L’esegesi dello spot Panda

L’esegesi dello spot Panda

come nasce il messaggio “marchionnista” dei buoni e dei cattivi

Angelo Forgione – Torno sullo spot della nuova Fiat Panda a poco più di una settimana dal lancio. Uno spot che ha diviso l’opinione tra chi lo apprezza e chi lo critica ferocemente. Ed essendo tra quelli che l’hanno criticato da subito, attivando una procedura di verifica presso l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (in attesa di verdetto), sono stato io stesso oggetto di condivisioni e contestazioni. Il dato certo è che sulla pagina ufficiale di Fiat su youtube i commenti sono rivolti più all’azienda che al prodotto. Questo è indice di una spaccatura tra chi lo vede semplicemente come spot e chi invece ne percepisce i messaggi aziendali ai lavoratori di Pomigliano e ha più rabbia nel contestarlo.
Il fastidio è provocato dalla filosofia esternata da Marchionne che ha parlato agli operai napoletani, invitandoli a mettersi in riga e a non fare i “fiom-pulcinella”, colpendo così anche la napoletanità rivestita di accezioni negative. Ma è procurato anche dalla presunzione da parte dell’AD Fiat di ergersi a giudice di Italia giusta e Italia sbagliata, abbandonando colpevolmente la coerenza necessaria per ottenere l’apprezzamento del pubblico: la Fiat che minaccia prima di lasciare l’Italia perchè ostacolo allo sviluppo dimenticandosi della qualità produttiva dello stabilimento napoletano per poi autocelebrare un proprio prodotto “made in Italy” decantando a posteriori le virtù dei lavoratori di Pomigliano, infastidisce. 
Nello spot c’è tutto il “ricatto” e basta ascoltare le parole di Marchionne rivolte al sindacato Fiom in tempi di trattative e scontri per capire come nasce lo spot, soprattuto la dichiarazione finale: «o facciamo il nostro lavoro seriamente o sennò la Fiat non è interessata». 
Sabato 28 Gennaio si è svolto a Napoli il Forum dei Comuni per i Beni Comuni e al Teatro Politeama si è vissuto un momento intenso ed emozionante quando Antonio Di Luca, operaio sindacalista Fiom di Pomigliano cassintegrato, ha letto alla platea, alla presenza di De Magistris, Vendola, Emiliano e Zedda, la testimonianza di un operaio “mobbizzato” che può far ben comprendere i presupposti che hanno portato al concepimento del messaggio pubblicitario della nuova Panda. La denuncia è chiara: gli operai di Pomigliano che hanno la tessera Fiom sarebbero sgraditi (pulcinella) e sono pronte nuove cause sindacali.
È chiaro che la visione asettica e disinteressata dello spot non consenta di comprenderne i presupposti; c’è infatti bisogno di tener conto delle dinamiche aziendali e sindacali che hanno preceduto il riassetto della Fiat di Pomigliano per afferrare il concept dello spot oltre la rappresentazione scenica. Purtroppo, parlando agli operai, si sono toccati anche tasti diversi quali la napoletanità in senso più ampio: come già evidenziato nella mia recensione, l’immagine finale dell’automobile in Piazza dell’Anfiteatro a Lucca sul claim “questa è l’Italia che piace” al termine di un’intera ambientazione a Napoli si configura come un messaggio negativo per la città partenopea. E puntualmente il Comune di Lucca comunica con orgoglio che “non a caso la nostra città è stata scelta per rappresentare un luogo d’arte riconoscibili in tutto il mondo e quale porta bandiera di quanto c’è di positivo e bello nel nostro paese” avocando a sé l’immagine positiva dell’Italia.
Ho spulciato sulla rete per capire come lo spot venga giudicato da chi va oltre il giudizio “artistico” e ho trovato tanta corrispondenza col mio giudizio. La condanna è tutta per il “marchionnismo” che intende dividere il mondo in buoni e cattivi, dove i secondi sono quei meridionali che non fanno quello che lui vuole. Marco Giusti su “il Manifesto” non sopporta Pulcinella in versione negativa “uè-uè” e si dispiace perchè non riesce proprio a capire quale carica negativa possano avere i maccheroni e non crede che agli operai possa far piacere sapere che si lavora alla grande solo se non si perde tempo con spaghetti e Pulcinella. Giovanna Cosenza su “Il Fatto Quotidiano” scrive che la Fiat svaluta implicitamente una certa Italia del Sud  dividendo il paese tra buoni e cattivi. Giampaolo Rossi su “Panorama” dice che lo spot è fin troppo carico di retorica e incoerenza. L’Unità sottolinea la provocazione di un’Italia tosta contro i Pulcinella. Libero punta il dito su Marchionne. Per Vincenzo Basile di fanpage non è felice l’abbinamento tra pasta-Vesuvio e voce fuoricampo che invita a non accontentarsi dell’immagine non brillante dell’Italia. TM news decreta la bocciatura dello spot da parte del web. E in tutto questo sono nati anche eloquenti controspot dalla parte degli operai.
Al di la del dibattito, è inconfutabile che la réclame sia al centro dell’attenzione e non è passata inosservata. E questo, nel bene e nel male, vuol dire qualcosa in un’epoca in cui le macchine si vendono sempre meno. Chi continua a venderle e non conosce crisi sono quei produttori che non hanno bisogno di realizzare spot ideologici perchè la loro migliore pubblicità è fare macchine di qualità.
Insomma, lo spot dell’Italia che piace non piace. 

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Caro Aurelio, ora devi dire se ti senti napoletano

Caro Aurelio, ora devi dire se ti senti napoletano

sfogo contro la stampa, non contro i napoletani

Angelo Forgione – Lo sfogo del presidente De Laurentiis in conferenza stampa partito da una risposta a Rino Cesarano è l’ennesimo sintomo di un rapporto da tempo burrascoso con la stampa. Tanti gli scontri fino alla guerra esplosa con la questione dei biglietti posti in vendita online, quando il patron non digerì l’accusa alla società di non essere matura per l’operazione. In quell’occasione così disse con toni alti alla stampa: «non ci dovete far fare la figura dei napoletani che non riescono ad organizzarsi la vita. Sono fiero di essere napoletano e sono stufo che voi non lo siate… vi meritate quello che avete per colpa vostra!»
L’ultimo sfogo è sulla stessa falsa riga, con il dito puntato sui giornalisti napoletani ritenuti autolesionisti per aver già definito fallimentare la stagione azzurra. «A Napoli non funziona un ca..o!» ha tuonato Aurelio; concetto estremo, ma come dargli torto se uno stadio si regge in piedi per virtù dello Spirito Santo e non c’è un palasport degno di tale nome?! Solo che questa volta non ha usato il “noi napoletani” ma il “voi”. De Laurentiis si è chiamato fuori. «Ma che ca..o avete vinto a Napoli?». Certo, è grave che un presidente non conosca il palmares del sodalizio che dirige e lo sminuisca agli occhi degli avversari storici, soprattutto alla luce della sua conoscenza delle differenze di opportunità tra Nord e Sud del paese, ed è grave che non rispetti la grande storia del Napoli prima di lui; ma ora il vero problema è capire se si sente fieramente napoletano di Torre Annunziata, come ha sempre detto, o se si sente un magnate venuto da Roma o addirittura da Los Angeles.
Lo abbiamo sentito più volte parlare di napoletanità, di orgoglio, di meridionalismo e di revisionismo storico. Ecco perchè sembra chiaro che con quel “voi” si riferisse ai giornalisti napoletani, e non ai napoletani tutti. Voleva cioè dire “che cosa avete raccontato voi giornalisti negli ultimi 20 anni?” De Laurentiis non ha attaccato Napoli anche se, nella sua veemenza, non si è accorto di offenderla; ed è per questo che deve chiarire serenamente la sua identità alla gente che paga biglietti, abbonamenti e smart card, che vuol sapere con certezza se alla guida del Napoli c’è un napoletano. La differenza è essenziale.

Gaffe di Linus e Matteo Curti sul metrò di Napoli

Gaffe di Linus e Matteo Curti sul metrò di Napoli

e quella battutina sui (portinai) napoletani?

Angelo Forgione – Nella puntata di “Deejay chiama Italia” del 24 Gennaio, inciampo multiplo di Linus e Matteo Curti sulla metropolitana di Napoli (nel video). Durante la trasmissione, il primo legge alcune notizie su fatti accaduti nel “mondo delle metropolitane”, secondo lui esistenti solo a Milano e Roma. Il discorso, partendo dalla maggiore grandezza del metrò milanese rispetto a quello romano, si sviluppa nella ricerca di città che siano dotate di trasporto su ferro sotterraneo classico e non leggero (esistente anche a Torino e Genova).
Linus ha così un barlume di cognizione citando Napoli per poi autosmentirsi dichiarando con espressione sufficiente «Forse Napoli? Ma non credo… non credo… c’è forse qualche trenino un po’ strano…». Finisce Linus e attacca Matteo Curti: «Loro hanno iniziato bene con il “Napoli-Portici”, i primi 11 km, e poi li sono rimasti». E sorrisi.

Seppure ancora in via di completamento, nessuno dei due conosce evidentemente l’esistenza della metropolitana di Napoli detta “dell’arte“, rientrante nel sistema dell’innovativo Metrò Regionale che ha vinto nel 2009 a Londra il premio Most Innovative Approach to Statione Development (Miglior approccio innovativo nello sviluppo delle stazioni) nell’ambito del “Metros 2009“, la più grande manifestazione internazionale sull’industria delle metropolitane, battendo le metropolitane di Londra e Varsavia. E le stesse stazioni ricevono continuamente premi per la loro bellezza e funzionalità man mano che si aprono al pubblico. Dunque, non è quindi un “trenino un po’ strano” ma una metropolitana modello nonostante ancora “work in progress”. Un metrò che attende lo splendore del terminal Municipio ricco di ritrovamenti archeologici della Napoli greca.
Alla fine della puntata ci pensa l’ascoltatore Marco da Botricello a richiamare alla realtà Linus (e Curti) che, associando la puntualizzazione all’oggetto della stessa, individua vagamente il paese nella zona della Campania. Qualcuno in regia gli dice che Botricello è in provincia di Catanzaro.
A Curti invece nessuno l’ha smentito, pur essendocene la necessità. La “Napoli-Portici“, di circa 7 km e non di 11, non è lo stato dell’arte dei trasporti napoletani perchè in epoca preunitaria la ferrovia fu prolungata fino a Castellammare mentre nascevano la Napoli-Caserta-Capua, e la Nola-Sarno. Poi, mentre il nuovo Stato cancellava i progetti borbonici, nascevano le funicolari, da quella del Vesuvio alle ben quattro urbane, proprio in concomitanza del primo passante ferroviario urbano d’Italia, ovvero l’attuale Linea 2 del metrò, datato 1925, che rappresenta il primo esperimento italiano di trasporto ferroviario urbano, ben prima di Roma e Milano. E ancora la Ferrovia Cumana, la Circumflegrea, la Circumvesuviana e l’Alifana. Fino ad arrivare addirittura al recente metrò del mare.
Nulla di grave, per carità. Non è che Linus e Curti siano esperti dell’argomento che debbano per forza sapere che in tema di trasporti Napoli è sempre stata all’avanguardia. Ma chi parla alla nazione in TV e radio è bene che si limiti ad esprimere opinioni o a snocciolare dati certi, onde evitare brutte figure. Forse è più “preoccupante” la battuta alla meneghina sui napoletani e sugli extracomunitari fatta da Linus il giorno seguente (clicca per ascoltare).

I monumenti equestri al Plebiscito? Sopravvissuti.

I monumenti equestri al Plebiscito? Sopravvissuti.

dalla pubblicazione “Largo di Palazzo” una foto emozionante

Angelo Forgione – I monumenti equestri in bronzo di Piazza del Plebiscito a Napoli rappresentano un patrimonio artistico 1inestimabile perchè scolpite da Antonio Canova, massimo esponente del Neoclassicismo, e completate dal suo allievo Antonio Calì utilizzando il modello canoviano della scultura corporea di Carlo III per realizzare la figura di Ferdinando IV nello stile intrapreso dal maestro. Eppure le due statue hanno rischiato seriamente di sparire, evitando la cattiva sorte grazie ai napoletani che le hanno “protette” in questi duecento anni circa di presenza nello slargo.
Si racconta che nel 1860, la furia iconoclasta di repubblicani e liberali avrebbe voluto che i due sovrani borbonici sparissero dal luogo ma le sculture sarebbero state salvate sfruttando una falla culturale, fingendo che in realtà si trattasse di imperatori romani, così come suggerito dall’armatura con la quale i due re furono raffigurati dal Canova per attinenza ai richiami storici del Neoclassicismo ispirato dagli scavi di Pompei.
Arrivarono poi le bombe dal cielo della seconda guerra mondiale. Napoli fu, durante il conflitto bellico, la città italiana che subì il numero maggiore di bombardamenti, con circa 200 raid aerei dal 1940 al 1944, di cui ben 181 soltanto nel 1943, con un numero di morti intorno alle 25.000 persone, in gran parte tra la popolazione civile. E anche i monumenti ne fecero le spese. Basti ricordare il violento bombardamento degli Alleati del 4 Agosto 1943 che provocò un incendio alla chiesa di Santa Chiara, durato quasi due giorni e capace di distruggerla quasi interamente.
I monumenti equestri del Plebiscito furono in quel periodo messi in sicurezza e superarono il pericolo brillantemente. Lo attesta l’immagine tratta dalla pubblicazione Largo di Palazzo che Valerio Maioli mi ha donato al tempo dell’approfondimento sul suo impianto di illuminazione artistica della piazza realizzato in epoca bassoliniana e poi neutralizzato, foto raffrontata ad uno scatto contemporaneo. E così ho trovato online una testimonianza tratta dall’archivio fotografico Parisio.
Oggi godiamo ancora della loro bellezza e del loro valore simbolico per la città, mentre l’inciviltà dei giovani moderni purtroppo ne fa bersaglio di insignificanti scritte sui basamenti, a testimoniare la perdita di memoria storica di un popolo che fa male a se stesso.

clicca sull’immagine per ingrandire

Nuovo spot “Panda”, un insulto ideologico a Napoli!

Nuovo spot “Panda”, un insulto ideologico a Napoli!

messaggi agli operai di Pomigliano, offese alla Napoletanità

Angelo Forgione – È partita il 22 Gennaio la campagna Fiat per il lancio della nuova Panda, il più importante del 2012 per la casa. 
Ideata da Kube Libre, il cortometraggio prende spunto da una domanda: “Quale Italia vogliamo essere?”

Girato a Napoli e dintorni, lo spot (in basso) ideato da Maxus, diretto da Luca Maroni e prodotto da Movie Magic (ma mutuato da quello della Jeep Grand Cherokee di Chrysler dedicato a Detroit prima capitale dell’auto e poi della miseria) parla agli italiani ma soprattutto ai lavoratori di Pomigliano d’Arco che sono proprio gli attori.
Basta poco per capire che i 90 secondi della pubblicità (dai tagli più corti non si evince) “incarnano” un messaggio di Sergio Marchionne ai dipendenti dello stabilimento napoletano. Si tratta del primo spot classista anti-sindacale, primo caso in Italia, in cui un datore di lavoro comunica agli operai le scelte a disposizione. Lo slogan scelto è “L’Italia che ci piace”. Da una parte c’è quella che produce, che sfida il mercato, che lavora con impegno e dall’altra ci sono gli italiani del folklore, di Pulcinella e dei maccheroni. Le formiche e le cicale. Una campagna che riflette la seccatura di Marchionne rispetto alle resistenze del sindacato Fiom circa il suo “modello produttivo Fiat”. 
Un messaggio agli operai di Pomigliano ma anche un’offesa a tutti i napoletani e alla napoletanità, che secondo l’azienda torinese sarebbe l’immagine folcloristica, pittoresca e degradante del paese.

Lo spot, recitato da una voce fuori campo, inizia con degli spaccati contrapposti dell’Italia: l’arte, l’inventiva, il talento per iniziare bene, come se non appartenessero anche questi ai napoletani, decadendo poi nel folklore e nella disoccupazione a cui fa da contraltare l’impiego offerto da mamma Fiat a Pomigliano. Messaggi negativi (ma il folklore è negativo a prescindere?) immortalati su immagini di Napoli: un Pulcinella in un teatro, quartieri popolari agghindati da panni stesi, giovani disoccupati con lo sguardo spento e arrabbiato sullo sfondo di un mercato rionale, uno skyline di Pomigliano con lo stabilimento ai piedi del Vesuvio dove l’operosità è rimarcata come “Italia capace di grandi imprese industriali”.

”Noi possiamo scegliere quale Italia essere”, dice lo speaker, come dire che possiamo scegliere se essere l’opulenta cultura piemontese o quella pigra napoletana. La scelta è sottolineata da un nuovo contrasto di concept visivi: da una parte artisti e operai Fiat e dall’altra i maccheroni, il Vesuvio e il golfo; il tutto corredato da una riflessione inquietante: “è il momento di decidere se essere noi stessi o accontentarci dell’immagine che ci vogliono dare”. E qui viene fuori l’equivoco degli stereotipi degli italiani verso i meridionali che sono quelli degli stranieri verso gli italiani, con quel pizzico di invidia verso una città capace di esprimere se stessa nel mondo, nel bene e nel male.
Offese subliminali alla Napoletanità nell’associazione immagini-speakeraggio, e “pizzini” agli operai di Pomigliano già piegati alle volontà superiori e ora umiliati con messaggi anche eloquenti in uno spot che decanta un prodotto fatto bene, che se è tale è grazie a quegli stessi operai che fanno di Pomigliano un modello qualitativo ancorché produttivo.
Napoli offesa in tutto lo spot, anche nel finale dove una Panda esce dallo stabilimento, percorre il lungomare di Napoli e le strade costiere della Campania per poi approdare come d’incanto in Piazza dell’Anfiteatro a Lucca, da Sud a Nord, mentre la voce esclama “questa è l’Italia che piace”.
Il messaggio commerciale sembra voler dire agli operai di Pomigliano di smetterla di protestare e di mettersi a lavorare. Qualcuno dica a Marchionne che i napoletani hanno bisogno del lavoro ma non di costruire auto per sentirsi uomini migliori, per sapere di essere artisti, creativi e stakanovisti anche godendo dei piaceri delle proprie ricchezze paesaggistiche e della propria cultura. E se non fossero ottimi lavoratori, Pomigliano non sarebbe il miglior stabilimento Fiat al mondo come da lui stesso asserito. Questo lo sapevano tutti, ma lui l’ha detto solo quando gli operai si sono piegati alle sue condizioni.
L’azienda torinese aveva già dato un segnale alla presentazione aziendale della nuova vettura, quando sulla brochure si leggeva “Noi siamo quello che facciamo”, riformulato nello spot; un claim che non è sfuggito a quegli operai che sanno cosa si legge su un muro di ingresso del forte piemontese di Fenestrelle: “Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce“. In quella fortezza furono deportati i soldati napoletani che non volevano giurare per Vittorio Emanuele II.
Cornuti e mazziati, e lo sdegno monta.

Anche Il Fatto Quotidiano e L’Unità ravvisano accezioni negative dello spot verso il Sud

Riflessioni sui “Forconi”

Riflessioni sui “Forconi”

Angelo Forgione – Centinaia di richieste mi giungono per conoscere il mio pensiero sul “Movimento dei Forconi”. Mi sembra quindi doveroso esprimermi sulla rivolta siciliana che è sintomo emblematico del disagio del popolo. Che sia partito dalla Sicilia è, secondo me, normale perchè le proteste partono sempre dal basso. E quando il basso corrisponde col profondo Sud laddove la questione meridionale è ancora più meridionale, tutto si incastra nel quadro della relazione causa-effetto.
La protesta sta avendo un successo perchè, oltre alla gente, si basa sulla partecipazione degli autotrasportatori che hanno bloccato non tanto le strade quanto i rifornimenti, e in una società in cui viveri e carburanti sono sullo stesso piano di importanza per la sopravvivenza è facile capire che se la protesta dovesse continuare con questi connotati potrebbe causare danni ai poteri forti. Un fenomeno che nasce perchè i carburanti costano troppo, non perchè il popolo del Sud non ha il piatto a tavola o perchè non ne può più di un paese sbilanciato a nord, ed è su questo che bisogna riflettere.
Alcuni focolai si accendono spontanei in altre zone del Meridione ma sono più che altro manifestazioni di malcontento, sfoghi giustissimi di alcune persone pronte a scendere in piazza che difficilmente incontrano la sensibilità di una vasta massa. Si organizzano su Facebook, lanciano il raduno, accolgono le solite adesioni a furia di click e “ci sarò”, per poi ritrovarsi in pochi per strada come nel caso di Pescara (minuto 6:00).
La protesta, oggi come oggi, necessita del blocco dei trasporti per ottenere il risultato siciliano, oppure del coinvolgimento di massa della gente, pronta a sacrificare giornate di lavoro (se c’è) per scendere in piazza ad oltranza, h24, per bloccare le strade. E nel secondo caso, l’identificazione coi forconi sarebbe anche superflua perchè sarebbe la vera rivoluzione.
A chi mi domanda quale sia la situazione di Napoli rispondo che non c’è nessuna delle due componenti; né il supporto degli autotrasportatori che possano generare il blocco, né il fuoco sacro del popolo, ancora troppo distante dal volersi riversare per le strade oltre le facili intenzioni manifestate con i click sui social network. C’è solo il malcontento dei meridionalisti che arriva da lontano e non è una novità.
Per Lunedì mattina è fissato un primo focolaio napoletano a Piazza Garibaldi. Un appuntamento a tempo, dalle 9:00 alle 10:00. E poi dopo? Tutti a lavorare? Immagino che molta gente lo farà anche prima, ma spero di no. Spero cioè di sbagliarmi, e di vedere tanta di quella gente da non aver bisogno di autotrasportatori per avviare una vera rivolta. Che prima o poi, continuando così, sarà comunque inevitabile.

Il comandante affonda con la nave, metafora del paese

Il comandante affonda con la nave, metafora del paese

le colpe, la gogna, la strumentalizzazione

Angelo Forgione – Che disastro, Francesco Schettino! Non tocca a noi giudicare il suo comportamento sulla “Concordia” prima della tragedia dell’isola del Giglio, ma sicuramente possiamo farci un’idea della sua condotta nel momento dell’apocalisse sulla scorta dell’ormai famosissima telefonata intercorsa col Capitano di fregata Gregorio De Falco che lo scuoteva e lo richiamava ai suoi doveri disattesi.
Di certo il Comandante più detestato e famoso del mondo ha tutto il diritto di farsi giudicare in un’aula di tribunale ma la realtà è che il mostro è stato sbattuto in prima pagina e per lui sembra che il processo sia finito ancor prima di iniziare. Abbandonare la nave e non risalirci su è il dato oggettivo per cui Schettino è colpevole, e questo è chiaro a tutti, ma per tanti è anche uno sbruffone, un buono a nulla, e persino un soggetto pericoloso e spavaldo della cui minacciosa personalità bisognava accorgersi prima. È questa l’aberrazione che indicava un servizio del TG5 delle 20:00 del 17 Gennaio (minuto 6.23) in cui delle immagini tratte da Youtube che ritraggono Schettino sulla “Concordia” in atteggiamenti normali per un comandante di una nave da divertimento sono state commentate però come se si trattasse di condotte sopra le righe di una star. E addirittura un riferimento ai suoi tratti somatici, utili alle teorie razziste-risorgimentali di Cesare Lombroso che avrebbero potuto essere applicate sul personaggio, tirate fuori dal giornalista Carmelo Sardo, siciliano d’origine.
Schettino sembra proprio essere colpevole, e dovrà pagare quando il processo lo dichiarerà tale, ma l’analisi dell’uomo prima del regolare giudizio non piace a tutti. E non è  l’unico colpevole perchè non si diventa comandanti di crociera dalla sera alla mattina, e se Schettino è divenuto tale è perchè qualcuno deve averlo ritenuto idoneo per il ruolo delicato da ricoprire. Nell’interrogatorio di garanzia si è definito “un bravo comandante” e per questo il GIP non gli ha concesso la libertà perchè ha capito che il personaggio non si rende conto della realtà; dunque, chi ha stabilito, in seno alla compagnia di navigazione, che fosse in grado di assumersi la responsabilità di sovraintendere alla sicurezza di migliaia di persone? La Costa crociere, sul blog ufficiale, decantava nel Settembre 2010 il cosiddetto inchino della “Concordia” all’isola di Procida (video) e ringraziava il comandante, salvo poi prenderne le distanze all’indomani della sciagura. La pratica non era sporadica e la ripetevano anche altre compagnie in ogni posto suggestivo, come di fianco ai faraglioni di Capri. Come non pensare poi che se ha cambiato la rotta è perchè tale manovra, seppur da fare in assoluta sicurezza, gli era consentita dalle norme della navigazione? Forse anche le norme vanno riviste.
È triste poi dover constatare che il comandante campano sia diventato lo strumento per uno squallido giudizio sulle sue origini napoletane. Leghisti e non, da più parti, attaccano la comunità napoletana capace di generare personaggi del genere, levantini e incapaci di assumersi delle responsabilità. La sottocultura italiana del dito sempre puntato è venuta a galla mentre la nave era ormai ripiegata su se stessa. Schettino è figlio della cultura marinara di Meta di Sorrento, cittadina che affaccia sul mare e quell’orizzonte lo scruta ogni giorno. Una cultura prima imparata nella sua formazione marittima e poi tradita in una notte di follia e terrore, ma pur sempre una cultura che ha dato e da tanto all’Italia. La stessa cultura del Capitano di fregata Gregorio De Falco da Sant’Angelo di Ischia, da tutti indicato come l’uomo che ha dimostrato polso fermo e sangue freddo ma che non era al posto scomodo di Schettino. Il colloquio telefonico tra i due era a Livorno ma sembrava svolgersi a Napoli. Due rovesci della stessa medaglia.
Certamente l’impatto emotivo è fortissimo perchè si tratta di un caso rarissimo di affondamento di una nave da crociera, che a maggior ragione poteva diventare una vera carneficina visto il numero dei passeggeri che equivaleva a quello di una piccola città, e ora è facile ironizzare su una presunta mentalità irresponsabilmente meridionale di Schettino; ma la memoria corta di una certa becera sottocultura italiana fa dimenticare che nel 2001 una tragedia ben più grave ma meno “cervellotica” vide due aerei scontrarsi a terra sulla pista di Linate con ben 118 morti, e le condanne colpirono Sandro Gualano, Paolo Zucchetti, Antonio Cavanna e Giovanni Lorenzo Grecchi; un torinese, due milanesi e un pavese ritenuti responsabili di gravi omissioni e negligenze procedurali.
Gli errori e le esuberanze fanno parte degli uomini, e quando ne fanno le spese delle vite umane bisognerebbe avere rispetto del dolore dei familiari invece di accendere i toni con polemiche soverchie. Schettino è oggi l’immagine della codardia alla quale si contrappone quella incancellabile del coraggio impavido che risponde al nome del carabiniere napoletano Salvo D’Acquisto, colui che nel 1943, a soli 23 anni, sacrificò la sua vita per salvare 22 prigionieri italiani dalla fucilazione delle SS naziste. Medaglia d’Oro al valore lui come la stessa città di Napoli il cui popolo, cacciando da solo dal proprio suolo le soldatesche germaniche sfidandone la feroce rappresaglia, indicò a tutti gli italiani la via della salvezza. Non lo si dimentichi!

De Sanctis nella bufera. Ma quel Juventus-Cesena?

De Sanctis nella bufera. Ma quel Juventus-Cesena?

il cenno del giocatore Rodriguez sul rigore di Vidal

Angelo Forgione – Faccio una premessa. Ho condannato fin da subito il video che ha procurato fastidi al portiere del Napoli Morgan De Sanctis perchè ha gettato ombre infondate su una persona caratterialmente autentica e sempre capace di esporsi per il Napoli e per Napoli tirando fuori tutta la sua intimità senza artifici. È da più di un anno che ho lanciato la sua candidatura a capitano del Napoli, anche nelle trasmissioni radiofoniche e televisive, perchè ha sempre dimostrato di averne i requisiti morali e caratteriali e le iniziative ricalcate di questi giorni non possono che rallegrarmi. A chi lo conosce, quel video ha fatto sorridere perchè è proprio l’onestà e la serietà del portiere in questione ad averlo portato ad allargare le braccia per sfogo dopo un goal della sua squadra a seguito di circostanze particolari poi spiegate a chi non le capiva.
Ma ormai il calcio è stato sporcato, ogni gesto è interpretabile e sospettabile e intendo dimostrarlo con questo contributo. Del resto, i sospetti, come nella vita di tutti i giorni, sono legittimi e la Procura di Napoli ha fatto benissimo ad acquisire le immagini. Ciò che però da fastidio è l’accanimento (e ci risiamo) che si è scatenato da parte di alcuni media nei confronti del Napoli e di Napoli, stigmatizzato da più fronti in questi giorni di tam-tam mediatico nelle trasmissioni televisive e radiofoniche locali. E allora, se i sospetti vanno chiariti, vanno chiariti per tutti. Per il Napoli ma anche per la Juventus ed il Cesena ad esempio. E si, perchè da tempo qualcuno mi ha segnalato un atteggiamento molto più che discutibile del giocatore Rodriguez nel corso della partita Juventus-Cesena del 4 Dicembre scorso. È la partita in cui, sul punteggio di 1-0 per la squadra torinese, l’arbitro Doveri di Roma assegnò un rigore (inesistente) per fallo (inesistente) del portiere Antonioli che in uscita allontanò il pallone ma venne travolto da Giaccherini in corsa. Rigore (inesistente) e per giunta espulsione (inesistente) di Antonioli, sostituito in porta dal difensore uruguaiano in quanto il Cesena aveva terminato i cambi. E per Vidal fu un gioco da ragazzi mettere a segno il goal che chiuse il match.
Rivedendo bene quelle immagini si osserva che Rodriguez, guadagnando la posizione tra i pali e infilando i guanti, fa un cenno con la testa (a Vidal?), indicando con gli occhi il lato sinistro dello specchio di porta. Quando lo juventino batte, il cesenate finge di buttarsi a destra per poi “camminare” verso il lato indicato, mentre il tiro finisce sul lato opposto.
Questo video è in mio possesso da giorni e mi domando come mai, in questi quaranta giorni, nessuno ne abbia mai parlato in un simile contesto di diffidenza che ha poi generato problemi al portiere del Napoli. Ritengo che il caso De Sanctis come quello di Rodriguez non meritassero attenzione e non avrei pubblicato il contributo perchè non mi piaceva il clima di sospetto che si stava creando, non esprimendomi mai senza essere supportato da dati e fatti. Per carità, potrebbe trattarsi anche di un trabocchetto del “portiere” per confondere il battitore, o per assurdo di un tic nervoso, o anche di un cenno ad un compagno di squadra. Ma alla luce di quanto accaduto in questi giorni mi sembra il caso di metterlo a disposizione di tutti preservando il diritto individuale di farsi un’idea, non dell’episodio in chiave di calcioscommesse ma in funzione di lettura di una sperequazione mediatica rispetto alle squadre coinvolte.

Brachetti come Yanina… casi uguali, reazioni diverse

Arturo come Yanina… casi simili, reazioni diverse

TicinoLibero dice “napoletani permalosi”

Angelo Forgione – All’indomani della querelle con Arturo Brachetti qualche riflessione è necessaria. Ho avuto uno scambio privato di posta elettronica con il formidabile artista torinese che ha confidato di essere turbato. E così come gli ho sottolineato l’errore, come era giusto fare, così evidenzio l’esagerazione e l’accanimento che da ieri ho letto sulla sua pagina ufficiale Facebook.
Purtroppo lo zelo rispetto alla questione è stato strumentalizzato o mal interpretato da chi ha imperversato e perseverato senza educazione e civiltà. Così i napoletani non ci fanno una bella figura. La “battaglia” di V.A.N.T.O. è finalizzata all’educazione al rispetto di Napoli che va oltre il caso specifico, non una guerra di offese e improperi a singoli che cadono in errore senza accorgersene (e perciò sottolineiamo i casi affinchè non si ripetano), e chi ha degenerato la polemica in una certa maniera ha finito col pregiudicare anche il nostro intento. La maleducazione non ci appartiene e ne prendiamo fermamente le distanze. Ma purtroppo Facebook è anche questo. E probabilmente gli insulti appartengono a chi ogni giorno manca di rispetto alla città coi comportamenti quotidiani. L’educazione al rispetto di Napoli va imparata prima da molti napoletani. Riflettiamoci.
Brachetti è davvero estimatore di Napoli e non è prevenuto ma ha commesso una leggerezza, come la commettono in tanti. Poi c’è chi chiede scusa e chi no, chi si umilia e chi si arrampica sugli specchi. Spero di poter presto ospitare su questo blog un suo messaggio pubblico per dimostrare che non c’è prevenzione reciproca e che si tratta di questione etica e non faziosa. Quando qualcuno scrive “manco a Napoli” vuole intendere che si è fatto peggio del peggio, e quel peggio è Napoli; la frase non lascia spazio a libere interpretazioni. Ma Brachetti non se ne è reso conto, perchè questi sono cliché italiani, modi di dire e pensare, frasi fatte che però i napoletani subiscono più degli altri da decenni. La reazione spiazza perchè non ci si rende conto che per anni Napoli è stata zitta ma ora il coperchio sta saltando, poichè non si tratta di singoli episodi ma di secoli di accanimento spicciolo e meno spicciolo, innocuo per chi ne è responsabile ma sfiancante per chi ne subisce la somma.
Una cosa però è da sottolineare. Del furto del portafogli ai danni di Brachetti non ne ha parlato nessuno, a parte noi a Napoli e qualche organo informativo ticinese. Ricordate quando Yanina Screpante, la fidanzata di Lavezzi, fu derubata del Rolex a Posillipo? Andò su Twitter a scrivere “Napoli città di m….a”. Apriti cielo, divenne un caso nazionale e ne parlò lo stivale intero per giorni e giorni su giornali, telegiornali e trasmissioni varie, eclissando altre rapine ad altri calciatori in altre città. Brachetti ha fatto lo stesso ma, più signorilmente, invece di scrivere “Lugano città di m…a” ha digitato “manco a Napoli”. Gira che ti rigira, chi ti va sempre di mezzo? E poi finisce che ci tacciano di vittimismo.
Yanina derubata a Napoli scatena i mass-media, Arturo a Lugano macché! Forse perchè nel caso di Brachetti si è infiammato  il “vittimismo” napoletano, mentre per la Screpante si è scatenato lo sciacallaggio mediatico.

La testata ticinese (o sito, visto che non c’è firma agli articoli) “TicinoLibero” ha pubblicato la notizia del furto raccontando della nostra indignazione con terminologia derisoria, andando oltre la cronaca del fatto ma facendo trasparire un’opinione sulla nostra reazione anziché preoccuparsi della propria figuraccia con l’artista. Termini come “napoletani gente permalosa”… “tale Angelo Forgione”… “VANTO starebbe a significare niente poco di meno che…”… “Radio Marte ovviamente ha montato il caso”“attenti a come parlate dei napoletani”. Tutto sommato, uno scritto anche più offensivo dell’ingenuità di Brachetti. Come dire… “la brutta figura è nostra ma Brachetti l’ha fatta fare anche ai napoletani e quelli si arrabbiano pure”.
Ho scritto quindi in privato alla redazione e, senza avere uno straccio di risposta, la comunicazione privata è divenuta un nuovo spunto per ulteriore approfondimento. Con un benservito all’etica del giornalismo è alla correttezza.
Alla fine una sola domanda pongo ai cordiali colleghi giornalisti (?) di “TicinoLibero” e a tutti i lettori: ma se Arturo Brachetti avesse scritto “Lugano città di m…a” come fece Yanina, gli anonimi redattori di TicinoLibero sarebbero stati zelanti… o permalosi? E ne avrebbe parlato l’Italia intera, Canton Ticino compreso, oppure no? Facile accusare quando non si è colpiti… continuamente. Altro che vittimismo, chi scrive sa bene di cosa parla.

Arturo Brachetti illusionista del luogo comune

Arturo Brachetti illusionista del luogo comune

portafogli rubato a Lugano, lui “cita” Napoli e poi la fa sparire

Il grandissimo illusionista torinese Arturo Brachetti è in questi giorni a Lugano per il suo show che meraviglia il mondo “Ciak si gira”. Ma in territorio svizzero gli hanno sottratto il portafogli, e per una volta al gioco di prestigio ha assistito lui senza divertirsi. Tanta la rabbia, e così il grande artista è andato su Facebook per esternarla con un illusionismo a danno (e ci risiamo) dell’immagine di Napoli (immagine sotto). Scrivendo così:

Ma che palle!!!….sono a Lugano con lo show… il pubblico fantastico, caloroso e intelligente etc.
Ma uno deve venire qui in Svizzera per farsi fregare il portafogli… in camerino durante lo show?
Mai successo! ……manco a Napoli… tanto per dire!!

Ecco, appunto; tanto per dire cosa? Così Brachetti si è tirato dietro il risentimento di tanti napoletani, tra i quali tanti suoi fans delusi. E dunque, da grande illusionista, ha cancellato il post sostituendolo con uno praticamente identico in cui al posto della parola “Napoli” è comparsa la frase “manco in altre città… magari italiane…”. Et voilà!
Ricordiamo allo stimato artisticamente Brachetti che in quanto a “borseggi”, le statistiche dicono che la sua Torino è al top delle statistiche italiane e che Napoli, secondo le recenti statistiche del 2011, è solo al 91esimo posto.