Scompare Renato de Falco, la cassazione del Napoletano. Il ricordo di Jean-Noël Schifano.

Angelo Forgione Si è spento Renato de Falco (87), grande divulgatore della lingua napoletana, fin dal 1983 riconosciuto “il testimone del mutare di linguaggio e di costume di un popolo”. Negli anni Ottanta, in un momento di oscurantismo dialettale, la sua rubrica “Alfabeto Napoletano” sull’emittente Telelibera 63, sviscerando una parola alla volta, lo rese popolare al pubblico campano, aprendo la strada all’omonimo libro di successo. Finì con scriverne una trentina. Fece molto altro per rendere il napoletano meno vulnerabile, e per riabilitarlo nel futuro, mosso dal desiderio di arginare una certa censura. A quarant’anni si ritrovò ad un bivio: continuare la professione universitaria o approfondire le ricerche sul dialetto napoletano. Scelse la seconda, col rimpianto che lo accompagnò in seguito di aver cominciato tardi a fare ciò che gli piaceva. Di una cosa andò fiero: un pionieristico corso di napoletano tenuto al ‘Grenoble’, su idea di Jean-Noël Schifano, allora direttore dell’istituto francese di Napoli. E proprio a Schifano affido il ricordo di una persona che conosceva personalmente, lui che da de Falco ebbe in dono nel 1996 uno dei sui libri con questa dedica: “A Jean-Noël, da cui ho appreso una cosa che qui manca: ‘e llente ‘e Cavour“. Cioè, gli occhiali di Cavour, le manette. Una geniale espressione popolare post-risorgimentale, nascosta nelle pieghe della storia, che riassume la tragedia meridionale di un popolo che anche grazie al professor de Falco ha iniziato a riprendersi l’identità.

Lo ricordo, amici, come fosse ieri: un vulcano di parole, di storia delle parole e dei modi di dire attraverso i secoli fino ai nostri giorni… In uno dei suoi libri mi ha chiamato “Civis Neapolitanus”… Per me un vero battesimo da chi sapeva tutto il peso e la gloria e la bellezza di essere chiamato civis neapolitanus… Caro, caro Renato, sapevi quanto, più di vent’anni fa come ora, è importante per me fare insegnare la lingua napoletana (che affettuosamente – e naturalmente senza disprezzo – continuavi a chiamare dialetto, come dire una cosa, la lingua napoletana, tanto intima che si succhia con il latte della madre e rimane un modo segreto di conversare, inter nos, fino alle viscere…). Senza riferirmi a te, in un primo tempo, ho aperto lezioni di napoletano al ‘Grenoble’, con la condanna dei Napoletani benpensanti, cioè malpensanti, quelli della malaunità, e un articolo su due colonne nel Corriere del Mezzogiorno che mi intimava di fare insegnare solo il francese e non il dialetto, che per loro, malpensanti, non era che un susseguirsi di “parla bene” quando i loro figli avevano l’impudenza di parlare la lingua di Partenope tornando dalla scuola… Ho chiesto specificamente a Renato se poteva fare conferenze durante più mesi sulla storia delle parole napoletane. Ha chiamato i suoi interventi regolari e con grande e felice pubblico napoletano, francese, inglese, tedesco, spagnolo: Il romanzo delle parole. Che diventò, dal suo editore di cuore, Colonnese padre, un libro appassionante e che consiglierei a tutti di leggere – oltre i suoi diversi Vocabolari e Alfabeti napoletani…
Lo voglio ricordare, il grande Renato De Falco, come ad ogni incontro, sul marciapiedi, in libreria, nella sala delle conferenze dell’Istituto francese, durante i miei ricevimenti, tra salsicce e friarelli, babà e vino rosso o bianco frizzante di Gragnano, come ad ogni incontro assaporiva prima che uscissero dalle sue labbra le parole napoletane di cui aveva appena scoperto la vera origine e altri diversi sensi… Ne parlava con una vera voluttà, e ti faceva condividere schezando, e sempre di scienza sicura, di scienza linguistica virtuosa, direi, la voluttà profonda di sapere il napoletano e di essere Napoletani.
Quanto sono triste alla notizia della tua morte, caro Renato, quanto… Ti saluto con affetto. I tuoi libri sono vivissimi, parlano di noi, parlano di te. Grazie, sempre.
Jean-Noël Schifano

Si me song’ nnammurato d’ ‘a lengua meja è pure pe’ vuje, professò.
Stateve bbuono!
Angelo Forgione

Se ne va Valerio Maioli, l’uomo della luce

2014dec13vmAngelo Forgione Solo qualche settimana fa avevo pubblicato si social network una foto del 2009 con Valerio Maioli in piazza del Plebiscito, al microfono di Luca Abete. Dopo averlo rintracciato ed intervistato, capii cosa c’era dietro la sua storia, e chi era quella persona. Mi parlò della passione di Bassolino sindaco, da cui fu conquistato, dei loro incontri a notte fonda nello slargo per verificare lo stato del lavoro, dell’utopia dell’ex primo cittadino di illuminare dolcemente anche il Vesuvio, idea cui lui iniziò a dar corpo con un primo progetto rimasto nel cassetto. Mi parlò della sua delusione, e del suo amore intaccato per Napoli, nonostante tutto. E diventammo amici. Gli chiesi di fiondarsi a Napoli dalla sua Ravenna, perchè avevo allertato l’inviato di “Striscia”. Non ci pensò un secondo, perché insieme volevamo salvare il suo meraviglioso impianto di illuminazione artistica della piazza e di altri monumenti della città, che lui amava moltissimo. Quell’impianto – realizzato nel 2000 su commissione dell’allora sindaco Bassolino e dei suoi collaboratori, e inaugurato senza comunicare al mondo la sua unicità – non esiste più, boicottato, azzerato, eppure rendeva luminosi e colorati di notte il Plebiscito, il Castel dell’Ovo, San Martino, parco Virgiliano e altri siti. Valerio volle suggestioni per la piazza, volle musica, giochi di luce colorata e ombre, e per scandire il tempo fece passare una carrozza proiettata su Palazzo Reale, ogni ora, al suono delle campane.
Portò la luce vera ai quartieri spagnoli così come agli scavi di Pompei, e realizzò il maxischermo a scomparsa che è ancora lì, interrato tra i due monumenti equestri di Carlo e Ferdinando al Plebiscito, nato per proiettare in piazza gli spettacoli del San Carlo. Almeno quello riuscimmo a riesumarlo, ma erano scomparse le fibre ottiche, e la regia del teatro, sempre a firma sua, non era più connessa.
maioli_libroFacevo lunghe e piacevoli chiacchierate con Valerio, perché lui conosceva benissimo la storia di Napoli, e apprezzava tanto il periodo borbonico, tanto che la pubblicazione sul suo operato al Plebiscito la intitolò Largo di Palazzo. Me le donò tutte le edizioni sulla storia dei monumenti che illuminò, a Napoli e non solo, e lesse con gusto i miei libri. Era un grande professionista, capace di firmare la rivoluzione della Formula 1 con l’illuminazione del circuito di Singapore, il primo in notturna della storia. Ma era soprattutto una persona perbene, onesta, un vero galantuomo, un imprenditore che poneva i valori umani ed il rispetto dei propri collaboratori al centro dell’attività, promotore anche di iniziative benefiche.
A Napoli ha dato, rimettendoci pure qualcosa di tasca sua, perché l’amava quanto la sua Ravenna. “Solo la sensibilità di Angelo Forgione, un vero napoletano, può far tornare la luce l
uce su due dei luoghi più belli d’Italia: Piazza del Plebiscito e Castel dell’Ovo”, scrisse in italiano, inglese, arabo, cinese, francese, tedesco e spagnolo sul sito della sua azienda internazionale, e fissò quel grido di speranza per anni, perché nessuno, prima di me, si era interessato ai torti che subì. Non vi riuscimmo, perché quell’impianto era di prim’ordine, unico in Europa, e la manutenzione costava più di quel che si vuole e si può spendere per Napoli, città dei monumenti al buio che Valerio illuminò ed esaltò.
Valerio se ne è andato qualche ora fa, perdendo la lotta contro una grave malattia che combatteva da qualche anno. Il male l’ha sconfitto, spegnendo la sua luce ma non il bellissimo ricordo, luminoso, che conservo.
Ciao Valerio, amico mio, amico di Napoli.

maioli

Addio a Luca De Filippo

Angelo Forgione Se ne è andato a 67 anni per un male incurabile il figlio del grande Eduardo, attore e regista dal cognome ingombrante, nato sul palcoscenico. Solo un mese fa fu ospite della redazione del Corriere del Mezzogiorno (Clicca qui per guardare il video), chiarendo il suo amore conflittuale con Napoli, non troppo diverso da quello che nutriva il padre.

«Napoli? Amarla significa anche criticarla, e io lo faccio proprio perché le voglio bene. Ma per me è sempre la prima città, nel bene nel male, e tocca delle corde in me che mi fanno sentire vivo, mi fanno ritrovare all’interno di una cultura che mi piace e in cui mi riconosco.» 

Sì, è verissimo… Napoli, e non solo Napoli, perde un altro grande frammento di umanità artistica. Luca, come Pino, amava Napoli in maniera asciutta, senza ridondanza e con severità genitoriale; si riconosceva nella sua espressione trimillenaria, ma detestava chi nel coro stonava. Nel solco del padre, era vicino ai giovani a rischio e lontanissimo dalla politica del nulla. Dunque, se vogliamo ricordare Luca, potremmo magari riflettere su cosa facciamo nella nostra quotidianità e nella nostra intimità per valorizzare davvero questa città peculiare, che nulla ha da invidiare ad alcuna al mondo; che, semmai, è invidiata per la sua bellezza paesaggistica che solo Rio e Istanbul, e per la sua ineffabile energia, che nasce nel suo ventre magmatico. Un’energia che ha plasmato una Cultura universale che, senza retorica, rende Napoli “diversa” da secoli, sempre se stessa, persino avversata da chi nella cultura non vive. Luca era figlio di questa energia, come tutti i napoletani, e aveva imparato a cibarsene sin dalla nascita, sul palcoscenico paterno. Molti di noi, senza quella sensibilità sviluppata, neanche l’avvertono quell’energia, e non comprendono quale dono sia l’essere figli di Napoli. Luca lo sapeva, invece. Luca era un napoletano consapevole, di Napoli figlio, ma allo stesso padre.

Antonello Venditti: «Amo i napoletani». Quel giorno in cui la Roma vinse lo scudetto e il Napoli retrocesse…

Angelo Forgione – «Sali con me sul palco per ricordare tuo figlio». È l’invito di un romanista doc come Antonello Venditti rivolto ad Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito, vittima dei colpi di pistola esplosi all’esterno dello stadio Olimpico di Roma prima della finale di Coppa Italia del 2014. L’incontro radiofonico è avvenuto a La Radiazza di Gianni Simioli (Radio Marte), e a qualcuno è parso un atto di piaggeria in vista della prossima data napoletana del tour del popolare contautore romano e romanista. E invece Venditti, che ha vissuto gli anni del bellissimi gemellaggio Napoli-Roma, ha sempre dimostrato spontanea simpatia per Napoli e per i napoletani; lo dimostra quel che disse a Radio Rai il 27 giugno 2001, giorno dello scudetto della Roma e della retrocessione del Napoli, decretata a Firenze ma “decisa” una settima prima dai giallorossi con un pareggio al San Paolo e dalle manovre illecite di Tanzi e Pastorello in Parma-Verona. Non ho mai dimenticato che in una rassegna radiofonica di tifosi vip della Roma euforici, Antonello Venditti ebbe un pensiero spontaneo per i tifosi napoletani in disgrazia. Quel moto di affetto di un simbolo romanista per una tifoseria rivale che soffriva mi colpì per sensibilità e sportività, elementi che andrebbero riscoperti non solo nel Calcio. Ho raccontato quell’episodio di più di quattordici anni fa in radio per sottrarre la sincerità di Antonello Venditti dai pur leciti dubbi. Il resto è valutazione soggettiva di ciò che ruota attorno a quella che è di fatto una stupida “guerra” in cui sono finite due città del Calcio meridionale. Una guerra che ha prodotto un morto, un ragazzo per cui si attende giustizia. E che sia presto.

Addio a Pino Daniele, straordinario innovatore

Angelo Forgione per napoli.com Se n’è andato come da copione, tradito dal suo cuore debolissimo. Aveva scoperto di averne uno poco affidabile nel 1989, trasportato con i suoi lunghi capelli in un ospedale napoletano con forti dolori al petto. Era già popolarissimo per il suo innovativo e sperimentale “Neapolitan Power”, con cui aveva rilanciato stilisticamente la canzone napoletana. Il mercato discografico, per aggredire i mercati discografici internazionali, aveva impattato con la musica straniera, snobbando la produzione partenopea, ritenuta ormai superata. Molti artisti napoletani si erano arresi ma lui no, e pur cantando la sua lingua aveva proposto un tipo di sound all’opposto della tipica melodia partenopea, quella che tutto il mondo conosceva ma che nessuno riusciva a innovare. Lo aveva chiamato “taramblù”, un genere innovativo di incontro tra tarantella, blues e rumba, che lo avrebbe poi condotto a straordinarie collaborazioni internazionali. E ne erano venuti fuori capolavori contemporanei in vernacolo, manifesti di una generazione di giovani meridionali disagiati.
I by-pass che si resero necessari non gli crarono particolari problemi e lui, a mo’ di esorcismo, li battezzò ‘o tagliando, come quello della manuntenzione programmata delle autovetture. I suoi fans iniziarono a seguire ogni suo concerto come fosse l’ultimo, e in effetti il grande innovatore, pur continuando il suo brillante viaggio, prese un’andatura diversa, una distanza maggiore dalla sua musica, dalla sua Napoli e dalla sua famiglia. Lo segnò la fine del suo grande amico Massimo Troisi, anch’egli artista napoletano dal cuore assai debole, uscito di scena troppo presto tra applausi e lacrime, come Pino forse temeva di finire: stop alla lingua napoletana, la sua musica perse l’impostazione blues e si fuse col pop commerciale più orecchiabile. Fattosi da parte lui, via libera al ritorno al classico contaminato dal jazz e dal blues di Renzo Arbore, ma per Pino Daniele fu una sconfitta della città. “Napoli non canta più”, disse nel 1993 a Mario Luzzato Fegiz per il Corriere della Sera. “Con Nuova Compagnia di Canto Popolare, Napoli Centrale, Bennato, Tony Esposito eravamo diventati un punto di riferimento internazionale sul piano musicale e culturale. Oggi lo sfascio sociale ha portato alla deriva anche il movimento musicale. Ciascuno ha anteposto il suo ego a tutto il resto. Ed è stata la fine. Non bastano tentativi pur lodevoli come quelli di Arbore per ribaltare la situazione”. Era vero, per certi versi, perché l’esigenza linguistica e la “distrazione” degli artisti napoletani stava iniziando a favorire l’avvento di una sottocultura melodica e di uno stile di canto per una fascia sociale incolta. Anche Pino, però, si era sottratto alla straordinaria ventata di cui era stato straordinario ispiratore. Proprio lui non cantava più in napoletano, pur continuando a ragionare da meridionale (Accidenti a questa nebbia / te set adre a laurà? / Questa Lega è una vergogna / noi crediamo alla cicogna / e corriamo da mammà), salvo poi, dopo qualche tempo, dirsi d’accordo con la Lega per le dichiarazioni sull’emergenza rifiuti in Campania. Solo nel 2001 vi fu un riavvicinamento alle origini con l’album Medina, ma le vere perle musicali, impareggiabili, le aveva già consegnate alla cassaforte dell’eternità, ridando nuova linfa alla tradizione della Canzone di Napoli, che, nonostante tutto, avrebbe travolto artisti di altre estrazioni come Lucio Dalla.
Venticinque anni di revisioni in officina e poi il motore si è definitivamente fermato. Non la colonna sonora della nostra vita.

Davide ucciso da Napoli? E chi ha ucciso Napoli?

liberoAngelo Forgione – Sulla triste vicenda del rione Traiano di Napoli preferisco tacere. È inutile esprimere opinioni sui fatti senza conoscerli nei loro particolari, soprattutto nel momento in cui tutti si avventurano in interpretazioni e analisi spesso dettate da condizionamenti esterni. Mi soffermo proprio su uno dei commenti, o meglio, su un titolo, quello del quotidiano Libero: “Prima del carabiniere l’ha ucciso Napoli”, articolo del vicedirettore Pietro Seinaldi. Sensazionale! E chi ha ucciso Napoli? Chi ha ucciso la sua economia, la sua normalità, la sua legalità, il futuro dei suoi giovani? Perché l’illegalità è eletta a sistema? Perché ci sono più controlli nei quartieri meno problematici? Ma davvero c’è chi crede che Napoli voglia così male ai suoi figli? Ma davvero c’è chi non ha ancora capito che si è tutti piegati a qualcosa di più grande? La verità è che a Napoli e al Sud lo Stato è assente. Il ragazzo e il carabiniere sono il rovescio della stessa medaglia, vittime e carnefici allo stesso tempo, in modi diversi, della realtà sociale ad alta tensione in cui siamo tutti immersi, di cui la Città è spia accesa.
Di gente fuorilegge, di ogni età, che non si ferma all’alt ne è pieno il mondo, non accade di certo solo a Napoli ma anche in territori più ricchi, dove la cultura dell’illegalità è automaticamente meno diffusa e dove la gente, oltre a rincorrere il cellulare all’ultima moda (che ha lo stesso prezzo ovunque), pensa anche a pagare l’accessibile assicurazione obbligatoria (che a Napoli è una rapina legalizzata). Proseguire su quest’analisi sarebbe lungo e allontanerebbe dal motivo della riflessione. Dappertutto, dunque, capita che si eludano gli stop delle forze dell’ordine, e partano inseguimenti. A volte capita che siano proprio le forze dell’ordine a rimetterci qualche penna. Stavolta, però, è partito anche un colpo, e il fuggitivo è diventato il morto. Era già successo qualcosa di simile nel luglio 2000, sempre nella dannata Napoli, ad Agnano, periferia flegrea, e sempre un giovane incensurato diciassettenne senza casco. Fu ucciso dopo un breve inseguimento da un poliziotto che non accettò di essere ruzzolato a terra dopo l’inversione di marcia del ragazzo e gli sparò alle spalle. L’agente fu condannato in Cassazione a 10 anni di reclusione e al risarcimento alla famiglia, oltre il milione di euro, unitamente al Ministero degli Interni, colpevole di aver lasciato in servizio, su strada, un elemento del Corpo che già aveva dimostrato “di non essere dotato del necessario equilibrio”. Furono condannati a 25 mila euro di risarcimento anche il settimanale “L’Espresso” e Giampaolo Pansa (dal Tribunale di Roma) per un articolo offensivo della memoria del ragazzo ucciso. Evidentemente, parlare troppo, a caldo e per preconcetti, non conviene. Ecco perché anche io mi fermo qui.

Ciro Esposito vittima dell’odio etnico. Basta nascondersi dietro un dito!

Angelo Forgione – Morire non per una partita di calcio. Morire perché napoletano. Morire per la caccia al napoletano, per tutto quello la società italiana, inesistente, ha incubato dalla nascita della Nazione unita e per quel che il Calcio, dagli anni Settanta almeno, ha vomitato su Napoli, senza che nessuno si sia mai indignato. Nessuno! Finché non si è iniziato a protestare, a sfruttare internet e i media, a colpire i vari Amandola di turno, a sollecitare le radio locali, a creare un nuovo fronte di opposizione sdegnata. E solo allora sono arrivate le regole, le squalifiche, con cinquant’anni di ritardo. Troppo tardi: il malcostume era già “costume”. Vaglielo a togliere il giocattolo al bambino viziato!
Alla cieca, e per ignoranza, dalla denigrazione è nato un odio ingiustificabile e inconcepibile, una caccia al napoletano intollerabile. L’omicidio di Ciro Esposito non è un incidente di percorso ma un evento prevedibile. Già nel dicembre 1973 Alfredo Della Corte, un altro giovane napoletano, diciassettenne, festante per la vittoria dei partenopei all’esterno dello stadio di Roma, fu sparato mentre sventolava una bandiera azzurra. Si salvò per puro miracolo. Ciro non ha avuto la stessa “fortuna”, e ora sta morendo per colpa di un folle squilibrato che in un pomeriggio di sport ha deciso di uscire di casa per fare una strage. Si, proprio una strage. Daniele De Santis ha preso di mira un pullman pieno di famiglie e di bambini, creando il panico, finché non è spuntato un ragazzo normale che ha scavalcato la bandiera “New Jersey” e si è precipitato a fermare quel pazzo, dando l’esempio ad altri compagni. Non sapeva che il fanatico (ma non era solo) era sceso di casa con una pistola caricata con proiettili modificati artigianalmente. Quattro colpi esplosi in rapida successione, al grido di «vi ammazzo tutti», dove per tutti si intendono i napoletani. Tre feriti, Ciro il più grave. Cinquanta giorni di strazio e agonia. E poi il coma irreversibile.
La riflessione non servirà. Altri lutti ha prodotto il mondo del Calcio, ad ogni latitudine italiana, ma stavolta, per la prima volta, la tragedia ha l’acre odore della polvere da sparo. Si continua a morire con la scusa di un fenomeno violento inarginabile attorno al pallone. Le responsabilità sono ben chiare, e appartengono a chi, negli anni, se ne è fregato di arginare l’odio anti-Napoli; e al servizio d’ordine di quel giorno, pianificato da un questore superficiale e in modo assolutamente cervellotico e insufficiente. Chi questa colpa sa di averla non finga di essere innocente, non si nasconda, e inizi a preoccuparsi delle conseguenze che questo dramma potrebbe generare, e pensi ad evitare seriamente che la maledizione di Ciro sia prodromo e scintilla scatenante di qualcosa che non deve assolutamente verificarsi. E non si sentano esclusi tutti quei dirigenti e quei telecronisti ed editorialisti che nell’arco di un anno intero hanno minimizzato l’odio per i napoletani cercando di ridurlo a “sfottò”. Ora basta! Il Calcio, lo spettacolo, la gioia, li hanno ammazzati anche loro, dall’alto dei pulpiti del potere. E non si accorgono neanche che sono rimasti soli, a commentare partite poco spettacolari giocate in impianti indecenti e sempre più orfani dei veri appassionati.
Se ne va un ragazzo normale che ha cercato di fare l’eroe ed è finito sotto i colpi di uno scarto politicizzato della società civile. Sta morendo perché napoletano, ed è giusto gridarlo a gran voce, senza ipocrisia o strumentalizzazioni di parte.

La fine di un vero eroe sconosciuto

manciniAngelo Forgione – Addio a Roberto Mancini, il poliziotto 53enne che si ammalò per combattere i veleni nella “Terra dei fuochi”. Per anni in trincea contro inquinatori e trafficanti dei rifiuti, ha svolto per la Commissione di inchiesta della Camera diversi sopralluoghi in discariche piene di veleni e in siti radioattivi, scoprendo tutta la verità su un torbido intreccio. Come raccontò a SkyTG24 e a Le Iene, la sua informativa, consegnata nel 1996 alla DDA di Napoli, è rimasta ignorata per anni, chiusa in un cassetto e occultata. Nel 2002 scoprì di avere un cancro al sangue, riconosciuto come malattia per causa di servizio, ma risarcito con soli 5mila euro da parte del Viminale. È morto lottando anche contro lo Stato «che non mi ha messo – disse a Repubblica TV – in condizioni di tutelare la mia salute».
“Spero che le sofferenze che Roberto ha dovuto sopportare per aver servito lo Stato contro le ecomafie in Campania non cadano nell’indifferenza delle istituzioni e dell’opinione pubblica – ha dichiarato la moglie a Mediterraneo News – e mi auguro che il suo ricordo possa servire da esempio per tutti coloro che non vogliono arrendersi a chi vuole avvelenare le nostre terre, le nostre vite […]”.

Addio all’Angelo di Carditello

Ora il ministro Bray mantenga la promessa che gli fece un mese fa

Angelo Forgione – Tommaso Cestrone, noto come “l’angelo di Carditello”, non c’è più. Il custode della Tenuta borbonica, guardiano di una storia, si è spento a 48 anni nella sua azienda agricola di San Tammaro, a pochi metri da quel sito che difendeva dai vandali, dopo aver partecipato al cenone della vigilia di Natale in famiglia. Ha scritto qualcosa su facebook, anche un messaggio al ministro Bray, e poi è andato a dormire, ma non si è più svegliato.
Tommaso era un volontario della Protezione Civile e non aveva alcun obbligo di controllare la Tenuta di Carditello. Da qualche anno vigilava e teneva pulito ciò che poteva. Nei mesi estivi accoglieva i turisti che si accontentavano di sbirciare dai cancelli sbarrati. Per la sua presenza dava fastidio a chi lo vittimizzava con episodi intimidatori: bombe carta, macchina e roulotte bruciate, pecore uccise. Chi ama Carditello voleva bene anche a lui, che solo un mese fa aveva accolto il ministro dei Beni Culturali in visita al “rudere” borbonico. E proprio Bray, appresa la notizia, gli ha dedicato un post: “Quando l’ho conosciuto gli ho fatto una promessa che manterrò”.
Ora più che mai, Carditello deve tornare alla comunità. Quando questo accadrà, a Tommaso andrà dedicato un ricordo, perché nessuno lo dimentichi.
Lassù c’è un angelo in più che ha messo le ali. Ciao, Tommaso. E grazie.

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Messaggio del Ministro Massimo Bray letto durante i funerali

Ci sono tempi nella storia di un Paese nei quali c’è bisogno di eroi. Non degli eroi epici, ma degli eroi della vita civile. Questo accade quando il Paese ha smarrito alcuni riferimenti importanti, come il bene comune, i valori civili, i principi etici. Valori che con fatica ogni giorno vanno ricostruiti con l’impegno comune di cittadini e istituzioni. Tommaso è un eroe di questi tempi e di questo Paese, del nostro Paese, ed eroe rimarrà nei nostri cuori. Oggi non bastano le parole per confortare il dolore, né basteranno mai. Ma va detto che il suo impegno, la sua dedizione alla causa di Carditello, sono l’esempio di un’Italia migliore, dell’Italia che vogliamo ricostruire insieme.
La sua scomparsa improvvisa e immatura è una tragedia non solo per i familiari e per gli amici più cari, ma anche per le Istituzioni e per tutti coloro che avevano riconosciuto in lui il simbolo di una battaglia di un fare unico e straordinario per la collettività
Il MiBACT si e’ impegnato al massimo e proprio in questi giorni, insieme alle altre Istituzioni coinvolte, sta portando a compimento il percorso, non facile, per realizzare il sogno di Tommaso e degli altri numerosi cittadini fiduciosi, cioè che un bene culturale, prezioso in se’ e per la collettività, diventi bene comune, diventi il seme e il simbolo del riscatto e della rinascita di un territorio così ricco, così bello, così difficile. Il Sacrificio di Tommaso, che di questo si tratta, non resterà inutile. Sarà esempio per la comunità, per i giovani, per il futuro.
Grazie Tommaso

Orologi e libri scomparsi, luoghi comuni sempre a posto

Orologi e libri scomparsi, luoghi comuni sempre a posto

storie (s)legate di Nadal, Yanina, Brachetti, De Caro e Gianello

Angelo Forgione – Rafael Nadal derubato di un orologio da 300.000 euro a Parigi; lui va su twitter e scrive “Parigi città di m…a”. Solo la prima parte del racconto è vera, la seconda no; o meglio prende in prestito un altro scenario, quello di Yanina Screpante, fidanzata di Lavezzi, derubata del suo orologio a Napoli lo scorso inverno. Il gioiello di Nadal pare sia stato ritrovato, almeno così dice la polizia francese. L’avrebbe sgraffignato un 38enne dipendente dell’albergo, francese, nella stanza del tennista maiorchino durante lo svolgimento del Roland Garros. Ma tant’è, il bene e il male sono dappertutto e l’arte di far proprio ciò che è degli altri è anche parigina, da sempre; ma almeno i parigini perbene non devono subire anche le offese dei derubati. Nemmeno quando il furto, anzichè con destrezza, è con scasso… chiedere a Pastore. Neanche quando un calciatore viene aggredito in strada… chiedere a Sirigu. Nulla persino dopo l’omicidio colposo di un turista straniero nella metrò di Parigi.
Strano che Napoli non sia stata chiamata in causa da Nadal come fece Arturo Brachetti quando denunciò il furto del portafogli a Lugano scrivendo su Facebook che “manco a Napoli”. È il “simpatico” vizietto di considerare la città partenopea capitale del reato mondiale quando non lo è neanche in Italia. Già, la nostra cara Italia che prende i nostri antichissimi libri dalla biblioteca dei Girolamini e li sperde in giro per il mondo in cambio di soldi. Ricettazione per cui Marino Massimo De Caro, residente a Verona, è in carcere per averne trafugati circa 2.200. Era solo il vertice di un’organizzazione criminale veronese con strategia pianificata finalizzata al lucro nel pozzo “infinito” del patrimonio e della cultura napoletana. Ma tant’è, il bene e il male sono dappertutto, e allora è meglio tornare allo sport e distrarsi gridando tutti insieme “forza Italia” dimenticando i cori razzisti, la questione meridionale nel calcio, le vicende storiche, la recessione e il calcioscommesse dell’ex terzo portiere del Napoli che ha confessato di aver tentato invano la combine. Matteo Gianello, secondo il quale sarebbe stato sdegnato dagli integerrimi Paolo Cannavaro e Gianluca Grava. È la confessione di un veronese che non riesce a corrompere un napoletano e un casertano, vero o falsa che sia. In ogni caso l’esempio di lealtà di Fabio Pisacane dai quartieri spagnoli è salvo, come i luoghi comuni che esistono se esistono il bene e il male, dappertutto… ma anche no.