l’UNESCO fa retorica risorgimentale, ma si ravvede

protesta al WHC, e la storia cambia

Il centro storico di Napoli, come molti sapranno, è sito UNESCO patrimonio dell’Umanità. Anzi, è il più vasto centro storico d’Europa che si estende per 1700 ettari, conservando tracce di 2.700 anni di storia.
Sulla relativa pagina del sito ufficiale dell’UNESCO era saltata all’occhio la parte finale della “Descrizione Storica” in inglese (ma anche in francese). Si leggeva testualmente:
“With the return of the Bourbons in 1815, Ferdinand IV took the name and title Of Ferdinand I, King of the Two Sicilies. The tyrannous regime ensued that was brought to an end with the entry of Garibaldi’s army in 1860”. Ovvero, “Con il ritorno dei Borbone nel 1815, Ferdinando IV acquisisce il nome e il titolo di Ferdinando I, Re delle Due Sicilie. Al regime e alla tirannia che seguirono fu messo fine con l’ingresso dell’esercito di Garibaldi nel 1860″.
Dunque, anche l’UNESCO mostrava di essere vittima di una certa retorica risorgimentale stereotipata. V.A.N.T.O. ha quindi provveduto a chiedere una correzione al testo che è stata approvata e prontamente apportata, senza alcuna opposizione e con estrema cortesia da parte dei responsabili dell’Organizzazione Culturale Internazionale, quella che manca quando simili situazioni vengono sottoposte all’interno dei confini italiani. Ora la pagina del Centro storico di Napoli riporta nella descrizione storica che The Bourbon dynasty was brought to an end with the entry of Garibaldi’s army in 1860″, cioè semplicemente che “la dinastia borbonica finì con l’entrata dell’esercito di Garibaldi nel 1860”. E così anche nella versione in francese.
L’interlocutore, dal nome italiano, nella sua cortese risposta ha così definito l’errore: a misleading part” of the historical description text on the Historic Centre of Naples, ossia una “parte fuorviante” sulla descrizione storica di Napoli.
Un piccolo tassello che contribuisce a riscrivere la storia e a cancellare una denigrazione troppo feroce per chi seppe fare di Napoli Capitale la città dei primati. Almeno l’UNESCO, che ha il compito di salvaguardare la cultura dei siti che protegge, ha dimostrato di saper avere rispetto per la storia di Napoli, comprendendo la nostra protesta che è scevra da nostalgie monarchiche ma carica di rispetto per il passato della città.

Di seguito la corrispondenza tra VANTO e UNESCO

Dear Committee,
i’m a journalist and historical researcher, but also the coordinator of a cultural movement for the promotion of Naples.
 The page of the “Historical Center of Naples” at the end reads: “Ferdinand IV Took the name and title Of Ferdinand I, King of the Two Sicilies. The tyrannous regime ensued that was brought to an end with the entry of Garibaldi’s army in 1860”.

The description is disrespectful and offensive to a dynasty that gave glory and primates to the city. The description “tyrannous regime” is wrong and should be replaced with the simply words “Bourbon dynasty” to respect the great history of Naples Capital of the ‘700 and ‘800. Also in french language.
 I’d like to get an answer.
Thanks.

Angelo Forgione
Movimento V.A.N.T.O.

Dear Mr Forgione, 
Thank you for your messages to call our attention on a misleading part of the historical description text on the Historic Centre of Naples. We corrected the text in both languages.
Best regards,

Alessandro Balsamo
Nominations and Tentative Lists Manager
Policy and Statutory Implementation Section
World Heritage Centre, UNESCO

(un ringraziamento speciale a Tony Quattrone per la partecipazione)

Addio “Passepartout”, addio cultura! “SAVE ITALY”

Addio “Passepartout”, addio cultura! “SAVE ITALY”
il programma di Philippe Daverio scompare dai palinsesti 

Angelo Forgione – Grazie RAI che ci privi dell’ultima vera trasmissione di cultura che ci proponevi. Anche a Philippe Daverio hai dato il benservito approfittando del vuoto di potere culturale che c’è. Cara RAI, vuoi produrre in casa e un programma come “Passepartout”, realizzato con risorse esterne, lo cassi nonostante una serie di venti puntate già prodotte per la prossima stagione. Ha ragione Aldo Grasso quando dice che nessuno è sceso in piazza a gridare contro l’oscurantismo, la censura, la libertà di pensiero. Ci resta l’ironia di Daverio che ha commentato il suo taglio con ironia, componendo un elogio funebre della sua trasmissione: «È improvvisamente mancato “Passepartout”, nel pieno della sua salute. Lo compiangono la redazione tutta e centinaia di migliaia di affezionati suoi seguaci. La causa del decesso è da ascriversi probabilmente ad una pallottola vagante sparata durante il riordino amministrativo recente della Rai, che si è trovata costretta a passare dall’ ordinamento privato della sua gestione a quello pubblico più consono alle risorse erariali che la alimentano».
Abbiamo imparato ad apprezzare Philippe per la sua indipendenza, per la sua serietà, per la sua preparazione e per la conoscenza dei fatti. Ha raccontato l’arte e la cultura raccontando la verità, anche quella dell’unità d’Italia, e non è da tutti. Ed è per questo che ci siamo affezionati a lui. Ha lanciato il grido d’allarme “Save Italy”, al quale oggi più che mai ci uniamo. Già… salviamo l’Italia. Ma è possibile? 

Alfonso d’Aragona, le dita saranno riattaccate

Alfonso d’Aragona, le dita saranno riattaccate
la Soprintendenza rassicura sulla custodia dei frammenti

Dopo solleciti e carteggi vari, finalmente la Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici per Napoli e Provincia comunica con il protocollo n. 21923 del 12 Settembre 2011 che il particolare danneggiato della statua di Alfonso d’Aragona sulla facciata di Palazzo Reale è in possesso dei restauratori e che nell’ambito del prossimo restauro della stessa facciata è previsto il ripristino dell’opera e il recupero di tutte le statue.

Lo scorso Giugno, va ricordato, sono stati stanziati dal Ministero 2,5 milioni di euro per gli interventi generali alla reggia di Piazza Plebiscito.

 

Verità storica e orgoglio a “i Gigli di Barra”

Verità storica e orgoglio a “i Gigli di Barra”

Grande successo di pubblico alla presentazione del libro e del giglio “Malaunità” voluto dal “Comitato Ritorna ‘a Festa” dei Gigli di Barra”. Oltre cento persone hanno ascoltato gli interventi di Eddy Napoli (”malaunità” ieri e oggi), Angelo Forgione (l’orgoglio oltre il calcio), Gennaro De Crescenzo (orgoglio neoborbonico per il Sud di domani) e Felice Abbondante (saccheggi, massacri ed eroi dimenticati), coordinati da Ciro Esposito (organizzazione evento). Poi serata di cabaret con gli artisti di “Made in Sud”. Verità storica e passione meridionalista in una delle ultime feste autenticamente popolari di Napoli.

Un giglio dedicato a “Malaunità”

Un giglio dedicato a “Malaunità”
Martedì 20 Settembre, serata identitaria a Barra


Martedì 20 settembre, ore 21.30, via Mercalli, Barra (Na), serata identitaria per presentare il giglio “150 anni di cultura unita” che sfilerà alla festa dei Gigli.

Dibattito e presentazione del libro “Malaunità” con Gennaro De Crescenzo (Associazione Neoborbonica), Angelo Forgione (Movimento V.A.N.T.O.), Eddy Napoli (artista), Ciro Esposito (responsabile del progetto).
Presenta la serata Ciro Giustiniani (Made in Sud). A seguire il teatro dei “Due per Duo” (Made in Sud, Colorado Cafè).

Quando qualche mese fa le note e le parole di “Malaunità” iniziarono a girare nella mia mente, l’augurio che gli facevo era quello di farsi sentire, il più forte possibile, nelle piazze e tra la gente perché “Malaunità” è un grido necessario di rabbia e di amore. Rabbia per quello che è stato 150 anni fa (e che nessuno ci ha raccontato mai bene), amore per una terra ed un popolo ignorati e umiliati da troppo tempo. Ecco perché quando mi è arrivata la richiesta di presentare il nostro libro a Barra dopo la caratterizzazione musicale e scenografica di un giglio, sono stato contento: la festa dei gigli di Barra è una delle poche feste popolari rimaste a Napoli e quelle note e quelle parole si faranno sentire, forti e chiare, nei vicoli del quartiere. Uno squarcio di verità storica in un momento di festa. Appuntamento, allora, a Barra.
Eddy Napoli

Qualcuno salvi la guglia dell’Immacolata!

Qualcuno salvi la guglia dell’Immacolata!
intervista-appello ai microfoni di Telecaprinews

Intervista e denuncia sulle condizioni critiche e allarmanti della guglia dell’Immacolata che, dopo nove mesi di messa in sicurezza dei gruppi marmorei, mostra tutte le sue ferite nel silenzio assoluto.
E intanto i finanziamenti vanno a statue sicuramente da ripulire ma non certamente in pericolo. I conti non tornano.

leggi l’articolo per napoli.com

Il simbolo della storia del Sud a Manchester

Il simbolo della storia del Sud a Manchester
la bandiera delle Due Sicilie è riapparsa in Inghilterra… proprio li!

Il Napoli di oggi, come già detto, non porta solo una squadra storica nell’Europa dei grandi ma anche il meridione per la prima volta nella competizione da quando la vecchia Coppa dei Campioni è divenuta Champions League.
E infatti, anche in occasione del match di Champions League MANCHESTER CITY vs NAPOLI, all’ingresso delle squadre in campo è stato inquadrato il settore dei Napoletani in cui campeggiava una bandiera dell’antico Regno delle Due Sicilie. Milioni di persone hanno così visto il simbolo della storia di Napoli e del Sud. Accade sempre più spesso… il verbo culturale continua a diffondersi!

GUARDA IL VIDEO

La promozione culturale della nostra storia allo stadio

a Valencia una piazza in onore delle Due Sicilie

a Valencia una piazza in onore delle Due Sicilie
nel cuore della città l’ottocentesca “Plaza de Nápoles y Sicilia”

Edifici ottocenteschi e palazzi antichi, anche se negli anni un lato della piazza è stato deturpato dallo sviluppo edilizio moderno. Ma il toponimo è quello di allora, quando la mediterranea Valencia omaggiò Napoli, intesa come Regno di Napoli, e la Sicilia, ossia Regno di Sicilia; insomma, le Due Sicilie.
La “Plaça de Nápols i Sicìlia” è alla Ciutat Vella (Distretto 1), nel quartiere “La Xerea” nel cuore di Valencia.

(foto tratta da Flickr – account “tonogayora”)
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David Gilmour: «L’Italia unita? Meglio con i Borbone»

«Ci sarebbero meno problemi. Al Sud Diritto superiore al Piemonte»

Angelo Forgione – Gli storici inglesi, si sa, sono profondi conoscitori della storia dell’unificazione italiana, di cui sono stati peraltro ispiratori, e osservano sempre con molto interesse ciò che accade nel nostro paese. Sanno probabilmente meglio degli italiani in genere quale sia la deriva dell’ideale unitario naufragato nei presupposti piemontesi, e la denunciano senza alcuna preclusione o timore che può invece avere un italiano quando si trova a dover rivedere la storia di sistema.
Dopo la cruda sentenza della rivista “The Economist” che lo scorso Luglio ha dedicato uno speciale al fallimento italiano sottolineando che alla grande monarchia borbonica è seguita poi una cricca politica inetta, una nuova voce revisionista arriva dalle librerie d’oltremanica, precisamente dal saggio di David Gilmour dal titolo “The Persuit of Italy” (La ricerca dell’Italia) in cui l’autore teorizza che con una nazione unita fondata su basi diverse, ossia su uno Stato federale basato sul sistema di regole borbonico, superiore a quello piemontese, ci sarebbero oggi meno problemi. Gilmour esprime la convinzione del fatto che i napoletani si sarebbero mostrati più leali nei confronti dell’Italia dopo il 1861.
Gli inglesi stanno dunque raccontando verità durante le nostre celebrazioni. I francesi pure (vedi Jean-Noël Schifano). L’unico italiano a farlo è Philippe Daverio che ha lanciato anche l’allarme “Save Italy“. Pardon, anche lui nato in Francia e naturalizzato italiano. Ci sarà un perchè!

Di seguito, l’articolo dedicato da “Il Venerdì” di Repubblica curato da Roberto Bertinetti. 

La provocazione nell’ultimo saggio dello storico inglese David Gilmour: “Il Diritto al Sud era superiore a quello piemontese. Peccato non sia nato uno Stato Federale. Forse ora ci sarebbero meno problemi” 

Da tempo l’Italia è oggetto delle indagini di David Gilmour, tra i migliori storici britannici che nel 1988 dedicò una biografia a Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il passato e il presente della penisola sono al centro di “The Pursuit of Italy” (La ricerca dell’Italia), saggio uscito a Londra per Allen Lane in cui si esaltano le differenze tra le diverse regioni.

“La cultura italiana è cresciuta nel corso dei secoli grazie alla rivalità tra comuni vicini” afferma deciso. E a sostegno della sua tesi cita il caso di Siena, “dove i governanti decisero di oscurare la gloria di Firenze costruendo la più grande cattedrale della cristianità e in virtù dell’obiettivo che si erano dati crearono le condizioni per uno sviluppo altrimenti impensabile”.

Quindi a suo avviso non è corretto parlare di comune identità italiana, almeno sotto il profilo culturale?

“Per fortuna non esiste niente del genere. Credo che la pluralità costituisca il punto di forza della cultura italiana. E’ evidente a tutti la distanza che separa sotto il profilo architettonico le chiese e i palazzi in stile romanico di Pisa o di Lucca dalle cattedrali di Bari e di Trani. E non si tratta certo dell’unico esempio. Nel Regno Unito ha purtroppo messo le radici la tendenza opposta: una cattedrale gotica nel Nord è identica a una del Sud. È un limite che non siamo riusciti a superare”.

L’assenza di un’unità culturale ha pesato in maniera negativa sulla nascita dello Stato Italiano?

“Sono certo che gli italiani dell’Ottocento volevano un paese unito ma su basi diverse. Il miglior modello di riferimento, secondo me, era quello federale messo a punto da Carlo Cattaneo, ovvero uno Stato capace di rispettare e di esaltare l’oggetività diversa delle popolazioni e la loro storia. Penso che i napoletani si sarebbero mostrati più leali nei confronti dell’Italia dopo il 1861, se fosse stato consentito loro di mantenere il sistema di regole messo a punto dai Borbone, decisamente superiore a quello dei piemontesi”.

Come giudica l’Italia di oggi?

“E’ senza dubbio un paese alle prese con grossi problemi. Tuttavia non vedo rischi d’una crisi irreversibile sotto il profilo della dinamicità culturale. Mi sembra piuttosto che la classe dirigente non sia all’altezza delle sfide da affrontare, delle emergenze che frenano il vostro sviluppo: un’eccessiva corruzione, il dilagare della criminalità e il dissesto del territorio causato da una colpevole assenza d’interventi a tutela dell’ambiente. Mi domando se uno Stato su base federale sarebbe migliore. Forse, ma non è assolutamente detto”.


 

Red Bull mette le ali ai Napoletani. O forse li offende?

Red Bull mette le ali ai Napoletani. O forse li offende?
Spot e slogan leghisti dipingono una Napoli fannullona. Che errore!

Angelo Forgione – Diciamolo subito, l’autoironia è una virtù e i Napoletani ne posseggono in quantità. Ma quando questa è sollecitata da luoghi comuni alimentati da un contesto sociale discriminatorio e non è supportata da una specifica verità conclamata, diventa inconsapevolmente un limite.
Negli ultimi mesi ha imperversato nelle radio uno spot apparentemente divertente del più noto tra gli energy-drink (nel videoclip), ma che in realtà fa passare un messaggio pericoloso, una strisciante discriminazione: Napoletani fannulloni!
Il pigro impiegato Scognamiglio che fa la pennichella ogni giorno tre o quattro ore prima di smontare, francamente dipinge una realtà applicabile ad ogni latitudine. Perchè caratterizzare il protagonista con cognome e accento (improbabile) Napoletano?

Lo spot ha trovato ampio e indiretto rafforzamento nella propaganda leghista del Ministro della semplificazione Calderoli che a Luglio, in occasione dell’apertura delle sedi di rappresentanza ministeriali al nord, ha dichiarato: «a Napoli mai un Ministero del Lavoro perchè non sanno di cosa si parla». E come non ricordare l’allenatore di calcio Silvio Baldini che motivò cervelloticamente la grande passione dei tifosi del Napoli con la disoccupazione?
Questi spunti di riflessione conducono all’analisi di un luogo comune che descrive come scansafatiche i Napoletani e i meridionali in generale. Cosa tutt’altro che vera se consideriamo gli indici di emigrazione, sommerso e qualità aziendale degli impianti del sud. La storia, come sempre, ci insegna che la Napoli Capitale era anche capitale del lavoro fino al 1860, e con essa anche il sud, laddove proliferava ogni settore produttivo, dalle arti alle industrie, nonostante il carattere rurale di vaste zone dell’entroterra meridionale. Prova ne sia il fatto che la Torino dei Savoia, terra di leva militare dedita alla guerra e completamente priva di cultura, deve le sue bellezze architettoniche alla recluta di artisti meridionali, il messinese Filippo Juvarra in primis.
Dall’unità d’Italia tutto e cambiato: da Napoli non partono più merci ma uomini, e ancora si ascoltano spot radiofonici che ricalcano i più stantii luoghi comuni, identici nella forma e nella sostanza alla denigrazione di stampo sabaudo degli anni risorgimentali.

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