Il palazzo della Borsa che inganna i napoletani

Lo ordinò Cialdini per nascondere la scia di sangue lasciata al Sud

Angelo Forgione – Il Comune di Casamassima, Bari, ha cancellato Enrico Cialdini dalla toponomastica stradale; dal 30 dicembre 2013 non esiste più (leggi qui). Lo stesso, dopo pochi giorni, ha fatto Mestre, Venezia (leggi qui).
Cialdini, per chi non lo sapesse, fu il luogotenente di Vittorio Emanuele II a Napoli, con poteri eccezionali per fronteggiare il brigantaggio. Lasciò una scia di sangue e dolore in tutto il Sud, firmando la condanna a morte di circa 9000 meridionali, oltre ai violentissimi bombardamenti dell’assediata Gaeta, la decina di paesi interamente dati alle fiamme (Pontelandolfo e Casalduni i più noti), i feriti, i prigionieri, i deportati, le perquisizioni e le chiese saccheggiate. A chi si domanda a cosa serva ritirare fuori tutto questo dal passato basti ricordare che l’Italia ha fatto sparire il capitano delle SS naziste Erich Priebke nel nulla di un posto segreto per le 335 vittime delle Fosse Ardeatine. Non è forse passato anche quello? E però quest’Italia non si è mai scomposta per figure ben più feroci come quella di Enrico Cialdini, serenamente seppellito a Livorno. La guerra tra italiani ha portato in gloria un generale sanguinario e vanaglorioso che continua a godere di falsi onori.
Recentemente, in una seduta consiliare del Comune di Bacoli è passato un documento per la celebrazione del bicentenario dei Carabinieri, ringraziati anche “per la lotta ai briganti”. I consiglieri indipendenti Adele Schiavo e Josi Della Ragione si sono opposti, proponendo un emendamento con cui chiedevano l’eliminazione della parte della frase relativa alla lotta ai briganti, bocciato per i voti contrari dei consiglieri di PD e Forza italia. Briganti o patrioti? La rilettura degli avvenimenti che sconvolsero il meridione dopo il 1860 è in corso ma fatica a trovare accoglimento nei luoghi istituzionali. Al palazzo della Borsa di Napoli in piazza Bovio, ad esempio, nel salone delle contrattazioni, c’è proprio il simbolo della colonizzazione culturale dalla quale deriva tutto il resto: il busto di Cialdini (clicca sulla foto per ingrandire). Fu una sua volontà. Un bell’edificio costruito a fine Ottocento per cancellare lo splendore della precedente sede della prima Borsa d’Italia, la Borsa Cambi e Merci, nata nel 1778. Dal 1826 svolgeva la sua attività nella Gran Sala del Real Edificio dei Ministeri di Stato, l’attuale Palazzo di San Giacomo, a metà dell’antico cammino coperto in ferro e vetro realizzato da Stefano Gasse che conduceva a via Toledo, cancellato nel Ventennio fascista dalla costruzione del palazzo del Banco di Napoli (nel 1778, le contrattazioni avvenivano nel chiostro del complesso religioso di san Tommaso d’Aquino, tra via Toledo e via Medina, abbattuto nel 1932, e poi, con l’arrivo dei francesi, nella sede del palazzo del Monte dei Poveri Vergognosi in via Toledo, divenuto successivamente quello de “La Rinascente”).
Quello attuale si chiama salone delle contrattazioni solo pro forma, visto che Cialdini compartecipò allo svuotamento delle casse degli istituti di credito meridionali e alla progressiva sparizione della Borsa di Napoli dalle scene finanziarie nazionali ed internazionali. Quel busto, insieme a quello di Cavour che gli sta di fianco, sempre voluto da Cialdini, è una beffa, un simbolo di colonizzazione a bella posta. Il luogotenente modenese elargì una parte di quanto risparmiato dalle spese di rappresentanza per conto di Vittorio Emanuele II sui fondi messigli a disposizione dal Re d’Italia, e fece costruire il palazzo della Borsa in modo che il suo nome non fosse maledetto dai napoletani e dai meridionali, auto-assolvendosi in questa maniera per le sventure procurate. La sua coscienza era sporca e lo si capisce dalle parole pronunciate quando lasciò la città al termine della sua luogotenenza: «Tolga il cielo che il mio soggiorno tra Voi sia stato di danno a queste belle Provincie». Sui muri della città i napoletani gli lasciarono un messaggio esplicito: «quando il Vesuvio rugge, Cialdini fugge». Era il verso alla frase «quando rugge il Vesuvio, Portici trema» con cui, il 19 luglio 1861, il generale concluse il minaccioso proclama di insediamento a Napoli. Il Vesuvio era egli stesso, e dietro il nome di Portici alludeva alla nobiltà filoborbonica ritiratasi nei paesi vesuviani per non vedere la cancellazione della patria napolitana.
Cialdini non immaginava che sarebbero trascorsi circa quarant’anni prima che il palazzo col suo busto fosse inaugurato. Solo dopo la sua morte (1894) furono avviati i lavori di costruzione. La difficoltà di trovare un suolo adeguato allungò i tempi, durante i quali si aggiunsero contributi della Provincia, del Comune e del Banco di Napoli. A rendere ancora più grande la beffa ci ha pensato l’amministrazione Iervolino che, nel dicembre 2010, ha fatto sistemare il monumento equestre di Vittorio Emanuele II (rimosso da piazza Municipio) nella piazza appena rimessa a nuovo con la chiusura dei cantieri della metropolitana. Qualche tempo fa, come riportato su questo blog, Jean-Noël Schifano chiese al presidente della Camera di Commercio di Napoli di far rimuovere il busto di Cialdini perché, appunto, offensivo. Maurizio Maddaloni rispose che se fosse stato per lui avrebbe già incappucciato anche Cavour. Chi sta a guardia di certi simboli su cui non ci si deve interrogare?

L’europeo bidet di Caserta anche a Regione Europa

Anche la redazione di Regione Europa, la rubrica settimanale del TGR che racconta il rapporto tra le Regioni italiane e l’Unione Europea, si è accodata a revisionismo della cultura igienica italiana. Il simpatico e ormai famoso aneddoto legato al bidet di Maria Carolina alla Reggia di Caserta è stato recentemente raccontato anche dall’ex-pugile Patrizio Oliva, seppur con qualche incertezza, durante una trasmissione sportiva della RAI (guarda).

La coerenza di Emanuele Filiberto il revisionista

Angelo Forgione – In occasione della nomina di Emanuele Filiberto di Savoia ad ambasciatore della città di Pompei nel mondo ho spulciato in rete e pescato il frammento di un’intervista al principe di Marialaura Cucurullo per Metropolis Tv. Valeva la pena proporlo per le parole capaci di innescare un processo di ebollizione ematica:
«Dal ’46 non ci sono i Savoia in Italia e lei sa che la storia, dopo, è riscritta dai vincitori. C’è stata la stigmatizzazione di Casa Savoia, dicendo tante falsità su di loro, cercando di infangare il tutto. Oggi non si sa che nel refereundum ci sono stati i brogli e che la Repubblica è nata su quelle basi non molto stabili.»
Emanuele Filiberto ha perfettamente ragione, dice tutte cose giustissime, ineccepibili, compreso la questione del referendum che fu pilotato. Nulla da dire sulle sue osservazioni ma tanto sulla coerenza di un rampollo di una famiglia reale che ottantacinque anni prima aveva fatto esattamente lo stesso, riscrivendo la storia, stigmatizzando i Borbone e i meridionali tutti, dicendo tante falsità su di loro e infangando il Sud. Oggi non si racconta che, come per il referendum del 1946, i plebisciti del 1860 erano tutti pilotati con la forza delle armi, e che il Regno d’Italia, cioè l’Italia, è nata su quelle basi instabili e fraudolente. Piuttosto, si racconta che una pizza napoletana di fine Settecento è nata un secolo dopo in onore della trisnonna del principe ballerino.
Complimenti al nuovo ambasciatore di Pompei per la sfrontatezza adottata proprio ai microfoni di un’emittente partenopea.

Emanuele FIliberto ambasciatore di Pompei nel mondo

emanuelefiliberto_pompeiEmanuele Filiberto di Savoia nominato dal sindaco di Pompei Claudio D’Alessio ambasciatore della città vesuviana nel mondo. Il principe ereditario dovrà promuovere l’immagine della città nuova nel mondo, non quella degli scavi, ma la decisione è in ogni caso discutibile, trattandosi di un luogo famoso per il suo sito archeologico, scoperto da una famiglia reale storicamente incampatibile con quella del designato.
Mentre lui gioisce su twitter, il Corriere del Mezzogiorno propone un sondaggio online. Sui social network si è subito scatenata l’indignazione di molti napoletani per la scelta di un personaggio senza un vero legame col territorio ed erede di una dinastia che per molti non evoca alcuna buona sensazione.

La pizza regina torna alle vere origini

alla storica pizzeria Lombardi presentata la “Fior di margherita”

fonte: redazionale napoli.com
fiordimargherita_mattinoLa pizza più famosa al mondo riscopre la sua storia e lo fa ripartendo dalla storica pizzeria Lombardi di via Foria a Napoli, dove martedì 5 novembre è andato in scena un evento di valorizzazione della tavola identitaria. “Mastroberardino in Fior di margherita” ha riempito i quattro piani del ristorante per l’appuntamento organizzato da Mirko Crosta con l’impegno della famiglia Lombardi.
La serata ha proposto gli ottimi vini presentati da Piero Mastroberardino e abbinati alle quattro portate del menu, tra cui la sorprendentemente buona ed emozionante pizza “Fior di Margherita”, presentata da Angelo Forgione. Alla presenza dei rappresentanti dell’Associazione Verace Pizza Napoletana, la vera storia della pizza è stata raccontata attraverso i documenti riportati nel libro Made in Naples dello stesso Forgione, tornando alle vere origini d’epoca borbonica, quelle del periodo 1796-1810.
Ai tavoli è stata servita la più famosa delle pizze sotto una veste sconosciuta, quella che, probabilmente, aveva all’inizio dell’Ottocento, molto prima della preparazione di Raffaele Esposito datata 1889 per omaggiare la Regina Margherita di Savoia. Il filologo Emmanuele Rocco, infatti, nel secondo volume dell’opera Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti del 1858, coordinato da Francesco de Bourcard, parlò di combinazioni di condimento con ingredienti vari, tra i quali basilico, “pomidoro” e “sottili fette di muzzarella”.
E le fette, distribuite con disposizione radiale, disegnavano verosimilmente il fiore di campo su una pizza che Raffaele Esposito propose quarant’anni dopo alla regina sabauda. Tracce di pizza con questi ingredienti sarebbero anche antecedenti, databili all’inizio dell’Ottocento, come del resto è scritto nel Regolamento UE n. 97/2010 della Commissione Europea riportato nella Gazzetta Ufficiale del 5 febbraio 2010 accreditante la denominazione Pizza Napoletana STG nel registro delle specialità tradizionali garantite. Al punto 3.8 dell’Allegato II, si legge infatti che “le pizze più popolari e famose a Napoli erano la “marinara”, nata nel 1734, e la “margherita”, del 1796-1810, che venne offerta alla regina d’Italia in visita a Napoli nel 1889 proprio per il colore dei suoi condimenti (pomodoro, mozzarella e basilico) che ricordano la bandiera dell’Italia”.
Pomodoro e mozzarella furono fulcri di un’ampia rivoluzione agricola d’epoca borbonica che rivoluzionò le tavole di Napoli nel Settecento. Nel libro di Angelo Forgione si legge proprio che la produzione del famoso latticino fu stimolata nei laboratori della Reale Industria della Pagliata delle Bufale di Carditello, la tenuta di caccia di San Tammaro che Ferdinando IV rilevò dal padre Carlo proprio nel 1780 per trasformarla in un innovativo laboratorio di circa duemila ettari per coltura e allevamento.
Forgione scrive anche che il pomodoro giunse dall’America latina intorno al 1770, in dono al Regno di Napoli di Ferdinando IV dal Vicereame del Perù, in quegli anni territorio borbonico dominato dalla Spagna dell’ex napoletano Carlo III, e ne fu subito radicata la coltura nelle terre tra Napoli e Salerno, dove la fertilità del terreno vulcanico produsse una saporitissima varietà.
Lo scrittore ci fa riflettere sul fatto che non è credibile che a Napoli ci sia voluto un secolo per mettere insieme sulla pizza quelle gustosissime novità.

guarda tutte le foto sulla pagina facebook della pizzeria Lombardi

la “Fior di margherita” a battesimo ufficiale

alla storica pizzeria Lombardi, evento per la verità e l’eccellenza

passaggio su Radio Marte di lunedì 4 novembre

Martedì 5 novembre sarà un giorno importante per chi ama il piatto principe della cucina napoletana e, più in generale, la vera Storia di Napoli. Nei locali dell’antica pizzeria Lombardi avrò l’onore di raccontare la vera nascita della pizza Margherita alla presenza dei rappresentanti dell’Associazione Verace Pizza Napoletana che, con questa significativa partecipazione, intendono supportare la rivisitazione storica per riposizionare il parto della pizza tricolore. La serata vedrà protagonista anche la storica famiglia Mastroberardino, che conduce da anni una delle aziende vinicole campane più famose nel mondo.
Ai tavoli, tutti su prenotazione, sarà servita tra le altre pietanze la neonata pizza di Lombardi, la “Fior di margherita“, quella che, probabilmente, mostrava il primo volto della Margherita all’inizio dell’Ottocento, molto prima della preparazione di Raffaele Esposito del 1889 in omaggio alla Regina Margherita di Savoia. Come racconto nel mio libro Made in Naples, testi dell’epoca ma anche documenti contemporanei confermano che la pizza con pomodoro, mozzarella e basilico esisteva ai tempi della Napoli borbonica. Dopo l’anteprima di settembre alla pizzeria Carmnella, la “Fior di margherita”, dal 5 novembre, entrerà stabilmente nel menu di Lombardi. “Noi della Famiglia Lombardi – si legge nel comunicato crediamo di dovere qualcosa alla nostra terra. La fortuna di essere Napoletani, Campani e Meridionali, ci impone l’obbligo di diffondere il verbo e la cultura di questa meravigliosa terra. Difenderla contro la tendenza all’oblio e alla sopraffazione culturale”.
“Mastroberardino in Fior di margherita”… un altro evento cui tengo molto, per amore della nostra coscienza condivisa e per la passione che da anni spendo in questa missione.

Angelo Forgione

fiordimargherita

«Venaria reggia più bella d’Italia. Sfido Caserta!»

l’assessore alla Cultura del Piemonte fa marketing umiliando la cultura

Angelo Forgione – A pochi giorni di distanza dagli arresti relativi alle presunte tangenti legate ai restauri di alcune dimore storiche piemontesi, tra cui il complesso storico della Venaria Reale, Michele Coppola, assessore alla Cultura della Regione Piemonte, ospite al programma Youtube di Klaus Davi, ha azzardato un confronto tra la Reggia sabauda e quella di Caserta, lasciandosi andare a un parere condivisibile nel presupposto della gestione monumentale ma completamente sbagliato nella comunicazione culturale: «In Piemonte abbiamo la Reggia più bella d’Italia, quella di Caserta è solo una Venaria minore. Sono pronto a fare una scommessa: prendiamo dei giudici e li portiamo sia a Caserta che alla Venaria».
Va subito detto che l’assessore Coppola ha avviato il suo colloquio con Klaus Davi precisando di non essere un assessore alla cultura che arriva da una cattedra universitaria, non uno storico dell’arte, ma uno cui è stato chiesto di occuparsi di un sistema di funzionamento. E infatti Coppola è in realtà un professionista del settore comunicazione e marketing, e da tale ha definito Venaria Reale “la reggia più bella d’Italia” invece che “la meglio gestita”, generando così un’artificiosa confusione per sminuire valori artistici e significati culturali di Caserta e fare leva sull’esempio di restituzione di un bene alla comunità che Venaria effettivamente rappresenta.
La verità è che Caserta è l’unica reggia europea d’Italia, perché racconta una trasformazione per tutto il continente, narra il valore universale di Pompei attraverso la genialità di Vanvitelli che, dopo aver osservato gli scavi borbonici vesuviani, rinnegò le ridondanze del Barocco e inaugurò il Neoclassicismo. La reggia di Caserta incarna la trasformazione del gusto europeo verso quel nuovo stile vanvitelliano nato all’ombra del Vesuvio e diffusosi fin nelle Americhe. La Venaria Reale, invece, non ha significati specifici e basta visitarla per accorgersi che, proprio perché rimessa a nuovo sei anni fa da un rudere dopo aver goduto di una pioggia di finanziamenti in vista delle celebrazioni dei centocinquant’anni dell’Unità, è riempita di modernità decontestualizzate, e non presenta lo scalone, gli appartamenti, i giardini, le fontane e gli spazi di Caserta. Senza contare la “sedia volante”, il bagno di Maria Carolina e tutti i significati di civiltà che il palazzo vanvitelliano conserva. Coppola queste cose probabilmente le intuisce e le teme, perché è stato lui stesso a dire a Klaus Davi che il suo non è un giudizio sulla qualità architettonica ma si basa sul fatto che la reggia sabauda produce al contrario di quella borbonica. Tant’è che invita al confronto con dei giudici, ma non parla di storici dell’arte, i quali non avrebbero neanche il bisogno di recarsi di persona a verificare le differenti condizioni delle due regge perché le conoscono bene e si indignano già per quelle di Caserta, di cui conoscono il valore universale e artistico ben maggiore. Basta leggere le dichiarazioni di Philippe Daverio a Il Mattino di qualche mese fa per capire cosa significhi Caserta per il mondo e cosa si nasconde dietro al marketing politico dell’assessore Coppola:
“Sono legato al Meridione. Come alsaziano, mi sento molto meridionale e ho nei confronti di Napoli un’immensa gratitudine. Il Meridione ha bisogno di autocoscienza e autofierezza di appartenere al mondo. Da questo punto di vista, Caserta con la sua reggia è un simbolo potentissimo, ed anche per questo c’è una sorta di accanimento contro di essa.”
Ecco, Daverio potrebbe essere un giudice competente. Oppure bisogna affidarsi ai politici che ammazzano la cultura? In realtà basterebbe attenersi ai verdetti della storia d’Europa, e pure a quella d’Italia, scritta si sa da chi.

nel videoclip, il dibattito a “la Radiazza” su Radio Marte

Enzo Coccia, il pizzaiuolo consapevole

Angelo Forgione – Dopo la pubblicazione del contributo del compianto Vincenzo Pagnani, torno sull’argomento “pizza margherita” per evidenziare quanto detto dal maestro pizzaiuolo Enzo Coccia al Corriere del Mezzogiorno:
«L’11 giugno del 1889 non nasce la Margherita, ma solo il nome. Raffaele Esposito davvero si recò al bosco di Capodimonte e preparò tre tipi di pizze: bianca con lo strutto, l’altra con i pesciolini, verisimilmente alicette, e un’altra con pomodoro e mozzarella. Quest’ultima fu chiamata Margherita, ma già esisteva, come si legge nel libro di de Bourcard di quarant’anni prima».
Forse non nacque neanche il nome, visto che il filologo Emmanuele Rocco, nel secondo volume del libro Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti citato da Coccia, parla di “sottili fette di muzzarella”. E le fette, distribuite con disposizione radiale, dal centro verso il bordo, disegnavano il fiore di campo da cui è possibile che la pizza abbia preso il nome già ad inizio Ottocento, per essere offerta all’omonima Regina nel 1889.
È ora che tutti i pizzaiuoli di Napoli, come Enzo Coccia, raccontino la verità, quella che le associazioni locali di tutela del prodotto hanno ben trascritto nel Regolamento UE.

approfondimenti su “Made in Naples” di Angelo Forgione (Magenes, 2013)

Pietrarsa, 1863-2013. Napoli ricorda.

150 anni fa, a Pietrarsa, la prima strage del lavoro della storia d’Italia, ben prima di quella americana che inaugurò il 1 maggio nel mondo. Chi conosce questa storia, ha “apparecchiato” da anni questa data affinché una pagina dimenticata della storia nazionale venisse fuori e le istituzioni ricordassero.
Oggi, col patrocinio del Comune di Napoli e non solo, il Museo ferroviario di Pietrarsa diventa punto di ritrovo per ricordare in forma solenne e culturale. È ora che anche i sindacati si rechino presto a ricordare quei tragici fatti in quello straordinario e simbolico luogo che è Pietrarsa in un prossimo 1 maggio italiano, affinché tutti sappiano, finalmente.
Intanto, il delegato del Sindaco di Napoli Luigi de Magistris alla Commissione Toponomastica, Andrea Balìa, ha ottenuto di recente la titolazione di una strada o una piazza, in fase d’individuazione, ai “Martiri di Pietrarsa”.

Schifano, Masaniello e storiche menzogne

di Donatella Gallone per ilmondodisuk.com

Nella notte tra il 15 e il 16 luglio il campanile della Basilica del Carmine ha preso fuoco in un suggestivo spettacolo che ha riaccenso l’antica celebrazione religiosa della Festa in onore della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo. Ma il 16 luglio segna anche il culmine e la fine della rivolta di Masaniello, assassinato nella piazza della chiesa nel 1647. Di lui, tra ieri e oggi, parla Jean-Noël Schifano che ne è sempre stato affascinato, ponendolo al centro del suo romanzo “La danza degli ardenti” pubblicato negli anni ottanta.

Persone e circostanze che avrebbero fatto inorridire Masaniello.
Il busto di Enrico Cialdini all’ingresso della Camera di Commercio di Napoli. Il generale assassino, inviato dai Savoia nel 1861 nell’ex regno delle due Sicilie per reprimere il brigantaggio, firmò un massacro che lo avrebbe fatto passare alle cronache come “criminale di guerra”.
Sotto inchiesta per riciclaggio di denaro, il salernitano Nunzio Scarano, addetto all’Apsa, considerata la cassaforte del Vaticano. Lo chiamavano Monsignor cinquecento per il taglio delle banconote che era solito portare in tasca.
C’è un piemontese alla guida del Madre a Napoli. Ma c’è un napoletano a dirigere un museo d’arte contemporanea a Torino?
Durante la trasmissione la zanzara su radio 24, fa lo sgambetto a se stesso, don Luigi Merola, prete anticamorra, dichiarando a sorpresa che Berlusconi è un perseguitato e Cosentino non è un camorrista, non ci sono le prove per affermarlo.
Roberto Saviano parlando di mafia a Castel Capuano con il ministro Cancellieri, ha sottolineato che Napoli deve rompere con il passato.
Il segno della febbre
Ha la voce un po’ raffreddata al telefono, Jean-Noël Schifano – colpa del capricci metereologici parigini – ma l’amore per Napoli, di cui è orgogliosamente cittadino onorario (e a cui ha dedicato, in qualche modo, tutti i suoi libri, anche quando lei non ne è protagonista) è talmente grande da ridargli un vigore che non risparmia fendenti.
Anche da Parigi, dove è tornato dal 1998, dopo aver acceso la vita culturale partenopea per anni, alla guida dell’istituto francese di via Crispi, non ha mai smesso di amarla e di seguirla, come un trepido e premuroso compagno fedele fino all’ultimo respiro, ferito quando s’infanga l’immagine della sua donna con l’artificio delle menzogne che cominciano il loro cammino dall’Unità d’Italia.
Masaniello, invece, è il segno della febbre, il testimone e anche il giocattolo in un momento storico in cui la città era affamata da un’aristocrazia avida che viveva a spese della plebe. Lui è “l’archetipo del personaggio storico napoletano”: non si ribella all’autorità spagnola, ma si rivolta contro la nobiltà partenopea e la sua è un’azione che parte dallo stomaco, dalla mancanza di cibo, dalla miseria.
Napoli, capitale della tolleranza
La “nazione” Napoli non è luogo delle rivoluzioni, ma capitale della tolleranza, qui dovrebbe celebrarsi ogni anno la festa universale in suo nome, il 16 luglio ricordando quel giorno del 1547 (giusto un secolo prima che fosse assassinato il capopopolo della sommossa) quando i popolani si mescolarono agli aristocratici, confluendo in unico flusso di gente e scesero in strada contro la decisione del viceré don Pedro di Toledo d’istituire il tribunale dell’Inquisizione. Un movimento compatto, guidato da Bernardo Tasso, padre del poeta e drammaturgo Torquato. E dalla loro parte si schierò anche un futuro cardinale, il nobile Annibale Bozzuto.
La pizza “Fior di margherita”
La festa della tolleranza renderebbe giustizia alla storia napoletana che è stata falsificata, “scuntraffatta”, svuotata della sua identità in un presente in cui le istituzioni non fanno nulla per recuperarla, eccetto la Provincia di Napoli. Che per Jean-Noël compie un lavoro culturale importante attraverso convegni e iniziative come il Premio Masaniello (nato per valorizzare il patrimonio di Partenope), offrendo un esempio di armoniosa tolleranza. E a proposito di storia scuntraffatta, chiude il suo “ragionamento masaniellano” citando un altro caso di manipolazione. Quello della pizza Margherita. «Non lo sapevo nemmeno io. L’ho scoperto leggendo il libro Made in Naples di Angelo Forgione, di cui ho scritto la prefazione. Non è mai stata una pizza in onore della regina Margherita, ma era dedicata al fiore, un secolo e mezzo prima del 1860. Con i petali, che all’origine erano grandi, e la foglia, il basilico. Quindi proporrei di chiamarla pizza “Fior di margherita”, così si saprà che c’è un’altra menzogna storica in un alimento conosciuto dal mondo intero».
Per ristabilire la verità. E pensare al futuro. Masaniello ne sarebbe contento.