––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
I monumenti equestri al Plebiscito? Sopravvissuti.
dalla pubblicazione “Largo di Palazzo” una foto emozionante
Angelo Forgione – I monumenti equestri in bronzo di Piazza del Plebiscito a Napoli rappresentano un patrimonio artistico 1inestimabile perchè scolpite da Antonio Canova, massimo esponente del Neoclassicismo, e completate dal suo allievo Antonio Calì utilizzando il modello canoviano della scultura corporea di Carlo III per realizzare la figura di Ferdinando IV nello stile intrapreso dal maestro. Eppure le due statue hanno rischiato seriamente di sparire, evitando la cattiva sorte grazie ai napoletani che le hanno “protette” in questi duecento anni circa di presenza nello slargo. Si racconta che nel 1860, la furia iconoclasta di repubblicani e liberali avrebbe voluto che i due sovrani borbonici sparissero dal luogo ma le sculture sarebbero state salvate sfruttando una falla culturale, fingendo che in realtà si trattasse di imperatori romani, così come suggerito dall’armatura con la quale i due re furono raffigurati dal Canova per attinenza ai richiami storici del Neoclassicismo ispirato dagli scavi di Pompei. Arrivarono poi le bombe dal cielo della seconda guerra mondiale. Napoli fu, durante il conflitto bellico, la città italiana che subì il numero maggiore di bombardamenti, con circa 200 raid aerei dal 1940 al 1944, di cui ben 181 soltanto nel 1943, con un numero di morti intorno alle 25.000 persone, in gran parte tra la popolazione civile. E anche i monumenti ne fecero le spese. Basti ricordare il violento bombardamento degli Alleati del 4 Agosto 1943 che provocò un incendio alla chiesa di Santa Chiara, durato quasi due giorni e capace di distruggerla quasi interamente. I monumenti equestri del Plebiscito furono in quel periodo messi in sicurezza e superarono il pericolo brillantemente. Lo attesta l’immagine tratta dalla pubblicazione “Largo di Palazzo“ che Valerio Maioli mi ha donato al tempo dell’approfondimento sul suo impianto di illuminazione artistica della piazza realizzato in epoca bassoliniana e poi neutralizzato, foto raffrontata ad uno scatto contemporaneo. E così ho trovato online una testimonianza tratta dall’archivio fotografico Parisio.
Oggi godiamo ancora della loro bellezza e del loro valore simbolico per la città, mentre l’inciviltà dei giovani moderni purtroppo ne fa bersaglio di insignificanti scritte sui basamenti, a testimoniare la perdita di memoria storica di un popolo che fa male a se stesso.
Nuovo spot “Panda”, un insulto ideologico a Napoli!
messaggi agli operai di Pomigliano, offese alla Napoletanità
Angelo Forgione – È partita il 22 Gennaio la campagna Fiat per il lancio della nuova Panda, il più importante del 2012 per la casa. Ideata da Kube Libre, il cortometraggio prende spunto da una domanda: “Quale Italia vogliamo essere?” Girato a Napoli e dintorni, lo spot (in basso) ideato da Maxus, diretto da Luca Maroni e prodotto da Movie Magic (ma mutuato da quello della Jeep Grand Cherokee di Chrysler dedicato a Detroit prima capitale dell’auto e poi della miseria) parla agli italiani ma soprattutto ai lavoratori di Pomigliano d’Arco che sono proprio gli attori. Basta poco per capire che i 90 secondi della pubblicità (dai tagli più corti non si evince) “incarnano” un messaggio di Sergio Marchionne ai dipendenti dello stabilimento napoletano. Si tratta del primo spot classista anti-sindacale, primo caso in Italia, in cui un datore di lavoro comunica agli operai le scelte a disposizione. Lo slogan scelto è “L’Italia che ci piace”. Da una parte c’è quella che produce, che sfida il mercato, che lavora con impegno e dall’altra ci sono gli italiani del folklore, di Pulcinella e dei maccheroni. Le formiche e le cicale. Una campagna che riflette la seccatura di Marchionne rispetto alle resistenze del sindacato Fiom circa il suo “modello produttivo Fiat”. Un messaggio agli operai di Pomigliano ma anche un’offesa a tutti i napoletani e alla napoletanità, che secondo l’azienda torinese sarebbe l’immagine folcloristica, pittoresca e degradante del paese. Lo spot, recitato da una voce fuori campo, inizia con degli spaccati contrapposti dell’Italia: l’arte, l’inventiva, il talento per iniziare bene, come se non appartenessero anche questi ai napoletani, decadendo poi nel folklore e nella disoccupazione a cui fa da contraltare l’impiego offerto da mamma Fiat a Pomigliano. Messaggi negativi (ma il folklore è negativo a prescindere?) immortalati su immagini di Napoli: un Pulcinella in un teatro, quartieri popolari agghindati da panni stesi, giovani disoccupati con lo sguardo spento e arrabbiato sullo sfondo di un mercato rionale, uno skyline di Pomigliano con lo stabilimento ai piedi del Vesuvio dove l’operosità è rimarcata come “Italia capace di grandi imprese industriali”. ”Noi possiamo scegliere quale Italia essere”, dice lo speaker, come dire che possiamo scegliere se essere l’opulenta cultura piemontese o quella pigra napoletana. La scelta è sottolineata da un nuovo contrasto di concept visivi: da una parte artisti e operai Fiat e dall’altra i maccheroni, il Vesuvio e il golfo; il tutto corredato da una riflessione inquietante: “è il momento di decidere se essere noi stessi o accontentarci dell’immagine che ci vogliono dare”. E qui viene fuori l’equivoco degli stereotipi degli italiani verso i meridionali che sono quelli degli stranieri verso gli italiani, con quel pizzico di invidia verso una città capace di esprimere se stessa nel mondo, nel bene e nel male. Offese subliminali alla Napoletanità nell’associazione immagini-speakeraggio, e “pizzini” agli operai di Pomigliano già piegati alle volontà superiori e ora umiliati con messaggi anche eloquenti in uno spot che decanta un prodotto fatto bene, che se è tale è grazie a quegli stessi operai che fanno di Pomigliano un modello qualitativo ancorché produttivo. Napoli offesa in tutto lo spot, anche nel finale dove una Panda esce dallo stabilimento, percorre il lungomare di Napoli e le strade costiere della Campania per poi approdare come d’incanto in Piazza dell’Anfiteatro a Lucca, da Sud a Nord, mentre la voce esclama “questa è l’Italia che piace”. Il messaggio commerciale sembra voler dire agli operai di Pomigliano di smetterla di protestare e di mettersi a lavorare. Qualcuno dica a Marchionne che i napoletani hanno bisogno del lavoro ma non di costruire auto per sentirsi uomini migliori, per sapere di essere artisti, creativi e stakanovisti anche godendo dei piaceri delle proprie ricchezze paesaggistiche e della propria cultura. E se non fossero ottimi lavoratori, Pomigliano non sarebbe“il miglior stabilimento Fiat al mondo“ come da lui stesso asserito. Questo lo sapevano tutti, ma lui l’ha detto solo quando gli operai si sono piegati alle sue condizioni. L’azienda torinese aveva già dato un segnale alla presentazione aziendale della nuova vettura, quando sulla brochure si leggeva “Noi siamo quello che facciamo”, riformulato nello spot; un claim che non è sfuggito a quegli operai che sanno cosa si legge su un muro di ingresso del forte piemontese di Fenestrelle: “Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce“. In quella fortezza furono deportati i soldati napoletani che non volevano giurare per Vittorio Emanuele II. Cornuti e mazziati, e lo sdegno monta.
Angelo Forgione – Centinaia di richieste mi giungono per conoscere il mio pensiero sul “Movimento dei Forconi”. Mi sembra quindi doveroso esprimermi sulla rivolta siciliana che è sintomo emblematico del disagio del popolo. Che sia partito dalla Sicilia è, secondo me, normale perchè le proteste partono sempre dal basso. E quando il basso corrisponde col profondo Sud laddove la questione meridionale è ancora più meridionale, tutto si incastra nel quadro della relazione causa-effetto. La protesta sta avendo un successo perchè, oltre alla gente, si basa sulla partecipazione degli autotrasportatori che hanno bloccato non tanto le strade quanto i rifornimenti, e in una società in cui viveri e carburanti sono sullo stesso piano di importanza per la sopravvivenza è facile capire che se la protesta dovesse continuare con questi connotati potrebbe causare danni ai poteri forti. Un fenomeno che nasce perchè i carburanti costano troppo, non perchè il popolo del Sud non ha il piatto a tavola o perchè non ne può più di un paese sbilanciato a nord, ed è su questo che bisogna riflettere. Alcuni focolai si accendono spontanei in altre zone del Meridione ma sono più che altro manifestazioni di malcontento, sfoghi giustissimi di alcune persone pronte a scendere in piazza che difficilmente incontrano la sensibilità di una vasta massa. Si organizzano su Facebook, lanciano il raduno, accolgono le solite adesioni a furia di click e “ci sarò”, per poi ritrovarsi in pochi per strada come nel caso di Pescara (minuto 6:00). La protesta, oggi come oggi, necessita del blocco dei trasporti per ottenere il risultato siciliano, oppure del coinvolgimento di massa della gente, pronta a sacrificare giornate di lavoro (se c’è) per scendere in piazza ad oltranza, h24, per bloccare le strade. E nel secondo caso, l’identificazione coi forconi sarebbe anche superflua perchè sarebbe la vera rivoluzione. A chi mi domanda quale sia la situazione di Napoli rispondo che non c’è nessuna delle due componenti; né il supporto degli autotrasportatori che possano generare il blocco, né il fuoco sacro del popolo, ancora troppo distante dal volersi riversare per le strade oltre le facili intenzioni manifestate con i click sui social network. C’è solo il malcontento dei meridionalisti che arriva da lontano e non è una novità. Per Lunedì mattina è fissato un primo focolaio napoletano a Piazza Garibaldi. Un appuntamento a tempo, dalle 9:00 alle 10:00. E poi dopo? Tutti a lavorare? Immagino che molta gente lo farà anche prima, ma spero di no. Spero cioè di sbagliarmi, e di vedere tanta di quella gente da non aver bisogno di autotrasportatori per avviare una vera rivolta. Che prima o poi, continuando così, sarà comunque inevitabile.
Il comandante affonda con la nave, metafora del paese
le colpe, la gogna, la strumentalizzazione
Angelo Forgione – Che disastro, Francesco Schettino! Non tocca a noi giudicare il suo comportamento sulla “Concordia” prima della tragedia dell’isola del Giglio, ma sicuramente possiamo farci un’idea della sua condotta nel momento dell’apocalisse sulla scorta dell’ormai famosissima telefonata intercorsa col Capitano di fregata Gregorio De Falco che lo scuoteva e lo richiamava ai suoi doveri disattesi.
Di certo il Comandante più detestato e famoso del mondo ha tutto il diritto di farsi giudicare in un’aula di tribunale ma la realtà è che il mostro è stato sbattuto in prima pagina e per lui sembra che il processo sia finito ancor prima di iniziare. Abbandonare la nave e non risalirci su è il dato oggettivo per cui Schettino è colpevole, e questo è chiaro a tutti, ma per tanti è anche uno sbruffone, un buono a nulla, e persino un soggetto pericoloso e spavaldo della cui minacciosa personalità bisognava accorgersi prima. È questa l’aberrazione che indicava un servizio del TG5 delle 20:00 del 17 Gennaio (minuto 6.23) in cui delle immagini tratte da Youtube che ritraggono Schettino sulla “Concordia” in atteggiamenti normali per un comandante di una nave da divertimento sono state commentate però come se si trattasse di condotte sopra le righe di una star. E addirittura un riferimento ai suoi tratti somatici, utili alle teorie razziste-risorgimentali di Cesare Lombroso che avrebbero potuto essere applicate sul personaggio, tirate fuori dal giornalista Carmelo Sardo, siciliano d’origine. Schettino sembra proprio essere colpevole, e dovrà pagare quando il processo lo dichiarerà tale, ma l’analisi dell’uomo prima del regolare giudizio non piace a tutti. E non è l’unico colpevole perchè non si diventa comandanti di crociera dalla sera alla mattina, e se Schettino è divenuto tale è perchè qualcuno deve averlo ritenuto idoneo per il ruolo delicato da ricoprire. Nell’interrogatorio di garanzia si è definito “un bravo comandante” e per questo il GIP non gli ha concesso la libertà perchè ha capito che il personaggio non si rende conto della realtà; dunque, chi ha stabilito, in seno alla compagnia di navigazione, che fosse in grado di assumersi la responsabilità di sovraintendere alla sicurezza di migliaia di persone? La Costa crociere, sul blog ufficiale, decantava nel Settembre 2010 il cosiddetto inchino della “Concordia” all’isola di Procida (video) e ringraziava il comandante, salvo poi prenderne le distanze all’indomani della sciagura. La pratica non era sporadica e la ripetevano anche altre compagnie in ogni posto suggestivo, come di fianco ai faraglioni di Capri. Come non pensare poi che se ha cambiato la rotta è perchè tale manovra, seppur da fare in assoluta sicurezza, gli era consentita dalle norme della navigazione? Forse anche le norme vanno riviste. È triste poi dover constatare che il comandante campano sia diventato lo strumento per uno squallido giudizio sulle sue origini napoletane. Leghisti e non, da più parti, attaccano la comunità napoletana capace di generare personaggi del genere, levantini e incapaci di assumersi delle responsabilità. La sottocultura italiana del dito sempre puntato è venuta a galla mentre la nave era ormai ripiegata su se stessa. Schettino è figlio della cultura marinara di Meta di Sorrento, cittadina che affaccia sul mare e quell’orizzonte lo scruta ogni giorno. Una cultura prima imparata nella sua formazione marittima e poi tradita in una notte di follia e terrore, ma pur sempre una cultura che ha dato e da tanto all’Italia. La stessa cultura del Capitano di fregata Gregorio De Falco da Sant’Angelo di Ischia, da tutti indicato come l’uomo che ha dimostrato polso fermo e sangue freddo ma che non era al posto scomodo di Schettino. Il colloquio telefonico tra i due era a Livorno ma sembrava svolgersi a Napoli. Due rovesci della stessa medaglia. Certamente l’impatto emotivo è fortissimo perchè si tratta di un caso rarissimo di affondamento di una nave da crociera, che a maggior ragione poteva diventare una vera carneficina visto il numero dei passeggeri che equivaleva a quello di una piccola città, e ora è facile ironizzare su una presunta mentalità irresponsabilmente meridionale di Schettino; ma la memoria corta di una certa becera sottocultura italiana fa dimenticare che nel 2001 una tragedia ben più grave ma meno “cervellotica” vide due aerei scontrarsi a terra sulla pista di Linate con ben 118 morti, e le condanne colpirono Sandro Gualano, Paolo Zucchetti, Antonio Cavanna e Giovanni Lorenzo Grecchi; un torinese, due milanesi e un pavese ritenuti responsabili di gravi omissioni e negligenze procedurali. Gli errori e le esuberanze fanno parte degli uomini, e quando ne fanno le spese delle vite umane bisognerebbe avere rispetto del dolore dei familiari invece di accendere i toni con polemiche soverchie. Schettino è oggi l’immagine della codardia alla quale si contrappone quella incancellabile del coraggio impavido che risponde al nome del carabiniere napoletano Salvo D’Acquisto, colui che nel 1943, a soli 23 anni, sacrificò la sua vita per salvare 22 prigionieri italiani dalla fucilazione delle SS naziste. Medaglia d’Oro al valore lui come la stessa città di Napoli il cui popolo, cacciando da solo dal proprio suolo le soldatesche germaniche sfidandone la feroce rappresaglia, indicò a tutti gli italiani la via della salvezza. Non lo si dimentichi!
il cenno del giocatore Rodriguez sul rigore di Vidal
Angelo Forgione – Faccio una premessa. Ho condannato fin da subito il video che ha procurato fastidi al portiere del Napoli Morgan De Sanctis perchè ha gettato ombre infondate su una persona caratterialmente autentica e sempre capace di esporsi per il Napoli e per Napoli tirando fuori tutta la sua intimità senza artifici. È da più di un anno che ho lanciato la sua candidatura acapitano del Napoli, anche nelle trasmissioni radiofoniche e televisive, perchè ha sempre dimostrato di averne i requisiti morali e caratteriali e le iniziative ricalcate di questi giorni non possono che rallegrarmi. A chi lo conosce, quel video ha fatto sorridere perchè è proprio l’onestà e la serietà del portiere in questione ad averlo portato ad allargare le braccia per sfogo dopo un goal della sua squadra a seguito di circostanze particolari poi spiegate a chi non le capiva. Ma ormai il calcio è stato sporcato, ogni gesto è interpretabile e sospettabile e intendo dimostrarlo con questo contributo. Del resto, i sospetti, come nella vita di tutti i giorni, sono legittimi e la Procura di Napoli ha fatto benissimo ad acquisire le immagini. Ciò che però da fastidio è l’accanimento (e ci risiamo) che si è scatenato da parte di alcuni media nei confronti del Napoli e di Napoli, stigmatizzato da più fronti in questi giorni di tam-tam mediatico nelle trasmissioni televisive e radiofoniche locali. E allora, se i sospetti vanno chiariti, vanno chiariti per tutti. Per il Napoli ma anche per la Juventus ed il Cesena ad esempio. E si, perchè da tempo qualcuno mi ha segnalato un atteggiamento molto più che discutibile del giocatore Rodriguez nel corso della partita Juventus-Cesena del 4 Dicembre scorso. È la partita in cui, sul punteggio di 1-0 per la squadra torinese, l’arbitro Doveri di Roma assegnò un rigore (inesistente) per fallo (inesistente) del portiere Antonioli che in uscita allontanò il pallone ma venne travolto da Giaccherini in corsa. Rigore (inesistente) e per giunta espulsione (inesistente) di Antonioli, sostituito in porta dal difensore uruguaiano in quanto il Cesena aveva terminato i cambi. E per Vidal fu un gioco da ragazzi mettere a segno il goal che chiuse il match.
Rivedendo bene quelle immagini si osserva che Rodriguez, guadagnando la posizione tra i pali e infilando i guanti, fa un cenno con la testa (a Vidal?), indicando con gli occhi il lato sinistro dello specchio di porta. Quando lo juventino batte, il cesenate finge di buttarsi a destra per poi “camminare” verso il lato indicato, mentre il tiro finisce sul lato opposto.
Questo video è in mio possesso da giorni e mi domando come mai, in questi quaranta giorni, nessuno ne abbia mai parlato in un simile contesto di diffidenza che ha poi generato problemi al portiere del Napoli. Ritengo che il caso De Sanctis come quello di Rodriguez non meritassero attenzione e non avrei pubblicato il contributo perchè non mi piaceva il clima di sospetto che si stava creando, non esprimendomi mai senza essere supportato da dati e fatti. Per carità, potrebbe trattarsi anche di un trabocchetto del “portiere” per confondere il battitore, o per assurdo di un tic nervoso, o anche di un cenno ad un compagno di squadra. Ma alla luce di quanto accaduto in questi giorni mi sembra il caso di metterlo a disposizione di tutti preservando il diritto individuale di farsi un’idea, non dell’episodio in chiave di calcioscommesse ma in funzione di lettura di una sperequazione mediatica rispetto alle squadre coinvolte.
Angelo Forgione – All’indomani della querelle con Arturo Brachetti qualche riflessione è necessaria. Ho avuto uno scambio privato di posta elettronica con il formidabile artista torinese che ha confidato di essere turbato. E così come gli ho sottolineato l’errore, come era giusto fare, così evidenzio l’esagerazione e l’accanimento che da ieri ho letto sulla sua pagina ufficiale Facebook. Purtroppo lo zelo rispetto alla questione è stato strumentalizzato o mal interpretato da chi ha imperversato e perseverato senza educazione e civiltà. Così i napoletani non ci fanno una bella figura. La “battaglia” di V.A.N.T.O. è finalizzata all’educazione al rispetto di Napoli che va oltre il caso specifico, non una guerra di offese e improperi a singoli che cadono in errore senza accorgersene (e perciò sottolineiamo i casi affinchè non si ripetano), e chi ha degenerato la polemica in una certa maniera ha finito col pregiudicare anche il nostro intento. La maleducazione non ci appartiene e ne prendiamo fermamente le distanze. Ma purtroppo Facebook è anche questo. E probabilmente gli insulti appartengono a chi ogni giorno manca di rispetto alla città coi comportamenti quotidiani. L’educazione al rispetto di Napoli va imparata prima da molti napoletani. Riflettiamoci. Brachetti è davvero estimatore di Napoli e non è prevenuto ma ha commesso una leggerezza, come la commettono in tanti. Poi c’è chi chiede scusa e chi no, chi si umilia e chi si arrampica sugli specchi. Spero di poter presto ospitare su questo blog un suo messaggio pubblico per dimostrare che non c’è prevenzione reciproca e che si tratta di questione etica e non faziosa. Quando qualcuno scrive “manco a Napoli” vuole intendere che si è fatto peggio del peggio, e quel peggio è Napoli; la frase non lascia spazio a libere interpretazioni. Ma Brachetti non se ne è reso conto, perchè questi sono cliché italiani, modi di dire e pensare, frasi fatte che però i napoletani subiscono più degli altri da decenni. La reazione spiazza perchè non ci si rende conto che per anni Napoli è stata zitta ma ora il coperchio sta saltando, poichè non si tratta di singoli episodi ma di secoli di accanimento spicciolo e meno spicciolo, innocuo per chi ne è responsabile ma sfiancante per chi ne subisce la somma. Una cosa però è da sottolineare. Del furto del portafogli ai danni di Brachetti non ne ha parlato nessuno, a parte noi a Napoli e qualche organo informativo ticinese. Ricordate quando Yanina Screpante, la fidanzata di Lavezzi, fu derubata del Rolex a Posillipo? Andò su Twitter a scrivere “Napoli città di m….a”. Apriti cielo, divenne un caso nazionale e ne parlò lo stivale intero per giorni e giorni su giornali, telegiornali e trasmissioni varie, eclissando altre rapine ad altri calciatori in altre città. Brachetti ha fatto lo stesso ma, più signorilmente, invece di scrivere “Lugano città di m…a” ha digitato “manco a Napoli”. Gira che ti rigira, chi ti va sempre di mezzo? E poi finisce che ci tacciano di vittimismo.
Yanina derubata a Napoli scatena i mass-media, Arturo a Lugano macché! Forse perchè nel caso di Brachetti si è infiammato il “vittimismo” napoletano, mentre per la Screpante si è scatenato lo sciacallaggio mediatico. La testata ticinese (o sito, visto che non c’è firma agli articoli) “TicinoLibero” ha pubblicatola notizia del furtoraccontando della nostra indignazione con terminologia derisoria, andando oltre la cronaca del fatto ma facendo trasparire un’opinione sulla nostra reazione anziché preoccuparsi della propria figuraccia con l’artista. Termini come “napoletani gente permalosa”…“tale Angelo Forgione”…“VANTO starebbe a significare niente poco di meno che…”…“Radio Marte ovviamente ha montato il caso”… “attenti a come parlate dei napoletani”. Tutto sommato, uno scritto anche più offensivo dell’ingenuità di Brachetti. Come dire… “la brutta figura è nostra ma Brachetti l’ha fatta fare anche ai napoletani e quelli si arrabbiano pure”.
Ho scritto quindi in privato alla redazione e, senza avere uno straccio di risposta, la comunicazione privata è divenuta un nuovo spunto per ulteriore approfondimento. Con un benservito all’etica del giornalismo è alla correttezza.
Alla fine una sola domanda pongo ai cordiali colleghi giornalisti (?) di “TicinoLibero” e a tutti i lettori: ma se Arturo Brachetti avesse scritto “Lugano città di m…a” come fece Yanina, gli anonimi redattori di TicinoLibero sarebbero stati zelanti… o permalosi? E ne avrebbe parlato l’Italia intera, Canton Ticino compreso, oppure no? Facile accusare quando non si è colpiti… continuamente. Altro che vittimismo, chi scrive sa bene di cosa parla.
portafogli rubato a Lugano, lui “cita” Napoli e poi la fa sparire
Il grandissimo illusionista torinese Arturo Brachetti è in questi giorni a Lugano per il suo show che meraviglia il mondo “Ciak si gira”. Ma in territorio svizzero gli hanno sottratto il portafogli, e per una volta al gioco di prestigio ha assistito lui senza divertirsi. Tanta la rabbia, e così il grande artista è andato su Facebook per esternarla con un illusionismo a danno (e ci risiamo) dell’immagine di Napoli (immagine sotto). Scrivendo così:
Ma che palle!!!….sono a Lugano con lo show… il pubblico fantastico, caloroso e intelligente etc. Ma uno deve venire qui in Svizzera per farsi fregare il portafogli… in camerino durante lo show? Mai successo! ……manco a Napoli… tanto per dire!!
Ecco, appunto; tanto per dire cosa? Così Brachetti si è tirato dietro il risentimento di tanti napoletani, tra i quali tanti suoi fans delusi. E dunque, da grande illusionista, ha cancellato il post sostituendolo con uno praticamente identico in cui al posto della parola “Napoli” è comparsa la frase “manco in altre città… magari italiane…”. Et voilà!
Ricordiamo allo stimato artisticamente Brachetti che in quanto a “borseggi”, le statistiche dicono che la sua Torino è al top delle statistiche italiane e che Napoli, secondo le recenti statistiche del 2011, è solo al 91esimo posto.
Angelo Forgione – Finalmente ci siamo riusciti! L’Italia, dopo cinque mesi di battaglia di V.A.N.T.O., si è finalmente accorta dall’esempio di lealtà di Fabio Pisacane, ben precedente a quello del celebrato Simone Farina. Il nostro videoclip ha girato negli ultimi giorni sui computer delle redazioni sportive e non, indirettamente sprigionato dal presidente dell’Associazione Italiana Calciatori Damiano Tommasi che ha invitato ufficialmente il calciatore napoletano della Ternana al “Gran Galà del Calcio” che si terrà a Milano il 23 Gennaio con diretta su Sportitalia. I tanti solleciti con tanto di videoclip accompagnato all’indignazione hanno finalmente generato l’effetto Tommasi, e così la storia di Pisacane era stamante sulla Gazzetta dello Sport, poi a Radio Marte, a SkySport24 e a Studiosport dove Antonio Bartolomucci ha adoperato il nostro videoclip(ingrandendolo per nascondere i nostri marchi) per confezionare il servizio (lo si capisce dallo spicchio bianco del marchio di V.A.N.T.O. che si intravede in alto a destra durante le immagini di qualità “internet”) e non a caso ha sottolineato che il napoletano (e il romano) l’esempio lo danno. Elisabetta Manini, responsabile delle relazioni esterne della Ternana Calcio spa, ci ha fatto pervenire la soddisfazione del sodalizio umbro per la notizia. Magari presto potremo noi stessi consegnare un “Premio VANTO” al rossoverde in segno di stima per aver mostrato la faccia onesta della vera Napoli. Uno strano paese questo che in un solo giorno riesce a stare incollato ad un video senza fondamento che infanga un altro napoletano adottivo (De Sanctis) dai sani principi e dall’alto spessore morale, mentre ce ne mette centocinquanta per accorgersi che qualcuno, prima di Farina, aveva dato un esempio altissimo di lealtà sportiva di cui non solo il mondo del calcio ha bisogno. Abbiamo difeso Pisacane e ora difendiamo a spada tratta anche De Sanctis, non alla maniera dei bergamaschi che hanno issato a martire Doni infangando la città di Pisacane prima di scaricarlo perchè ormai scomodo per il sodalizio atalantino. No, De Sanctis lo difendiamo perchè è veramente al di sopra di ogni sospetto. Non si va davanti ad una telecamera a difendere l’onore di Napoli senza amarla davvero, senza avere carattere (dimostrato anche nell’episodio “incriminato”) e senza possedere integrità morale, contro l’accanimento di chi strumentalizzava rapine ai suoi compagni di squadra identiche a quelle capitate a tanti calciatori in tante altre città. Morgan l’ha fatto con voce quasi rotta da un sentimento autentico che l’ha reso poco lucido nel momento in cui cercava le parole per restituire alla città che l’ha adottato il rispetto che merita. Lui l’ha fatto, altri no! Ecco perchè, nel torbido della nostra società e del nostro calcio, Pisacane e De Sanctis sono Napoletani puliti, di nascita e d’adozione ma sempre “Napolitani” (con la i), gente da difendere senza offendere gli altri per nascondere se stessi. Noi non ne abbiamo bisogno. E a maggior ragione rilanciamo l’opzione di vedere presto la fascia di capitano sul braccio del portierone azzurro, supportando la speranza con un gruppo su Facebook nel quale sono invitati in massa tutti coloro che ne condividono le motivazioni.
In genere si conferiscono cittadinanze onorarie, come quella che Doni ha tradito in quel di Bergamo. Ma la fascia di capitano, almeno per una partita (se non per sempre, opinione del redattore), sarebbe come assegnare a De Sanctis la “Napoletanità ad honorem”. Dopo il disgusto di queste ore, se lo merita.
Roma e le città del nord in trend negativo, per Napoli positivo
Angelo Forgione – Statistiche e dati del Ministero degli Interni parlano chiaro: Napoli non è la capitale del crimine. Non può e non deve costituire motivo per supporre che Napoli sia una città serena, ma è sicuramente la conferma che i nodi stanno venendo al pettine. La povertà e l’indigenza stanno risalendo il paese e non sono più esclusiva prerogativa del meridione, e va da sé che micro e macro criminalità si stiano spalmando ormai lungo tutto lo stivale. Per anni Napoli è stata messa sotto i riflettori più di altre realtà che condividevano con essa eventi di cronaca nera, pagando in termini di immagine rispetto alle certezze dogmatiche dell’opinione pubblica sempre pronta a dipingere Napoli come inferno in terra. Ma da qualche anno si registra un’inversione di tendenza che sta restituendo alla percezione collettiva la reale dimensione del fenomeno criminale napoletano e di quello più complessivamente nazionale. Mentre le altre due metropoli Roma e Milano registrano un’impennata dei fenomeni nell’ordine dell’8% circa, e più o meno lo stesso accade per Genova, Bologna e Firenze, Napoli fa segnare un sensibile miglioramento intorno al7%, chiudendo l’anno al 23° posto per reati complessivi e al 91° per i cosiddetti “reati predatori”, cioè quegli scippi e rapine per cui Napoli è stata sdoganata e infangata nel mondo dai media e dall’opinione pubblica nazionali. Ma intanto il sindaco di RomaAlemanno dice che la sua città non è Napoli o Palermo. Una fotografia scattata in controtendenza rispetto alla congiuntura economica che sfavorisce ulteriormente Napoli e il Sud. Se a livello nazionale il Pil nel 2011 è cresciuto dello 0,6 per cento, in Campania si registra un -0,2 per cento che fa chiudere le aziende e fa aumentare la disoccupazione, con il 23% delle famiglie campane che vivono con poco più di 940 euro al mese, ovvero al di sotto della soglia di povertà. E anche in questo frangente, gli errori degli organi di informazione nazionale si ripetono perchè, mentre tutti si affannano inevitabilmente ad evidenziare la recrudescenza del fenomeno romano dimenticando quello di altre città meno importanti ma con gli stessi problemi (come evidenziato dal sindaco di Genova Marta Vincenzi), nessuno dà risalto al miglioramento napoletano, trattato solo nei confini regionali. Quel che puntualmente è stato tolto, puntualmente non viene restituito.
Reati in calo rispetto al 2010
• Provincia – 6.74 %
• Napoli – 6.79 % • Totale reati in Italia: 23° posto
• Scippi rapine e borseggi: 91° posto I numeri sfatano i luoghi comuni: Napoli registra meno reati di città come Milano o Genova
Nel 2012 in funzione la videosorveglianza
• 117 telecamere
• 287 lettori ottici Nei luoghi più esposti, come le aree turistiche, verrà intensificata la videosorveglianza
“Un nuovo regno”, pecche si ma gran valore didattico
presentazione del DVD di Luciano De Fraia sulla storia di Napoli
Angelo Forgione – Ho assistito alla proiezione in anteprima nazionale del DVD di “Napoli; la Storia Vol.II – Un nuovo Regno” al Teatrino di Corte di Palazzo Reale e avuto modo di rivederlo comodamente per poter esprimere un giudizio sul prodotto realizzato da “Pixel 06”. L’atmosfera alla presentazione era quella delle grandi occasioni, con importanti personalità del mondo accademico e artistico che hanno presentato il lavoro come il frutto di un’esigenza di raccontare un grande amore per Napoli e un’altrettanto grande voglia da parte dello scomparso autore Luciano De Fraia di raccontare la verità che la storia ufficiale non insegna. Assenti, per chiari motivi, le istituzioni e le grandi emittenti televisive. In sede di dibattito introduttivo, l’ex-sovrintendente speciale al Polo Museale di Napoli Nicola Spinosa (premiato nel 2008 col “FIAC Excellency Award 2008″ come uomo che ha più contribuito alla diffusione della cultura italiana negli Stati Uniti) ha colpito l’affollata platea con un attacco alle istituzioni locali che hanno ignorato il percorso lavorativo di De Fraia, evidentemente troppo stridente con il canovaccio retorico delle vicine celebrazioni unitarie. Ma l’invettiva è stata rivolta anche alla società civile napoletana, da sempre distratta e miope rispetto all’importanza delle ricchezze e al patrimonio della città, anche quelle più facilmente sotto gli occhi. Il DVD è ben realizzato, partendo dalla ricreazione in 3D del tessuto urbano della città del Sette-Ottocento, e si fa seguire sotto il profilo didattico partendo dal disastroso periodo del viceregno austriaco e giungendo alle altrettanto disastrose modalità con cui si è fatta l’unità d’Italia attraverso il racconto e le opinioni di storici dell’arte, dell’architettura, dell’urbanistica e dell’economia tra cui appunto Nicola Spinosa, a cui si aggiunge la piacevole presenza dell’artista Peppe Barra. Il tutto ben tenuto insieme dalla narratrice Sara Missaglia che cuce gli interventi sul periodo austriaco, il primo periodo borbonico, la repubblica del ‘799, la prima restaurazione borbonica, il periodo francese, la seconda restaurazione borbonica, il periodo preunitario e la colonizzazione sabauda. Le impressioni evidenti che vengono fuori dalla visione del DVD sono due; la prima, meno marcata, ma evidente per chi è appassionato di storia napoletana, è la predilezione delle istanze francesi-giacobine rispetto al filone borbonico. Sul piatto della bilancia, eccessivo peso viene dato alla dura repressione borbonica dei cosiddetti “martiri del ’99” senza far pesare in alcun modo l’inconsistenza dei falsi ideali repubblicani che funsero da alibi per spogliare la città delle sue ricchezze, durando per questo soli sei mesi. Giusti meriti vengono dati a Gioacchino Murat così come a Carlo III di Borbone, ma l’immagine di Ferdinando II è quella che viene più penalizzata perchè ritenuto responsabile di un’autarchia dispotica che era invece un’opposizione ferma e decisa alle brame delle massonerie internazionali pronte a divorare e spazzare via la città e il suo regno dal panoramo geopolitico europeo. Dei meriti di Ferdinando II, capace di veicolare Napoli verso il progresso e la modernizzazione dell’epoca, ci sono poche tracce, così come nessun riferimento si fa proprio alle massonerie internazionali che ricoprirono un ruolo cardine in quegli anni di tumulti, sostanzialmente assenti in un percorso didattico che riduce l’approssimarsi all’appuntamento unitario ad un esclusivo interesse politico-sociale nazionale. La seconda impressione evidente, più marcata della prima, è il cambio di registro interpretativo ed emotivo al momento del racconto risorgimentale. L’unità d’Italia viene descritta per quella che è (anche nei titoli): una colonizzazione. A questo punto spariscono dal racconto coloro che più hanno esaltato le istanze francesi e restano sulla scena, oltre la narratrice che sembra interpretare il sentimento di De Fraia, quelli evidentemente più arrabbiati: Nicola Spinosa e Peppe Barra. Cambia registro anche la colonna sonora e si racconta con evidente risentimento ed emozione, che ricade sullo spettatore, delle promesse-bugie di Garibaldi, del ruolo assegnato alla camorra per l’affermazione coatto del piano unitario, delle nefandezze dei Savoia, dei falsi plebisciti, del saccheggio delle regge napoletane, della perdita dell’ossatura industriale, del patrimonio edilizio e di quello economico, della distruzione del tessuto sociale meridionale a colpi di leggi speciali per piegare le rivolte. Barra individua nell’incontro di Teano l’inizio della distruzione culturale di Napoli e del Mezzogiorno, e nel sottostare alla colonizzazione l’origine delle disgrazie. Spinosa spiega l’Italia che nasce, «un’Italia che prima scambiava le sue culture e che da quel momento (e fino ad oggi, ndr) non appartiene a nessuno», domandandosi quali potessero essere le reazioni dei napoletani di allora per lanciare una riflessione che è al tempo stesso una sentenza: «Garibaldi crea entusiasmo perchè può riscattarci dalla cattiva gestione borbonica? Ma consegna un mezzogiorno ricco ai Savoia». Ecco dunque cosa bisogna chiedersi, e Spinosa lo fa intendere alla perfezione: cos’era dunque la “cattiva gestione” borbonica se poi «quello stato era al centro d’Europa, la produzione artistica era notevolissima, e pur tra tante miserie c’erano manifestazioni di altissima cultura e straordinaria civilità»? Con passione evidente, l’ex sovrintendente si dichiara a voce alta «occupato in quanto cittadino napoletano» e accusa con disprezzo l’aristocrazia napoletana che tradì Napoli per trasferirsi alla corte sabauda. Il DVD si chiude con la lettera di Giustino Fortunato in cui si legge che “l’unità ci ha perduti per profondere i suoi benefici nelle province settentrionali”. E la platea si abbandona ad un convinto applauso. Un lavoro ricco di carica emotiva, dunque, soprattutto nella parte conclusiva. Con qualche pecca narrativa e tecnica (l’audio di alcuni protagonisti non è perfetto), ma che alla fine rende in maniera ineccepibile l’idea dell’unica grande verità centrale: l’unità andava fatta, ma non questa. E le disastrose conseguenze le paghiamo ancora oggi con una “questione meridionale” nata ad arte allora e mai azzerata. Il valore didattico dell’opera è tutto qui. E la presentazione all’indomani della chiusura dell’anno delle retoriche celebrazioni unitarie, in un luogo così simbolico, ha lanciato un messaggio chiaro alle istituzioni ma anche ai napoletani ancora ignari. Sempre meno, ormai.