De Laurentiis: «si impegnino tutti nella rivoluzione di Napoli contro l’Italia»

Angelo Forgione – Mentre si scava nei punti indicati dai pentiti di camorra e si riesumano fusti pieni di sostanze nocive, il calcio Napoli fa parlare l’Europa per la sua forza e per il calore dei suoi tifosi. Gioie e dolori di un popolo da secoli su una linea di confine, che stavolta è vittima di un dramma silenzioso di cui non tutti hanno ancora compreso la reale portata. E allora, proprio in un momento di contrasto come questo, è bene rispolverare quelle parole pronunciate da Aurelio De Laurentiis il 21 maggio, alla vigilia dell’ingaggio di Benitez, nel giorno del convegno medico “Napoli, insieme per la salute”, organizzato dalla SSC Napoli a Città della Scienza. Il suo discorso spaziò dagli aspetti prettamente sportivi al recupero di Bagnoli, fino ai veleni intombati nelle campagne tra Napoli e Caserta dalla camorra su commissione degli industriali del Nord e della massoneria deviata, nel silenzio colpevole della politica nazionale. Ebbene, di quel discorso tutti riportarono solo le indiscrezioni sul futuro tecnico azzurro e sui programmi per la ricostruzione di “Città della Scienza”. Praticamente nessuno rese noti i suoi strali nei confronti del Presidente della Repubblica Napolitano, reo di aver ignorato la sua (?) Napoli nel corso del suo primo mandato, e men che meno la sollecitazione a tutto il popolo napoletano a prendere coscienza dello scempio ambientale perpetrato a danno delle vite dei cittadini della Campania, vittime di una peste del Duemila (guarda il video in alto).

«In questa regione c’è la più alta percentuale di tumori. Questa è una cosa che riguarda la nostra vita, la vita dei nostri figli. Vorrei che tutti si impegnassero in questa rivoluzione di Napoli contro l’Italia. Qualcuno mi accusa di essere separatista, borbonico, ma qui da noi è nata la civiltà. Anni e anni di dominazioni ci hanno insegnato a darci delle arie da grandi, ma sempre con un’umiltà di fondo. Io metto a disposizione di Città della Scienza 200 mila euro per la ricostruzione in qualità di Calcio Napoli. Questa Città della Scienza risorgerà presto, ma il problema è come disinnescare il problema di Bagnoli, cui mi ero interessato prima di prendere il Calcio Napoli. Volevo congiungere Mergellina con l’Excelsior. Volevo fare una marina fantastica, tipo Croisette di Cannes. Tutti progetti messi da parte, venivo visto come un visionario. Fu così anche quando presi il Napoli: “ma dove vai?”, mi dissero tutti. Guardate dove siamo arrivati.»

Troppo forte il concetto di Napoli contro l’Italia? Quelle parole furono riportate immediatamente da chi scrive, ma evidentemente è il caso di rimarcarle ancora, per sensibilizzare tutti gli appassionati sportivi circa un problema serio che incombe su tutti, tifosi e non. Popolista o no, De Laurentiis quelle parole le ha pronunciate di fronte a una platea e ben sapendo di avere taccuini e telecamere di fronte, sfruttando la sua immagine catalitica. Perché lui sa che il Napoli è la seconda religione della città, e lui ne è il Pontefice.

Sulle parole di De Laurentiis

Angelo Forgione – A “la Radiazza” di Gianni Simioli su Radio Marte, il commento alle significative parole di Aurelio De Laurentiis pronunciate durante il convegno “Napoli, insieme per la salute” a Città della Scienza.

L’ipocrisia della FIGC nella (finta) lotta al razzismo

Angelo Forgione – Giusta ma spasmodica e strumentale difesa di Balotelli che, dopo il caso Boateng, non si rende conto di essere simbolo della blanda lotta all’intolleranza, verso i calciatori di colore e basta. È un obbligo per le Istituzioni del calcio, non una precisa volontà. È ormai chiaro che i cori domenicali ricchi di ignoranza storica che implorano il Vesuvio di lavare con il fuoco i colerosi napoletani non destano alcuna condanna, a parte qualche piccola sanzione pecuniaria sancita dal giudice sportivo quando qualche commissario di lega o qualche giudice di gara annota sul personale referto.
Il presidente della Federcalcio Abete, in vista del ritorno della nazionale italiana a Napoli (tra Settembre e Ottobre), ritiene che i fischi all’inno nazionale in occasione della finale di Coppa Italia a Roma del maggio 2012 non influiscono sulla decisione già presa. «I fischi all’Olimpico – ha detto Abete – sono censurabili ma non hanno alcun collegamento con l’atteggiamento della federazione verso la città e non possono far venir meno il rapporto con Napoli». Abete ignora o finge di ignorare che i fischi dell’anno scorso non piovvero dal cielo ma ebbero delle motivazioni concrete. E quelle motivazioni sono in parte riconducibili proprio all’atteggiamento della FIGC. Il limite è abbondantemente varcato e quella dimostrazione sembra non essere stata di lezione per i vertici del nostro calcio che continuano a considerare i napoletani degli stolti, snobbando il razzismo anti-napoletano e la rabbia che ne è scaturita. Poi finisce che partono i fischi e tutti di nuovo ad indignarsi.

De Laurentiis e la rivoluzione di Napoli contro l’Italia

Angelo Forgione – Di seguito, uno stralcio significativo dell’intervento del presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis al convegno medico “Napoli, insieme per la salute”, organizzato dalla SSC Napoli a Città della Scienza.

«In questa regione c’è la più alta percentuale di tumori. Questa è una cosa che riguarda la nostra vita, la vita dei nostri figli. Vorrei che tutti si impegnassero in questa rivoluzione di Napoli contro l’Italia. Qualcuno mi accusa di essere separatista, borbonico, ma qui da noi è nata la civiltà. Anni e anni di dominazioni ci hanno insegnato a darci delle arie da grandi, ma sempre con un’umiltà di fondo. Io metto a disposizione di Città della Scienza 200 mila euro per la ricostruzione in qualità di Calcio Napoli. Questa Città della Scienza risorgerà presto, ma il problema è come disinnescare il problema di Bagnoli, cui mi ero interessato prima di prendere il Calcio Napoli. Volevo congiungere Mergellina con l’Excelsior. Volevo fare una marina fantastica, tipo Croisette di Cannes. Tutti progetti messi da parte, venivo visto come un visionario. Fu così anche quando presi il Napoli: “ma dove vai?”, mi dissero tutti. Guardate dove siamo arrivati.»

Parole sacrosante e da condividere per un De Laurentiis in versione Lamont Young, ben consapevole dello spreco immenso di risorse turistiche sul lungomare di Napoli e conscio del delitto ambientale di cui soffre l’intero territorio nel silenzio assoluto.
Un solo consiglio mi sento di dargli: quando gli danno del borbonico, se ne vanti, visto che lui conosce abbastanza bene il vero significato di quella parola, che non deve essere associata a separatismo e secessionismo. Chi lo fa, vuole solo delegittimare una cultura e infangarla rivestendola di significati politici.

Ph. Italo e Alessandro Cuomo (reporters ufficiali SSC Napoli)

Emergenza Beni Culturali in Campania: Caldoro non si allarma

Angelo Forgione – Nel corso de “La Radiazza” di Gianni Simioli, su Radio Marte, ho sollecitato direttamente il Governatore della Campania Stefano Caldoro ad una maggiore incisività da parte delle regioni del Sud in una politica meridionalista che possa liberare il Sud dalla morsa del colonialismo economico-politico. Entrando nello specifico delle tematiche, ho sottolineato l’esigenza di una spinta per il recupero dei siti monumentali e dei beni culturali della Campania, nella convinzione che l’emergenza è gravissima quanto se non più di altre e, sottavalutata dalla politica locale, rischia di lasciare un vuoto incolmabile di ricchezza e identità, a prescindere dalle conseguenze sociali già in atto di cui fanno le spese i cittadini.
Caldoro ha dato l’impressione di essere arrendevole rispetto alla condizione di una regione che potrebbe sbaragliare ogni concorrenza se solo riuscisse a sfruttare le sue potenzialità turistiche. E invece, l’intervento dello Stato per le criticità della Campania e del Sud, a suo dire, è sostanzialmente da dimenticare e bisogna solo auspicare che intervengano i privati. A Torino, la Reggia di venaria Reale è stata strappata all’abbandono e restaurata con lo sblocco di fondi nazionali ed europei, 280 milioni di euro, con la regia della Soprintendenza. Bisogna aggiungere altro?

Enrico Letta l’illuminato e quel dibattito meridionalista

Angelo Forgione – In un Paese dove ogni decisione è presa dall’alta politica e non dal popolo che non ha più il potere sovrano, il rieletto presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha incaricato il 46enne Enrico Letta a ricoprire il ruolo di premier. Il vicesegretario del Partito democratico, membro come Monti di Bilderberg e componente del comitato esecutivo dell’Aspen Institute Italia (un’organizzazione americana finanziata anche dalla Rockefeller Brothers Fund, che si pone come obiettivo quello di incoraggiare le leadership illuminate), ha accettato con riserva di formare un governo di larghe intese. E promette un esecutivo “di servizio” che dia risposta alle emergenze.
In occasione di questo incarico, propongo l’intervento di Letta durante la presentazione del libro Domani a Mezzogiorno di Gianni Pittella del 29 Aprile 2010. In un dibattito meridionalista (in cui partecipò anche Marco Esposito, attuale assessore allo sviluppo del Comune di Napoli), il neo-presidente del Consiglio snocciolò le sue idee sul Sud arretrato che necessita di una classe dirigente adeguata. Concordo… sulle chiacchiere. Perchè tali restano, insieme a tutti i bei discorsi.

Per ascoltare, cliccare qui e premere il tasto play sul quinto intervento

Attacco finale alla Mozzarella di Bufala DOP

Angelo Forgione per napoli.com La mozzarella di bufala campana è sotto attacco. Da anni, cioè da quando la grande industria si è accorta del fenomeno commerciale che ha assunto e le multinazionali hanno cominciato a doversi preoccupare della nuova coscienza dei consumatori verso i prodotti artigianali. Il Nord non poteva mettere in competizione le sue vacche con le bufale campane (ma anche bassolaziali e foggiane) che pure Goethe ammirò stupito tra la Real tenuta di Carditello e i templi di Paestum. E così il leghista Luca Zaia, ex ministro delle Politiche agricole, oggi presidente della Regione Veneto, ha iniziato a mettere i bastoni tra le ruote all’economia agricola meridionale, pizza compresa, prima tentando di sciogliere il Consorzio di tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP e poi varando una legge nel 2008 (205), divenuta attuativa il 21 marzo scorso, con la quale si obbligano i caseifici a preparare il prodotto in laboratori dedicati e specializzati, separati da quelli per i formaggi, pena la perdita del marchio DOP. In sostanza, si chiede ai casari di raddoppiare l’investimento, costruendo un secondo opificio. È come dire a un’azienda dolciaria del Nord di creare due stabilimenti, uno in cui produrre il panettone e un altro per il pandoro. Follia!
Tutto questo è avvenuto nel perfetto silenzio dei politici campani e meridionali, incapaci di fronteggiare l’insidia-trabocchetto che ora obbligherà i produttori a scegliere cosa fare dal 30 Giugno in poi. O i formaggi o la mozzarella DOP. Tantissimi sceglieranno i primi per non buttare il latte in eccesso. A rischio un comparto alimentare da 500 milioni di fatturato annuo e un marchio d’eccellenza. Il Sud assisterà ancora una volta senza far nulla? Per il momento, i 110 soci del Consorzio hanno proclamato uno stato di agitazione e scritto una lettera accorata all’attuale ministero delle Politiche agricole Mario Catania. Il prossimo 3 aprile si terrà un summit al palazzo della Regione a Santa Lucia. E già si ipotizza un ricorso al Tar o, addirittura, alla Consulta, invocando profili di incostituzionalità di una legge contraria ai principi di libera concorrenza.
Riuscirà la mozzarella di bufala campana DOP a resistere? Già nel Ventennio sopravvisse al primo grande attacco, andando incontro ad un forte declino che rischiò di far scomparire il prodotto. Le bonifiche delle paludi effettuate nel periodo fascista fecero felici gli agricoltori, che beneficiarono dei terreni prima destinati al pascolo. Gli allevamenti bufalini rischiarono l’estinzione, ma il radicamento della tradizione consentì una ripresa lenta ma costante. Anche grazie alle bufale, che si abituarono al nuovo habitat, ben diverso da quello palustre di un tempo, scongiurando la scomparsa di un prodotto tipico ormai prezioso. Stavolta le bufale potranno fare ben poco. Dipenderà solo dai politici. Signore e Signori, questa è l’Italia unita.

Napoli pulito, Napoli sempre più antipatico

Avvocato Chiacchio: «La mia napoletanità ha fatto la differenza».

Angelo Forgione – Napoli pulito! Ed è questo quel che più conta alla fine della fiera. Cannavaro e Grava possono tornare sui terreni di gioco; la squadra che porta il nome della città si scrolla di dosso lo scomodo asterisco che ne infangava l’immagine.
Non credevo nel colpo di spugna del processo d’appello, non ci credeva nessuno tranne De Laurentiis e l’avvocato Chiacchio. Evidentemente il primo grado di giudizio era infondato e la totale vittoria del Napoli lo ha dimostrato. Quel processo era sballato, costruito su fondamenta di sabbia sfarinate dai soffi incrociati di De Laurentiis e dell’avvocato Chiacchio, legale napoletano di Gianello, che hanno fatto in qualche modo fronte comune. Il primo ha fatto quello che non hanno mai fatto altri presidenti: si è presentato in aula e ha messo in riga la corte federale. Ne aveva gli argomenti. La pulizia e la trasparenza della sua squadra, prima di tutto; quella tanto decantata anche dall’UEFA che ne certifica il modello di gestione. Del resto, nessuno sul fronte azzurro aveva patteggiato (Sampdoria e Torino l’hanno fatto per una situazione analoga e hanno perso un punto in classifica). E così, il presidente ci ha messo la faccia e ha gridato al calcio italiano che la sua squadra è l’immagine pulita ed esemplare del movimento nazionale e non poteva essere associata a torbidi intrighi cui è evidentemente estraneo. «La condanna del Napoli significherebbe la sconfitta del calcio italiano», ha tuonato il presidentissimo. Parole dritte al cuore del problema. E così proprio il calcio italiano ha capito che insistere su quel vicolo cieco sarebbe diventato un boomerang, togliendosi dagli imbarazzi futuri. Ve l’immaginate una classifica finale con esiti condizionati da quel meno due?
È bastato un ottimo avvocato napoletano tra i tanti, esperto di diritto sportivo, a mettere in scacco tutto il sistema giuridico federale. Gianello non ha combinato le partite, e neanche ci ha provato ma ha semplicemente sondato il terreno attorno a sé, con argomenti molto flebili e senza alcun potere. Era chiaro, ma non alla procura federale, evidentemente. Chiacchio è arrivato in aula, con tutte le sue convinzioni sventagliate da giorni, e di tasca propria, cioè investendo sul suo terema, quello della derubricazione del reato del suo assistito: da tentata combine a slealtà sportiva. E l’ha fatto prevalere. «La mia napoletanità – ha detto l’avvocato a Radio Marte – mi ha spinto a fare il ricorso e far togliere la penalizzazione al Napoli. Gianello non voleva far ricorso; a quest’ora il Napoli avrebbe ancora la penalizzazione e Grava e Cannavaro la squalifica. Oggi ho incontrato De Laurentiis, che mi ha ringraziato per quello che avevo fatto fino ad ora».
Vince il Napoli col suo presidente e i suoi bravi legali, e anche un po’ Napoli… con Cannavaro e Grava, sdegnanti delle avances di Gianello, e con l’avvocato Chiacchio, professionista di livello assoluto che ha infilato un’altra perla nella sua collana di successi. Ma non tutto è restituito. Il Napoli ha subito dalla vicenda un danno d’immagine, seppur arginato, ma soprattutto un contraccolpo psicologico derivante dall’allontanamento coatto dalla testa della classifica e una privazione del patrimonio tecnico che hanno influito nel non casuale calo di rendimento di Dicembre, con le sconfitte in campionato e l’eliminazione dalla Coppa Italia mentre Mazzarri lavorava per ritrovare la quadratura del reparto difensivo. Nessuno risarcirà tutto questo. Ma tant’è… il Napoli è pulito, il Napoli è sempre più antipatico. Dentro e fuori dal campo.

Schifano: «via il busto di Cialdini da Napoli»

Il corno di 270 centimetri in vetroresina dell’artista Lello Esposito è stato svelato alla Camera di Commercio che ha ospitato la presentazione del “Corno Show” oggi, 12/12/12 alle 12:12, per esorcizzare la profezia dei Maya. Il corno apparirà in primavera nelle piazze della città, ne saranno installati 36 nei punti più gettonati dai turisti con l’obiettivo di riqualificare e rivitalizzare il centro storico, decorati da altrettanti artisti. Faranno da contorno alle World Series di America’s Cup e al Maggio dei Monumenti. Una mostra che vuole essere «un intervento semplice ma qualitativo di arredo urbano», ha detto il presidente della Camera di Commercio Maurizio Maddaloni. Con lui, tra gli altri, l’intellettuale Jean-Noël Schifano che ha sollecitato più identità napoletana al posto dei simboli dell’occupazione risorgimentale lanciando un appello alla città affinché sia eliminato dall’edificio camerale il busto del «criminale di guerra e boia Enrico Cialdini, un cialtrone che uccise migliaia di briganti e rappresentanti di clero e nobiltà nel 1861», così come quello di Cavour e di tutte le altre icone piemontesi dai luoghi di Napoli. Schifano ha poi firmato il corno gigante con il pennarello argento, lasciando ben chiaro il messaggio: “Che crepi Cialdini”.

video / Mameli e 17 Marzo nelle scuole. Che pastrocchio storico!

Il Senato fa confusione sui valori dell’identità nazionale.
L’inno che nasconde la “Lega Campana” fu davvero scritto da Mameli?

Angelo Forgione per napoli.com L’Inno di Mameli, conosciuto anche come “Fratelli d’Italia” dal suo verso introduttivo, dovrà esser studiato e cantato nelle scuole italiane. Il Senato ha approvato in via definitiva il DDL che impone nei programmi scolastici il canto risorgimentale scritto da Goffredo Mameli (forse, ndr) e musicato da Michele Novaro. Legge incompatibile con la “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea” perchè il testo dell’inno è anti-straniero e il suo insegnamento contravviene agli articoli 10 e 11 della stessa Carta relativi alla libertà di coscienza, alla libertà di pensiero, alla libertà di opinione e a quella di “di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”.
Istituito anche il festeggiamento della data del 17 Marzo, in continuità con il festeggiamento dei 150 anni che sarà il “Giorno dell’unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera”.
Che pastrocchio! Partiamo dal presupposto che l’inno di Mameli si chiama “Canto degli Italiani” e non “Fratelli d’Italia”. Ma questo è niente a confronto della totale confusione che i senatori della Repubblica stanno generando nelle teste degli italiani, preparandosi a deviare anche quelle dei bambini. L’inno nazionale non può essere accoppiato al 17 Marzo perchè quella è la data dell’auto-incoronazione di Vittorio Emanuele II di Savoia quale “Roi d’Italie” cioè re d’Italia in rigorosa lingua francese, non italiana, con la quale il sovrano piemontese estese la sua sovranità. “Victor Emmanuel II assume, pour lui et pour ses successeurs, le titre de Roi d’Italie”, così si legge nell’atto di incoronazione del parlamento di Torino. L’unità d’Italia, al 17 Marzo, non esisteva perchè mancavano il Veneto, la Venezia Giulia, il Friuli, il Trentino Alto Adige e Roma con i territori pontifici che, completando una certa unificazione, fu conquistata con la breccia di Porta Pia il 20 Settembre 1870. È quella semmai la data da celebrare per dare risalto all’unità territoriale se proprio non vogliamo tardare fino al 2 Giugno 1946, ricorrenza dell’istituzione della Repubblica. Mai il 17 Marzo 1861 che equivale alla celebrazione dell’auto-proclamazione della monarchia sabauda, antitetica rispetto alla Repubblica. Chissà se i senatori tutto questo lo sanno visto che l’ignoranza circa le vicende storiche della storia d’Italia è stata smascherata dalla trasmissione “Le Iene” nel giorno delle celebrazioni del “150esimo”, quando all’esterno di Montecitorio i politici, italiani, andarono nel panico per le domande di storia italiana (guarda il video). Bisognerebbe che imparassero loro la storia prima di decidere cosa mettere nella testa dei nostri figli a scuola.
Ma non è tutto. L’inno di Mameli è un canto risorgimentale che celebra i valori repubblicani, non quelli monarchici. E infatti non era l’inno nazionale del Regno d’Italia nato il 17 Marzo a Torino che invece, estendendo i possedimenti sabaudi, applicò la “Marcia Reale del Regno di Sardegna” al nuovo Regno d’Italia”. Tant’è che nel periodo bellico di transizione tra la monarchia e la repubblica fu istituita come inno nazionale “La canzone del Piave” scritta dal napoletano E. A. Mario. Il “Canto degli italiani” di Mameli e Novaro è divenuto inno nazionale italiano nel 1946, ben 85 anni dopo il 17 Marzo da celebrare.
Continua dunque la confusione forzata da parte delle istituzioni, sulla falsa riga delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità, non ancora compiuti di fatto (succederà solo nel 2020, ndr) condotte in maniera antirepubblicana dal Presidente della Repubblica che ha festeggiato il giorno della monarchia e non quello della Repubblica (2 Giugno) rendendo persino omaggio alla tomba del re Vittorio Emanuele II.
La retorica mischiata alla disinformazione finirà ora sui banchi di scuola affinchè anche i bambini sappiano a memoria un inno che nutre sentimenti bellici antistranieri, in contraddizione con la fratellanza della civiltà europea e senza valorizzare quella italiana, dal Sud di Federico II alla “Serenissima” di Venezia. Un inno per giunta settentrionalista che promuove a simbolo di unità nazionale la battaglia di Legnano. “Dall’alpi a Sicilia ovunque è Legnano” esalta infatti le gesta della “Lega Lombarda” che mise insieme il conflittuale Nord contro Federico Barbarossa, scacciando i germanici nel 1176. Ma La “Lega Lombarda” non è il primo esempio di identità nazionale perché è al Sud che ciò si verificò intorno all’850 quando Cesario Console, ammiraglio del ducato di Napoli, coalizzò le armate di mare di Napoli, Sorrento, Amalfi e Gaeta formando la “Lega Campana” per respingere, vittoriosamente, i Saraceni che volevano invadere Roma per poi impossessarsi dei territori del Sud.
Ultimo particolare da non tralasciare: da come si legge da un articolo del Corriere della Sera del 24 Dicembre 2002 firmato da Ottavio Rossani, pare che le parole dell’inno italiano non siano state scritte da Goffredo Mameli bensì da Atanasio Canata, un padre scolopio di cui proprio Mameli fu allievo. Padre Canata lo avrebbe inviato nel Novembre del 1847 a Michele Novaro per farlo musicare e quando l’allievo divenne un eroe risorgimentale avrebbe taciuto sulla paternità del testo per non offuscarne l’immagine. Ma prima di morire rivendicò indirettamente, ma con precisa volontà, la paternità di quel testo che gli sarebbe stato «sottratto». Nella poesia “Il vate” scrisse: “A destar quell’alme imbelli meditò robusto un canto; ma venali menestrelli si rapina dell’arpe un vanto: sulla sorte dei fratelli non profuse allor che pianto, e, aspettando, nel suo core si rinchiuse il pio Cantore”. E anche sulla pubblicazione “Gazzetta letterata” lanciò un’altra freccia: “E scrittore sei tu? Ciò non ti quadra… Una gazza sei tu garrula e ladra”.
Mameli “menestrello” ladro? In perfetto “Italian style”. Detto da un italiano.