Topolino napoletano a “Unomattina”

Angelo Forgione – Qualcuno ricorderà che lo scorso aprile, incuriosito dall’incredibile somiglianza tra Mickey Mouse e il topo degli sciroppi La Sorgente, contattai i responsabili dell’azienda di Caivano, che mi diedero delle informazioni sul perché il loro disegno campeggiasse da anni indisturbato sulle loro etichette. Il buon Ruggero Guarini, prima di lasciare questo mondo, ebbe giusto il tempo di stupirsi della primogenitura napoletana del primo topo antropomorfo dell’umanità e scriverne sui quotidiani nazionali. Senza dubbio, il fascino partenopeo attorno al topo più famoso del mondo è così coinvolgente da solleticare anche gli autori del programma Rai Unomattina, i quali hanno imbastito una simpatica discussione sul mio approfondimento, ma attribuendomi una storia sulla cui veridicità indago, peraltro smentendo l’esistenza di Michele Sorece.

In ricordo delle Quattro Giornate di Napoli

Le celebrazioni dei settant’anni dalle Quattro Giornate di Napoli sono un’occasione per ricordare cosa accadde prima della sollevazione del popolo partenopeo, stremato ed esasperato a tavolino dai cento bombardamenti degli Alleati angloamericani che rasero al suolo la città. E poi, cosa accadde dopo, in una Napoli piegata dalla fame e colpita da un altro dramma, la più grande tragedia ferroviaria della storia d’Europa, coperto dal silenzio per ragion di Stato.

Made in Naples strappa applausi al gala del Duomo

Gigi Savoia legge dei passi del libro e in platea nasce un applauso spontaneo

Un premio che Napoli ha dato a chi ama Napoli e per lei si è contraddistinto. E per questo, un riconoscimento con un significato particolare. Made in Naples ha saputo emozionare anche la folla festante che ha gremito il Sagrato del Duomo di Napoli per la serata di gala che ha chiuso i festeggiamenti per il Santo Patrono (guarda il video).

De Laurentiis: «si impegnino tutti nella rivoluzione di Napoli contro l’Italia»

Angelo Forgione – Mentre si scava nei punti indicati dai pentiti di camorra e si riesumano fusti pieni di sostanze nocive, il calcio Napoli fa parlare l’Europa per la sua forza e per il calore dei suoi tifosi. Gioie e dolori di un popolo da secoli su una linea di confine, che stavolta è vittima di un dramma silenzioso di cui non tutti hanno ancora compreso la reale portata. E allora, proprio in un momento di contrasto come questo, è bene rispolverare quelle parole pronunciate da Aurelio De Laurentiis il 21 maggio, alla vigilia dell’ingaggio di Benitez, nel giorno del convegno medico “Napoli, insieme per la salute”, organizzato dalla SSC Napoli a Città della Scienza. Il suo discorso spaziò dagli aspetti prettamente sportivi al recupero di Bagnoli, fino ai veleni intombati nelle campagne tra Napoli e Caserta dalla camorra su commissione degli industriali del Nord e della massoneria deviata, nel silenzio colpevole della politica nazionale. Ebbene, di quel discorso tutti riportarono solo le indiscrezioni sul futuro tecnico azzurro e sui programmi per la ricostruzione di “Città della Scienza”. Praticamente nessuno rese noti i suoi strali nei confronti del Presidente della Repubblica Napolitano, reo di aver ignorato la sua (?) Napoli nel corso del suo primo mandato, e men che meno la sollecitazione a tutto il popolo napoletano a prendere coscienza dello scempio ambientale perpetrato a danno delle vite dei cittadini della Campania, vittime di una peste del Duemila (guarda il video in alto).

«In questa regione c’è la più alta percentuale di tumori. Questa è una cosa che riguarda la nostra vita, la vita dei nostri figli. Vorrei che tutti si impegnassero in questa rivoluzione di Napoli contro l’Italia. Qualcuno mi accusa di essere separatista, borbonico, ma qui da noi è nata la civiltà. Anni e anni di dominazioni ci hanno insegnato a darci delle arie da grandi, ma sempre con un’umiltà di fondo. Io metto a disposizione di Città della Scienza 200 mila euro per la ricostruzione in qualità di Calcio Napoli. Questa Città della Scienza risorgerà presto, ma il problema è come disinnescare il problema di Bagnoli, cui mi ero interessato prima di prendere il Calcio Napoli. Volevo congiungere Mergellina con l’Excelsior. Volevo fare una marina fantastica, tipo Croisette di Cannes. Tutti progetti messi da parte, venivo visto come un visionario. Fu così anche quando presi il Napoli: “ma dove vai?”, mi dissero tutti. Guardate dove siamo arrivati.»

Troppo forte il concetto di Napoli contro l’Italia? Quelle parole furono riportate immediatamente da chi scrive, ma evidentemente è il caso di rimarcarle ancora, per sensibilizzare tutti gli appassionati sportivi circa un problema serio che incombe su tutti, tifosi e non. Popolista o no, De Laurentiis quelle parole le ha pronunciate di fronte a una platea e ben sapendo di avere taccuini e telecamere di fronte, sfruttando la sua immagine catalitica. Perché lui sa che il Napoli è la seconda religione della città, e lui ne è il Pontefice.

“Made in Naples” a Salerno

Il 19 settembre 2013 alle ore 18.30, presso la Stazione Marittima di Salerno – Punto Mare Manfredi, l’Associazione per il Meridionalismo Democratico, con il patrocinio della Salerno Stazione Marittima Srl , presenta il libro Made in Naples. Interverrà all’incontro Angelo Forgione.
L’evento si aprirà con un breve intervento dell’Avv. Orazio De Nigris il quale porterà i saluti della Salerno Stazione Marittima Srl. Durante il corso della serata sarà offerto un drink e un rinfresco. L’ingresso è libero, ma è consigliato prenotare via email, inviando al seguente indirizzo i nomi dei partecipanti: guglielmogrieco@libero.it

Organizzazione generale:
Associazione per il Meridionalismo Democratico
Responsabile del progetto: Avv. Guglielmo Grieco

L’ONU chiede agli Stati di perseguire la felicità

Com’era moderna la Napoli di Antonio Genovesi, figura fondamentale per l’economia, maestro dei più noti illuministi e i più grandi riformatori del Mezzogiorno, che costituirono l’ossatura della Scuola Napoletana di Economia, cardine dell’analisi del rapporto tra economia e “pubblica felicità”. L’Economia Civile napoletana, salvezza per l’Occidente di oggi, teorizzò nel Settecento lo sviluppo della vita civile e urbana in funzione proprio della “pubblica felicità” mentre l’Economia Politica britannica di Adam Smith subordinò tutto ciò alla ricchezza della Nazione. E la “pubblica felicità” ispirò anche la Regina Maria Carolina nella stesura dello Statuto di San Leucio. Anche Ferdinando II finalizzò la sua spending review ottocentesca alla “pubblica felicità”.
Dal 2011, l’ONU esorta la politica a fare ciò che si faceva nella Napoli dei Lumi, invitando cioè a smettere di concentrarsi su risultati puramente economici e a tenere in maggior considerazione i fattori che determinano la percezione di benessere nelle popolazioni del pianeta. Insomma, un invito a desistere dall’Economia Politica a beneficio di un recupero dell’Economia Civile. Le Nazioni Unite stilano ormai annualmente la classifica degli Stati più felici. Per la cronaca, l’Italia non è che se la passi proprio bene. A proposito, il Regno delle Due Sicilie, all’appuntamento con l’Unità, si presentò come Stato dal debito pubblico più esiguo d’Europa, il meno indebitato, privo di emigrazione e meta di immigrazione. Ma che retrogradi questi napoletani, immersi in un Mezzogiorno infelice… oggi.

È nata la “Fior di margherita”

La pizza regina ha finalmente abbracciato la sua vera storia. Alla “pizzeria Carmnella”, Vincenzo Esposito ha preparato per i membri del Movimento V.A.N.T.O. la “Fior di margherita”. E non finisce qui: a Novembre, la pizza coi petali sarà presentata in una importante serata-evento anche da una nota pizzeria napoletana. Ne parleremo più avanti.

fiordimargherita

CNR: a costruire case antisismiche ce lo insegnano i Borbone

Angelo Forgione per napoli.com Non dimentico quando Paolo Villaggio disse che “la cultura meridionale borbonica è la piaga di tutta l’Italia”. Entrai in polemica con lui in un confronto telefonico su Radio Marte (guarda video) e poi scrissi in Made in Naples un capitolo/”mattone” dedicato per intero a “LA PROTEZIONE CIVILE E IL GOVERNO DEL TERRITORIO” in cui descrissi come Napoli e il Sud borbonico primeggiassero nella stesura e nell’applicazione, tra le varie cose, di leggi antisismiche all’avanguardia, e di tutto ciò che concerne la difesa attiva del territorio (guarda video).
Ora arriva il CNR a dimostrare scientificamente che le norme antisismiche dei Borbone sono ancora all’avanguardia, parlando del primo sistema antisismico pensato per fronteggiare i terremoti e della costruzione di edifici con “una rete di legno all’interno della parete in muratura”. Questa stessa tipologia di struttura è stata riprodotta in laboratorio e sottoposta a una serie di test per una serie di prove meccaniche, con risultati eccellenti. E ciò dimostra che il sistema ideato dagli ingegneri borbonici può indicare la via all’edilizia moderna, a più di duecento anni di distanza. Il comunicato stampa del CNR non mostra il nome di questi particolari edifici, che è possibile invece apprendere proprio dal mio libro, da cui estraggo un breve stralcio:
“… le cosiddette case baraccate, ideate dal fisico di corte Giovanni Vivenzio e perfezionate dall’ingegnere Francesco La Vega. (…) Restarono in piedi anche dopo il fortissimo terremoto calabro del 1905 e ne sopravvivono alcuni esempi ancora oggi, testimoni del merito degli ingegneri borbonici, i primi a ritenere che la risposta sismica di una struttura dipendeva in primo luogo dal suo comportamento d’insieme, concetto prioritario ripreso dal Regno d’Italia solo dopo il terremoto di Messina del 1908. (…)
Il CNR non scopre nulla ma fa bene a certificarlo scientificamente. Tutto era già chiaro dopo l’ecatombe calabrese del 1908, quando il giornalista Olindo Malagoli evidenziò l’evidenza tra le macerie, scrivendo sul quotidiano “La Tribuna”: “C’era, nella vecchia legislazione borbonica, una provvida legge edilizia che imponeva uno speciale tipo di casa. Le case costrutte secondo questo tipo hanno resistito mirabilmente anche in questo nuovo disastro; noi abbiamo potuto constatarlo in ogni paese.”
Con l’Unità d’Italia, tutte le efficaci normative per la prevenzione e la gestione delle catastrofi, di ogni tipo, furono spazzate via dall’estensione ai territori del Sud dello Statuto Albertino, adottato dal Regno di Sardegna nel 1848. L’ordinamento sabaudo non prevedeva norme edilizie antisismiche perché commisurato al territorio piemontese, che non era interessato da rischio sismico, e neanche misure di contrasto alle calamità naturali. Così, con incredibile miopia, fu estesa al Meridione una legislazione totalmente inadeguata in sostituzione dell’efficace ordinamento borbonico. Persino la legge sulle acque e sui lavori pubblici, adottata dal Regno di Sardegna nel novembre 1859, era insufficiente, non contemplando normative per bonifiche e sistemazioni montane. Il Sud, che certamente aveva ancora gran bisogno di importanti opere pubbliche, fu coperto dalla sola tradizione ingegneristica idraulica sviluppatasi nei territori settentrionali che garantiva unicamente il controllo dei fiumi.
Il dissesto idrogeologico del territorio nazionale ha un’origine e parte dal tempo della piemontesizzazione d’Italia, epoca in cui iniziò il disboscamento degli Appennini. L’avanguardia borbonica in tema è molto più complessa e completa, ed è tutta nel mio saggio. In pochi la riconoscono, ma il tempo è sempre galantuomo, soprattutto per chi conosce la verità e la racconta. E per fortuna la scienza non conosce pregiudizi.

approfondimenti su “Made in Naples” di Angelo Forgione (Magenes, 2013)

Enzo Coccia, il pizzaiuolo consapevole

Angelo Forgione – Dopo la pubblicazione del contributo del compianto Vincenzo Pagnani, torno sull’argomento “pizza margherita” per evidenziare quanto detto dal maestro pizzaiuolo Enzo Coccia al Corriere del Mezzogiorno:
«L’11 giugno del 1889 non nasce la Margherita, ma solo il nome. Raffaele Esposito davvero si recò al bosco di Capodimonte e preparò tre tipi di pizze: bianca con lo strutto, l’altra con i pesciolini, verisimilmente alicette, e un’altra con pomodoro e mozzarella. Quest’ultima fu chiamata Margherita, ma già esisteva, come si legge nel libro di de Bourcard di quarant’anni prima».
Forse non nacque neanche il nome, visto che il filologo Emmanuele Rocco, nel secondo volume del libro Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti citato da Coccia, parla di “sottili fette di muzzarella”. E le fette, distribuite con disposizione radiale, dal centro verso il bordo, disegnavano il fiore di campo da cui è possibile che la pizza abbia preso il nome già ad inizio Ottocento, per essere offerta all’omonima Regina nel 1889.
È ora che tutti i pizzaiuoli di Napoli, come Enzo Coccia, raccontino la verità, quella che le associazioni locali di tutela del prodotto hanno ben trascritto nel Regolamento UE.

approfondimenti su “Made in Naples” di Angelo Forgione (Magenes, 2013)

Il più bel loggiato del mondo

Angelo Forgione – «È mai possibile che nella città più laica e repubblicana d’Italia si identifichino con il nome di un Re, che peraltro non ha mai amato la nostra città, alcuni tra i suoi luoghi più significativi e caratterizzanti? Cambiamo denominazione al corso legato prima a Francesco Giuseppe I e poi all’allora Re del Piemonte Vittorio Emanuele, che voleva a sua volta ricordare la “conquista”. Rispettiamo l’iconografia e la storia popolare della nostra città e la nostra antica via di Nord Est ritorni a chiamarsi con il suo nobile ed antico nome di Corsia De’ Servi».
Il dibattito non riguarda chiaramente il corso Vittorio Emanuele di Napoli ma quello di Milano e la proposta è di Franco D’Alfonso, assessore comunale ai Servizi Civici del capoluogo meneghino. Lì ci ridono su, soprattutto perché i tempi moderni non consentono l’approfondimento culturale e perché per i milanesi, anche per loro, le priorità sono altre; ma la questione non è mica tanto da ridere!? Una replica piccata è giunta da Stefano Di Martino, già consigliere comunale di Alleanza nazionale e fervente monarchico, che ha sfidato a duello l’assessore, ritenendo che Casa Savoia sia stata “insultata” dalla proposta. «lo sfido a duello all’alba, in corso Vittorio Emanuele II, invitandolo a scegliere l’arma che più gli aggrada, dai secchi d’acqua alle sciabole».
Insomma, uno spiffero revisionista raggiunge anche Milano con un assessore che ha avuto il coraggio di proporre quello che nessun collega napoletano con delega alla toponomastica ha mai sollecitato affinché si ritornasse alla denominazione originale, cioè corso Maria Teresa. Eppure, quella strada aperta per alleggerire il traffico di carrozze nel centro urbano, collegare i due punti estremi a oriente e a occidente della città e raccordare la zona bassa col nascente quartiere collinare del Vomero, distaccato dal nucleo cittadino storico, meriterebbe di ritrovare la sua storia, perchè non è una strada qualunque. È la prima vera tangenziale urbana, un primo esempio di viabilità cittadina a scorrimento veloce, capace di catturare l’ammirazione e l’apprezzamento di tutta l’Europa proprio per la velocità di esecuzione e per le soluzioni adottate che la resero un’elegantissima strada panoramica di costa, definita nelle cronache del tempo come “il più bel loggiato del mondo”. Fu voluta da Ferdinando II che, dopo l’iniziale denominazione di strada delle Colline, la intitolò alla consorte regina Maria Teresa d’Asburgo-Teschen. Il toponimo corso Maria Teresa fu mutato subito dopo l’Unità d’Italia e sostituito col nome di corso Vittorio Emanuele. Non basta questo per restituire identità e storia a Napoli? Aggiungiamoci allora che il progetto originale di Errico Alvino, in collaborazione con gli architetti municipali Cangiano, Saponieri, Francesconi e Gavaudan, prevedeva un tracciato misto a mezza costa che avrebbe ricalcato l’orografia dei terreni alle pendici della collina di San Martino, estendendosi fino a Capodimonte; l’arteria, allacciandosi dal complesso monastico di Suor Orsola Benincasa con la via dell’Infrascata, l’attuale via Salvator Rosa, si sarebbe inoltrata a Materdei, congiungendosi alla strada interna realizzata durante il decennio napoleonico della città, l’odierno corso Amedeo di Savoia, per poi versare proprio a Capodimonte. Ciò avrebbe consentito di mettere più facilmente in comunicazione le due colline e la riviera, favorendo inoltre uno sviluppo più logico e ordinato della zona alle spalle del Museo. Ma l’estensione del corso fu realizzata solo parzialmente dopo le vicende risorgimentali e, nel 1873, fu portato a compimento solo il tratto da Suor Orsola Benincasa alla zona della Cesarea, la piazza Mazzini di oggi, cancellando l’approdo alla strada per Capodimonte, lo sviluppo dell’area di Materdei (oggi tra le più degradate dell’area urbana) e tutti i vincoli paesistici che avevano fatto del primo tratto un’elegantissima strada panoramica di costa. Già, perché Ferdinando II, con un lungimirante rescritto reale in materia di tutela e difesa paesistica, aveva infatti decretato il divieto assoluto di edificazione sul lato panoramico della nuova strada affinché fosse preservata la vista d’insieme del golfo, del Vesuvio e della città bassa. È infatti notevole e visibile la differenza estetica tra il tratto borbonico e quello “piemontese” nella strada di oggi. Ma che quella “superstrada” sia stata considerata il più bel loggiato del mondo prima di essere deturpato e stravolto in corso d’opera, solo la storia può insegnarlo… e magari qualche assessore coraggioso.

approfondimenti su “Made in Naples” di Angelo Forgione (Magenes, 2013)