Vittorio Emanuele II pulito. Ma…

Angelo Forgione – Le scritte “Sud libero” e “Autonomia meridionale” campeggiano sul monumento equestre a Vittorio Emanuele II nella rinnovata Piazza Bovio dallo scorso Novembre, spruzzate con una vernice azzurra durante una manifestazione studentesca. Non un messaggio casuale, ma comunque uno sfregio al decoro di un luogo recuperato alla dignità, non storica ma comunque urbana.
Le scritte stanno per andare via, le farà sparire la restauratrice Maria Rosaria Vigorito della Tecni Kos Restauro dell’Aren (Associazione Restauratori Napoletani), già artefice della ripulitura del basamento del campanile della Basilica di Santa Chiara. L’intervento è previsto per Mercoledì 10 ed è stato attivato dal Comitato per la tutela e la salvaguardia di Piazza Bovio, sensibile alla tutela del luogo.
Il rispetto dei luoghi di Napoli è fondamentale. Detto ciò, è ormai evidente che certi simboli, i più curati, creino sempre più fastidio intimo a tanti napoletani. È un ulteriore problema con cui chi è deputato alla salvaguardia degli spazi pubblici deve fare i conti.
Bisogna anche domandarsi perché da anni le statue equestri più preziose della città, quelle di Carlo e Ferdinando di Borbone scolpite dal grande Canova (e completate dall’allievo Calì), restino imbrattate e prive di descrizione, senza alcun interessamento. La guglia di Portosalvo e la fontana della Maruzza sono sempre dimenticate, quella dell’Immacolata è ancora avvolta dalle reti di protezione in attesa del restauro. La fontana del Nettuno se la passa male, come quella della sirena Partenope. La cassa armonica è sfigurata, per non parlare delle condizioni della fontana di Carlo II a Monteoliveto. Un po’ tutto il patrimonio monumentale è messo male, ma c’è una “isola felice”: le statue di Vittorio Emanuele II, Giuseppe Garibaldi, Giovanni Nicotera, Nicola Amore, Paolo Emilio Imbriani, Carlo Poerio, la colonna di Piazza dei Martiri e Dante Alighieri. Un filo conduttore ha unito tutte queste statue, con una benefica ondata di restauri non casuali, avviati tutti nello stesso periodo, quello delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia. I personaggi immortalati sono tutte figure e simboli risorgimentali, “sommo poeta” del Rinascimento compreso, la cui statua fu realizzata proprio durante il mandato di sindaco del patriota Paolo Emilio Imbriani e sul cui basamento è incisa l’epigrafe “All’unità d’Italia raffigurata in Dante Alighieri”. La ricorrenza ha dunque aperto un canale preferenziale di fondi, anche se le statue di Imbriani e Dante erano fuori lotto e hanno goduto dell’intervento di sponsor privati a completo supporto del Comune e delle Municipalità di competenza. Il resto è stato promosso e finanziato da “Italia 150”, ossia dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, coordinato dalla Direzione Generale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Campania “nell’obiettivo di contribuire alla riqualificazione dell’immagine della città e alla sensibilizzazione dei cittadini affinché proteggano la loro storia e la memoria”.
Tutto giusto, o quasi, perché si parla di “loro storia” e viene da chiedersi allora perché le statue che comunicano l’autentica storia identitaria di Napoli debbano restare relegate al degrado assoluto. Chissà quando saranno ripulite le preziose sculture del Canova, magari alzando delle eleganti cancellate alte, sulla scorta degli esperimenti riusciti di Piazza Dante e Piazza Mazzini, dove le statue sono rimaste intonse.

Quando la tradizione napoletana si ricorda di essere inter…Nazionale

Angelo Forgione – Piaccia o no il suo canto, Maria Nazionale a Sanremo ha già vinto. Due brani quelli da lei cantati, l’uno in italiano e l’altro in napoletano: Quando non parlo di Enzo Gragnaniello, una suggestiva lirica d’amore che dà spazio alle note, e la più classica  È colpa mia di Servillo-Mesolella. Uno più gradito dell’altro. Qualcuno storce il naso per la dizione e lo stile del’artista torrese, dimenticando il merito di aver  imposto la lingua partenopea al palcoscenico nazionale, a testa alta e senza complessi, come invece non capita da troppo tempo. E proprio la canzone dialettale è stata preferita, prendendosi anche i consensi del giorno dopo. È colpa mia è già cliccatissimo su youtube, le radio la propongono al pubblico che, in buona sostanza, si emoziona all’ascolto della struttura melodica ricca dei canoni della tradizione partenopea. Una canzone che fa leva sul sentimento per emozionare, sulla sofferenza di una donna innamorata, canovaccio immortale e talvolta banale ma non in casi come questo in cui il mix esplosivo di note con la poesia, che è l’origine della canzone di Napoli, ravviva una cultura universale.
Qualcun altro dice invece che la preferenza sia in realtà una trappola, e che la canzone sia stata scelta per far si che non avesse alcuna speranza di vittoria. Complessi e dietrologie che non aiutano la napoletanità ad affermare la propria forza trimillenaria. E anche se fosse? A Sanremo non si vince sul palco ma fuori. E Maria Nazionale ha già vinto, rispolverando con scioltezza la tradizione melodica napoletana, senza il neo, quella che ha figliato la canzone italiana e lo stesso festival di Sanremo.
La cantante di Torre Annunziata era già stata a Sanremo nel 2010 con Nino D’Angelo. Cantarono Jammo Jà e furono subito estromessi dalla kermesse. Quell’edizione esaltava gli imminenti festeggiamenti del 150° anniversario dell’unità d’Italia. Una canzone napoletana che inneggiava ai meridionali non calzava bene con la propaganda spinta sul palco con Emanuele FIliberto, che con Pupo e Luca Canonici erano destinati al podio sulle note dell’improponibile Italia amore mio. Persino Marcello Lippi, allora CT della nazionale italiana, accompagnò il trio “azzurro” e mise in scena un autentico promo, contravvenendo alle regole della competizione. Presero fischi dalla platea, rimproveri della presentatrice Antonella Clerici e accuse da Nino D’Angelo.
Brava Maria Nazionale, dunque. È stata scelta da Fazio e non ha indugiato a insistere sulla tradizione, oltrepassando il provincialismo italiano che fa perdere identità. A testa alta ma senza presunzione, e con consapevolezza. Prendere o lasciare i ricami barocchi della sua voce (che non piacciono a chi scrive). Così si tiene viva la fiamma.

Napoli scaccia i Maya. Quando i sabaudi?

Angelo Forgione – I sacrosanti strali di Jean-Noël Schifano contro il busto di Cialdini alla presentazione del “Corno Show” (guarda il video) sono da benedire perché aprono un prezioso dibattito identitario e non revanscista nelle sedi istituzionali. “Il Mattino” di oggi commenta con un articolo di Enrica Procaccini la sua scritta “Che crepi Cialdini il cialtrone” apposta col pennarello argento sul corno di Lello Esposito. E si legge così: “Ma con Maddaloni, Schifano sfonda una porta aperta. «Fosse per me – spiega Maddaloni – avrei già incappucciato anche chi nel nostro salone sta a fianco di Cialdini» (Cavour, n.d.r.) perché sono figure che con il popolo napoletano hanno ben poco a che fare».
Il presidente della Camera di Commercio sarà pure d’accordo con Schifano e con coloro che la storia la conoscono, ma anche lui dimostra con quel “fosse per me” che la porta è tutt’altro che aperta. Anzi, è sbarrata a 152 mandate perchè se non può rimuovere Cialdini vuol dire che qualcuno quella porta l’ha blindata anni fa e qualcun altro oggi la sorveglia evitando che venga sfondata.
borsa_napoliIl busto di Cialdini all’interno del palazzo della borsa di Napoli (clicca sulla foto per ingrandire) parla da sè con la sua espressione sprezzante e autoritaria. Ma se qualcuno non si spaventa a vederlo forse può trasalire pensando ai circa 9.000 fucilati (anche esponenti del clero), ai circa 10.000 feriti, ai circa 7.000 prigionieri, alle circa 1.000 case incendiate, alle circa 3.000 famiglie violate, ai circa 14.000 deportati in Piemonte, ai 6 paesi interamente messi a ferro e fuoco, ai circa 1.400 comuni assediati, alle circa 160.000 bombe scaricate su Gaeta che fecero circa 5.000 vittime tra napoletani (in grande maggioranza) colpiti anche da tifo e piemontesi, alle chiese e le regge saccheggiate. Tutto sommato basta per descrivere il generale vanaglorioso e spietato che “liberò” Napoli e il Sud per conto di Vittorio Emanuele II. A proposito, il monumento equestre al re è proprio fuori il palazzo camerale, al centro della nuova piazza, e qualcuno ne ha già imbrattato il basamento posteriore con la scritta “Sud libero”.
Vuoi vedere che invece di scacciare la fine del mondo dei Maya è iniziata l’epurazione dei falsi eroi risorgimentali? Chissà cosa è più probabile.

video / Mameli e 17 Marzo nelle scuole. Che pastrocchio storico!

Il Senato fa confusione sui valori dell’identità nazionale.
L’inno che nasconde la “Lega Campana” fu davvero scritto da Mameli?

Angelo Forgione per napoli.com L’Inno di Mameli, conosciuto anche come “Fratelli d’Italia” dal suo verso introduttivo, dovrà esser studiato e cantato nelle scuole italiane. Il Senato ha approvato in via definitiva il DDL che impone nei programmi scolastici il canto risorgimentale scritto da Goffredo Mameli (forse, ndr) e musicato da Michele Novaro. Legge incompatibile con la “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea” perchè il testo dell’inno è anti-straniero e il suo insegnamento contravviene agli articoli 10 e 11 della stessa Carta relativi alla libertà di coscienza, alla libertà di pensiero, alla libertà di opinione e a quella di “di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”.
Istituito anche il festeggiamento della data del 17 Marzo, in continuità con il festeggiamento dei 150 anni che sarà il “Giorno dell’unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera”.
Che pastrocchio! Partiamo dal presupposto che l’inno di Mameli si chiama “Canto degli Italiani” e non “Fratelli d’Italia”. Ma questo è niente a confronto della totale confusione che i senatori della Repubblica stanno generando nelle teste degli italiani, preparandosi a deviare anche quelle dei bambini. L’inno nazionale non può essere accoppiato al 17 Marzo perchè quella è la data dell’auto-incoronazione di Vittorio Emanuele II di Savoia quale “Roi d’Italie” cioè re d’Italia in rigorosa lingua francese, non italiana, con la quale il sovrano piemontese estese la sua sovranità. “Victor Emmanuel II assume, pour lui et pour ses successeurs, le titre de Roi d’Italie”, così si legge nell’atto di incoronazione del parlamento di Torino. L’unità d’Italia, al 17 Marzo, non esisteva perchè mancavano il Veneto, la Venezia Giulia, il Friuli, il Trentino Alto Adige e Roma con i territori pontifici che, completando una certa unificazione, fu conquistata con la breccia di Porta Pia il 20 Settembre 1870. È quella semmai la data da celebrare per dare risalto all’unità territoriale se proprio non vogliamo tardare fino al 2 Giugno 1946, ricorrenza dell’istituzione della Repubblica. Mai il 17 Marzo 1861 che equivale alla celebrazione dell’auto-proclamazione della monarchia sabauda, antitetica rispetto alla Repubblica. Chissà se i senatori tutto questo lo sanno visto che l’ignoranza circa le vicende storiche della storia d’Italia è stata smascherata dalla trasmissione “Le Iene” nel giorno delle celebrazioni del “150esimo”, quando all’esterno di Montecitorio i politici, italiani, andarono nel panico per le domande di storia italiana (guarda il video). Bisognerebbe che imparassero loro la storia prima di decidere cosa mettere nella testa dei nostri figli a scuola.
Ma non è tutto. L’inno di Mameli è un canto risorgimentale che celebra i valori repubblicani, non quelli monarchici. E infatti non era l’inno nazionale del Regno d’Italia nato il 17 Marzo a Torino che invece, estendendo i possedimenti sabaudi, applicò la “Marcia Reale del Regno di Sardegna” al nuovo Regno d’Italia”. Tant’è che nel periodo bellico di transizione tra la monarchia e la repubblica fu istituita come inno nazionale “La canzone del Piave” scritta dal napoletano E. A. Mario. Il “Canto degli italiani” di Mameli e Novaro è divenuto inno nazionale italiano nel 1946, ben 85 anni dopo il 17 Marzo da celebrare.
Continua dunque la confusione forzata da parte delle istituzioni, sulla falsa riga delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità, non ancora compiuti di fatto (succederà solo nel 2020, ndr) condotte in maniera antirepubblicana dal Presidente della Repubblica che ha festeggiato il giorno della monarchia e non quello della Repubblica (2 Giugno) rendendo persino omaggio alla tomba del re Vittorio Emanuele II.
La retorica mischiata alla disinformazione finirà ora sui banchi di scuola affinchè anche i bambini sappiano a memoria un inno che nutre sentimenti bellici antistranieri, in contraddizione con la fratellanza della civiltà europea e senza valorizzare quella italiana, dal Sud di Federico II alla “Serenissima” di Venezia. Un inno per giunta settentrionalista che promuove a simbolo di unità nazionale la battaglia di Legnano. “Dall’alpi a Sicilia ovunque è Legnano” esalta infatti le gesta della “Lega Lombarda” che mise insieme il conflittuale Nord contro Federico Barbarossa, scacciando i germanici nel 1176. Ma La “Lega Lombarda” non è il primo esempio di identità nazionale perché è al Sud che ciò si verificò intorno all’850 quando Cesario Console, ammiraglio del ducato di Napoli, coalizzò le armate di mare di Napoli, Sorrento, Amalfi e Gaeta formando la “Lega Campana” per respingere, vittoriosamente, i Saraceni che volevano invadere Roma per poi impossessarsi dei territori del Sud.
Ultimo particolare da non tralasciare: da come si legge da un articolo del Corriere della Sera del 24 Dicembre 2002 firmato da Ottavio Rossani, pare che le parole dell’inno italiano non siano state scritte da Goffredo Mameli bensì da Atanasio Canata, un padre scolopio di cui proprio Mameli fu allievo. Padre Canata lo avrebbe inviato nel Novembre del 1847 a Michele Novaro per farlo musicare e quando l’allievo divenne un eroe risorgimentale avrebbe taciuto sulla paternità del testo per non offuscarne l’immagine. Ma prima di morire rivendicò indirettamente, ma con precisa volontà, la paternità di quel testo che gli sarebbe stato «sottratto». Nella poesia “Il vate” scrisse: “A destar quell’alme imbelli meditò robusto un canto; ma venali menestrelli si rapina dell’arpe un vanto: sulla sorte dei fratelli non profuse allor che pianto, e, aspettando, nel suo core si rinchiuse il pio Cantore”. E anche sulla pubblicazione “Gazzetta letterata” lanciò un’altra freccia: “E scrittore sei tu? Ciò non ti quadra… Una gazza sei tu garrula e ladra”.
Mameli “menestrello” ladro? In perfetto “Italian style”. Detto da un italiano.

Nino D’Angelo e la storia di Napoli, da ignorante a consapevole!

“La Juventus non può non essere odiata dai napoletani, è questione storica”.
Storia di un percorso di conoscenza, vittoria della diffusione culturale vigile

Angelo Forgione – E alla fine Nino D’Angelo studiò e divenne consapevole della storia di Napoli! E la cosa felicita perchè dimostra quanto sia efficace il lavoro di chi non accetta le falsità storiche e cerca di riattivare un senso di orgoglio in un popolo che è l’unico artefice del cambiamento o dell’immobilismo.
Nino D’Angelo è tornato a parlare attraverso le pagine de “Il Mattino” e ha spiegato perchè, secondo lui, i tifosi napoletani detestano la Juventus. Alla domanda “Perchè la Juve è antipatica ai tifosi del Napoli?”, il cantante ha così risposto: “Un vero sostenitore azzurro non può non odiarla, sportivamente. Fa parte del nostro dna, forse dipende anche dai retaggi derivanti dalla storia, con i piemontesi che vennero a saccheggiare il Sud”.
Dichiarazione frutto di una conoscenza da poco approfondita e sollecitata da tutti noi divulgatori delle verità storiche. Tutto comincia nel Febbraio di due anni fa, quando D’Angelo partecipa a Sanremo e sempre a “Il Mattino”, alla vigilia della kermesse, rilascia un’intervista-denuncia sulla condizione sociale di Napoli e del Sud che il quotidiano titola “D’Angelo, la camorra e i sottotitoli”. Tanti i temi toccati dibattendo il testo della sua canzone “Jammo jà”, compresa la questione meridionale, e D’Angelo scivola così: «Quella cartolina (Napoli) l’abbiamo inventata noi, a partire dalle canzoni. Le bandiere bianche, la resa evocata nei versi, sono colpa nostra quanto degli altri. Della destra come della sinistra. Di chi ci tratta con razzismo e di chi ha fatto tanto perché questo accadesse. Dei Borbone come dei Savoia». Insomma, chi aveva avviato un progresso di Napoli accomunato nelle colpe a chi gliel’aveva rubato. Tante le proteste dal fronte meridionalista, da diversi movimenti e associazioni, compresa quella di chi scrive: “Mi rammarico del fatto che siano stati accomunati i Borbone di Napoli ai Savoia, quest’ultimi capaci di invadere una terra ricca di monete d’oro e risorse per renderla schiava, costringendo i meridionali ad emigrare e facendo si che la camorra proliferasse. Esprimersi senza conoscenza delle vicende storiche rischia di far ancora più male alla città e fare il gioco di chi, 150 anni fa, ci ha rubato tutto”.
Nino D’Angelo fu cortese a rispondere, ammettendo la sua falla: “Non volevo dare giudizi, né prendere posizione, perchè la mia “ignoranza in materia” non me lo permette, quindi lascio a Voi, che conoscete bene la storia, la riflessione su chi abbia fatto più o meno meglio per il nostro amato Meridione. Credetemi, Nino D’Angelo è e resterà sempre uno del popolo, un “suddito”, a cui non piacciono a priori i Re….”.
Gli fu precisato che non si trattava di amare la monarchia ma di rispettare la storia di Napoli, ieri come oggi; che si trattava di guardarsi dal pericolo di vedere la sua pur bella canzone meridionalista sacrificata al cospetto di una canzone di chiaro stampo “fintopatriottico” di Emanuele Filiberto di Savoia (Italia amore mio) che faceva molto comodo alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
Ci mise poco l’artista napoletano a scontrarsi con la realtà. Lui e Maria Nazionale eliminati al festival, il principe promosso fino alla finale. Ci mise poco anche a scoprire la verità e dopo soli pochi giorni, in una nuova intervista a “Il Mattino”, si scagliò contro Emanuele Filiberto e la sua canzone definita “molto più che una chiavica” che era arrivata fino in fondo. Eloquente lo sfogo: “È un altro schiaffo dei Savoia a Napoli. Mi sento un Masaniello bastonato. In questi giorni ho studiato, mi sono documentato, ora so meglio quello che hanno combinato a Napoli e all’Italia. Ma, a parte il fatto che uno venuto dal popolo come me non ha simpatia per nessun re, il problema è musicale. Ed è grave”.
A distanza di due anni arrivò Aldo Cazzullo a sondare l’identità meridionalista napoletana per il Corriere.it e nel suo reportage fu tirato in mezzo anche Nino D’Angelo che raccontò la sua conoscenza con il mondo meridionalista dichiarandosi ignorante in storia del Risorgimento e fecendo riferimento all’episodio sanremese che lo aveva visto oggetto di un “richiamo generale” per alcune affermazioni superficiali (guarda a -02:16). Ma nelle sue parole ancora un po’ di timidezza mista ad una ritrovata consapevolezza, con molta cautela nel parlare di monarchia. Oggi Nino D’Angelo spiega il motivo per cui i tifosi napoletani diventano sempre più insofferenti alla Juventus, e in chiave contemporanea ci prende in parte. Finalmente parlando di dinamiche di popolo, a prescindere dai re. “I piemontesi che vennero a saccheggiare il Sud”, prima non sapeva, ora sa. Se non è maturazione culturale questa?!

14 Agosto 1861, l’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni

all’alba i bersaglieri appiccano il fuoco tra stupri e massacri

di Angelo Forgione per napoli.com

Il 14 agosto 1861, a meno di un anno dall’ingresso di Garibaldi a Napoli, per vendicare una quarantina di soldati uccisi dai “briganti” e dal popolo che non accettavano l’invasione piemontese e che si erano ribellati ai soprusi, l’esercito di Vittorio Emanuele II massacrò migliaia di  inermi e rase al suolo due paesi del Beneventano: Pontelandolfo e Casalduni.
«Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra». Così il vile generale Cialdini, Luogotenente del re, diede ordine ai suoi subalterni. Il colonnello Pier Eleonoro Negri e il maggiore Melegari, che comandavano due reparti diretti forti di 900 uomini rispettivamente a Pontelandolfo e a Casalduni, eseguirono l’ordine con grande diligenza e soddisfazione. «Ieri all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora». Così Cialdini telegrafò il giorno dopo l’eccidio al ministro della guerra piemontese, orgoglioso del massacro avvenuto.
Questo fu il racconto scritto dal bersagliere Carlo Margolfo che partecipò all’eccidio di Pontelandolfo: «Al mattino del giorno 14 riceviamo l’ordine superiore di entrare a Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi (ma molte donne perirono) ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l’incendio al paese. Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava… Casalduni fu l’obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava».
Migliaia di morti civili per vendicare quaranta invasori militari armati, in spregio alle norme internazionali, metodi da SS naziste. Quei protagonisti armati oggi sarebbero processati dai tribunali internazionali per crimini di guerra e invasione di uno Stato legittimo senza dichiarazione di guerra e invece godono di ogni onore nella toponomastica e nei monumenti d’Italia. A Pontelandolfo c’è invece un monumento in bronzo in memoria delle vittime dell’eccidio del 14 Agosto e una piazza dedicata a Concetta Biondi, una ragazzina sedicenne brutalmente violentata dalla soldataglia piemontese davanti agli occhi del padre, tra vili risate che anticiparono il colpo letale di bajonetta. Nicola Biondi, contadino di sessant’anni, era legato ad un palo della stalla mentre dieci bersaglieri denudano la figlia violentandola a turno. Dopo un’ora la ragazza, sanguinante, svenne per la vergogna e per il dolore; fu freddata dal bersagliere che la stava violentando in quel momento, indispettito nel vedere quel corpo esanime proprio quando toccava a lui. Il padre della ragazza fu ucciso mentre, in preda all’ira, cercava di liberarsi dalla fune. Nella casa accanto, un tale Santopietro con il figlio in braccio scappava, fu bloccato, gli fu strappato il bambino dalle mani e fu ucciso. Anche la moglie fu violentata davanti agli occhi del piccolo e poi freddata. Quel bambino, sopravvissuto, non dimenticò mai e si arruolò volontariamente nell’esercito austriaco contro i piemontesi.
Era l’alba e la gente dormiva quando ai due paesi fu dato fuoco, tra urla, lamenti strazianti e pianti di donne e bambini. I bersaglieri avevano posto delle fascine di paglia agli ingressi delle stalle già piene di fieno e così ci volle poco perchè l’inferno divenisse realtà. Il colonnello Negri gridò: “Li voglio tutti morti! Sono tutti contadini, briganti e nemici dei Savoia, nemici del Piemonte, dei bersaglieri e del mondo. Morte ai cafoni, morte a questi terroni figli di puttana, non voglio testimoni, diremo che sono stati i briganti”. Si trattava di pulizia etnica.
Qualche mese prima era stata rasa al suolo la “fedelissima” Gaeta tanto cara ai Borbone e al Papa e altri furono i paesi del Sud che furono piegati con la forza. Fu così che il Piemonte portò il tricolore e le sue esigenze di cassa nel territorio meridionale. Fosse Ardeatine e Foibe meritano commemorazioni e pagine di libri di storia scolastici, il massacro di Pontelandolfo e Casalduni no. Il presidente del comitato per le celebrazioni di “Italia 150” Giuliano Amato si è recato il 14 Agosto del 2011 a Pontelandolfo per porgere le scuse dell’Italia ai cittadini della “città martire”. Troppo poco, troppo silenzioso; le scuse andavano chieste dal Presidente della Repubblica sulla ribalta nazionale e con una solenne commemorazione resa annuale come quella per gli eccidi nazisti e slavi che avrebbe dovuto rendere noti a tutti gli italiani tutti gli scheletri nell’armadio che si continuano a nascondere. Compito che tocca a chi sa, dal basso.

Al museo di San Martino tornano i piemontesi

Al museo di San Martino tornano i piemontesi

una “inedita sfilata di soldatini”, ma stavolta non sparano

Bersaglieri, Carabinieri, Corazzieri, Artiglieri e Lancieri. Tutti corpi militari nati in Piemonte prima dell’unità d’Italia e oggi tra noi a testimoniare una piemontesizzazione dello stivale in epoca risorgimentale. Una “inedita sfilata di soldatini” ad essi dedicati sarà in mostra dal 5 Aprile nella Certosa e Museo di San Martino fino al 10 Settembre. Nel comunicato stampa si parla di Esercito italiano dal 1860-1870, ma era di fatto quello piemontese agli ordini di Vittorio Emanuele II che massacrò centinaia di migliaia di meridionali in tutto il Sud mettendo a ferro e fuoco interi paesi e boschi nella famosa guerra, tra soldati e civili, al cosiddetto “brigantaggio”. In poche parole, gli invasori senza dichiarazione di guerra di Napoli, capeggiati dal generale Enrico Cialdini che rase al suolo Gaeta continuando a bombardare nonostante la resa dei borbonici ed esercitò ferocemente il diritto di rappresaglia anche su donne, vecchi e bambini.
I napoletani avrebbero piuttosto bisogno di conoscere anche la storia degli sconfitti, magari con una mostra sull’esercito Napolitano, perchè anche così si celebrerebbe l’unità; e invece, a conclusione delle celebrazioni dei 150 anni d’unità d’Italia, tocca subire il ritorno a Napoli dei conquistatori, i vincitori, protagonisti di una delle pagine più tragiche della storia non solo italiana. Una mostra dedicata a quegli uomini che parlavano francese e che mantenevano per i capelli i cadaveri dei meridionali in difesa della loro terra prima fucilati e poi fotografati “ad perpetuam rei memoriam”.

Eugenio Di Rienzo: «il revisionismo non è invenzione»

Eugenio Di Rienzo: «il revisionismo non è invenzione»

a Tg2 “Mizar” un’altra spallata alla retorica risorgimentale

Angelo Forgione – Nel video “il più bello dei regni” dedicato alla vittoria sportiva del Napoli sul Chelsea, ho fatto qualche riferimento storico al ruolo che l’Inghilterra e le politiche di Londra hanno avuto (anche) nella storia di Napoli. Le ingerenze e le prepotenze furono tante perchè tanto timore e tanto astio si accumulò durante il regno di Ferdinando II che non accettava imposizioni di politica estera e non subiva alcun complesso di inferiorità.
Nella notte tra Sabato 25 e Domenica 26 Febbraio, la rubrica del Tg2 “Mizar“, una delle più sensibili alla verità storica, ha proposto una recensione del libro “Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee” (euro 14,00) dello storico Eugenio Di Rienzo dell’Università “La Sapienza” di Roma il quale ha spiegato a chiare lettere che il 150° anniversario dell’unità d’Italia è stato un’imposizione all’apologia del Risorgimento e che gli storici hanno il dovere di fare luce sugli accadimenti. Di Rienzo ha dato un’ulteriore spallata alla storiografia ufficiale legittimando una volta di più le tesi dei revisionisti: «Tanti fatti scaturiti dagli archivi stranieri che ho scritto sono considerati da anni leggenda neoborbonica ma quella non è leggenda» (è certamente più fantasiosa la leggenda dell’orgoglio rancoroso di matrice cazzulliana).
Il libro descrive il crollo del Regno delle Due Sicilie per causa di una decisiva pressione delle grandi “potenze marittime”, Francia e Inghilterra,  che dalla metà del XIX secolo tentarono di trasformare il Mezzogiorno in una colonia economica e in un avamposto strategico funzionale alla loro strategia mediterranea. Nel testo è proposta una documentazione inedita, proveniente dagli archivi diplomatici francesi, inglesi, austriaci, russi, spagnoli. Il saggio suggerisce inoltre che la stessa debolezza geopolitica che determinò il crollo dello Stato napoletano avrebbe condizionato, fino ai nostri giorni, il destino della “media potenza” italiana nel segno di un passato destinato a non passare.
E non è un caso che Garibaldi, recatosi a Londra nel 1864, fu acclamato da migliaia di persone deliranti. Fu l’uomo che cancellò il nemico napoletano, il più grande pericolo nel Mediterraneo; fu l’uomo che regalò un regno ricco e orgoglioso ai mediocri Savoia creandone uno più grande ma politicamente suddito del Regno unito.

13 Febbraio 1861, a Gaeta finiva l’indipendenza del Sud

Il tragico assedio di Gaeta mai raccontato nei testi scolastici

di Angelo Forgione per napoli.com

7 Settembre 1860: Garibaldi arriva a Napoli lasciando dietro di sé le “conquiste” siciliane e il re Francesco II di Borbone, per risparmiare disordini e distruzioni alla capitale, lascia Napoli, stabilendo la base operativa militare per l’ultima difesa del regno nella Piazzaforte di Gaeta.

Ormai, l’esercito borbonico, indebolito dai tradimenti al soldo dei corruttori, può ben poco contro il fuoco delle truppe di Vittorio Emanuele II di Savoia capeggiate dal furioso generale Cialdini, che si appresta a scippare il posto dei garibaldini e a raccogliere i frutti della strumentale spedizione al Sud con l’ultima battaglia, la più sanguinosa: quello di Gaeta.

Si tratterà, come per la Spedizione dei Mille, di un attacco che violerà tutte le regole militari e diplomatiche internazionali, senza dichiarazione di guerra o un motivo per giustificare l’intervento straniero in territorio legittimo. Un assedio estenuante che inizierà sul fronte di terra il 5 novembre 1860 e durerà tre lunghissimi mesi, durante i quali le truppe piemontesi mettono in campo i moderni cannoni rigati “Cavalli” a lunga gittata contro le ormai inadeguate bocche da fuoco dei napoletani. Vengono sparate contro la piazzaforte circa 500 colpi di cannone al giorno per tutta la durata del conflitto, durante il quale il Re e la Regina Maria Sofia di Wittelsbach, sorella della principessa “Sissi” Elisabetta di Baviera, restano valorosamente sempre al fianco dei fedeli soldati, persino sul campo di battaglia tra le esplosioni dei colpi di cannone che piovono dal fronte piemontese di Castellone a Mola di Gaeta, l’attuale Formia. È proprio la regina ad avere un ruolo di grande spessore umano, ormai innamorata del suo popolo e del suo regno, che non intende cedere all’invasore.

Inizialmente, la presenza della flotta francese nel golfo impedisce a quella piemontese, rafforzata da unità napoletane i cui ufficiali sono passate al nemico, di cannoneggiare la costa. Ma, a Gennaio, Cavour, da Torino, convince Napoleone III a desistere dal “proteggere” i napoletani e da quel momento i bombardamenti si fanno insistenti.

Per l’esercito borbonico la battaglia é impari, anche se non mancano valorosi scontri che alzano illusoriamente il morale; come quello del 22 gennaio 1861 allorchè i napoletani conseguono una parziale rivincita dopo aver subito, l’8 Gennaio, un cannoneggiamento di dieci ore con cui vengono distrutti anche i quartieri civili. La flotta piemontese deve ritirarsi per i danni causati dagli colpi sparati dalla piazzaforte a ognuno dei quali corrisponde il grido «Viva ‘o Rre». Alla sospensione dei bombardamenti la banda militare suona l’inno di Paisiello.

I reali napoletani sperano nell’intervento diplomatico di altre nazioni europee, magari quelle più amiche, che però non si concretizza, lasciando lo schieramento napoletano sempre più in balia dello sconforto. La cancellazione delle Due Sicilie è in realtà già stata stabilita a tavolino dalle più potenti nazioni d’Europa, che intendono spazzare via il più grande pericolo del Mediterraneo: il connubio amichevole tra lo stato ricco e cattolico del sud e il potere temporale del Papa.

Giunge quindi il tempo delle trattative per risparmiare vite umane, ma il generale Cialdini, uomo spietato e vanaglorioso, non solo non blandisce i bombardamenti ma li intensifica con maggior vigore, dirigendo le operazioni dalla sua comoda postazione nel borgo di Castellone.

La capitolazione dei napoletani è inevitabile e l’11 febbraio Francesco II decide di interrompere la carneficina. La resa viene sancita con una firma il 13 Febbraio, che però non basta ad arrestare la sete di trionfo di Cialdini. Mentre i borbonici si apprestano a porre fine alla resistenza e a deporre le armi, salta in aria la polveriera della Batteria “Transilvania”, dove cade l’ultimo difensore di Gaeta, Carlo Giordano, un giovane di sedici anni fuggito dalla Scuola Militare della Nunziatella per difendere la sua Patria. È l’ultima vittima in ordine di tempo dei circa 2700 fedeli caduti a Gaeta, che non avranno mai degna sepoltura. E poi circa 4000 feriti e 1500 dispersi.

Campani, siciliani, calabresi, lucani, pugliesi e abruzzesi, falcidiati dai bombardamenti e dal tifo petecchiale, in condizioni di vita rese impossibili anche da un inverno che è tra i più freddi di quel secolo. Eppure resistono fino allo spietato colpo di grazia di un generale considerato oggi uno dei padri della patria e che avrà dal Nuovo Re d’Italia Vittorio Emanuele II la nomina a Duca di Gaeta, città da lui rasa al suolo, e la medaglia al valore militare per i successivi eccidi di interi paesi del meridione.

Il Re Francesco II di Borbone e la regina Maria Sofia lasciano Gaeta il 14 febbraio imbarcandosi sulla corvetta francese “Mouette”, che li porta a Civitavecchia, in territorio pontificio, laddove inizia il loro triste esilio. Vengono salutati con 21 colpi di salva reale della Batteria “Santa Maria” e con il triplice ammainarsi della bandiera borbonica dalla Torre d’Orlando, tra la commozione di quanti capiscono che la fine del Regno delle Due Sicilie é giunta. Messina e Civitella del Tronto si arrenderanno solo a Marzo, ma la sottomissione di Gaeta segna di fatto il tramonto di un’indipendenza. Al posto della bandiera bianca coi gigli viene issato il tricolore con lo stemma della dinastia Savoia, a sancire la scrittura finale di una pagina cruenta inenarrata dai testi scolastici ma sempre viva nella memoria del popolo napoletano, che non dimentica una fine gloriosa e dignitosa di esempio ai posteri.

Nonostante gli accordi stipulati nell’armistizio, migliaia di fedeli soldati borbonici che non vogliono tradire il proprio giuramento al Re per sposare la causa militare piemontese vengono deportati in  carceri settentrionali come il forte di Fenestrelle, nella freddissima Val Chisone, dovduree sono avviati a stenti e sofferenze in quello che viene oggi definito il “lager dei Savoia”. Campi di concentramento anche a S. Maurizio Canavese, Alessandria, Genova, Savona, Bergamo, Milano, Parma, Modena, Bologna e in altre località settentrionali. A queste vittime si aggiungeranno nel decennio successivo quelle della repressione del brigantaggio. Civiltà Cattolica parlò, forse per eccesso, di circa un milione di morti su una popolazione delle Due Sicilie di circa nove milioni. In ogni caso, si trattò di eccidio, che non trova alcun ricordo o commemorazione.

Qualche anno fa, a seguito di scavi per interventi urbanistici a Gaeta, sono state rinvenute testimonianze di quei giorni di terrore e sangue: scheletri, frammenti ossei, stracci di divise militari, bottoni e monete. Testimonianze del colpo di grazia dato al Regno napoletano mettendo in ginocchio la “fedelissima” Gaeta, detta anche “secondo Stato pontificio”, che pagò perché colpevole di aver ospitato undici anni prima Papa Pio IX in fuga dalla Repubblica Romana. La cittadina fu retrocessa da vicecapoluogo provinciale a cittadina di provincia, per poi essere separata dalla sua storia e dalla provincia di Terra di Lavoro, regione del Regno delle Due Sicilie, e assegnata al Lazio nel 1927 nella nuova provincia di Latina.

Nella città è sempre viva la memoria di quegli eventi e va oltre il muro della retorica che nasconde le sepolte verità della nostra storia.

“Giù al Sud” a Terzigno

“Giù al Sud” a Terzigno

De Crescenzo, Eddy Napoli e Forgione con Pino Aprile

Il 17 Dicembre si è svolta in un’affollatissima sala del Consiglio Comunale di Terzigno la presentazione del libro “Giù al Sud” di Pino Aprile. L’evento ha avuto il supporto organizzativo del Movimento Neoborbonico nelle persone della Prof.ssa Nadia Citarella e Gennaro Ambrosio, col patrocinio del Comune della cittadina vesuviana.
Il dibattito, appassionante a tal punto da durare quasi tre ore, è stato moderato da Salvatore Lanza e ha avuto come protagonisti, oltre lo stesso Pino Aprile, Gennaro De Crescenzo e Eddy Napoli, con il richiesto intervento di Angelo Forgione.
Le immagini sono amatoriali ma utili a comprendere la sintesi della discussione (che può essere vista più ampiamente dal video originale).