Curiamo gli Incurabili

Lanciamo l’hashtag #CuriamoGliIncurabili con un video di sensibilizzazione.

Perché il complesso degli Incurabili crolla per cedimento strutturale causato da abusivismo sottostante (un’autorimessa), e ha bisogno di cure.
Oltre alle testimonianze artistiche nella chiesa di Santa Maria del Popolo, vanno messi al sicuro i preziosi manufatti conservati nella settecentesca farmacia. Nella scaffalatura in noce, 427 vasi in maiolica con le stesse cromie del pavimento, tutto realizzato dai fratelli Giuseppe e Donato Massa, i più grandi “maestri riggiolari” napoletani, gli artefici del bellissimo Chiostro delle Clarisse di Santa Chiara, chiamati a ripetersi per l’antica spezieria, che doveva essere bella, bellissima, per rappresentare il prestigio di un antico ospedale di eccellenza nell’Europa del Settecento.
Nessuna ricostruzione o assemblaggio museale. Si tratta di un luogo rimasto identico a come è nato, sopravvissuto integro, così come fu pensato.
Bisogna dunque salvare una delle più importanti testimonianze del tardo-barocco di Napoli (insieme alla Cappella San Severo), e preservarne la continuità storica nella Napoli del futuro. I napoletani restino vigili!

video per condivisione facebook: www.facebook.com/AngeloForgioneOfficial/videos/2261564037437927

 

Perché el tomate è il pomodoro

Angelo ForgioneTomato in inglese. Tomate in spagnolo, francese e anche in tedesco. Ntomáta pure in greco, eppure è proprio la mitologia greca a dare il nome italiano al xitomatl azteco, che nel Belpaese è Pomodoro. E per capire perché bisogna andare – guarda un po’ – al Museo Archeologico di Napoli, la città del pomodoro.

È però necessario prima ripassare una delle dodici fatiche di Ercole, Hercules in latino e Eracle in greco. Si tratta di metafore della mitologia greca che significano un cammino spirituale di purificazione e redenzione, imperniate sulla necessità del figlio di Zeus di riscattarsi dall’uccisione della moglie e dei loro otto figli.

L’undicesima fatica è quella della conquista delle mele d’oro nel giardino delle Esperidi, di cui nessuno conosce l’ubicazione. Ercole riesce a impossessarsene mettendo in atto un tranello di cui è vittima Atlante, l’unico a sapere dove sia il giardino.
L’eroe cerca informazioni su questo giardino, in lungo e in largo, prova a cercarlo prima nelle zone remote della Grecia, poi si reca in Africa, attraversando prima l’Egitto, poi l’Etiopia e infine la Libia. Niente.
E allora è meglio cercare Atlante, il titano che regge il cielo sulle sue spalle, l’unico a sapere dove sono le mele. Ercole lo trova, e si offre di reggergli la volta celeste così che lui possa andare a prendere i frutti nel posto segreto. Affare fatto, ma quando il titano torna, dopo aver assaporato la libertà dall’enorme peso che è costretto a reggere sulla sua schiena, si mette in testa di lasciare Ercole in quella posizione per sempre, liberandosi dal suo obbligo.
Ercole riesce però a scappare grazie alla sua furbizia, fingendosi onorato del compito e chiedendo ad Atlante di reggergli il peso solo per un attimo, in modo da poter indossare una stuoia sulle spalle per comodità. Atlante gli crede ed Ercole scappa via con le tre mele d’oro, portando a compimento la sua undicesima fatica.

E ora si può andare al Museo Archeologico di Napoli, ove, tra la vasta preziosa Collezione Farnesiana di proprietà borbonica trasportata da Roma, troviamo proprio la statua di Atlante in affaticamento perenne e quella di Ercole in posizione di riposo dalle sue fatiche, con tre pomi nascosti nella mano destra, occultata dietro i possenti glutei. I pomi d’oro richiamano il colore del tomate di provenienza messicano-ispanica che alla metà del Cinquecento si credeva fosse quello del frutto. E quelle bacche, con quel colore, ispirarono il nome italiano, sulla scorta dei primi riferimenti scritti dal medico e botanico Pietro Andrea Mattioli. Solo successivamente lo stesso Mattioli propose in un suo lavoro in lingua latino, per la prima volta, il nome che pronunciamo oggi.

[…] colore primum viridi, deinde ubi maturitatem senserit, in quibusdam plantis aureum, in quibusdam verò rubeum visitur. Ideoque vulgo appellantur POMI d’oro, hoc est, mala aurea.
La mala aurea si riferiva, in un libro di lingua latina, all’iconografia classica, precisamente ai pomi d’oro raccolti furtivamente dal mitologico Ercole.

Kampanien 2013

L’Ercole Farnese, in epoca di razzie giacobine, fu imballato e approntato per andare all’esposizione del Louvre, ed essere sostituito con un volgare stampo in gesso. La Repubblica Napoletana cadde in pochi mesi e Ferdinando, al quale era giunta notizia che la scultura era partita, poté tirare un sospiro di sollievo quando, al suo ritorno a Napoli dall’esilio di Palermo, si accorse che il marmo era invece al suo posto. Napoleone continuò nel proposito transalpino di appropriarsi della statua. Se ne invaghì a tal punto da ritenerlo il più grande vuoto da colmare nell’esposizione universale del Louvre. Quando, nel 1808, il fratello Giuseppe Bonaparte divenne Re di Napoli, fece ulteriori progetti per assicurare la statua alla Francia. Per Bonaparte, quella statua non poteva proprio mancare alla sua collezione. Nell’ottobre 1810 chiamò a Parigi Antonio Canova affinché realizzasse il ritratto dell’Imperatrice Maria Luigia. Il grande scultore neoclassico gli manifestò l’intenzione di tornare a Roma alla conclusione del lavoro. L’Imperatore cercò di trattenerlo a Parigi così:
«Il centro è qui: qui tutti i capolavori antichi. Non manca che l’Ercole Farnese, che è a Napoli. Me lo sono riservato per me».
Canova gli rispose con vena patriottica:
«Vostra Maestà, lasci almeno qualche cosa all’Italia. I monumenti antichi formano collezioni a catena con una infinità d’altri che non si possono trasportare né da Roma né da Napoli.»
I contrasti tra Gioacchino Murat, successore di Giuseppe a Napoli, e il cognato Imperatore fecero in modo che il progetto di trasferimento dell’Ercole Farnese in Francia fosse ostacolato dal Re di Napoli. L’Europa napoleonica crollò qualche anno dopo e la statua, il grande cruccio dell’Imperatore, rimase con tutti i suoi significati nella collocazione designata, il primissimo museo dell’Europa continentale, il Real Museo di Napoli, oggi Museo Archeologico Nazionale. Non poteva che finire lì, e restarci, il simbolo di una classicità che dava il nome al frutto che Napoli, proprio a inizio Ottocento, metteva al centro della sua cucina, insegnando al mondo la sua commestibilità.

per approfondimenti: Il Re di Napoli (2019) – Napoli Capitale Morale (2017)

L’economia napoletana per salvare l’Occidente

Angelo ForgioneDal 29 al 31 marzo, a Firenze, presso il Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, il Festival Nazionale dell’Economia Civile, uno dei tanti che ormai si propongono di promuovere un paradigma economico le cui radici affondano nel pensiero economico di Antonio Genovesi, inventore e titolare della prima cattedra di Economia nella Napoli del secondo Settecento, che teorizzò come il fine ultimo di questa nuova scienza fosse la “pubblica felicità”, ossia il conseguimento del bene comune. Un’economia fondata sui principi di reciprocità, fraternità ed equità, non incivile come l’Economia Politica purtroppo imperante, quella tipicamente capitalista di stampo anglosassone. Un’economia da riaffermare per rimettere al centro l’uomo, il bene comune, la sostenibilità e l’inclusione sociale. Un’economia che considera il profitto come mezzo e non come fine, che vuole offrire soluzioni concrete al problema occupazionale, e che vuole ridurre le disuguaglianze. Un’economia che può far ripartire l’Italia, ricca di culture, paesaggi, arti e mestieri. Un’Italia aperta al mondo, nella quale l’innovazione si sposa con la tradizione.
Un altro evento che conferma quanto ho scritto in Made in Naples nel capitolo relativo all’Economia Civile:

(…) “civilizzazione” e “umanizzazione” dell’Economia, che, se fosse stata regolata come indicato e fatto nella Napoli dei Lumi, avrebbe creato reciprocità e fraternità, ispirato la vita relazionale delle persone e generato la “pubblica felicità”. Basterebbe riprendere la strada indicata da Napoli per salvare l’Italia, e non solo l’Italia; il segreto è tutto lì, e invece…

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“Il Re” presentato a la Feltrinelli di Napoli

Un intenso pomeriggio in soccorso degli archetipi napoletani che fanno buona parte dell’immagine dell’Italia nel mondo, convertiti in stereotipi dall’ingegneria sociale nazionale che da oltre un secolo e mezzo tiene la cultura meridionale al guinzaglio.
E se il piemontese Umberto Eco, riferendosi al militarismo sabaudo che conquistò il Paese, ebbe a dire che “senza l’Italia Torino sarebbe più o meno la stessa, ma senza Torino l’Italia sarebbe molto diversa”, i napoletani possono parafrasarne il paradosso dal punto di vista culturale e affermare, a buona ragione, che senza l’Italia Napoli sarebbe sempre Napoli, ma senza Napoli l’Italia non sarebbe la stessa.
Grazie ai davvero preziosissimi interventi di Marino Niola, Alfonso Pecoraro Scanio e Antonio Pace. E grazie ai presenti, ma di cuore.
Napoli non sarà mai un luogo comune!

Doppio appuntamento venerdì 22

Angelo ForgioneVenerdì 22 marzo doppio appuntamento tra il centro di Napoli e la zona flegrea con la mia saggistica.
Si comincia nel cuore della città, alle ore 18, con la presentazione de il Re di Napoli al megastore la Feltrinelli di Chiaia. Ne parlerò in compagnia del presidente della Fondazione Univerde Alfonso Pecoraro Scanio, promotore con successo della petizione #PizzaUnesco, dell’antropologo della contemporaneità Marino Niola e del presidente dell’Associazione Verace Pizza Napoletana Antonio Pace.

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Alle 20.30 la location sarà invece quella de Le Matiz Event, presso la caffetteria ‘Fumo e Caffè’ di Villaricca (NA), in via Torino 34, per la presentazione di Dov’è la Vittoria, nell’ambito di un più ampio dibattito organizzato dal Club Napoli Azzurri Flegrei sulla passione azzurra, sulle due Italie nel calcio e sulla violenza verbale e fisica negli stadi, al quale prenderanno parte, tra gli altri, anche Antonella Leardi e Gianni Improta.

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I cambiamenti demografici dal 1500 a oggi

Angelo ForgioneCome dimostra l’istogramma animato, quelle di Napoli e di Venezia sono le uniche aree metropolitane italiane ad essere state fra le 10 più popolose al mondo dal 1500 ad oggi.
Napoli è stata a tratti la più popolata area urbana in Europa, la prima d’Occidente e seconda del Mediterraneo (dopo Costantinopoli/Istanbul), e ha saputo riprendersi persino dal dimezzamento demografico della popolazione causato dalla peste del 1656. Al momento dell’unificazione italiana, nel 1861, era di gran lunga la più popolosa e importante città d’Italia. Oggi, impossibilitata ad espandersi, è la provincia italiana con la più alta densità di popolazione.

Il Re di Napoli con Vesuvio Live

Intervista di Francesco Pipitone per VesuvioLive.it

Tra i tanti protagonisti di Napoli e della sua storia, forse a nessuno era mai venuto in mente di dedicare particolare attenzione al pomodoro. Eppure attraverso di esso, dal suo arrivo nella città partenopea ai giorni nostri, si comprende quale ruolo e quale impatto abbia avuto non solo a livello locale, ma in tutto il mondo.

Tale intreccio è raccontato ne il Re di Napoli, il nuovo libro del giornalista e scrittore Angelo Forgione, edito da Magenes. Si tratta di un saggio storico che descrive il tragitto del pomodoro dalle Americhe all’Europa fino al Regno di Napoli, il luogo dove verrà sublimato per divenire infine un simbolo della cucina italiana in tutto il mondo.

Tantissime le sorprese per il lettore che verrà accompagnato in un viaggio affascinante, scoprendo come un’accoppiata vincente, quella costituita da pomodoro e napoletani, sia stata letteralmente in grado di cui cambiare le abitudini alimentari di un’enorme fetta di popolazione del pianeta, andando a modificarne anche la cultura. Non è un caso, infatti, se proprio grazie al pomodoro pizza e spaghetti siano diventate le parole più conosciute al mondo.

SOS molo borbonico di via Partenope

Angelo Forgione – L’antico molo borbonico sul lungomare di Napoli rischia di collassare. Una testimonianza del passato, sopravvissuta al nuovo lungomare tardo-ottocentesco, che per puro caso non è crollata con la violenta mareggiata dello scorso novembre. Da allora solo un lembo di pietra lo sostiene “in vita”, ma in quattro mesi non è scattato l’urgente intervento di ripristino.
Al di là del suo valore storico, è anche una questione di interesse turistico, trattandosi di uno scorcio molto suggestivo, scelto dai turisti per fotografare il Castel dell’Ovo sullo sfondo.
Pare che i fondi per intervenire siano disponibili. Eppure la sensazione è che un altro colpo di mare butterebbe giù tutto. Lo stiamo forse aspettando per poi piangere un altro scorcio di Napoli che fu?
Critiche e fatiscenti anche le condizioni in cui versa da tempo il vicino molo della “colonna spezzata”, pure bisognoso di intervento.

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Il turismo a Napoli all’ombra di Milano

Angelo Forgione – Napoli speranzosa e soddisfatta per la crescita turistica, che non tocca i 2 milioni di presenze annue ed è lontana dai 9 milioni di Milano, la città italiana più visitata dai turisti di tutto il mondo, la quinta relativamente alla sola Europa, seguita da Roma (8) e Venezia (10). Questo è quel che dice la classifica del ‘Global Destination Cities Index‘ stilata da Mastercard.

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Napoli, pur con il trend favorevole degli ultimi anni, punta a raggiungere i 2 milioni entro il 2020 e si affida al passaparola e ai social, ma senza una strategia davvero adeguata per andare a prendersi i viaggiatori e per farsi trovare sufficientemente preparata. Pulizia delle strade deficitaria, trasporti insufficienti, istruzione linguistica inadeguata, monumenti fatiscenti e scarsamente illuminati a sera, canteri ovunque, inciviltà incidente, sicurezza percepita all’esterno molto scarsa.

Questione di immagine e di disponibilità economica, certo, ma anche di competenze manageriali. Il divario è tutto nelle condizioni in cui versano le gallerie gemelle delle due città, la ‘Vittorio Emanuele II’ di Milano, che è un salotto lussuoso, e la malandata ‘Umberto I’ di Napoli. E mentre il capoluogo lombardo, grazie all’Expo, ha riqualificato l’intera cloaca della Darsena, l’antico porto fluviale, rendendola punto di ritrovo di cittadini e turisti per passeggiate nel verde, Napoli è ancora alle prese con la trentennale stasi del paradiso stuprato di Bagnoli.

Non si dimentichino mai le parole dell’esperto di turismo Josep Ejarque agli Stati Generali del Turismo di Napoli del marzo 2017:

«San Gennaro ha mandato i turisti a Napoli anche se non è stato fatto niente per attrarli. Ora bisogna rimboccarsi le maniche per portarceli».

San Gennaro era ovviamente la fortuna, il caso, e quel caso era il terrorismo internazionale sommato all’approdo a Capodichino delle compagnie di volo Low-Cost.
Il fatto è che Napoli non è percepita come città d’arte ma come città peculiare e pittoresca. Chi la visita lo fa per godere dei suoi sapori e dei suoi colori, ma difficilmente è consapevole di trovarvi un immenso scrigno di monumenti, di musei e di cultura universale. I viaggiatori finiscono per innamorarsi della città, della sua umanità, dell’esperienza unica della napoletanità e del suo immenso patrimonio artistico-culturale, ma non trovano standard europei, non la capitale continentale del turismo che dovrebbe e potrebbe tornare ad essere. La bellezza di Napoli attenua le carenze, ma quella è un dono di Dio e della Storia. Quanto può bastare per trattenere l’esercito dei viaggiatori mandato da San Gennaro? Prima che tutto rischi di esaurirsi sarebbe opportuno capire che non siamo nel Settecento del Grand Tour, in cui i tesori culturali attiravano i viaggiatori europei, ma nel Duemila, epoca di spietata concorrenza che corre su binari meno attenti alla conoscenza. E senza servizi adeguati non tutti tornano. Attrarli in massa, in questo scenario approssimativo, è impossibile.

Tratto da Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017):
“Gli stereotipi italiani abbondano, e sono diventati anche i luoghi comuni degli stranieri circa l’Italia intera, nazione che si affanna a emanare di Milano un’immagine limitata alla sua benedetta modernità e di Napoli il racconto di un regno folcloristico e maledetto. Ad essere più penalizzata è certamente la capitale meridionale, capace di meravigliare il tradizionale turismo culturale ma snobbata dai nuovi flussi, quelli meno sapienti, che antepongono il lusso all’arte. Sono i più ricchi viaggiatori, quelli delle nuove frontiere dell’economia internazionale, che puntano sul centro lombardo non principalmente per ammirarne le meraviglie artistiche e le testimonianze della storia ma attratti dal Quadrilatero della moda, smaniosi di andar per negozi nelle vie dalla capitale dello shopping, e di portare a casa il più costoso made in Italy da ostentare. Gli altri, i viaggiatori con conti in banca più asciutti, desiderosi di scoprire l’Italia, approdano a Napoli cercando la napoletanità e l’autenticità, vogliosi di immergersi nell’humus locale, protesi ai sapori e ai colori della tradizione, spesso ignorando la più nobile ricchezza partenopea. Da qui sorge l’effetto sorpresa, il classico stupore che ci si porta via concludendo l’esperienza sensoriale e inaspettatamente intellettuale all’ombra del Vesuvio. Napoli finisce per piacere in maniera imprevista, pur con tutte le sue criticità moderne, e con l’essere considerata una destinazione irripetibile, non globalizzata, una città con un patrimonio materiale ed immateriale che la rende unica. Solo allora svaniscono pregiudizi e paure di ritrovarsi in un far west del Duemila, e prendono il sopravvento percezioni diverse sui reali valori della città vesuviana. Il problema sta proprio nell’attendere l’esperienza e il passaparola, e il non riuscire a comunicare al mondo dei viaggiatori che Napoli non è solo un posto peculiare di fortissima identità ma anche una delle principali città d’arte d’Italia.”

Aurelio spaccanapoli

Napoli - Borussia Dortmund

Angelo Forgione – Era già successo in occasione di Napoli-Juve ed è accaduto anche in occasione di Napoli-Salisburgo. Gli ultrà della Curva B del San Paolo ad urlare a De Laurentiis la loro avversione ideologica e parte della Curva e dello stadio a fischiare gli ultrà.
Non è un fenomeno da sottovalutare ma il segnale che è ormai aperta la spaccatura nella tifoseria partenopea tra gli anti e i pro De Laurentiis. Difficile fare una proporzione in percentuali, ma guelfi e ghibellini azzurri sono ormai allo scontro per il presidente più divisorio che esista. Il suo è il più forte Napoli di sempre, quello di Maradona a parte. Ha portato la squadra a giocare continuamente contro Real Madrid, Chelsea, Liverpool, Manchester City, PSG, Bayern Monaco, Borussia Dortmund, etc. Ha creato una realtà calcistica importante in Italia e in Europa, e lo ha fatto in un territorio in cui l’economia e il pil pro-capite sono tra i peggiori del Continente. Eppure con la città non è mai scattato l’idillio, visto che in tanti lo accusano di aver raggiunto successo e ricchezza lucrando sulla passione dei napoletani. Nel resto d’Italia, invece, la Napoli del calcio è invidiata da tantissimi tifosi le cui anche importanti squadre annaspano nonostante i loro facoltosi proprietari americani e orientali. A Napoli no, in tanti aspettano lo sceicco che non verrà.

Il dibattito napoletano su Aurelio è un fenomeno interclassista e trasversale, appartenente alla Napoli popolare come in quella borghese. La vista da vicino del sogno mai afferrato con mano – lo scudetto – ha abbagliato buona parte del tifo, che si sente condannata al supplizio di Tantalo, per ferrea volontà di Aurelio il ragioniere, l’uomo che non fa lo stadio nuovo, che non si dota di un centro sportivo importante e proprio, che non investe nel vivaio, che fa calcio con le plusvalenze e senza cuore, che distribuisce stipendi alla famiglia sulla pelle dei tifosi e che intrappola i sogni di un’intera città. “Noi siamo il Napoli”, dicono i contestatori, e lui, il contestato, reagisce alla maniera del marchese del Grillo: “io so’ io e voi nun siete un…”

È davvero un rapporto da psicanalisi quello tra Napoli e De Laurentiis. Sì, perché più il Napoli dimostra costanza e più il presidente viene contestato. Il suo gradimento è inversamente proporzionale ai suoi risultati.
Non c’è dubbio che la sua più grande colpa sia quella di essere romano e, peggio ancora, refrattario alla napoletanità che spesso è proprio lui a chiamare in causa, salvo poi oltraggiare la sacralità patrimoniale partenopea: «La pizza non la sapete fare voi napoletani, quella romana è bella croccante». Lui non si affanna per farsi amare e per far smettere di sperare in un più ricco straniero, con radici lontanissime. E pensare che, se non fosse spuntato il romano di Torre Annunziata, il Napoli sarebbe finito nelle mani di un friulano, e chissà con quali risultati.

I nemici lo chiamano “pappone”. Quando pronunci questa parola a Napoli tutti pensano al presidente azzurro, anche i pro, quella parte della tifoseria che non gli è ostile, e se ne frega del personaggio e del suo caratteraccio. Per questa fetta di Napoli calcistica conta il Napoli, non chi ne è proprietario, e conta anche che il proprietario del Napoli non sia mai stato sfiorato nemmeno per errore da uno scandalo, da un’accusa di truffa o di collusione con la malavita, quella malavita da cui lui ben protegge l’intero club. Per la parte pro conta che l’imprenditore non metta il Napoli in difficoltà finanziarie come hanno fatto tutti i proprietari del passato, compreso Ferlaino. Conta che passi l’estate non a mendicare fidejussioni per iscrivere la squadra al campionato ma a scegliere calciatori di prospetto. Conta che abbia capacità e che assicuri continuità di progetto. Conta sentirsi protagonista, perché mentre i romani giallorossi e biancocelesti vincevano gli scudetti pompando bilanci e creando problemi poi “sanati” da spalmadebiti e banche, i napoletani stavano a guardare senza nulla contare, ed era bruttissimo. Conta che l’antipatico De Laurentiis gli abbia restituito la cittadinanza nel calcio che davvero conta, che non è la Serie A ma l’Europa.

La frangia più rumorosa, fino ad oggi, è stata quella che ha protestato. Un coro contro De Laurentiis, da qualche anno, c’è sempre alle partite del Napoli. Ora, però, ci sono anche i fischi. Non contro De Laurentiis ma contro chi contesta De Laurentiis. Ed è questa una notizia.