatura perchè la politica è una cosa seria e deve farla chi sente di farla, chi ne ha la vocazione, non chi è spinto a farla. Un vero movimento politico non può aggrapparsi ad un solo uomo seppur sia necessario che sia guidato da persone di valore e spessore. Sapevo che Pino non nutriva aspirazioni politiche e del resto lo si capiva anche solo leggendo i suoi libri. Certo, tutto può cambiare, ma nel corso del tempo neanche ho avvertito nascere un suo intento. Sono andato a Bari, pur sapendo che un Aprile partitico non sarebbe stato, per dirglielo con franchezza e serenità, ad esprimergli il mio pensiero davanti a tutti e non in privato come avrei potuto con una email e una telefonata. Da persona impegnata anche nella (contro)informazione e nella dura battaglia contro gli attacchi mediatici da Nord, gli ho espresso le mie perplessità sulla costituzione di un’entità politica in un contesto in cui il Sud non ha quotidiani e network televisivi che ne amplifichino la voce, anzi censurata. E Pino, da persona intelligente e umile, ha risolto brillantemente il suo conflitto interiore rimandando discorsi elettorali e convertendo la sua disponibilità in qualcosa di più consono ai tempi, più coerente con la sue attitudini e di più appagante per il sottoscritto.
Non è ancora tempo di partiti che finirebbero per essere scambiati per secessionisti. Men che meno di partiti su piattaforma ancora frammentaria in cerca di un collante per non sfaldarsi sul nascere. La rabbia ultracentenaria dei meridionali è tanta e si sta destando sempre più, ed è quindi comprensibile qualche delusione; ma va controllata. È ancora il tempo di seminare, accelerando certamente, per diffondere su tutto il territorio nazionale le istanze meridionaliste. Pino l’ha capito, sapendo come essere davvero utile alla causa e come veicolare davvero la voce del Sud, oltre i suoi libri. Le persone ordinarie fanno cose straordinarie, non la persona. Inutile dirlo, e lui lo sapeva riflettendo alla soluzione del dilemma, non sarà solo!

a Bari il meeting del meridionalismo per Pino Aprile

Il Sud prova a guardarsi dentro (e a partire?)

Giornata di incontro a Bari per i movimenti, gli intellettuali e i cittadini che hanno sottoscritto l’appello a Pino Aprile, giornalista e scrittore, autore di “Terroni” e “Giù al Sud”, e coautore di “Malaunità”, libri che sono diventati una sorta di manifesto politico del sentimento di rinascita meridionale.
Aprile incontrerà nella Sala Consiliare del Comune di Bari in Corso Vittorio Emanuele II i sottoscrittori dell’appello rivoltogli il 14 luglio scorso a Monte Sant’Angelo (FG). All’autore di “Terroni” è stato chiesto di mettersi in gioco in prima persona e rappresentare le Terre del Sud insieme a tutti i firmatari, cittadini, movimenti e associazioni che lo vorranno.
Nella lettera aperta consegnata a luglio a Pino Aprile, al termine della prima dello spettacolo con Eugenio Bennato “Profondo Sud”, da Marco Esposito, assessore del Comune di Napoli, e dai rappresentanti del Partito del Sud, Partito per il Sud, l’Altro Sud e Insieme per la Rinascita, si afferma che “è il momento di osare. Va promosso un Movimento che abbia a cuore gli interessi delle Terre del Sud. Libero e democratico, certo, ma soprattutto schietto, orgoglioso, allegro, mediterraneo. Un Movimento aperto, ma che tenga fuori chi ha governato a braccetto con partiti nordisti e oggi magari cerca di riverniciarsi. Un Movimento che punti nelle elezioni del 2013 a una rappresentanza diretta in Parlamento e che subito dopo apra città per città una fase costituente sulla strada da intraprendere perché i giovani del Sud possano contare in Europa senza esser costretti a lasciare le proprie Terre”.
Pino Aprile non ha ancora deciso di accettare e lo farà all’ultimo momento, guardando le facce dei presenti e ascoltando le loro voci. Se rifiuterà continuerà a scrivere con maggior impulso e già per Novembre è in programma l’uscita del suo terzo libro meridionalista che analizzerà esclusivamente il mondo dei giovani meridionali, quella generazione che non è più “terrona” ma dignitosamente gente del Sud (tra cui chi scrive, ndr.).
L’incontro si svolgerà dalle 16:30 alle 19:30 grazie alla ospitalità del Sindaco di Bari Michele Emiliano che sarà presente all’incontro e firmerà l’appello ad Aprile.

Diretta web e twitter su #appelloaprile

Pino Aprile e Angelo Forgione al Convegno Nazionale della “Fedelissima città di Gaeta”

Blatte napoletane più fotogeniche che altrove

Blatte napoletane più fotogeniche che altrove

reale emergenza o sensazionalismo?

Altra emergenza igienica a Napoli: le blatte rosse. Che mai si porrebbe se i tombini fossero puliti costantemente durante il corso dell’anno. Insomma, un problema di prevenzione che a Napoli, si sa, è sempre carente. Sul sito del Comune è pubblicato il programma degli interventi di disinfestazione ma intanto il problema c’è, anche se a macchia di leopardo e non in tutto il territorio. Detto questo, è evidente l’ennesimo accanimento nei confronti della città. Telegiornali e quotidiani nazionali stanno dedicando ampio risalto alla notizia, con il solito conseguente danno di immagine. E così abbiamo scoperto che anche le blatte rosse napoletane fanno più notizia di quelle delle altre città dove pure si divertono a mettere le tende. Lo scorso anno, in piena emergenza rifiuti, di blatte ce n’erano molte di più mentre ora l’immagine proiettata è quella di un’emergenza tutta nuova che assume i connotati dell’invasione. Non risulta che dodici mesi fa vi sia stata alcuna epidemia causata della loro “pittoresca” presenza, mentre ora pare come se la pandemia fosse dietro l’angolo. “Pericolo tifo ed epatite A”, questo lo strillo mediatico tratto dall’allarme che avrebbero lanciato i cosiddetti e fantomatici “esperti” che però non si sa chi siano. Per l’epidemiologo Donato Greco invece non ci sono problemi per la salute: “Questi insetti non sono associati alla trasmissione di malattie infettive a ciclo orofecale per il semplice motivo che anche se entrano in contatto con materiali fecali contenenti virus e batteri, non ne facilitano la moltiplicazione”.
Strade sporche e recenti problematiche sparse più o meno gravi anche a RomaMilanoSalernoBari, ArezzoConegliano e altrove. Tenerife e tutte le Canarie sono piene di blatte, nessuna prevenzione perchè li, dicono, fanno parte della fauna locale; eppure isole sempre piene di turisti che si stupiscono quando le vedono di persona girare in massa per ogni strada (come chi scrive, n.d.r.). Non si sa se ci sono più scarafaggi o più turisti, e questo perchè nessuno fa cattiva pubblicità alle Canarie. Tutti casi che non hanno fatto e non fanno notizia come a Napoli. Il caldo porta anche questi problemi che potrebbero essere risolti con una buona manutenzione dei tombini e pulizia delle strade che spesso nelle città italiane mancano. È noto che Napoli non si sottrae mai a questi inconvenienti; ma che le blatte napoletane fossero più fotogeniche delle altre ci sfuggiva.

Napoli colera? Anche Milano e tutto il Nord l’hanno avuto. Lo sanno?

Angelo Forgione Milan-Napoli: un piccolo striscione viene inquadrato dalle telecamere di Mediaset Premium nel prepartita e diventa “grandissimo”; vi si legge “NAPOLI COLERA”. Il giudice sportivo lo sanziona con 10.000 euro di multa a carico del Milan per espressione di discriminazione razziale.
Ma quanta ignoranza! Sono passati quasi 40 anni dall’epidemia di colera a Napoli e ancora negli stadi si leggono certe idiozie, che non sono tali perché applicate al calcio ma perché dipingono una verità manipolata ancora oggi in molti scritti contemporanei che non raccontano la verità. Il colera del 1973 non fu dovuto alle condizioni igieniche di quella Napoli ma a delle cozze importate dalla Tunisia, ove era giunta la “Settima pandemia”, proveniente dalla Turchia via Senegal e partita nel 1961 dall’isola indonesiana di Sulawesi. Cozze che distribuirono il vibrione anche a Palermo, Bari, Cagliari e Barcellona. La città che uscì più velocemente dall’emergenza, in poco più di un mese, fu Napoli grazie ad una imponente profilassi e ad una grande compostezza dei napoletani. Le altre città convissero con la malattia per mesi, e addirittura Barcellona se ne liberò dopo quasi due anni. Non ci risulta che negli stadi si legga e si senta “Cagliari colera”, “Bari colera” o “Palermo colera”, e neanche “Barcelona colera” in Spagna. Furono i media dell’epoca a deformare la realtà consegnandola al pregiudizio italiano, realizzando servizi dai contenuti denigratori e titoloni a sensazione che ruppero le ossa all’immagine della città. Solo quando tutto finì e non c’era più niente da raccontare di Napoli fu reso noto che il vibrione era nelle cozze tunisine. Troppo tardi, e da allora, negli stadi d’Italia, il Napoli di Vinicio veniva accolto al grido di “colera”, e la vergogna continua oggi.

È chiaro che una città come Milano e, in generale, tutte quelle di un Nord non bagnato dal mare siano risultate decisamente meno esposte ad un pericolo del genere, ma l’ignoranza è ancora più profonda se consideriamo che nell’Ottocento diverse pandemie di colera colpirono violentemente Genova, Torino, Verona, Treviso, Venezia, Trieste, Parma, Modena, Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Pavia, Lodi, e proprio Milano, che contò migliaia di decessi. Il contagio in Lombardia partì da Bergamo, dove tornò più volte nel corso del secolo, segnato da svariate carestie ed epidemie con alto tasso di mortalità nella zona. E mentre a Napoli il colera del 1973 fu originato da una causa esterna, nelle città del Nord del secolo precedente fu cagionato dalle cattive condizioni igieniche dei centri e delle campagne insalubri, dove si affacciarono  il tifo petecchiale, il vaiolo, il morbillo, la varicella, la scarlattina, la difterite e pure il gozzo, un particolare ingrossamento della ghiandola tiroidea tipico dell’alta montagna, a cui spesso si associava l’idiozia e il cretinismo.

Fosse solo il colera condiviso con la gente partenopea! Come dimenticare le classi popolari lombarde e venete che hanno sofferto la pellagra? Mangiavano sola polenta di mais e sorgo, priva di vitamine e aminoacidi. Alimentazione carente.
Un vera e propria piaga che fu oggetto di studi a livello internazionale. Il primo censimento dei pellagrosi del Regno Lombardo-Veneto del 1830 contò nel solo territorio lombardo 20.282 pellagrosi, così ripartiti per province: Brescia 6939, Bergamo 6071, Milano 3075, Como 1572, Mantova 1228, Pavia 573, Cremona 445, Lodi 377, Sondrio 2. Anche la prima indagine sanitaria dell’Italia unita, nel 1878, evidenziò che da pellagra erano affette 97.855 persone, di cui 40.838 in Lombardia, 29.936 in Veneto (salito a 55mila nel 1881) e 18.728 in Emilia. Nessuna nelle regioni del Mezzogiorno.

I settentrionali, affetti dall’anche detto “mal de la rosa”, erano tra quelli che, con tono sdegnoso, chiamavano “mangiamaccheroni” i napoletani, i quali evitavano tutta una serie di malattie legate alla monoalimentazione con la loro ricchezza alimentare fatta di pasta, verdure in abbondanza, frutti, compreso quello ricco di vita che loro mangiavano già in grfan quantità e che al Nord non era conosciuto: il pomodoro! Lassù lo consideravano uno dei simboli di meridionalità rozza. Il modello alimentare napoletano, studiato sul posto dal fisiologo americano Ancel Keys, alla base della “dieta mediterranea”, li conquistò e li migliorò, e la pellagra sparì.

“Colerosi” e fesserie varie ai napoletani? E se quelli iniziassero ad abbassarsi all’infimo livello? Cadrebbero nel tranello dell’ignoranza. Meglio lasciar fare agli altri.

pellagra

il neo-meridionalismo della politica

il neo-meridionalismo della politica

stop alla Social Card nordista sconfitta dall’asse Napoli-Bari

Angelo Forgione – È ormai noto che, con la benedizione di Vendola, i sindaci di Napoli e Bari De Magistris ed Emiliano camminino a braccetto sul sentiero politico che porta alla politica nazionale, sbilanciata a Nord. Qualche giorno fa avevano scritto al premier Monti, sotto suggerimento dell’Assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli Marco Esposito, denunciando l’iniquità della “Social Card” reintrodotta nel DL “Semplificazioni”, contestando il metodo utilizzato per la ripartizione delle risorse che avrebbe favorito il Nord. In particolare, le ricariche sarebbero state differenziate in base alla valutazione tecnicamente errata che il costo della vita fosse più alto al Nord rispetto al Sud. Questo avrebbe assegnato una ricarica bimestrale da 110 a 274 euro ai comuni settentrionali, mentre per quelli meridionali sarebbe stata da 80 a 212 euro. I due sindaci hanno informato Monti che, secondo rilevazioni, a parità di prodotti acquistati, la spesa sia più cara nel Mezzogiorno a causa della diversa struttura distributiva e dei maggiori costi logistici. In sostanza il Sud sconta il fatto di essere una sorta di colonia che importa, pagandone il trasporto, merci dal Nord detentore della maggior quota di ricchezza prodotta. Il trucco sta nelle “gabbie salariali” che prevedono il calcolo sul costo della vita confrontando erroneamente i prodotti più venduti in ogni esercizio commerciale e non i prezzi di prodotti identici, ed è quindi ovvio che nel Mezzogiorno si vendano maggiormente articoli “low cost” a causa del minore reddito disponibile. Il paradosso è che sia lo stesso Ministero dello Sviluppo economico, in una nota nell’Osservatorio prezzi, ad avvertire sull’uso improprio di simili raffronti territoriali. 
Battaglia vinta! Il Sottosegretario al lavoro Cecilia Guerra ha fatto visita a Marco Esposito informandolo che il Governo ha corretto il provvedimento cancellando qualsiasi differenziazione territoriale. Far passare la “svista” (nordista) sulla “Social Card” avrebbe aperto la strada a nuove speculazioni e magari portato un domani a pensioni e prestazioni sociali differenziate.
Ma non è tutto, perchè De Magistris sta studiando una delibera per consentire il conferimento della cittadinanza ai figli di immigrati nati nel territorio napoletano. «Anche in questo campo dai Comuni può venire una spinta al Governo nazionale – ha detto il Sindaco di Napoli – affinchè provveda in questa direzione». Basta poco per capire che questa è una risposta alla Lega Nord e alle sue politiche razziste di chiusura. Del resto, Napoli e il Sud hanno una tradizione di accoglienza e integrazione storica e già nel 1846 fu introdotto nelle Due Sicilie il “Decreto circa la naturalizzazione degli individui nati nel Regno da genitori stranieri” riprendendo una legge pure in vigore nel 1817. Il Sindaco ha reso noto che entro Marzo sarà pronta una ordinanza che organizzerà tutti i mercatini etnici per immigrati in ogni zona di Napoli. Insomma, sembra proprio che De Magistris stia andando a Sud, così come
consigliatogli all’indomani dell’elezione a Sindaco.
De Magistris ed Emiliano si propongono come un nuovo modello di politica meridionalista di contrapposizione alle sperequazioni della politica nordista che finge di non sentirci, in attesa di accogliere Rita Borsellino impegnata nella candidatura a Sindaco di Palermo sponsorizzata, e ci risiamo, da Vendola. Lo ha detto proprio il sindaco di Bari a “la Zanzara” su Radio24, ipotizzando un prossimo nuovo quadrilatero geopolitico che non sarebbe più quello austriaco di Verona, Peschiera del Garda, Mantova e Legnago ma quello meridionale di Napoli, Bari, Palermo e Catania. Ricorda vagamente qualcosa.

Napoli ha ancora un’anima capitolina

Napoli ha ancora un’anima capitolina

il Sindaco di Bari Emiliano, l’inno di Paisiello e il Nord sordo

L’anima capitolina di Napoli è ancora ben viva e palese. Basterebbe ricordare l’esito del sondaggio per designare il personaggio storico preferito dai napoletani del Corriere del Mezzogiorno nell’autunno 2009 o il continuo spuntare di bandiere delle Due Sicilie allo stadio “San Paolo”; e al Forum dei Comuni per i Beni Comuni di Sabato 28 Gennaio se n’è avuta un’altra piccola conferma quando il sindaco di Bari Emiliano ha fatto una citazione storica sull’inno delle Due Sicilie: «Napoli era l’ispirazione di ogni sentimento di un meridionale. Persino l’inno borbonico era scritto da un tarantino». Dalla platea del teatro “Politeama” applausi di compiacimento che il primo cittadino barese ha frenato istituzionalmente precisando che non si trattava di “nessun concedimento”, parlando però di un “sedimento” che permette di vedere il disinteresse verso il Sud nelle stanze della politica. Chiamiamolo sedimento o come vogliamo, ma è chiaro che si tratti di meridionalismo.

David Gilmour: «L’Italia unita? Meglio con i Borbone»

«Ci sarebbero meno problemi. Al Sud Diritto superiore al Piemonte»

Angelo Forgione – Gli storici inglesi, si sa, sono profondi conoscitori della storia dell’unificazione italiana, di cui sono stati peraltro ispiratori, e osservano sempre con molto interesse ciò che accade nel nostro paese. Sanno probabilmente meglio degli italiani in genere quale sia la deriva dell’ideale unitario naufragato nei presupposti piemontesi, e la denunciano senza alcuna preclusione o timore che può invece avere un italiano quando si trova a dover rivedere la storia di sistema.
Dopo la cruda sentenza della rivista “The Economist” che lo scorso Luglio ha dedicato uno speciale al fallimento italiano sottolineando che alla grande monarchia borbonica è seguita poi una cricca politica inetta, una nuova voce revisionista arriva dalle librerie d’oltremanica, precisamente dal saggio di David Gilmour dal titolo “The Persuit of Italy” (La ricerca dell’Italia) in cui l’autore teorizza che con una nazione unita fondata su basi diverse, ossia su uno Stato federale basato sul sistema di regole borbonico, superiore a quello piemontese, ci sarebbero oggi meno problemi. Gilmour esprime la convinzione del fatto che i napoletani si sarebbero mostrati più leali nei confronti dell’Italia dopo il 1861.
Gli inglesi stanno dunque raccontando verità durante le nostre celebrazioni. I francesi pure (vedi Jean-Noël Schifano). L’unico italiano a farlo è Philippe Daverio che ha lanciato anche l’allarme “Save Italy“. Pardon, anche lui nato in Francia e naturalizzato italiano. Ci sarà un perchè!

Di seguito, l’articolo dedicato da “Il Venerdì” di Repubblica curato da Roberto Bertinetti. 

La provocazione nell’ultimo saggio dello storico inglese David Gilmour: “Il Diritto al Sud era superiore a quello piemontese. Peccato non sia nato uno Stato Federale. Forse ora ci sarebbero meno problemi” 

Da tempo l’Italia è oggetto delle indagini di David Gilmour, tra i migliori storici britannici che nel 1988 dedicò una biografia a Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il passato e il presente della penisola sono al centro di “The Pursuit of Italy” (La ricerca dell’Italia), saggio uscito a Londra per Allen Lane in cui si esaltano le differenze tra le diverse regioni.

“La cultura italiana è cresciuta nel corso dei secoli grazie alla rivalità tra comuni vicini” afferma deciso. E a sostegno della sua tesi cita il caso di Siena, “dove i governanti decisero di oscurare la gloria di Firenze costruendo la più grande cattedrale della cristianità e in virtù dell’obiettivo che si erano dati crearono le condizioni per uno sviluppo altrimenti impensabile”.

Quindi a suo avviso non è corretto parlare di comune identità italiana, almeno sotto il profilo culturale?

“Per fortuna non esiste niente del genere. Credo che la pluralità costituisca il punto di forza della cultura italiana. E’ evidente a tutti la distanza che separa sotto il profilo architettonico le chiese e i palazzi in stile romanico di Pisa o di Lucca dalle cattedrali di Bari e di Trani. E non si tratta certo dell’unico esempio. Nel Regno Unito ha purtroppo messo le radici la tendenza opposta: una cattedrale gotica nel Nord è identica a una del Sud. È un limite che non siamo riusciti a superare”.

L’assenza di un’unità culturale ha pesato in maniera negativa sulla nascita dello Stato Italiano?

“Sono certo che gli italiani dell’Ottocento volevano un paese unito ma su basi diverse. Il miglior modello di riferimento, secondo me, era quello federale messo a punto da Carlo Cattaneo, ovvero uno Stato capace di rispettare e di esaltare l’oggetività diversa delle popolazioni e la loro storia. Penso che i napoletani si sarebbero mostrati più leali nei confronti dell’Italia dopo il 1861, se fosse stato consentito loro di mantenere il sistema di regole messo a punto dai Borbone, decisamente superiore a quello dei piemontesi”.

Come giudica l’Italia di oggi?

“E’ senza dubbio un paese alle prese con grossi problemi. Tuttavia non vedo rischi d’una crisi irreversibile sotto il profilo della dinamicità culturale. Mi sembra piuttosto che la classe dirigente non sia all’altezza delle sfide da affrontare, delle emergenze che frenano il vostro sviluppo: un’eccessiva corruzione, il dilagare della criminalità e il dissesto del territorio causato da una colpevole assenza d’interventi a tutela dell’ambiente. Mi domando se uno Stato su base federale sarebbe migliore. Forse, ma non è assolutamente detto”.


 

videoclip by XG1: UN CAVALLO DI RAZZA CORRE IN EUROPA

videoclip: UN CAVALLO DI RAZZA CORRE IN EUROPA
la fantastica galoppata verso la Champions League

Il ciuccio torna alle origini e si riscopre un cavallo di razza (leggi la storia del simbolo) che corre spedito verso l’Europa dei grandi.
15 minuti per rivivere la fantastica galoppata della prima squadra del Sud-Italia verso la Champions League.
I momenti salienti della stagione 2010/11 del Napoli aperti del consiglio di Roberto Saviano raccolto da Walter Mazzarri e chiusi da un imperdibile finale per non dimenticare le sofferenze dell’inferno recente eppure così apparentemente lontanissimo.
In qualsiasi serie, in qualsiasi condizione sociale… sempre e solo Napoli! 

Buona visione!

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