La vittoria della Juventus, la sconfitta degli juventini

La vittoria della Juventus, la sconfitta degli juventini

inciviltà esasperata de’ ‘o surdato assatanato

Angelo Forgione – Ci avete annientati in campo e complimenti al vostro allenatore che, dopo i ripetuti fallimenti degli anni scorsi, vi ha ridato un’anima. Ci avete dato una lezione calcistica in campo e lo riconosciamo, agevolati da un Napoli che non ha incarnato alcuno spirito utile a scongiurare l’offesa di un intero popolo. Vi siete tolti lo sfizio di batterci dopo anni di sonore batoste, di vedere persino Quagliarella infilarci. Complimenti meritati! Ma fuori, come al solito, avete mostrato il peggio di voi, che è molto peggio del peggio di noi. Soliti sacchetti di immondizia, soliti cori non oltre il buongusto di cui anche i nostri sono soliti ma oltre il consentito, ovvero oltre la soglia della tolleranza che è ben diverso. “La vergogna dell’Italia siete voi… Vesuvio lavali col fuoco… benvenuti in Italia”, insomma, il solito razzismo non torinese ma italiano perchè il pubblico juventino è in buona parte meridionale. Ma ne siamo abituati tutti, non perchè siamo arrendevoli ma perchè chi dovrebbe agire non agisce; questa è l’Italia. E forse avete ragione ad accoglierci nella vostra splendida e colta terra, a noi che facciamo parte di una città-nazione a parte da voi conquistata.
Per fortuna ci avete pensato voi stessi a consacrare il vostro lignaggio, non solo coi vostri cori e con le vostre “coreografie” ma soprattutto con quella che intendevate come la più grande presa per i fondelli nei nostri confronti: tutto lo “Juventus Stadium” che si permette il lusso di cantare ‘O surdato nnammurato. Si, è stata una zappa sui piedi, anche se in un primo momento ci avete lasciati tutti interdetti. Ma è durato poco perchè, dopo il primo momento di smarrimento mentale, la ragione ha preso il sopravvento. Alla vostra schiacciante vittoria calcistica avete accostato la nostra schiacciante vittoria culturale. Può mai accadere che il San Paolo canti una canzone piemontese?
Si tratta di supremazia culturale di Napoli, lo ha detto anche il presidente De Laurentiis con grande sarcasmo. Quello sabaudo, ‘o surdato assatanato, è un popolo di cultura militare dedita alla conquista che per fare regge e cultura ha dovuto chiamare i meridionali a corte. E allora grazie al popolo juventino che si è costituito certificando di essere culturalmente inferiore ai Napoletani. Avevate fatto le prove generali al San Paolo dopo aver strappato il pareggio, quando la delegazione juventina delle province di Napoli e Salerno avevano anche mostrato lo striscione “Pulcinella è bianconero”. E anche la vostra stampa sportiva aveva titolato “‘O sole mio” dopo il discusso rinvio della gara d’andata non causa tempo ma causa morte e ordine pubblico. Insomma, vi abbiamo insegnato a scrivere e cantare in napoletano… o forse neanche tanto perchè la maggior parte di voi è meridionale. E meno male che prima di fare “cantanapoli” urlavate “noi non siamo napoletani”.
Il vostro Tuttojuve.com, colpito e affondato dalle parole di chi scrive, dice che non l’abbiamo presa bene e ora ci sentiamo culturalmente superiori. Sbagliato due volte perchè sappiamo perdere, siamo abituati storicamente, e non siamo di certo noi quelli che pretendono indietro quanto rubato. E non ci sentiamo culturalmente superiori ma ce lo dimostrate voi continuamente; noi non ci saremmo mai azzardati a pretenderlo. Non l’abbiamo presa bene? Era sottolineato nell’incipit della dichiarazione del sottoscritto che la Juve era stata superiore. Ma voi tirate fuori come sempre il conto degli scudetti, pompandolo con i due che non vi appartengono ostentando le vostre ignominie invece di nasconderle, perchè la Procura di Napoli ve li ha fatti togliere dalla bacheca macchiando per sempre la vostra storia che neanche “l’oggetto sconosciuto a forma di chitarra” può lavare. Il vostro palmares lo conosciamo benissimo ma, noi che abbiamo cultura e conoscenza storica, sappiamo benissimo cosa significa la questione meridionale che voi fate finta di ignorare, che hanno creato i vostri antenati e che esiste anche nel calcio italiano creato “ad hoc” a Torino per disputare per circa 30 anni un campionato italiano ad uso e consumo piemontese-ligure e lombardo-veneto. Volete che, conoscendo da dove veniamo, noi e voi, possiamo mai soffrire di complesso di inferiorità di fronte al palmares bianconero? Suvvia!
Vi rendiamo di nuovo gli onori della vittoria schiacciante in campo, ma basta così, altrimenti il nostro dibattito identitario rischia di essere confuso con un inutile botta e risposta da ultrà tra uomini con i tasca il tesserino dell’ordine dei giornalisti. Quest’anno lo scudetto ve lo giocherete con Milano, tanto per cambiare, e sarà il 100° scudetto del Nord a fronte dei soli 8 del Sud. La cosa non ci stupisce. Avete  accantonato la faida con gli interisti e ne avete aperta una nuova con i milanisti. Beghe vostre, a noi restano le briciole che toccherà strapparvi dalla bocca avida, quel tricolore tondo a Roma sponsorizzato da Garibaldi, quando magari a fine partita potremo darvi ripasso di dizione napoletana. Sempre con la certezza di essere identitari, consapevoli e fieri, senza contaminazione, ignoranza e presunzione. Siamo pur sempre la Capitale dell’orgoglio, non dell’imbroglio, e tanto ci basta… anzi, è davvero tanta roba.

Mostra per il 150° in Toscana: Galgani risponde

Mostra per il 150° in Toscana: Galgani risponde

Copiose le email di protesta per la rappresentazione e la descrizione di Napoli nella mostra “Viaggio in Italia” indirizzate all’autore, agli enti pubblici patrocinanti e alla società Cremonini/Chef-Express. Riceviamo e pubblichiamo la risposta del Maestro Giulio Galgani, con conseguente replica di Angelo Forgione.

All’attenzione di tutte le persone coinvolte in questa debacle, se mi permette di dirlo, un po’ ingenua e sopra le righe.
Ci sono arrivate delle email in riferimento al blog personale di Angelo Forgione, che in un impeto di creatività ha pubblicato un articolo intitolato “L’arte senza cultura in autostrada”.
Tra l’altro è proprio dal sottotitolo del blog di Forgione che vorrei prendere spunto; su una veduta panoramica di Napoli posizionata in forma banner sul suo sito, si legge a chiare lettere “Baciata da Dio, Stuprata dall’uomo”. Al di là del linguaggio, forse un po’ demagogico, il sentimento che muove Forgione ha qualche attinenza (senza esagerare) con alcuni degli elementi che è possibile rilevare dalla Campania che mi sono immaginato per la serie delle mie geopitture.
Ovvero, vorrei chiedere a Forgione e a tutti i Napoletani che si sono così risentiti, come rappresenterebbero Napoli, in un’opera di sintesi (grafica, pittorica, scultorea) dovendo tener conto sia del bacio di Dio sia dello “stupro” e quindi della violenza dell’uomo sulla cultura di una comunità.
Sembra proprio che il motivo principale dello scandalo sia stato scatenato dalla combinazione della didascalia posta sotto la campania con la visione dell’opera.
Vi chiedo: avreste avuto la stessa reazione senza quella didascalia? Ovvero, senza quelle parole, scritte per’altro da un noto critico d’arte, Martina Corgnati, vi sareste avventurati in una libera lettura dell’opera e dei suoi elementi, cercando tutte le suggestioni in un percorso libero e incondizionato? Mi vorrei augurare di si, ma vorrei andare oltre.
Se leggeste con attenzione le parole della Corgnati, che come tutti i curatori di una mostra, si è limitata ad una lettura appassionata del tutto personale dell’opera, non impedendo certo che ognuno possa farsi il proprio percorso, se appunto leggeste bene quelle parole dovreste identificare un sentimento sofferente e certamente aspro relativo (forse) a quello stupro a cui allude proprio il Vostro Angelo Forgione:  “Un fondo reticolato blu su cui Napoli si staglia come un’immensa concrezione abusiva, una specie di informe parassita, dove elementi religiosi si affollano e convivono insieme a cozze e vongole”. Come a dire che gli elementi costitutivi della Napoli che è possibile osservare oggi, sono elementi complessi, stratificati, fatti di bellezza, ma anche di orrore, fatti di una storia incontrovertibilmente alta ma anche terribile, difficile, legata al complesso governo di una città che per un osservatore esterno può essere anche tutte queste cose insieme.
La visione credo debba sempre provocare, creare passioni anche contrastanti, non può essere statica e soprattutto, non può essere sempre mascherata da false lusinghe.
Persino un sommo poeta come Goethe, citato da Alessandro Cipolletta, che ci ha scritto con una violenza e un risentimento analogo, si trasforma, estrapolata dal contesto, in una visione opaca e falsificante, perchè il Viaggio in Italia di Goethe, oggi non può più essere lo stesso, addirittura non era più lo stesso per lo stesso Goethe sin dall’inizio, quando cominciava la sua avventura di viaggiatore, consapevole com’era della mutazione che colpisce tutti durante un viaggio: “Ovunque vada… tutto è come me l’ero figurato e al tempo stesso tutto nuovo”
Il mio invito, per stemperare gli animi, è quello di avventurarsi in una lettura più adulta dell’arte da parte vostra, e per adulta intendo più libera, combinatoria, senza le griglie imposte da una rappresentazione da cartolina.
Il progetto che ho portato avanti con viaggio in italia, è legato principalmente a questo concetto, la mutazione di una morfologia esteriore e interiore, lavorare con gli elementi (banali e meno banali) della terra, metterli insieme anche con simboli popolari e soprattutto non aver nessuna paura di combinare un linguaggio colto con la trivialità del brutto che ci circonda ogni giorno.
Perchè vi chiedo, Napoli è solamente fatta di sole o anche di “stupro”, come ci racconta il Vostro Forgione?
Ma se a questo punto vi dicessi che non sono interessato a tutto ciò, che come Carmelo Bene, non credo affatto ad un’arte sociologica come allo stesso tempo non credo ad un’arte turistica, se vi dicessi che il mio interesse è sperimentare più linguaggi, anche in modo provocatorio, interrogandomi sulla combinazione di elementi in contrasto, tra segni e simboli del futuro e materiali della storia anche arcaica, che cosa mi rispondereste?
Vi siete forse preoccupati, come lettori, di provare a leggere questa stratificazione, come una diversa occasione, invece di applicare un’interpretazione cosi monolitica e reattiva alla prima superficie identificata?
Ho davvero la sensazione che il pregiudizio a volte, dimori davvero nel cuore di tutti noi, occorre un po’ più di libertà per avvicinarsi al mondo degli altri, l’arte è una via, ve la consiglio.
Giulio Galgani

Egregio Maestro Galgani,
per quanto il linguaggio del sottoscritto appaia demagogico, ci tengo a precisarLe che se quella didascalia suscita rabbia non è certo per la demagogia del mio articolo che è nato dal risentimento di un Napoletano osservatore in quel di Firenze che si è scomodato a segnalare la cosa.
Rispondo subito alla Sua curiosità e Le dico che, da artista quale sono (ho fatto le scuole d’arte e sono grafico oltre che giornalista), non avrei rappresentato Napoli come ha fatto Lei. Ma questo perchè conosco la Napoletanità, la storia di Napoli che studio quotidianamente e il vissuto contemporaneo che pure denuncio incessantemente nelle sue espressioni deleterie.
La violenza dell’uomo, lo stupro, è ciò che io stesso pongo in evidenza, lo ha giustamente rilevato anche Lei; Napoli pulsa nel bene e nel male come un po’ tutta l’Italia, ma in maniera più forte. Io vedo solo messaggi negativi nell’opera, vedo mitili senza intelligenza, vedo credenza popolare, vedo la metastasi in mezzo al mare o al cielo se è vero che l’uomo con gli arti aperti è esotericamente la rappresentazione della stella e viceversa, marina o astrale che sia. Del resto è proprio la didascalia della Corgnati a supportare l’intento artistico confermando che non c’è alcun contrasto tra Napoli e Napoli ma bensì tra Napoli e il resto del territorio. Non c’è alcuna accezione positiva nella concrezione abusiva, nell’informe parassita, nelle cozze e nelle vongole. Insomma, solo messaggi negativi. Della bellezza e della storia alta non c’è traccia, solo orrore, quasi come se poi l’orrore dimorasse qui e solo qui.
Un artista (come un qualsiasi uomo) deve sottoporsi alla critica del pubblico oltre che a quella dell’esperto. E se chi osserva l’opera ne resta sdegnato, qualche motivo ci sarà, senza per questo voler limitare la sua vena artistica. Questa Sua, poi, è una creazione che coinvolge diverse sfumature della società italiana nel suo complesso e se per un toscano la cosa può passare inosservata o essere condivisa è chiaro che per un napoletano le emozioni suscitate possano essere evidentemente diverse.
La invito ad approfondire Napoli per ciò che è davvero, non per ciò che appare.
Angelo Forgione
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Cavani: «orgoglioso che mio figlio sia napoletano»

Cavani: «orgoglioso che mio figlio sia napoletano»

«anche per questo sento la rivalità con la Juventus»

Che Cavani sia entrato nello spirito della napoletanità sportiva è chiaro da tempo. E nel salottino di Radio Marte a Castelvolturno, el Matador ha così presentato la sfida di Domenica:
«So bene cosa significa la Juventus per i napoletani. Mio figlio è napoletano, e quindi questa partita la sento fortemente. Ho portato Bautista al “San Paolo” perchè, anche se non capisce ancora cosa succede, è giusto che assapori il calore della sua gente. Anche se io e Maria Soledad siamo uruguaiani e lui ha sangue uruguaiano, è comunque nato a Napoli, sta crescendo a Napoli ed è un napoletano a tutti gli effetti… noi siamo orgogliosi di questo e spero davvero che si ricordi sempre nella sua vita di esserlo. Questo popolo è fantastico!».

L’arte senza cultura in autostrada

L’arte senza cultura in autostrada

una mostra raffigura Napoli come “informe parassita”

I tantissimi simpatizzanti di V.A.N.T.O. rappresentano i mille occhi del movimento. Un’altra dimostrazione arriva da Giuseppe, un napoletano in viaggio di piacere in Toscana che ci ha inviato queste foto scattate in un’area di servizio “Chef Express”. Si tratta di una mostra itinerante dal nome “Viaggio in Italia” di Giulio Galgani, realizzata in collaborazione con Autostrade per l’Italia e Gruppo Cremonini, allestita nell’ingresso del punto ristoro con opere polimateriche raffiguranti le regioni italiane con precisi significati simbolici spiegati nelle didascalie. Tutte piacevoli tranne una, quella “dedicata” alla Campania, che ha giustamente offeso Giuseppe per l’utilizzo di significati degradanti nonchè offensivi. “Un fondo reticolato blu su cui Napoli si staglia come un’immensa concrezione abusiva, una specie di informe parassita, dove elementi religiosi si affollano e convivono insieme a cozze e vongole”.
Avete letto bene, non è uno scherzo: Napoli incrostazione abusiva, parassita senza forma, sovrapposizione di credenza a vita decerebrata (i mitili). Concetti descrittivi espliciti ed esplicitati che ne nascondono uno subliminale implicito nel raffigurazione visiva: Napoli cancro, una metastasi che corrode la purezza della vita (il mare o il cielo blu).
Se la mostra avesse come tema la denuncia delle mafie, la creazione potrebbe essere apprezzabile. Ma ciò non è, e l’opera fa arte sostituendo alla cultura i luoghi comuni sbattuti in faccia agli automobilisti italiani.
La mostra è patrocinata dal Comune di Firenze, dalla Regione Toscana, dalla provincia di Arezzo e nasce come contributo di creatività alle celebrazioni per i 150 anni d’unità d’Italia in cui è inserita. E meno male! Il nome “Viaggio in Italia”, poi, ci ricorda Goethe e il “Grand Tour”; anzi è proprio quello. “Napoli è un Paradiso, tutti ci vivono in una specie di inebriata dimenticanza di sé…”, scrisse il letterato tedesco nel vero “Viaggio in Italia”.

per contatti:
info@giuliogalgani.com
galgani.giulio@yahoo.it

info@cremonini.com
info@chefexpress.it

“Barbarossa”, flop leghista

“Barbarossa”, flop leghista

Cesario Console primo esempio di unità

Angelo Forgione – Preannunciato flop per la fiction “Barbarossa” trasmesso Domenica 25 e Lunedì 26 Marzo dalla RAI. Battuto da “Report” e anche dal derelitto “Grande Fratello”, col solo 10% di share in Lombardia e in Veneto. Persino più visto al Sud che al Nord, la produzione è costata circa 15 milioni di euro, finanziata con 6 milioni dalla RAI ma anche del Ministero dei Beni e delle Attività culturali, quindi soldi degli italiani sottratti magari alla salvaguardia dei degradati monumenti italiani. Già proiettato al Cinema nel 2009, incassò solo un milione di euro e invece di essere messo nel cassetto è stato riproposto in tv per precisa volontà di Bossi se è vero che in una famosa intercettazione telefonica Belusconi dice ad Agostino Saccà (che perde per questo la carica di direttore di Rai Fiction) “avevo bisogno di vederti perchè c’è Bossi che mi sta facendo una testa tanta con questa cavolo di fiction del Barbarossa”. Un’insistenza con successo politico ma senza successo televisivo che fa capire quale sia il legame tra politica e informazione storica e non in Italia, paese in cui nel 1999 arrivò nelle sale cinematografiche il film di Pasquale Squitieri “Li chiamarono… briganti” sulla resistenza dei popoli del Sud all’invasione sabauda, subito sospeso e mai riproposto in tv.
Il “senatur” incassa, non al botteghino, e deve arrendersi alla disattenzione degli italiani alle vicende storiche del popolo “padano”, soprattutto a quella della sua gente evidentemente poco sensibile ad accadimenti storici peraltro strumentalizzati dagli inventori del partito verde.
Federico “Barbarossa”, imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, si sarebbe scontrato con Alberto da Giussano, che è il guerriero ritratto nella bandiera della Lega Nord. Alberto da Giussano avrebbe lottato per unire i comuni ribelli del Nord contro il tentativo di conquista di “Barbarossa”, mettendo insieme la “Compagnia della Morte” contro i germanici e sollevando il Nord col giuramento di Pontida dove nacque la “Lega Lombarda”. La battaglia finale si svolse a Legnano nel 1176 e la vittoria del Nord-Italia viene ricordata come esempio di coesione italica contro il nemico straniero.
La Lega (politica) ha eletto l’episodio storico riguardante l’intero popolo italiano ad emblema secessionistico ma in realtà la battaglia di Legnano è simbolo di unità nazionale settentrionalista nell’inno massonico di Mameli in cui si canta “dall’alpi a Sicilia ovunque è Legnano”. Quindi, mettetevi d’accordo voi che prima invadete il Sud per l’Italia unita e poi dopo 150 anni gridate “Padania libera”.
Alberto da Giussano in realtà non è mai esistito ed è un personaggio leggendario, cioè di fantasia, come la stessa Padania; un falso storico non presente in nessun documento o cronaca che qualche storico identifica invece in Guido da Landriano, console di Milano.
La “Lega Lombarda” non è neanche il primo esempio di identità nazionale perché è al Sud che ciò si verifica intorno all’850 quando Cesario Console, ammiraglio del ducato di Napoli, coalizzò le repubbliche marinare di Napoli, Sorrento, Amalfi e Gaeta formando la “Lega Campana” per respingere i Saraceni che volevano invadere Roma per poi impossessarsi dei territori del Sud. Le battaglie decisive avvennero a Gaeta e ad Ostia, entrambe vinte da Cesario Console.
Al tempo della battaglia di Legnano, i comuni del Nord erano aspramente conflittuali, soprattutto nei confronti di Milano, ma momentaneamente coalizzati sotto un unico ideale, mentre da circa 50 anni era già una realtà il Regno di Sicilia, poi divenuto delle Due Sicilie, ovvero la Nazione di tutti i territori e i popoli del Sud, nato sotto Ruggero il Normanno nel 1137 (il primo da sinistra raffigurato sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli). Regno durato fino al 1860, quindi per oltre 720 anni, mentre la cosiddetta Padania non è mai esistita né su una cartina geografica, né su una bandiera, né in un inno. A proposito di falsi storici.

a 2:30, storia e significato di Cesario Console in una passata videodenuncia
(poi andata a buon fine)

Finale Coppa Italia: è “napolidi” contro apolidi

Finale Coppa Italia: è “napolidi” contro apolidi

Intervista esclusiva ad areanapoli.it di Francesco Manno

Il fondatore del movimento V.A.N.T.O. Angelo Forgione ha rilasciato alcune dichiarazioni in esclusiva ai microfoni di AreaNapoli.it. Ecco tutti i passaggi dell’intervista.

Il Napoli batte il Siena e in finale troverà la Juventus. Una sfida che va anche oltre il calcio.

“Noto con curiosità che quando si parla di Napoli-Juventus vengo in mente a più d’uno. Si, Napoli-Juventus non è solo una partita di calcio ma è il confronto tra due popoli diversi. È il “napolide” contro l’apolide. È la marea dell’orgoglio e dell’identità dei napoletani che remano tutti da una parte, purtroppo solo nel calcio, contro la marea senza identità dei tanti italiani, non torinesi, che amano la squadra di Torino. Per i napoletani consapevoli della storia della propria città, poi, questa non è una partita normale ma una rivincita sportiva. L’importante però è non esasperare mai le cose e restare nell’ambito di una corretta rivalità”.

La finale si giocherà a Roma. Temi problemi di ordine pubblico?

“Confido nelle misure di sicurezza delle forze dell’ordine. È una partita a rischio, inutile negarlo, e proprio per questo andrà preparata bene dalla prefettura di Roma”.

Tu sei un meridionalista convinto. Ma perchè, girando gli stadi italiani, l’acredine maggiore verso il popolo partenopeo viene proprio da squadre e tifosi del Sud Italia?

“Quello italiano è un popolo campanilista e conflittuale da sempre. E, cosa ben peggiore, è anche un popolo che non conosce se stesso. A molta gente non interessa migliorarsi conoscendo se stessi e il calcio, che potrebbe essere solo il bellissimo sport di massa che è, diventa motivo di becera affermazione sugli altri. Tutti contro tutti, e specialmente contro il vicino. La verità è che bisognerebbe tifare sempre e solo per la propria squadra e non, come in Italia, contro l’avversario. Non è una questione di Nord contro Sud, o di Sud contro Sud e Nord contro Nord. La verità è che siamo uomini minuscoli. Vanno bene le rivalità e le appartenenze ma l’odio che spesso si urla negli stadi è solo la scintilla di altro odio”.

Quanto i successi della squadra possano contribuire a rilanciare l’immagine della città e quanto può essere utile ai napoletani stessi per sentirsi più fieri della propria napoletaneità?

“I successi della squadra del Napoli aiutano in termini d’immagine della città di Napoli. Le immagini dei calciatori del Chelsea e del Bayern in giro per il lungomare sono comunque uno spot internazionale. I complimenti della stampa internazionale dopo le serate di Champions sono certamente meglio dei fiumi di parole scritte sulla monnezza. E se i bambini baciano e abbracciano Lavezzi e Gargano mentre lo stadio urla “the champion” sono i napoletani a fare bella figura. La napoletanità però è ben altra cosa, è un sentimento identitario che va ben oltre il calcio. I napoletani devono uscire dal calciocentrismo per vincere anche fuori dal San Paolo ma così non è. Continuo a riprendere quotidianamente giovani e anziani che buttano cartacce per terra. A me queste “piccole” violenze fanno male dentro, ma chi le commette magari va allo stadio e urla Forza Napoli”.

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17 Marzo, l’apologia continua della monarchia Sabauda

17 Marzo, l’apologia continua della monarchia Sabauda

Angelo Forgione – Franco Califano cantò una canzone a Sanremo nel 1994 dove unì idealmente il Nord e il Sud. Il brano, bellissimo, era intitolato Napoli e finì all’ultimo posto in graduatoria. Il “Califfo”, con la sua consueta schiettezza, disse senza mezzi termini che non fu apprezzato perchè l’italia è un paese razzista.
L’italia è un paese che fatica ad ammettere il suo razzismo, fatica ad ammettere di avere degli scheletri nell’armadio, fatica ad ammettere le sue menzogne. E andiamo avanti trascinandoci così, raccontandoci la bugia dell’unità che non esiste e non è mai esistita, celebrandola ancora, ad un anno di distanza, nella stessa data in cui Vittorio Emanuele II si autoproclamò “Roi de l’Italie” come si legge nell’atto in rigoroso francese redatto dal parlamento (italiano?). “Roi Victor Emmanuel prend pour lui et ses successeur le titre de Roi d’Italie”, così si legge nel testo della legge n. 4671 del Regno di Sardegna, non d’Italia. Il numerale che accompagna il nome del sovrano non venne modificato:  Vittorio Emanuele II, non I come avrebbe voluto larga parte dell’opinione pubblica patriottica. Il dato è significativo: “Vittorio Emanuele I” avrebbe sottolineato la novità dell’Italia unita. “Vittorio Emanuele II”, invece, significava implicitamente che il nuovo Stato era l’allargamento territoriale del Regno di Sardegna e delle sue istituzioni.
A 151 anni di distanza è il 17 Marzo che viene festeggiato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Cioè la data in cui la monarchia del Piemonte si allargò invadendo senza dichiarazione di guerra il Mezzogiorno. L’italia unita territorialmente, priva di Roma e Venezia, si compì dieci anni più tardi. E la Repubblica ben più tardi. Eppure il presidente della Repubblica festeggia ancora una volta una data che rappresenta il trionfo bellico di una monarchia che tanti danni ha fatto.
Ad un anno di distanza dal 17 Marzo 2011 voglio riproporre su questo blog un sunto della puntata di “Matrix” di quel giorno. Erano presenti gli amici Pino Aprile e Lorenzo Del Boca, oltre ad Emanuele Filiberto di Savoia e Claudio Martelli. Ed era presente anche il presidente del consiglio regionale della Lombardia, il leghista Davide Boni oggi inquisito per presunta corruzione e tangenti. Aprile e Boni entrarono in contrasto, l’uno voce del Sud consapevole, l’altro di un certo Nord razzista. Fu evidentemente rabbioso il primo nel rivendicare le ragioni e le verità del meridione; fu evidentemente tracotante il secondo col suo sorriso che conquistò il conduttore Alessio Vinci (chiarissimo il sarcasmo di Aprile sull’invito a tornare in trasmissione fatto a Boni in chiusura della trasmissione). Quanta fatica per affermare la verità, sgomitando con chi oggi è inquisito e rappresenta un partito politico che da 25 anni spara a zero sul meridione suscitando pure simpatia.
Oggi, 365 giorni esatti dopo, Benigni e Napolitano sono tornati a fare retorica per la chiusura delle celebrazioni. Finalmente! Ora basta però, perchè in molti non la bevono più. Mica vorrete propinarci ogni 17 Marzo la solita retorica patriottica? Impegnatevi ad unire veramente il paese, piuttosto. Magari cominciando dalle ferrovie.
Dimenticavo… al festival di Sanremo del 1994 vinse Aleandro Baldi con “Passerà”. Speriamo!

«Napoli fuori, era l’unico modo per stare in Europa»

«Napoli fuori, era l’unico modo per stare in Europa»

il leghista Buonanno infila un’altra “perla”

Il cattivo gusto dei leghisti non ha confini. In aula alla Camera dei Deputati Gianluca Buonanno ha sputato veleno su Napoli strumentalizzando l’eliminazione della sua squadra di calcio dalla Champions League in occasione della discussione del decreto rifiuti.
«Allora, capisco che oggi i napoletani siano tristi perché ieri sono usciti dalla Champions league  ha detto Buonanno – e quindi sono anche un po’ più arrabbiati per quanto riguarda il tema della raccolta dei rifiuti visto che non hanno più modo di divertirsi dato che non sono capaci di stare in Europa neanche nel calcio. Era l’unico modo che avevavano per stare in Europa, ora neanche quello…».
Chi è il parlamentare Gianluca Buonanno? Colui che, di nonno pugliese,  porta il “Grana Padano” come prova inconfutabile d’esistenza della Padania indipendenteBuonanno è sicuramente attento ai “veri” problemi del paese e convinto assertore della superiorità virile dei settentrionali rispetto ai meridionali: «l’uomo che risiede al nord è più concreto, ama meno le chiacchiere e girare attorno alle cose. Insomma, va prima al sodo, per questo seduce di più. Noi del nord ce l’abbiamo più duro, come dice da sempre Bossi», disse alla trasmissione radiofonica di Klaus Davi. Forse è per ottenere il risultato che ha concesso nel 2003 uno sconto del 50% sul prezzo del Viagra ai cittadini di Varallo e gratuito ai prostatici ancora vogliosi.
Su Buonanno, che è juventino e l’Europa quest’anno l’ha vista solo alla tv, se ne potrebbero dire tantissime, continuando con le sagome di vigili cartonati per le strade, ma meglio fermarsi ai complimenti per essere meritevolmente tra i più presenti in aula: solo l’1,80% di tasso di assenza. Peccato però che nella classifica degli indici di produttività parlamentare è solo 483mo su 630 deputati. Va da sé che lui al parlamento ci vada eccome, ma a sprecare fiato. E si vede.

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Crollo palco Pausini, Ramazzotti sbaglia il tiro

Crollo palco Pausini, Ramazzotti sbaglia il tiro

«Amo il Sud ma li non c’è sicurezza». Eppure a Trieste e Milano…

Eros Ramazzotti, in un’intervista rilasciata a “La Repubblica”, ha commenta così la tragedia di Reggio Calabria in cui ha perso la vita Matteo Armellini di 31 anni durante l’allestimento del palco per il concerto di Laura Pausini«Innanzitutto il dolore, il dispiacere personale, perché io Matteo Armellini lo conoscevo, ha lavorato per me per tutti i tour, abbiamo giocato anche a pallone decine di volte nel backstage. Era un professionista. Dire che non c’è professionismo in questo campo è falso. In Italia purtroppo – ha detto Ramazzotti – le cose non funzionano come dovrebbero. Gli spazi per la musica, sono inadatti. Poi, più vai a sud più la situazione peggiora: menefreghismo, mancanza di professionalità, costruzioni di 40 anni mai ammodernate. Ci sono spazi in cui è impossibile montare una struttura per un concerto, ed è per questo che da molto tempo non faccio più date al sud, nonostante io ami quel pubblico e il suo calore. Ma la realtà è questa: vai all’estero e trovi spazi per concerti costruiti in modo perfetto, per accogliere sport e musica, poi torni in Italia e sembra un viaggio all’indietro nel tempo».
Il pensiero di Ramazzotti riguardo le strutture del Sud, certamente inadeguate, non è sindacabile ma bisogna ricordare che la questione non riguarda il solo Meridione e la testimonianza è arrivata subito dal Teatro “alla Scala” di Milano, il più importante della città meneghina e tra i primissimi in Italia, dove è crollata una scenografia di 12 metri per 16 schiantandosi sul palco durante l’allestimento del “Donna senz’ombra”. Tragedia sfiorata, ma i lavoratori denunciano la poca attenzione alla sicurezza e il lavoro organizzato secondo logiche di iperproduttività.
A Ramazzotti bisognerebbe poi ricordare che a Dicembre il morto, Francesco Pinna di 19 anni, ci è purtroppo scappato a Trieste durante l’allestimento del palco per il concerto di Jovanotti. E simili avvenimenti luttuosi o comunque gravi si ripetono in ogni parte del mondo, come ad esempio in Francia in occasione di un concerto di Madonna.
Va bene denunciare le carenze infrastrutturali al Sud, ma qui non si tratta tanto di spazi quanto di misure di sicurezza che non ci sono neanche nelle buone strutture del Nord. Quelle vanno denunciate così come le basse paghe, magari non nel caso di Armellini, ma certamente in quello di Pinna che guadagnava 5€ all’ora. E se il Sud deve rinunciare alla musica di Ramazzotti, questo non vale per l’Uzbekistan dove il cantautore ha suonato per una somma da capogiro lo scorso Ottobre al soldo della figlia del dittatore Islam Karimov; nulla di grave, ma eticamente forse qualcosa non quadra perchè in quel paese il regime locale sfrutta un milione di bambini-schiavi per la raccolta del cotone. Un po’ come montare palchi per pochi euro senza sicurezza, a Sud come a Nord.
Allora diciamocela tutta, caro Eros: forse non suoni al Sud perchè non ci sono strutture capienti disponibili per la tua dimensione artistica.

Radio Padania: «Dalla è un’Italia che non ci piace»

Radio Padania: «Dalla è un’Italia che non ci piace»

anime nere col fazzoletto verde sulle spoglie del cantautore

Angelo Forgione – Sembra proprio che i leghisti lo facciano di proposito ad andare controcorrente pur di dare sfogo alle proprie pulsioni negative e farsi detestare ogni giorno un po’ di più. Ora è Lucio Dalla ad essere etichettato da defunto come “italiano, cioè non padano, simbolo di un’Italia che la Lega non vorrebbe”. Radio Padania, l’emittente ufficiale del carroccio, alla vigilia dei funerali, ha pensato bene di attaccare il cantautore scomparso all’interno della trasmissione “Arte Nord”, affidando il compito di dargli idealmente i gradi di terrone ad Andrea Rognoni.
«Lucio Dalla è (era – ndr) cantore delle esigenze e delle richieste che vengono dal Sud». La questione, secondo Rognoni, è di tipo razziale: «Il babbo era padano, ma la madre no». Insomma è da condannare «l’eclettismo un po’ fazioso e calcolato del cantautore mirato ad accontentare tutti i gusti del pubblico, specialmente quello del centro-sud, diverso dall’eclettismo di noi conduttori di Radio Padania che dobbiamo parlare di padanismo ma interessando il mondo intero senza faziosità». Ma quanta presunzione! Ma quanta sfacciataggine!

Rognoni cerca per ovvii motivi di smontare “Caruso“, la più famosa delle canzoni italo-napoletane nel mondo degli ultimi 25 anni con i suoi circa 9 milioni di copie vendute nel globo. «Quello che viene celebrato come il suo miglior pezzo risulta anche come il più stucchevole. È un calco di un’opera lirica (ma guarda un po che scoperta?! – ndr) su cui è imbastito un racconto legato alle note più struggenti tipiche italiane e italiote (musicalità napoletana – ndr)».
Secondo Rognoni, «Dalla è (era – ndr) corrotto da un punto di vista etnico e ideologico perchè figlio di quella cultura postsessantottesca, ha (aveva – ndr) una visione del mondo cattocomunista ed ecumenista» E cita esempi: «come ben si nota in “4-3-43” e “il giorno che verrà” (ma non era l’anno? ndr), in cui c’è l’utopia del “faremo l’amore per intere settimane” (in verità intere settimane si sta senza parlare – ndr) per cui è più importante trombare che lavorare o dove Gesù Bambino è un figlio di p…».
A Dalla vengono perdonate, e chissà perchè, solo le canzoni ambientate al Nord, “Piazza Grande”, “Nuvolari” e “Milano”… «quelle scritte in Padania si fanno ricordare e apprezzare». Anche se, nella prima, quella parte in cui si parla di siciliani e tedeschi è da censura perchè sminuisce la milanesità della città.
Non c’è nulla da fare; alle anime nere proprio non riesce ad andare giù che l’Italia che conta, quella che riesce ad andare oltre le barriere del provincialismo leghista, è quella che sposa la cultura anche la cultura meridionale; quella dei musicisti che cantano in napoletano, che si fondono con la musicalità intensa e passionale del Sud. Alle anime nere non va giù che un rappresentante di Bologna possa avere avuto una madre pugliese e abbia dichiarato da vivo di voler rinascere napoletano in un altra vita. Alle anime nere non va giù che abbia amato tutto il Sud, il suo mare, le sue isole, e la sua città simbolo. Alle anime nere non va già che Sorrento gli voglia dedicare il porto, e che tutto il Sud ha sentito e sente Dalla come quell’amico dei meridionali quale era.
Rognoni vuol convincere e convincersi che le uniche cose buone di Dalla erano colorate di verde, dal padre alle canzoni dedicate al Nord. La verità è che Lucio della Lega se ne fregava altamente e le canzoni per Milano e per la sua Bologna erano scevre da sovrastrutture sociali, quelle tipiche di una squadriglia di ignoranti che fanno sfoggio di una tale povertà d’animo utile a  trascorrere intere settimane al lavoro senza fare l’amore. Poveri loro che farebbero meglio a sostituire il colore verde col nero delle proprie anime tristi e “rognose”.