videoclip / Sublime Partenope, il più bello dei regni

videoclip / Sublime Partenope, il più bello dei regni

il film della bella vittoria del Napoli sul Chelsea

Arrivano i mai teneri londinesi in riva al golfo e Napoli li accoglie nel catino di Fuorigrotta, nel posto in cui la Champions League ha trovato dopo 20 anni un marchio di fabbrica tutto “made in Naples“: il ruggito del “San Paolo” sale sempre più in alto e fa tremare il cielo. E spinge Lavezzi alla conclusione che porta al goal del pareggio con un “tiraaaaa” collettivo da brividi. La spalla di Cavani l’illusionista (ricordate il goal di finto tacco dello scorso anno?) e l’urlo del “Pocho” a suggellare il 3-1 fanno il resto.
Partenope sublime respinge così l’attacco della perfida Albione e Napoli affascina tutta l’Europa. Comunque vada, l’onore è salvo.

Caldoro vs Carroccio

Caldoro vs Carroccio

L’organo leghista: «Sud pirata». E il Governatore contrattacca

L’organo di stampa ufficiale “La Padania” ha dedicato un titolo di prima pagina alla Campania: “Allarme pirateria napoletana sul tesoro dei sindaci del Nord, i predoni del Vesuvio affamati di tesori padani”. Attacco frontale al Governatore della Campania Caldoro che vorrebbe un Fondo di garanzia nazionale per i pagamenti alle imprese, utilizzando le risorse inutilizzabili per il rischio di sforare il Patto di stabilità.
I leghisti gridano allo scippo ai “virtuosi” settentrionali e Caldoro si difende e rilancia in un video pubblicato sul suo blog con cui precisa che le risorse non sono del Nord o del Sud ma dell’intero Paese e invita ad evitare gli stereotipi negativi su un Sud sprecone. Il Governatore rimarca anche che i cittadini del Sud  pagano da anni per sostenere le pensioni di anzianità che vanno per 75% al Nord.

Carnevale… e la maschera di Pulcinella scomparsa

Carnevale… e la maschera di Pulcinella scomparsa

intervento su Radio Marte del 21 Febbraio

Pulcinella emblema del folklore. Ma la maschera napoletana è qualcosa in più: è l’incarnazione dell’anima eternamente duale della città e della sua cultura popolare, la figura di tramite tra uomo e donna, tristezza e allegria, stupidità e furbizia.

I lampioni della cancellata di Palazzo Reale

I lampioni della cancellata di Palazzo Reale

È dal 2008 che sulla cancellata dei giardini di Palazzo Reale lato Via San Carlo uno dei lampioni originali è stato sostituito con uno di diversa tipologia, disegno e dimensione (foto allegata). Identico stallo per i lampioni dei “cavalli di bronzo”, rotti da anni e mai riparati.
Sollecitiamo nuovamente il Sovrintendente Gizzi che frequenta il luogo dove ha peraltro sede la stessa Sovrintendenza.
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È tornato il “carrozzone” azzurro

È tornato il “carrozzone” azzurro!

Il gioco a distruggere? Vecchio vizio dei napoletani.

Angelo Forgione – Tre goal alla Fiorentina, porta inviolata, verticalizzazioni e ripartenze micidiali. È tornato il Napoli, viva il Napoli! E con esso il “carrozzone”, salvo scendervi tutti se le cose dovessero riprendere malauguratamente una piega sbagliata. È questo il limite dell’ambiente napoletano al quale proprio non riesco ad abituarmi. Si sono spente tutte le critiche feroci, gli attacchi, il fuoco di fila in corsa nel bel mezzo della stagione quando tutto era, ed è, ancora da giocare. Pratica autolesionista e deleteria, ma tant’è!?
Non mi piace neanche l’esercizio autoreferenziale siglato “l’avevo detto”, ma quando le cose andavano male invitavo alla cautela contro il troppo disfattismo. C’era e c’è una finale di Coppa Italia da conquistare, c’era e c’è una Champions League da proseguire senza la condanna a vincere perchè la vittoria è già il prestigio internazionale acquisito; c’era e c’è un campionato ancora lungo e tutto da giocare, e i 6 punti con Chievo e Fiorentina non hanno cambiato di certo la storia.
Sentivo e sento Guidolin mettere le mani avanti in vista di un calo della sua Udinese che si sta già palesando. Vedevo e vedo Inter e Lazio tutt’altro che rulli compressori. La Roma era ed è vicina. Vedevo e vedo il bicchiere mezzo pieno e gli obiettivi tutti a portata di mano. Nel frattempo le ricerche di Deloitte hanno evidenziato anche la crescita della società, ventesimo club d’Europa e l’anno prossimo ancor più in alto. La critica è importante quando costruttiva perchè il Napoli dei limiti ce li ha ed erano evidenti anche ad Agosto, ma ribadisco ancora una volta di più che è masochistico distruggere quando si sta costruendo nei limiti delle proprie possibilità ed oltre. Non è solo una questione sportiva, è un vecchio vizio dei napoletani, storicamente più bravi a vendere le ombre che non le luci della propria città.

Siani-show a Sanremo con retorica finale

Siani-show a Sanremo con retorica finale

Alessandro Siani strappa applausi a Sanremo. Da attore nazionale quale ormai è, si è esibito su un palco nazional-popolare con una performance commisurata spaccata in due: una riuscita parte da comico-monologhista in cui ha fatto bene la sua parte di animale da palcoscenico e un’altra, quella finale, poco riuscita e assai meno spontanea, priva di pathos e condita da un’infelice frase ad effetto: «il Nord è quella linea dell’orizzonte che divide l’emigrante dal folklore».
L’emigrante del Sud non è un Pulcinella (con tutto il rispetto per Pulcinella) che quando va al Nord si leva la maschera e si eleva a rango di persona seria. Semmai, quella linea dell’orizzonte separa il meridionale dalla sua terra. E spesso, da un punto di vista diametralmente opposto, il Sud è quella linea dell’orizzonte che separa l’ignorante dal pregiudizio.
La parte finale è troppo carica di retorica patriottica e scarsa capacita interpretativa; quello è un Siani perdente che può strappare applausi alla platea di Sanremo ma non a quelle che decretano lo spessore artistico di un attore. Molto meglio le sue battute in piedi e fuori dalla barca, stavolta corrette verso la sua Napoli, e già questa è una bella novità.

Il Generale dei Briganti? Non tutto è da buttare.

“Il Generale dei Briganti”? Non tutto è da buttare.

Angelo Forgione – “Il Generale dei Briganti” è stato già ben commentato dall’amico Lorenzo Del Boca e valga per me quello che ha scritto sul suo blog, che condivido appieno. La produzione della Rai è uno sceneggiato romanzato, edulcorato con intrecci amorosi e qualche luogo comune di troppo, ma voglio trovarci qualcosa di positivo.
Gli sceneggiatori Rai hanno realizzato un’avvincente trama amorosa, e se avessero chiamato quei personaggi con altri nomi di fantasia avrebbero fatto completamente centro. È tutto grasso che cola perchè gli ascolti sono stati alti: 5.931.000 telespettatori (share 21,37%) per la prima parte e 6.498.000 per la seconda parte (share 21,94%) nonostante le partite concomitanti del Napoli e delle Roma sulle paytv. Magari una parte di questi sarà rimasta incuriosito dalle vicende unitarie e post-unitarie, e approfondirà.
La storia de “Il Generale dei Briganti” è lontana parente della realtà dei fatti accaduti, comprime il sentimento popolare del Sud (ancora vivo) vissuto durante l’invasione piemontese e umilia la figura coraggiosa della regina Maria Sofia. Non contempla quella del Generale Cialdini (gravissimo!) che perseguitò le popolazioni del Sud con poteri speciali conferitigli da Vittorio Emanuele II dopo aver raso al suolo Gaeta incurante della resa borbonica. Dimentica la figura del Generale Borjés con cui lo stesso Crocco avrebbe potuto forse scacciare i piemontesi, quindi dimenticando anche i veri errori del personaggio. E trasforma il dramma di una vera e propria pulizia etnica (circa un  milioni di morti meridionali stanno troppo stretti nella sola frase “ll’unità d’Italia l’avita fatta co’ ‘o sanghe nuosto”) in un intrigo amoroso. Ma almeno lo sceneggiato Rai un merito ce l’ha ed è quello di comunicare il tradimento pur senza ben spiegarlo: quello ai danni del protagonista; quello ai danni delle popolazioni del Sud; quello ai danni dei liberali che sognavano una Repubblica e si ritrovarono con una monarchia sostituita ad un’altra; quello ai danni di una delle monarchie per mano di un’altra cospiratrice e meschina che di quei tradimenti fu responsabile.
Voglio considerarlo però un punto di partenza non per la TV di Stato ma per i suoi telespettatori che magari da questa produzione arriveranno da soli a vedere
 “Li chiamarono briganti” di Squitieri (film intero sotto) che fece nel 1999 una brevissima apparizione nelle sale cinematografiche nonostante un cast di prim’ordine (Enrico Lo Verso, Claudia Cardinale, Giorgio Albertazzi, Franco Nero, Remo Girone, Carlo Croccolo, Lina Sastri). Quel film, pur nel suo scarso spessore recitativo, fotografa Crocco, Ninco Nanco e i briganti come partigiani dell’epoca per scelta mentre le truppe piemontesi come invasori; dipinge i connotati di Enrico Cialdini e racconta i fatti con forte carica emotiva; contestualizza tutto al periodo post-unitario; racconta la verità e per questo, dopo forti critiche, fu mandato repentinamente a “censura”. Perchè mai ora, in tempi di festeggiamenti appena conclusi, si sarebbe dovuto/potuto raccontare il brigantaggio per quello che è stato? E pensare che qualcuno da Casa Savoia ha avuto anche da ridire. Figurarsi cosa succederebbe se la verità fosse raccontata senza timori.
Carmine Crocco, come ha detto anche Michele Placido, era una personaggio complesso, certamente selvaggio e di indole aggressiva, ma le sue memorie (che custodisco nella mia biblioteca) dimostrano quanto fosse intelligente, istruito per la sua epoca, e ben conscio della realtà che lo circondava. Realtà che proprio quegli scritti sanno farci comprendere… meglio di tanti storici di professione.

http://altrorisorgimento.wordpress.com/2012/02/14/la-patacca-di-rai-uno-con-limprobabile-brigante/

13 Febbraio 1861, a Gaeta finiva l’indipendenza del Sud

Il tragico assedio di Gaeta mai raccontato nei testi scolastici

di Angelo Forgione per napoli.com

7 Settembre 1860: Garibaldi arriva a Napoli lasciando dietro di sé le “conquiste” siciliane e il re Francesco II di Borbone, per risparmiare disordini e distruzioni alla capitale, lascia Napoli, stabilendo la base operativa militare per l’ultima difesa del regno nella Piazzaforte di Gaeta.

Ormai, l’esercito borbonico, indebolito dai tradimenti al soldo dei corruttori, può ben poco contro il fuoco delle truppe di Vittorio Emanuele II di Savoia capeggiate dal furioso generale Cialdini, che si appresta a scippare il posto dei garibaldini e a raccogliere i frutti della strumentale spedizione al Sud con l’ultima battaglia, la più sanguinosa: quello di Gaeta.

Si tratterà, come per la Spedizione dei Mille, di un attacco che violerà tutte le regole militari e diplomatiche internazionali, senza dichiarazione di guerra o un motivo per giustificare l’intervento straniero in territorio legittimo. Un assedio estenuante che inizierà sul fronte di terra il 5 novembre 1860 e durerà tre lunghissimi mesi, durante i quali le truppe piemontesi mettono in campo i moderni cannoni rigati “Cavalli” a lunga gittata contro le ormai inadeguate bocche da fuoco dei napoletani. Vengono sparate contro la piazzaforte circa 500 colpi di cannone al giorno per tutta la durata del conflitto, durante il quale il Re e la Regina Maria Sofia di Wittelsbach, sorella della principessa “Sissi” Elisabetta di Baviera, restano valorosamente sempre al fianco dei fedeli soldati, persino sul campo di battaglia tra le esplosioni dei colpi di cannone che piovono dal fronte piemontese di Castellone a Mola di Gaeta, l’attuale Formia. È proprio la regina ad avere un ruolo di grande spessore umano, ormai innamorata del suo popolo e del suo regno, che non intende cedere all’invasore.

Inizialmente, la presenza della flotta francese nel golfo impedisce a quella piemontese, rafforzata da unità napoletane i cui ufficiali sono passate al nemico, di cannoneggiare la costa. Ma, a Gennaio, Cavour, da Torino, convince Napoleone III a desistere dal “proteggere” i napoletani e da quel momento i bombardamenti si fanno insistenti.

Per l’esercito borbonico la battaglia é impari, anche se non mancano valorosi scontri che alzano illusoriamente il morale; come quello del 22 gennaio 1861 allorchè i napoletani conseguono una parziale rivincita dopo aver subito, l’8 Gennaio, un cannoneggiamento di dieci ore con cui vengono distrutti anche i quartieri civili. La flotta piemontese deve ritirarsi per i danni causati dagli colpi sparati dalla piazzaforte a ognuno dei quali corrisponde il grido «Viva ‘o Rre». Alla sospensione dei bombardamenti la banda militare suona l’inno di Paisiello.

I reali napoletani sperano nell’intervento diplomatico di altre nazioni europee, magari quelle più amiche, che però non si concretizza, lasciando lo schieramento napoletano sempre più in balia dello sconforto. La cancellazione delle Due Sicilie è in realtà già stata stabilita a tavolino dalle più potenti nazioni d’Europa, che intendono spazzare via il più grande pericolo del Mediterraneo: il connubio amichevole tra lo stato ricco e cattolico del sud e il potere temporale del Papa.

Giunge quindi il tempo delle trattative per risparmiare vite umane, ma il generale Cialdini, uomo spietato e vanaglorioso, non solo non blandisce i bombardamenti ma li intensifica con maggior vigore, dirigendo le operazioni dalla sua comoda postazione nel borgo di Castellone.

La capitolazione dei napoletani è inevitabile e l’11 febbraio Francesco II decide di interrompere la carneficina. La resa viene sancita con una firma il 13 Febbraio, che però non basta ad arrestare la sete di trionfo di Cialdini. Mentre i borbonici si apprestano a porre fine alla resistenza e a deporre le armi, salta in aria la polveriera della Batteria “Transilvania”, dove cade l’ultimo difensore di Gaeta, Carlo Giordano, un giovane di sedici anni fuggito dalla Scuola Militare della Nunziatella per difendere la sua Patria. È l’ultima vittima in ordine di tempo dei circa 2700 fedeli caduti a Gaeta, che non avranno mai degna sepoltura. E poi circa 4000 feriti e 1500 dispersi.

Campani, siciliani, calabresi, lucani, pugliesi e abruzzesi, falcidiati dai bombardamenti e dal tifo petecchiale, in condizioni di vita rese impossibili anche da un inverno che è tra i più freddi di quel secolo. Eppure resistono fino allo spietato colpo di grazia di un generale considerato oggi uno dei padri della patria e che avrà dal Nuovo Re d’Italia Vittorio Emanuele II la nomina a Duca di Gaeta, città da lui rasa al suolo, e la medaglia al valore militare per i successivi eccidi di interi paesi del meridione.

Il Re Francesco II di Borbone e la regina Maria Sofia lasciano Gaeta il 14 febbraio imbarcandosi sulla corvetta francese “Mouette”, che li porta a Civitavecchia, in territorio pontificio, laddove inizia il loro triste esilio. Vengono salutati con 21 colpi di salva reale della Batteria “Santa Maria” e con il triplice ammainarsi della bandiera borbonica dalla Torre d’Orlando, tra la commozione di quanti capiscono che la fine del Regno delle Due Sicilie é giunta. Messina e Civitella del Tronto si arrenderanno solo a Marzo, ma la sottomissione di Gaeta segna di fatto il tramonto di un’indipendenza. Al posto della bandiera bianca coi gigli viene issato il tricolore con lo stemma della dinastia Savoia, a sancire la scrittura finale di una pagina cruenta inenarrata dai testi scolastici ma sempre viva nella memoria del popolo napoletano, che non dimentica una fine gloriosa e dignitosa di esempio ai posteri.

Nonostante gli accordi stipulati nell’armistizio, migliaia di fedeli soldati borbonici che non vogliono tradire il proprio giuramento al Re per sposare la causa militare piemontese vengono deportati in  carceri settentrionali come il forte di Fenestrelle, nella freddissima Val Chisone, dovduree sono avviati a stenti e sofferenze in quello che viene oggi definito il “lager dei Savoia”. Campi di concentramento anche a S. Maurizio Canavese, Alessandria, Genova, Savona, Bergamo, Milano, Parma, Modena, Bologna e in altre località settentrionali. A queste vittime si aggiungeranno nel decennio successivo quelle della repressione del brigantaggio. Civiltà Cattolica parlò, forse per eccesso, di circa un milione di morti su una popolazione delle Due Sicilie di circa nove milioni. In ogni caso, si trattò di eccidio, che non trova alcun ricordo o commemorazione.

Qualche anno fa, a seguito di scavi per interventi urbanistici a Gaeta, sono state rinvenute testimonianze di quei giorni di terrore e sangue: scheletri, frammenti ossei, stracci di divise militari, bottoni e monete. Testimonianze del colpo di grazia dato al Regno napoletano mettendo in ginocchio la “fedelissima” Gaeta, detta anche “secondo Stato pontificio”, che pagò perché colpevole di aver ospitato undici anni prima Papa Pio IX in fuga dalla Repubblica Romana. La cittadina fu retrocessa da vicecapoluogo provinciale a cittadina di provincia, per poi essere separata dalla sua storia e dalla provincia di Terra di Lavoro, regione del Regno delle Due Sicilie, e assegnata al Lazio nel 1927 nella nuova provincia di Latina.

Nella città è sempre viva la memoria di quegli eventi e va oltre il muro della retorica che nasconde le sepolte verità della nostra storia.

Lavatrici? Napoletane è meglio!

Angelo Forgione – Non molti conoscono le mastodontiche Armingaud, le prime lavatrici in fabbricazione nel Regno delle Due Sicilie, in uso nel Real Albergo dei Poveri quando attivo, capaci di lavare fino a 1200 camicie. Se il tessuto industriale può essere inginocchiato, lo stesso non vale per la tradizione. E infatti la fabbrica di lavatrici Whirlpool di Napoli, in via Argine, è stata dichiarata la migliore tra le 66 del gruppo disseminate nel mondo.
L’indagine é stata effettuata da Towers Watson, società di consulenza direzionale e amministrativa, che ha valutato in tutti i siti Whirlpool nel mondo il coinvolgimento delle risorse umane e la capacità manageriale di trasferire ai dipendenti la strategia dell’azienda, premiando la fabbrica di lavatrici napoletana.
Ancora un riconoscimento per il “made in Naples” dopo che Marchionne ha consacrato lo stabilimento di Pomigliano quale miglior sito produttivo Fiat nel mondo