Auguri al nostro “San Carlo”!

Auguri al nostro “San Carlo”!
274 anni fa l’inaugurazione del “più bello del mondo”

Il 4 novembre 1737, dopo soli 270 giorni di lavori per un capolavoro firmato Antonio Medrano e Angelo Carasale, veniva inaugurato il “Real Teatro di San Carlo”. 274 anni fa, “Achille in Sciro”, con musiche di Domenico Sarro e libretto di Pietro Metastasio, inaugurava la grande musica del teatro universalmente riconosciuto come il più bello del mondo, oltre che di fatto il più antico lirico esistente. Fu il primo edificio monumentale voluto da Carlo III di Borbone, ancor prima delle regge. Sarebbe diventato il centro della cultura d’Europa.
Solo 41 anni più tardi a Milano veniva inaugurato il Teatro “Alla Scala”, capace di creare una tradizione ma non di eguagliare la storia e la bellezza del “massimo” Napoletano.
Auguri, orgoglio degli orgogli della città!

Muti: «Dico grazie alla Spagna perchè sono Napoletano»

video / Muti: «”grazie Spagna” perchè Napoletano»
brillante discorso identitario del Maestro premiato a Oviedo

Angelo Forgione – Lo scorso 21 Ottobre si è svolta ad Oviedo in Spagna la cerimonia di premiazione dei prestigiosi Premi “Principe de Asturias”. Tra i premiati, il Maestro Napoletano Riccardo Muti, vincitore all’unanimità del premio per le arti “per la sua traiettoria di dimensione universale, vincolata ai migliori teatri del mondo, che riesce a trasmettere al pubblico il messaggio senza tempo della musica”.
Alla presenza del Principe Felipe de Borbón, della Regina Sofia della Principessa Letizia, Muti è stato protagonista al teatro Campoamor di un discorso di ringraziamento molto significativo col quale ha voluto testimoniare la felicità di ricevere il più prestigioso riconoscimento culturale di quella Spagna che ritiene importantissima nella sua formazione artistica.
Un elogio alla Spagna troppo Napoletano per essere pubblicizzato dai media italiani come avrebbe meritato il più grande portatore italiano di cultura musicale. E invece ancora troppo silenzio come per il Festival di Pentecoste a Salisburgo dove gli austriaci hanno apprezzato il messaggio musicale del ponte culturale tra l’Austria e il Regno delle Due Sicilie che ha poi formato artisticamente il genio di Mozart. Come per il concerto di inaugurazione del restaurato “San Carlo” trasmesso in diretta praticamente in tutto il mondo, tranne che in Italia.
Un discorso significativo col quale ha rivendicato la propria identità e la propria Napoletanità, evidenziando l’importanza dell’incontro di culture, contrapposto alla chiusura e allo scontro troppo imperante nel nostro paese, capace di produrre benefici. Il Maestro ha voluto testimoniare la valenza culturale dell’incontro tra Napoli e la Spagna avviato da Don Pedro de Toledo e sublimato da quel Carlo III di Borbone, di madre italiana e padre spagnolo, capace di dare un impulso illuministico prima a Napoli e poi a Madrid, lasciando alla città partenopea un patrimonio culturale e un ramo familiare “di Napoli” (che in molti vorrebbero invece spagnolo) capace di raccoglierne l’eredità.
Dopo la protesta contro i tagli alla cultura in Italia, il rifiuto della cittadinanza romana per motivi politici e i trionfi di Salisburgo dove ha dato lustro alla scuola musicale Napoletana («l’Italia è sempre troppo lenta a far cultura mentre gli altri ci ammirano» denunciò il Maestro), Muti ha sottolineato ad Oviedo di sentirsi anche un po’ spagnolo perchè Napoletano.
Significative le chiavi di comunicazione anche ironiche con le quali ha “carezzato” la sete di cultura in Spagna e indirettamente bacchettato quella negata in Italia. Un bel sorriso della Regina Sofia di Borbone è stato inquadrato in primo piano quando Muti ha detto «Devo dire grazie alla Spagna perchè sono Napoletano». E altri sorrisi sono piovuti da tutti gli ospiti internazionali dopo l’aneddoto di mamma Muti che, in un’epoca in cui la strada centrale di Napoli si chiamava ancora “Roma” per decisione post-unitaria che ne aveva cancellato la storia, da buona Napoletana mandava il piccolo Riccardo “a Toledo” (oggi che è tornata al suo vero nome, molti la chiamano erroneamente “Roma”, N.D.R.). E poi la citazione dei quartieri spagnoli per arrivare al vanto e all’orgoglio partenopeo del direttore d’orchestra che ha ricordato che il Real Teatro di San Carlo, «il più bello del mondo», fu voluto da Carlo III di Borbone. Un incontro Napoli-Spagna che si rinnoverà con l’esecuzione prossima a Madrid del manoscritto “I due Figaro” di Saverio Mercadante, ritrovato nella biblioteca della capitale iberica dove il compositore lavorò nel 1826, quando la Spagna era considerata culturalmente “la più bella provincia italiana”… Napoletana.

Reggia di Caserta: niente soldi, chiusa nei giorni festivi!

Reggia di Caserta: niente soldi, chiusa nei giorni festivi!
Roma prende da Caserta 2 milioni di € e ne rigira solo 400mila.

Angelo Forgione – Scandalo alla Reggia di Caserta: chiusa nei giorni festivi per mancanza di fondi! E mentre a Venaria Reale è boom, a Caserta, come un po’ in tutto il Sud, si schiaffeggiano i turisti e si nega la grande cultura del meridione. Uno dei monumenti più importanti d’Italia, patrimonio mondiale dell’Unesco, tiene i cancelli chiusi proprio quando la gente ha più tempo per ammirarlo. E così, in questi assolati giorni del ponte di Ognissanti, i turisti provenienti da altre regioni hanno trovato l’ingresso sbarrato.
Il Ministero tratta la reggia vanvitelliana come un limone da spremere, un sito di serie B, e destina fondi a ritrovate regge del Nord mentre tante al Sud crollano a pezzi. A volte, dopo le stagioni dei favolosi percorsi di luce, non si riescono a pagare neanche le bollette della luce col rischio di lasciare gli appartamenti al buio. Eppure la reggia è tra i monumenti italiani che incassano di più e tra biglietti di ingresso, royalties e diritti vari, si arriva a circa 2 milioni di euro all’anno. I soldi però finiscono a Roma nelle casse del Ministero del Tesoro che tramite il Ministero dei Beni Culturali rigira a Caserta appena 400mila euro per la manutenzione. Come dire che Caserta produce una torta di cinque fette e ne mangia una sola. Il saldo è sempre passivo ed è facile dedurre che le risorse sottratte a Caserta finiscano altrove.
La conseguenza è che non solo gli appartamenti non possano essere aperti ma anche che il parco della reggia versi in condizioni gravissime. Caserta resta in piedi ma la gravità non è dissimile da quella di Pompei e di tutti i siti monumentali snobbati del Sud.
La scorsa estate il Governo ha stanziato 5,5 milioni per la manutenzione straordinaria di alcuni monumenti di Napoli, Caserta e Benevento. Di questi solo 400mila sono indirizzati alla facciata della Reggia e alla bonifica dei giardini a fronte dei 2,5 milioni per il palazzo reale di Napoli che pure non se la passa bene.

ascolta i turisti delusi (Repubblica.it)

guarda il video  (tmnews)

Garibaldi voleva trasferirsi a Baia

Garibaldi voleva trasferirsi a Baia
il Generale scoprì il paradiso dei Campi Flegrei e se ne innamorò

Angelo Forgione – Alle bellezze paesaggistiche di Napoli e dintorni in pochi resistono. Un’importante testimonianza ce l’ha data nel 1933 Raimondo Annecchino, storico flegreo e poi sindaco di Pozzuoli, che portò a conoscenza degli italiani un eccezionale documento retrospettivo della vita di Giuseppe Garibaldi (Memorie garibaldine Flegree, con due lettere inedite di Garibaldi, Tip.Unione, Napoli 1933, p.8).
Con una lettera del 5 Aprile 1876 oggi conservata nel Museo del Risorgimento Italiano di Roma, Garibaldi espresse al Sindaco di Pozzuoli Giovanni De Fraja il desiderio di abitare a Baia, in una casa per sé e la sua famiglia. Si era innamorato di un sito che aveva sempre negli occhi e nella mente da quando nell’autunno del 1866 si era affacciato sbalordito dagli spalti del Castello per ammirare l’incanto del golfo cumano.

Illustrissimo Signor Sindaco di Pozzuoli,
Vorrei abitare una casetta sulla sponda del mare nella vostra baja – casetta capace per 5 individui e 3 bambini – da abitarla per 3 o 5 mesi – con orticello – e preferibilmente nella parte occidentale della baja – isolata da altre abitazioni.
Vi sarei riconoscente se voleste occuparvene ed avvisarmi dell’affitto da pagarsi ogni mese.
Di Vs dev.mo
G. Garibaldi

Il desiderio del “dittatore delle Due Sicilie” non venne però esaudito per motivi ignoti ma è facile presumere che i Savoia che ne temevano ogni mossa, incamerate le ricchezze di Napoli, preferirono per qualche motivo che chi glielo consentì non godesse di un paradiso conquistato.

Buffon: «Siamo ancora l’esercito di Franceschiello?»

Angelo Forgione – L’anno scorso la provocazione era partita da questo versante col brano de L’Altroparlante “Ma perchè sei tifoso della Juve se sei di Napoli“. Quest’anno, prima di Napoli-Juventus, ci ha pensato Buffon a tirare fuori la Storia inaugurando il “risorgimento juventino”. Parlando della vittoria al “Meazza” ai danni dell’Inter, ha lanciato la sfida al campionato con una battuta al microfono di Gianni Balzarini per “Guida al Campionato”: «Se manteniamo la rabbia agonistica possiamo fare strada, altrimenti siamo punto e a capo e torneremo ad essere l’esercito di Franceschiello come lo siamo stati negli ultimi due anni». Risata sul nomignolo dell’ultimo Re di Napoli e imbarazzo in studio, dove l’interdetto conduttore Mino Taveri ha chiesto, ridendo, a Ciccio Graziani: «Tu lo sai che è st’esercito Franceschiello?». E l’ex bomber di Torino e Roma è caduto dalle nuvole, mentre la napoletanissima Susanna Petrone ha anche lei nascosto l’imbarazzo dietro un magnifico sorriso.
Le Iene ci hanno dimostrato che gli stessi politici di Montecitorio non conoscono le vicende del Risorgimento che hanno generato la nazione unita, e quindi l’uscita di Buffon non è il peggio che ci capiti di vedere. Ma dobbiamo ringraziare il portiere per aver sollevato un interrogativo almeno ai più curiosi, che avranno smanettato su internet per scoprire a chi si riferisce il bianconero. Franceschiello era il soprannome del giovane Francesco II di Borbone, ultimo Re delle Due Sicilie, spodestato perché il suo esercito fu corrotto, guarda un po’, dai piemontesi.
E allora prendiamo al volo l’assist e facciamo un po’ di informazione storica. E se è vero che tra corruttori e corrotti non si salva nessuno è anche vero che il campo è minato per Buffon perché se i piemontesi risorgimentali l’hanno fatta franca, quelli del calcio hanno posato due scudetti e si sono accomodati in serie B. E col Torino il conto sale a tre. Tutti lì i tricolori revocati.

Michael Ledeen: «tragicamente innamorato di Napoli»

Michael Ledeen: «tragicamente innamorato di Napoli»
«i piemontesi fecero i lager, l’unificazione un male per la città»

Angelo Forgione – Michael Ledeen è un giornalista e storico americano, grande appassionato di storia e cultura italiana. Ha scritto “Virgil’s Golden Egg and other Neapolitan Miracles” (vai a Google books), un libro che parla della leggenda di “Virgilio Mago”, andando alle fonti della creatività Napoletana di cui si dice profondamente innamorato con una decisa impronta revisionista riguardo le vicende unitarie. Ledeen, come Schifano e Gilmour, arricchisce quella schiera di intellettuali, non  a caso stranieri, che rinforzano senza veli e retorica la verità storica.
Lo scorso 29 Maggio ha rilasciato un’intervista per la testata “L’Occidentale” che propongo a seguito dell’attacco al poeta latino da parte dell’assessore al turismo del Comune di Mantova.
Di seguito i passaggi più importanti che riguardano la Napoli di oggi e il trattamento ad essa riservato nel processo risorgimentale.

“Virgilio Mago” veniva considerato il protettore della città. Secondo lei quant’è importante preservare miti e simboli della tradizione antica?
Quella classica e medievale è stata una cultura fondamentale. Lo è ancora, se c’interessa risalire alle origini della civiltà occidentale. A Napoli questa cultura si respira ovunque, nelle strade, nel tufo delle case, nei sotterranei della città. Sono affascinato da questi luoghi che ci riportano alla Magna Grecia, per non parlare del Golfo e delle isole, meta di tanti patrizi e imperatori romani.

Cosa vuol dimostrare con questo libro?
(…) Napoli è una città vivissima, stravivace, ferve di opere 24 ore su 24. Sembra di stare a New York, ha lo stesso ritmo. Goethe, Hans Christian Andersen, Mark Twain, sono solo alcuni dei grandi scrittori rimasti fulminati dalla sua musica, dal suo clamore e dai suoi rumori. Ne sono tragicamente innamorato.

E la Camorra? Secondo lei è un problema che si può risolvere?
Forse è impossibile. La creatività di cui parlo agisce nel bene e nel male. Napoli è tutto quello che ho appena descritto ma è anche la capitale di una delle mafie più terribili al mondo. Roberto Saviano ha scritto tanto, e tanto bene, su questo. Apprezzo il suo libro, Gomorra. Forse la Camorra potrebbe essere sconfitta solo ricorrendo all’uso della forza. Mussolini ci ha provato, ma oggi quei mezzi sarebbero inaccettabili. Gli italiani non sono disposti a disciplinare la città con l’esercito.

Ci provarono anche i Piemontesi centocinquant’anni fa. Esportavano la democrazia?
Non credo che si tratti di una mancanza di democrazia e poi, guardi, i Piemontesi a Napoli hanno governato male. Crearono dei campi di concentramento come abbiamo fatto noi americani in Germania e Giappone. Il vero problema è il malgoverno, sia della destra che della sinistra.

Cosa l’ha colpita di più dei napoletani?
Che a Napoli i morti sono iperattivi. Gli spettri frequentano le case dei vivi, aleggiano nei sogni e sulle scommesse del lotto. Sono partito da qui per studiare il ruolo della morte nella cultura occidentale: un secolo fa il sesso era un tabù e la morte qualcosa di normale. Ora le cose si sono rovesciate. La morte è diventata un tabù, il sesso sembra normale. Credo che andrebbe scritta una storia della morte nel mondo moderno. Fino a un secolo e mezzo fa i morti venivano esclusi dall’umano consesso, poi siamo riusciti lentamente ad assimilarli e includerli nei nostri riti sociali e nazionali. Su questi morti, le guerre, i sacrifici, anche in Italia si è creata un’identità comune. Ma i napoletani mi sembrano restii a concedere i loro morti all’Italia. L’unificazione non è stata un fatto positivo per Napoli.

il più antico battistero d’Occidente è a Napoli

il Battistero paleocristiano di “San Giovanni in Fonte” nel Duomo

di Angelo Forgione per napoli.com – L’antichità di Napoli e la sua ricchezza figlia di più di 2500 anni di stratificazioni storiche sono testimoniate anche da un sito di rilevanza primaria dal punto di vista dell’archeologia sacra. Si tratta del celebre Battistero paleocristiano di San Giovanni in Fonte, edificio collegato alla contemporanea Basilica di Santa Restituta e annesso al Duomo, situato in fondo alla navata destra.
Archeologici e storici dell’arte che hanno studiato a fondo il monumento lo ritengono addirittura più antico del battistero Lateranense di Papa Sisto III e secondo soltanto a quello orientale di “Dura-Europos” in Siria. Si ritiene databile tra il 360 e il 400 d.C. ed è per questo considerato il più antico battistero dell’Occidente cristiano.
Ammirevole la volta divisa in otto spicchi trapezoidali, ciascuno dei quali è a sua volta diviso in due parti entro cui sono raffigurate scene evangeliche. 
Nella cupola è rappresentato un cielo stellato che fa da sfondo al “Chrismon”, la croce monogrammatica simbolo del Cristo glorioso con le lettere alfa ed omega pendenti dalle braccia, sovrastata dalla mano del Padre Eterno che stringe una corona d’alloro e un filatterio, mentre alle spalle spicca una fenice fra due palme e due uccelli simmetrici. Significative sono anche le raffigurazioni simboliche degli Evangelisti situate all’interno dei quattro pennacchi.
L’associazione del cristogramma al cielo stellato non ha precedenti nella simbologia sacra paleocristiana e trova poi riscontro in battisteri posteriori. Si suppone che l’immagine del cristogramma, posta sulla verticale della vasca battesimale, grazie a un sapiente gioco di luci, si riflettesse nell’acqua della fonte battesimale dando la suggestione di un mistico messaggio celeste a chi vi accedeva.

 

Ancora crolli agli scavi di Pompei

Ancora crolli agli scavi di Pompei
mentre il medico finge di studiare, il malato muore

Angelo Forgione – Nuovo crollo a Pompei, dove ha ceduto una parte del muro romano di cinta esterno (non affrescato) situato in una parte a nord degli scavi, nella zona di Porta di Nola. Il crollo si è verificato nella serata di ieri. I danni riguardano una porzione di un metro e 50 in altezza per 3 metri di lunghezza di un muro romano di contenimento lungo complessivamente 5 metri; a terra tre metri cubi di macerie franate, probabilmente per le infiltrazioni di acqua piovana, che in generale costituiscono il problema dei terrapieni nell’area nord degli scavi.
Sui crolli del sito pompeiano, ma anche sulla gestione dello stesso negli ultimi anni, la procura di Torre Annunziata ha da tempo aperto un’inchiesta. Dunque, è passato un anno dal crollo della Domus dei Gladiatori e le cose a Pompei non sono affatto cambiate. Lentamente, sparisce il patrimonio archeologico-monumentale della Grande Napoli, della Campania, d’Italia, dell’umanità. “Save Italy” grida Philippe Daverio, chiedendo di sotterrare ciò che i Borbone donarono al mondo e che l’Italia sta cancellando.
Vale la pena riproporre l’intervista richiesta dal prestigioso Network  “SBS RADIO” Australia dalla quale si può evincere l’immobilismo dello Stato italiano rispetto alla ricchezza che svanisce.

Intervista a 360 gradi per “Settimo Potere”

Intervista a 360 gradi per “Settimo Potere”

La testata giornalistica online “Settimo Potere“, che analizza e monitora i fenomeni dei new media, ha richiesto delle mie risposte per un intervista a tutto tondo sulla Napoletanità e sul meridionalismo. L’intervista integrale è indirizzata a chi sente di appartenere a Napoli e al Sud ma non trova le coordinate per comprenderne il presente.

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Angelo, abbiamo seguito la tua attività e siamo rimasti decisamente colpiti dal modo pacifico e intelligente di mostrare la cosiddetta “altra faccia della medaglia” che spesso i media nazionali e filosettentrionali tendono a nascondere. Parlaci del Movimento V.A.N.T.O. Perchè è nato?

V.A.N.T.O. è nato con l’intento di valorizzare le luci di una città straordinaria che è più brava a vendere le proprie ombre ad un sistema mediatico affamato di sensazionalismo. Tutto è fiorito dall’amore per la città che nutro da quando ero bambino e ho cominciato a rendermi conto che questa città era trattata diversamente. Crescendo mi sono chiesto perchè ci fosse così tanta bellezza paesaggistica e ricchezza monumentale ma anche problemi enormi apparentemente incomprensibili. In quell’età ho cominciato a leggere, studiare, approfondire, capire per cercare delle risposte che sono arrivate quando mi sono imbattuto nella “questione meridionale” che sembrava così complessa, per poi presentarsi nella sua logica semplicità. Così ho capito la storia di Napoli, i suoi problemi, i comportamenti singolari dei Napoletani e anche la nostra classe politica e dirigenziale.

A quel punto, con la maturità, ho dovuto scegliere se restare o emigrare. Sono rimasto, ma chi resta per amore non può starsene con le mani in mano. E allora ho creato quella “filosofia meridionalista attiva” che è V.A.N.T.O. con cui voglio da una parte difendere la nostra città dalle ostilità esterne e interne e dall’altra trasmettere ai miei concittadini che lo vogliano ciò che ho studiato, capito e scoperto. Ma, come dovrebbe sempre fare ogni buon giornalista, analizzando sempre le cause, gli effetti e le possibili contromisure, senza scadere nello sterile vittimismo di chi si lamenta di una condizione infelice senza alcuna riflessione e proposta.

In cosa consiste?

V.A.N.T.O. ha vari campi d’azione. C’è la denuncia del degrado urbano e, soprattutto, monumentale. Statue, palazzi e chiese di Napoli sono un tesoro sotto attacco quotidiano e ne perdiamo pezzi lentamente e silenziosamente. Poi c’è la denuncia degli stereotipi e dei luoghi comuni che colpiscono incessantemente l’immagine della città tramite quell’accanimento mediatico che ho ribattezzato “Ammazziamo Pulcinella”. C’è la comunicazione meridionalista con la quale si intende comunicare come è stato fatto il Paese e, soprattutto, il perchè Napoli e il Sud non possono uscire dal sottosviluppo a cui sono condannati da centocinquant’anni. E ancora, la valorizzazione delle bellezze di Napoli di cui vantarsi.

Tutto poi passa attraverso il web: articoli, denunce, interviste televisive e radiofoniche, videoclip di mia creazione… è ogni cosa sul blog, sul canale youtube, sui social network. Così lascio ogni traccia e prima o poi la gente le trova. Poi ci sono le conferenze grazie alle quale ho il piacere di parlare alla gente, e anche qualche sponsorizzazione sportiva come quella fresca con la U.S.C.A. Atellana Handball, la squadra di Serie A2 che annovera nella rosa femminile la moglie di Hamsik.

Poi c’è il lavoro oscuro, le segnalazioni a Comune, Regione, Sovrintendenze, redazioni varie. Insomma, un’attività complessa basata su una tenace strategia ben precisa. Il risultato non è solo quello tangibile di un lampione storico riparato, di un monumento ripulito, o le scuse di chi gratuitamente offende Napoli da fuori, ma è anche quello della sensibilizzazione al significato intrinseco della parola Napoletanità che, vi assicuro, è tanta roba! E così spero di contribuire all’ottenimento di un risultato più arduo, un maggiore amore dei Napoletani verso la propria città. Se non scatta questo, sarà sempre sterile lottare contro gli stereotipi e le aggressioni che pure ci sono.

Perché, nel tuo blog, scrivi, parlando della città di Napoli, “Baciata da Dio, stuprata dall’uomo”?

Perchè la città è sorta più di 2500 anni fa in un luogo unico come pochi altri al mondo, un vero e proprio paradiso terrestre. È la natura che ha decretato la bellezza di Napoli prima ancora che l’uomo, diversamente da Roma, Parigi o Londra. Goethe, al cospetto della “grande apertura di cielo” di Napoli, paragonava “la bassura del Tevere” romana ad “un vecchio convento in posizione sfavorevole”. Cercate nel mondo un vulcano adagiato sulla splendida baia che culmina nelle insenature di Posillipo, i magnifici Campi Flegrei coi laghi vulcanici, le isole al largo, la collina del Vomero, il clima temperato, la terra fertile. Ci sono poche città la cui bellezza è naturale prima che artificiale. Istanbul, Rio e Napoli su tutte. Ecco perchè è stata scelta da greci, romani, bizantini, longobardi, saraceni, normanni, svevi, angioini, aragonesi, spagnoli e austriaci le cui tracce rappresentano parte dell’immenso patrimonio monumentale partenopeo. Tutti hanno voluto possedere questo paradiso, chi l’ha amata più e chi meno, ma nessuno ha mai sentito di appartenervi. Poi è stato finalmente il turno di una dinastia Napoletana che, diversamente dalle altre, ha sentito di appartenere alla città e non viceversa, e l’ha resa una vera Capitale europea. Con l’arrivo dei piemontesi la città è stata messa al guinzaglio, e con essa tutto il Sud. Li è cominciata la decadenza e 150 anni di minorità indotta hanno esercitato un lavaggio del cervello ai tantissimi Napoletani che non hanno fierezza, cultura, speranza e accoltellano la città con i loro comportamenti quotidiani. Ecco perchè parlo di stupro della mano umana, quella di chi ha traumatizzato la città Capitale riducendola a capoluogo di provincia di un Sud arretrato, la mano di chi ci ha portato via le risorse e il futuro, la mano di quei politici locali asserviti alla politica nazionale che hanno devastato la città con speculazioni edilizie e clientelismi, la mano di quelli che hanno scelto la strada della camorra che ha divorato il territorio, la mano di quei Napoletani che non hanno rispettato e non rispettano la città, la mano di quegli italiani che puntano continuamente il dito e parlando male di una terra di cui non conoscono la storia e la cultura.

Non solo Goethe, le bellezze paesaggistiche di Napoli, oltre che quelle monumentali, sono state decantate da Stendhal, Shelley e tanti altri letterati che, come i viaggiatori del “Grand Tour”, avevano questi luoghi come meta. Così nacque il detto “vedi Napoli e poi muori”. Io continuo a guardarla, ad apprezzarne gli scorci e i panorami dalle varie prospettive e ad apprezzare il miracolo della natura che l’uomo ha delittuosamente profanato. Ecco cosa vuol dire “baciata da Dio, stuprata dall’uomo”.

Esiste davvero questo “snobbismo” da parte del Nord o sono i meridionali ad essere troppo allarmisti e sospettosi?

Diciamo tranquillamente che un certo Nord è sicuramente prevenuto. Come i Napoletani hanno assorbito 150 anni di minorità indotta, così i non Napoletani hanno assorbito i pregiudizi inculcati da chi all’epoca volle inginocchiarli. La dinamica è correlata e le esasperazioni sono da ambo i versanti. All’accanimento spesso ingiustificato contro Napoli corrisponde una sorta di vittimismo a prescindere. Spesso ricevo segnalazioni e risentimenti condivisibili ma qualche volta anche lamentele prive di fondamento. Le cose vanno messe a fuoco con obiettività e non è sempre facile. Ma è certo che lo snobbismo settentrionale ci sia e sia anche forte. Napoli è temuta, all’estero l’Italia è vista come un’immensa Napoli, nel bene e nel male. E gli italiani cercano di enfatizzarne i mali per sotterrarne il bene. Studiando, ho individuato le cause dell’accanimento anti-napoletano, e le denuncia anche un maestro come Paolo Mieli quando dice che è dal Risorgimento che Napoli è vittima di un fortissimo pregiudizio, come se fosse un città del demonio, e ogni volta che ai piedi del Vesuvio accade qualche fattaccio comune a tutta la penisola lo si cerca di far passare per misfatto napoletano al cubo. Purtroppo in questo paese c’è una mentalità chiusa che non analizza i fatti, e non esiste neanche cultura diffusa. Alla mia analisi che è anche quella di un giornalista serio come Mieli, ma anche dell’intellettuale francese Jean-Noël Schifano e del critico d’arte Philippe Daverio, si contrappone la sottocultura sociologica d’estrazione piemontese della sentenza sommaria di Giorgio Bocca secondo il quale Napoli è un cimiciaio senza salvezza. Questo deve far capire che allora come oggi la musica non è cambiata e che chi come me guarda alla storia non guarda al passato ma lo analizza per capire il presente e migliorare il futuro. Dal 1973, negli stadi, ai Napoletani gridano “colerosi”, ma in pochi si indignano o ricordano che quell’epidemia fu causata da dei mitili importati dalla Tunisia e che durò un mese, mentre la stessa epidemia perdurò per due anni a Barcellona. Eppure Napoli fu massacrata in quei giorni, e il marchio è rimasto.

Nei tuoi video, parli spesso del calcio, vedendolo come una sorta di rivalsa nel Sud nei confronti del Nord. E’ così secondo te?

No che non lo è. Non possiamo illudere la gente che basti un grande Napoli a pareggiare le condizioni sociali rispetto alle città del Nord. Io parlo del Napoli da tifoso di Napoli, facendovi passare talvolta alcuni messaggi sociali. Il calcio non è più uno sport ma un fenomeno sociale, ovvero specchio della realtà. Sport sono il basket, la pallanuoto, etc., ma quando si parla di calcio non lo si può considerare solo uno sport vista l’immensa marea di danari e appassionati che vi si catapultano, e perchè sport non è più dal dopoguerra, quando finalmente Nord e Sud poterono confrontarsi anche sportivamente nella stessa categoria (ma non sullo stesso piano) e non come prima quando Torino, Genova e Milano si divertivano a chiamare campionato italiano una lega calcistica del nord. Il calcio è divenuto uno strumento del sistema per distrarre la gente dai problemi del paese, per far discutere al bar di rigore e fuorigioco anziché di signoraggio bancario e massoneria deviata. Così l’attenzione cala a beneficio dell’attesa dell’evento sportivo che tanto è più grande quanto è più forte la rivalità tra le fazioni rivali. E così nascono gli scontri, il razzismo, le offese.

Io, da grande tifoso del Napoli e di Napoli prima di tutto, cerco di “fregare” il sistema trattando di calcio non solo per passione autentica ma anche per sfruttare il grande seguito che il sistema vi ha conferito, in modo da recuperare maggiore attenzione e comunicare a quanta più gente possibile che tifare Napoli deve significare anche tifare per Napoli. I miei video sportivi non devono essere mai banali e devono contenere piccoli segnali, a volte espliciti e altre più subliminali, ma sempre all’insegna della Napoletanità migliore. Nessuna rivalsa sociale, dunque, ma il calcio può essere un grande veicolo di diffusione della nostra storia e della nostra cultura. Del resto, ascoltate i monologhi di meridionalismo applicato al calcio di De Laurentiis e vi accorgerete che non sono il solo a pensarla così. Poi ognuno può recepire o rifiutare pensando che sia sociologia spicciola.

Che riscontri di pubblico ha avuto la tua attività?

Molto confortanti. Ci sono tanti giovani che si sono avvicinati al Movimento che gode anche di una discreta attenzione dei media. In linea di massima ci sono tante persone che ne condividono la filosofia e me lo testimoniano le tante email di ringraziamento che ricevo, le tante segnalazioni partecipative, le migliaia di persone iscritte alle pagine di Facebook e Youtube. Certo, sono anche consapevole di avere degli avversari in chi non vuole che si affermino certe idee, ma non vivo nell’incubo di voler piacere per forza a tutti. La collaborazione con altri movimenti, la condivisione delle idee che è più ampia di quanto mi aspettassi e l’energia di alcuni ragazzi con i quali ho il piacere di avere a che fare rendono al momento il bilancio decisamente positivo.

Pensi che il Sud avrà la meglio sul Nord o auspichi che un giorno l’Italia diventi davvero un paese unito?

L’italia è un paese unito solo geograficamente. Che senso ha avuto crearla senza rispettare il Sud ma denigrandolo, invadendolo e depredandolo? Si è generata la questione meridionale in un Paese conflittuale che chissà per quanto ancora continuerà ad essere tale. Francamente non credo che si possa mai trovare una vera unità, è nella nostra storia il culto del “campanile”. Siamo un popolo di guelfi e ghibellini e non valorizziamo le differenze per un confronto di culture ma le trasformiamo in pretesto di scontro. Del resto allo stadio passiamo più tempo ad offendere gli avversari che a sostenere i nostri. Quello italiano è un popolo scontroso.

Ma qualcosa cambierebbe se si avviasse un vero processo unitario, come quello posto in essere in Germania dove i più ricchi sono stati tassati a beneficio dei più poveri. Così Est ed Ovest sono diventate la Germania unita, e le differenze sociali sono sparite, insieme a quell’area di sottosviluppo ad oriente che avrebbe zavorrato l’occidente. Il nostro Nord è a forte trazione della Lega Nord che sta trascinando anche il settentrione nel baratro. Fingono di non sapere che senza investimenti nel Sud sottosviluppato anche il Nord industrializzato non avanza ma viene risucchiato a fondo. Danno in pasto ai loro elettori una deleteria propaganda elettorale secondo cui il Sud assorbirebbe risorse dal Nord, e il popolo leghista ci casca. In realtà la Lega fa gli interessi dei soli industriali del Nord perchè sa bene che dal Sud sale una marea di soldi derivanti dalla spesa per prodotti e servizi “made in Nord”. Ecco perchè il vero obiettivo è il federalismo in salsa leghista. Ma così andremo a fondo insieme, e sta già succedendo, perchè se il potere di acquisto al Sud cala, calano le vendite dei prodotti industriali che sono del Nord. È il cane che si morde la coda.

L’unica maniera per salvarci è una vera unità federale sul modello teutonico. Ma se continuiamo a farci le guerre, nessuno vincerà e perderemo tutti; soprattutto il Nord perchè noi all’emergenza siamo abituati. Per far questo bisognerà rivedere anche il processo unitario, riconoscerne le ombre e restituire al Sud la sua dignità. Non è più possibile raccontare che il Sud è stato sempre inferiore, che i meridionali sono sempre stati degli “scamiciati”, e che i Borbone di Napoli erano dei tiranni. Ecco perchè è importante parlare del passato, a costo di essere tacciati per nostalgici da chi vuole che tutto questo non accada. Ultimamente abbiamo chiesto all’UNESCO di rivedere la descrizione della storia di Napoli nella pagina ufficiale del nostro centro storico patrimonio dell’umanità, in cui si parlava di regime e tirannia borbonica. Hanno accolto l’istanza e, dopo una riunione interna, hanno cancellato la denigrazione figlia di una bugia risorgimentale, ringraziandoci per avergli sottoposto la questione. Questo in Italia non è possibile perchè le cose non devono cambiare. Il Sud deve restare al minimo, convinto di essere inferiore storicamente, privato di alcun vero investimento. Ciò che viene immesso arriva da fondi europei, talvolta dirottati altrove, e da fondi straordinari ma di misure ordinarie neanche a parlarne. Se poi la classe politica meridionale ci mette del suo sprecando, allora il quadro è completo.

da settimopotere.it

Dumas padre: «Ferdinando II capo della camorra». Ma il vero connivente era lui.

Indegne “storielle” del prezzolato scrittore francese

di Angelo Forgione – Il Mattino del 14 Ottobre 2011 ha editato un articolo in cui si fa riferimento a un libro appena pubblicato in Francia su storie “inedite” di Alexandre Dumas, che, stabilitosi a Napoli per seguire le gesta dei garibaldini, si espresse sulle cause del brigantaggio e della delinquenza organizzata, assegnandole tutte a Ferdinando II, infangato secondo la peggiore delle propagande risorgimentali: «Il Re Ferdinando II era il vero capo della camorra. Sotto il suo regno, tutti rubavano. Il Re Borbone lasciava rubare e lui stesso dava l’esempio, in certi casi, rubando a piene mani».
Le storie napoletane “inedite” di Dumas sono da ritenersi veramente tali. Lo scrittore fu amico di Garibaldi, da cui fu retribuito affinchè raccontasse all’Europa la sua risalita del Sud e ne alimentasse il mito; un vero e proprio capoufficio-stampa politico ante litteram. Si inserì nello scenario dell’invasione del Sud col ruolo di trafficante d’armi, fornite al Generale, interessandosi per sua tasca anche dell’amministrazione delle forniture dell’esercito garibaldino, la cui contabilità non fu mai verificata a causa del misterioso naufragio del piroscafo “Ercole” di Ippolito Nievo. Per le menzogne scritte e stampate sui sovrani napolitani, dal generale ne ottenne anche la prestigiosa nomina a “Direttore degli scavi e dei musei napoletani”, senza alcuna competenza in merito, e la regia Casina del Chiatamone con vista mare per dimora, lì dove oggi è la strada del lungomare a lui intitolata.
È palese che Alexandre Dumas sia stato un prezzolato avversario della monarchia napoletana, per la quale nutriva un sentimento di forte rancore sin da bambino, dopo che Ferdinando I aveva imprigionato il padre per due anni e scarcerato per le cattive condizioni di salute. Ma quale capo della camorra, Ferdinando II? Quale ladro fu quel re che dal 1849 in poi contrastò la Bella Società Riformata, i cui elementi iniziarono per questo a confondersi tra gli anti-borbonici, ingrossando per interesse il movimento liberale? Ne furono riempite le galere del Regno (Nisida, Procida, Santo Stefano, etc.) e fu proprio lì che, in un particolare momento storico in cui serpeggiavano sotterfugi ed eversioni, i malviventi si mischiarono con liberali, massoni e carbonari, veri e propri modelli associazionistici di riferimento, stringendo con loro accordi e patti segreti che ben presto attecchirono all’esterno delle carceri. Tutte realtà differenti, ma accomunate da un nemico comune: il re Borbone, verso il quale si riversarono grandi risentimenti che trovarono sfogo in un momento propizio: l’avanzata garibaldina dalla Sicilia a Napoli.
I camorristi, quelli che giravano con la coccarda tricolore sul copricapo per garantire l’ordine nella transizione, erano semmai complici dello stesso Dumas e di Garibaldi. La connivenza ebbe inizio lì, e lì partì il patto tra Stato e mafie. I ladrocini erano degli amici Dumas e Garibaldi. Per il primo parlano i misfatti prima descritti e altri piccoli scandali sotterrati; per il secondo basterebbe ricordare la truffa al Banco di Napoli. I Borbone? Quando Francesco II lasciò Napoli nel 1860 non portò con sé nulla dalle regge e neanche il patrimonio di famiglia, dichiarando così: «Appartiene a Napoli!»

In quanto all’accusato o odiato Ferdinando II e al suo regno, è sufficiente riportare cosa si legge nella Collezione delle Leggi e dei Decreti del Regno delle Due Sicilie“Nessun ministro ebbe mai voce di ladro (…); i molti amministratori delle province sono usciti di carica poveri” (Enrico Cenni, Delle presenti condizioni d’Italia e del suo riordinamento civile, Napoli 1862). Poco, forse, per salvare il governo borbonico ma… se Ferdinando II favorì la camorra, perchè mai i camorristi andarono a schierarsi al servizio dell’invasione di Garibaldi? Siamo seri.
Lo stesso Dumas ci teneva a definirsi solo un romanziere, ricco di fantasia, e che non aspirava ad essere uno storico, ma che violentava la storia per farne romanzi. Violentò anche la storia di Napoli e contribuì a pregiudicarne l’immagine in Europa. «Sì, violento la storia, ma per darle dei figli così belli», disse a chi gli rimproverava di romanzare gli eventi. Garibaldi lo sapeva, e sapeva che Dumas poteva amplificarne l’immagine eroica raccontandone le gesta con grande enfasi.
Insomma, il tema Camorra vende in tutto il mondo e, pur di guadagnarci, si tirano fuori ancora oggi le menzogne di 150 anni fa, come se queste possano aiutare a capire l’origine e la trasformazione del maledetto fenomeno.